Giustificate le misure cautelari per l'agente che viola un sistema informatico

Si tratta, a parere dei giudici di piazza Cavour, di una condotta di particolare gravità che giustifica la restrizione della libertà personale anche se il poliziotto non ha in precedenza tenuto comportamenti sanzionabili

È un fatto connotato da gravità , che giustifica l'applicazione delle misure cautelari, la violazione di un sistema informatico da parte di un agente della Polizia di Stato. E la restrizione della libertà personale si applica, data la pericolosità della condotta contestata , anche se il poliziotto e' un incensurato. Lo sottolinea la Seconda sezione penale della Cassazione nella sentenza 25550, depositata il ventiquattro luglio. Con questa decisione la Suprema Corte ha respinto il ricorso, presentato da un agente in servizio presso il commissariato palermitano di Castellammare, contro l'obbligo di dimora nel comune di residenza disposto dal Tribunale del riesame - nei suoi confronti - in base all'accusa di falso, truffa, riciclaggio e continuata violazione del sistema informatico dell'Aci . In seguito a una indagine era emerso che l'agente aveva redatto falsi verbali al fine di non rilevare la mancanza di documenti a soggetti a cui erano state comminate sanzioni per trasgressioni al codice della strada e mancata effettuazione della revisione di autoveicoli . Senza successo il poliziotto si e' rivolto alla Cassazione chiedendo l'annullamento della misura cautelare in quanto - ad avviso del suo difensore - era stata giudicata negativamente la modalità di condotta incriminata, senza considerare l'episodicità dei fatti contestati e l'assenza di precedenti nella sua fedina penale . Per gli 'ermellini' queste obiezioni sono senza fondamento perchè lo stato di incensuratezza non dimostra automaticamente l'assenza di pericolosità, che può essere desunta non solo dai precedenti penali ma anche dai comportamenti concreti posti in essere . Così il ricorso è stato rigettato. Più severa la richiesta del sostituto procuratore generale della Cassazione, Antonio Gialanella, che aveva chiesto la declaratoria di inammissibilità.

Cassazione - Sezione seconda penale cc - sentenza 15 giugno - 24 luglio 2006, n. 25550 Presidente Morgigni - relatore Tavassi Ricorrente Carollo Svolgimento del processo e motivi della decisione Con ordinanza dell'11 gennaio 2006, depositata il 12 gennaio 2006, il tribunale del riesame di Palermo accoglieva parzialmente l'istanza presentatagli dal Pm tesa ad ottenere la revoca dell'ordinanza con cui il Gip del tribunale di Palermo in data 1 dicembre 2005, aveva rigettato la misura degli arresti domiciliari e della sospensione dal pubblico ufficio nei confronti di Carollo Giacomo. Il tribunale del riesame riteneva erronea la valutazione da parte del Gip che non aveva tenuto conto della gravità della condotta contestata falso, truffa, riciclaggio e continuata violazione del sistema informatico dell'Aci , ritenendo insussistenti le esigenze cautelari. Il quadro indiziario a carico del Carollo era stato considerato sussistente con riferimento ai reati di falso, truffa, riciclaggio e continuata violazione del sistema informatico dell'ACI. Il quadro si desumeva da accertamenti compiuti nei confronti di anomalie relative a controlli effettuati dall'imputato che, in qualità di assistente di polizia presso il Commissariato di Castellammare, aveva redatto falsi verbali, al fine di non rilevare la mancanza di documenti di soggetti a cui erano state comminate sanzioni per trasgressioni al codice della strada e altri accertamenti mancata effettuazione di revisione di autoveicoli . Dalle modalità di commissione dei fatti e della personalità dell'agente, il Collegio del riesame desumeva la sussistenza dell'esigenza della misura cautelare non concessa dal primo giudice. Sulla base degli elementi considerati ed avuti presenti tutti i rilievi della difesa, il tribunale del riesame desumeva la sussistenza dell'esigenza della misura cautelare non concessa dal primo giudice. Sulla base degli elementi considerati ed avuti presenti tutti i rilievi della difesa, il tribunale del riesame concludeva per il parziale accoglimento dell'appello proposto dal Pm, applicando l'obbligo di dimora nel comune di residenza, ferma restando la sospensione dell'esecuzione della misura ex articolo 310, comma 3 Cpp. Con ricorso per cassazione Carollo Giacomo impugnava la pronuncia del tribunale di Palermo denunciando la violazione dell'articolo 606 comma 1 lett. e b e c Cpp in relazione agli articoli 310 comma 2, 125 comma 2, 274 comma 1 lett. c Cpp. Svolgeva considerazioni circa la mancanza assoluta di motivazione e violazione di legge, in quanto al tribunale del riesame si era limitato semplicemente a contraddire le valutazioni del primo giudice attribuendo alle stesse una gravità tale da ritenere idonea la misura cautelare. Per il ricorrente l'ordinanza impugnata era pervenuta all'esigenza di cautela, tenendo solo conto della modalità di condotta dell'indagato e non dell'episodicità delle condotte limitate nel tempo, inoltre riteneva che, pur non tenendo conto dell'incensuratezza ma solo delle modalità del fatto, il giudizio avrebbe dovuto essere desunto da comportamenti e atti concreti precedenti e successivi al reato e quindi, non dall'eventuale apodittica propensione generica, ma dall'attuale ed effettiva potenzialità a commettere reati. Sottolineava come l'indagato avesse inutilmente cercato di essere sentito per chiarire la propria posizione, fosse stato trasferito ad altro incarico e come queste circostanze non fossero state valutate. Concludeva per l'annullamento del provvedimento. Il Collegio ritiene che gli addebiti siano infondati. Il Tribunale del riesame, infatti, ha fornito corretta applicazione ed interpretazione delle norme di legge indicate ed ha sostenuto il proprio giudizio con una motivazione completa e coerente, che va esente dai vizi logico-giuridici prospettati dal ricorrente. Secondo il Tribunale del riesame l'esigenza cautelare era presente e doveva essere affermata in base alla personalità dell'agente ed in base ai criteri oggettivi di cui all'articolo 353 Cp, tra cui le modalità dell'azione e la gravità del fatto inoltre, il concreto pericolo di recidiva non era di per sé escluso dall'incensuratezza del Carollo. Nel caso specifico la Corte, in linea con ì criteri indicati dalla citata norma di legge e con i principi dell'interpretazione giurisprudenziale della previsione di cui all'articolo 274 lett. c Cpp, desumeva la necessità di una misura cautelare proprio della personalità negativa delll'indagato e dalle modalità dell'azione, che facevano ritenere altamente probabile la reiterazione del fatto. Per giurisprudenza consolidata le specifìche modalità e circostanze del fatto di cui alla lett. e dell'articolo 274 Cpp, in base alle quali il giudice, fra gli altri elementi. deve valutare le esigenze cautelari nel singolo caso concreto, ben possono essere prese in considerazione anche per il giudizio sulla pericolosità dell'indagato, costituendo la condotta tenuta in occasione della commissione del reato un elemento diretto assai significativo per interpretare la personalit dell'agente. Nulla impedisce, pertanto, di attribuire alle medesime modalità e circostanze una duplice valenza, sul piano, cioè, della gravit del fatto, ma anche su quello dell'apprezzamento della capacit a delinquere. In tale ottica, lo stato di incensuratezza non dimostra automaticamente l'assenza di pericolosità, potendo questa essere desunta, come espressamente previsto dall'articolo 274 lett. c , dai comportamenti o dagli atti concreti dell'agente, oltre che dai precedenti penali in termini vedi Sezione sesta, sentenza 2856/98, rv. 211756, imputato Mocci conformi 277/96 rv. 203726, 2975/96 rv. 205598, 6339/96 rv. 203745 , anche se detto stato merita di essere considerato per definire in termini di completezza la personalità dell'indagato e valutare il requisito della concretezza della pericolosità sociale, in relazione al quale ben può essere valutato anche il tempo della custodia carceraria già subita. Infatti, in tema di presupposti per l'applicazione delle misure coercitive, i parametri costituiti dalla considerazione del periodo di custodia cautelare sofferto e lo stato di incensuratezza del prevenuto, pur non essendo dotati, di per sé, di efficacia dimostrativa di un'attenuazione delle esigenze cautelari ed in particolare di quella relativa al pericolo di commissione di ulteriori reati indicata nella lett. e dell'articolo 274 Cpp, possono acquistare valenza ove accompagnati dalla valutazione critica di altri elementi sintomatici di un mutamento della complessiva situazione inerente ai presupposti della cautela e meritano, pertanto, di essere considerati. Nel caso di specie i giudici del riesame non si sono sottratti all'onere di una simile indagine ed al dovere della motivazione sul punto che loro incombeva. In particolare, infatti, per replicare alle doglianze ora formulate dal ricorrente, va rilevato che detti giudici hanno puntualmente preso, in considerazione lo stato di ìncensuratezza del Carollo, ma, nel giudizio di bilanciamento di tale stato rispetto alle modalità del fatto ed alla gravità della condotta dell'indagato falsi e truffe, con comportamento consolidato e continuativo, nel corso della sua attività di agente della Polizia di Stato , hanno concluso in termini negativi circa la personalità del medesimo ed hanno affermato la probabile commissione di altri reati della stessa specie. Né tale giudizio può essere sovvertito dal rilievo, su cui il ricorrente insiste, circa il suo trasferimento ad altro incarico, ove si osservi che tale affermazione lascia intendere che comunque egli si trovi tuttora inserito nei ruoli della Polizia di Stato, onde il rischio paventato possa comunque essere sussistente. Il ricorso non merita accoglimento e deve, pertanto, esser rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. Va poi disposto che copia del provvedimento sia trasmessa, a cura della cancelleria, al direttore dell'istituto penitenziario perché provveda agli adempimenti di cui all'articolo 94, comma 1 bis disp.att. Cpp PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Si provveda a norma dell'articolo 94 comma 1 ter disp.att. Cpp.