L'indulto può cancellare anche le misure cautelari

di Sergio Lapenna

di Sergio Lapenna * La legge 241/06, entrata in vigore l'1 agosto 2006, ha determinato una diminuzione della pressione sul sistema penitenziario incidendo, in particolare sulle misure cautelari. Recita l'articolo 1 della novellata legge È concesso indulto per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie solo o congiunte a pene detentive . È ben noto che l'indulto è una causa di estinzione della pena, avente carattere generale, che condona in tutto od in parte la pena inflitta, fermo restando la condanna ed i relativi effetti penali diversi dalla pena, o la commina in un'altra specie di pena, stabilita dalla legge, purché del medesimo genere. Al riguardo, la dottrina distingue un indulto proprio da un indulto improprio, la prima ipotesi si ha quando il giudice prima o nel corso del giudizio di cognizione applica la causa estintiva del reato, la seconda, invece, consiste nella dichiarazione di estinzione della pena in sede di esecuzione, cioè, dopo la pronuncia irrevocabile di sentenza di condanna. Da ciò ne consegue che se l'indulto non presuppone una sentenza di condanna irrevocabile, potendo essere applicato in previsione del passaggio in giudicato di una futura sentenza, di massima, però, il campo di applicabilità delle disposizioni inerenti il provvedimento di clemenza ha riguardato, sotto il profilo soggettivo, colui che, in sede di cognizione, è imputato, sia applicato al momento della sentenza dal giudice della cognizione G. Fiandaca, E. Musco, Diritto penale Par. Gen., p.757 ovvero, in sede di esecuzione, al condannato, a cui sia stata inflitta in concreto una pena. Pertanto, il presupposto è che vi sia stata una valutazione del soggetto giurisdizionale di primo o secondo grado, in sede di cognizione che abbia accertato la responsabilità dell'individuo,beneficiario del provvedimento di clemenza. Particolare attenzione, però, merita, il ragionamento reso dal Tribunale della Libertà di Potenza che, sull'appello proposto nell'interesse di un indagato, individuo a cui non è stata ancora accertata la responsabilità per un fatto, avverso un provvedimento con il quale il Gip presso il Tribunale di Potenza ha rigettato l'istanza di revoca della misura cautelare degli arresti domiciliari, a carico dello stesso, che, unitamente ad altri indagati, veniva tratto in arresto in data 15 giugno 2006, per i reati di cui agli articoli 319, 615ter e 416 Cp. La difesa, successivamente all'arresto, proponeva istanza di riesame che veniva decisa con ordinanza del 30.06.06, che attenuava il trattamento cautelare, concedendo all'indagato gli arresti domiciliari annullando il titolo di custodia per il delitto di cui all'articolo 615ter Cp . la difesa, quindi, proponeva appello, contestando la validità delle argomentazione del Gip ed eccependo l'insussistenza o, comunque, l'attenuazione di qualsivoglia esigenza cautelare, chiedendo, pertanto, al Tribunale, la rivisitazione integrale della posizione dell'indagato. Nelle more, lo stesso Gip, accogliendo parzialmente istanza dell'indagato, attenuava il trattamento cautelare, sostituendo la misura detentiva domiciliare con l'applicazione congiunta dell'obbligo di dimora e dell'obbligo di presentazione alla p.g. Nelle more del provvedimento, è entrata in vigore la legge 241/06, che concede il beneficio dell'indulto per pene non superiori nel massimo a tre anni, sicchè, il difensore, rilevando la sopravvenienza di tale fatto nuovo, potenzialmente idoneo ad estinguere la pena ex articolo 273, ultimo comma Cpp., da un lato produceva provvedimento del Gip di Roma, che revocava la misura in atto,, proprio ritenendo la futura operatività della causa di estinzione della pena, relativamente alle due ipotesi di corruzione, dall'altra, chiedeva che anche il Tribunale, ritenuto il fatto nuovo sopravvenuto ex lege, operasse analoga valutazione. La difesa ha fondato la propria linea difensiva sull'operatività dell'indulto, di cui alla legge 241/06, quale causa di estinzione della pena irroganda nei confronti di un indagato. In particolare, per quanto attiene alle misure cautelari, stabilisce l'articolo 273 comma 2 Cpp. che Nessuna misura può essere applicata se sussiste una causa di estinzione del reato ovvero una causa di estinzione della pena che si ritiene possa essere applicata . Infatti, una volta che il giudice, su domanda o d'ufficio, debba decidere in materia cautelare in particolare, in tema di revoca o di sostituzione di una misura cautelare personale , l'ambito dei suoi poteri-doveri ed il contenuto delle sue decisioni, complessivamente ispirati dal principio del favor libertatis, trovano la loro definizione normativa nei commi 1 e 2 dell'articolo 299 Cpp. Il comma 1, contempla il dovere di procedere alla revoca immediata delle misure quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità o le esigenze cautelari , dettando una disciplina speculare a quella che subordina l'applicazione delle misure all'esistenza dei presupposti indicati dagli articoli 273 e 274 Cpp. A loro volta, i principi di proporzionalità e di adeguatezza articolo 275 Cpp. , che sorreggono i criteri di scelta delle misure, trovano riscontro nel comma 2, che impone al giudice, quando le esigenze cautelari risultano attenuate ovvero la misura applicata non appare più proporzionata all'entità del fatto o alla sanzione che si ritiene possa essere irrogata , di sostituire la misura con altra meno grave, ovvero di disporne l'applicazione con modalità meno gravose. Il legislatore processual-penale ha, dunque, concepito una disciplina idonea a garantire che nel corso del procedimento si realizzi sempre la necessaria corrispondenza tra la misura applicata e le esigenze cautelari, al fine di evitare sia ingiustificate restrizioni della libertà personale, sia l'applicazione di una misura inutile, in quanto non più adeguata alla tutela delle esigenze cautelari. Essendo vincolato al rispetto di tali disposizioni, costituenti puntuale applicazione del fondamentale principio del favor libertatis, il giudice non è in alcun modo vincolato allo specifico petitum contenuto nella richiesta un limite, in tal senso, non potrebbe essere desunto dal comma 3, che si limita a stabilire che il giudice provvede sulle richieste di revoca o sostituzione delle misure. Se così non fosse, non si comprenderebbe la ragione dei poteri di ufficio del giudice. In definitiva, il giudice, investito del procedimento dalla richiesta dell'imputato di applicazione, con modalità meno gravose, della misura cautelare, può adottare un provvedimento di revoca della misura ove ritenga cessate le esigenze cautelari Cassazione, Su, 18339/04 . Inoltre, l'articolo 299 Cpp prevede l'obbligo per il giudice di revocare una misura cautelare quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità previste dall'articolo 273 Cpp. Da quanto detto ne discende che il Gip ha l'obbligo di revocare la misura cautelare in atto qualora, sulla scorta di un giudizio prognostico sull'entità della pena irrogabile, ritenga non esservi alcun margine residuo per l'applicabilità della misura coercitiva. Tale potere-dovere è anche del giudice dell'appello de libertate il quale, oltre a verificare i presupposti richiesti per l'adozione di una ordinanza applicativa di una misura cautelare entro i limiti della regola del tantum devolutum quantum appellatum, deve in ottemperanza al principio del favor libertatis, controllare ex novo anche la sussistenza delle condizioni previste agli articoli 273, 274, 275, 278, 280, 287 Cpp Cassazione, Su, 18339/04 e, all'esito di siffatto scrutinio, adottare il provvedimento che, secondo lo schema di motivazione previsto dall'articolo 292 Cpp., risponda ai criteri di concretezza ed attualità degli indizi e delle esigenze cautelari, nonché a quelle di adeguatezza e proporzionalità della misura. Il giudice dell'appello, ex articolo 310 Cpp, deve svolgere una duplice valutazione da un lato, deve rispettare la disposizione di cui all'articolo 299 comma 1 e 3. Cpp che nella logica del principio del favor libertatis esigono il costante e necessario adeguamento dello status libertatis dell'imputato alle risultanze del procedimento , dall'altro non è in alcun modo legato allo specifico petitum dell'impugnativa di parte ed è comunque abilitato, oltre i confini del devolutum ad intervenire anche d'ufficio pro libertate Corte costituzionale, sentenza 89/1998 . Su questa scia si è mosso il Tribunale della Libertà di Potenza con l'ordinanza del 17 agosto 2006, che, accogliendo l'appello ex 310 Cpp, dell'indagato ha annullato il provvedimento impugnato revocando la misura cautelare inflitta, atteso che la fattispecie ipotizzata nei confronti dello stesso rientra nel campo di applicazione della citata novella normativa, sia perché esaurita quanto al suo ruolo prima del 2 maggio 2006, sia perché essa non risulta compresa nell'elenco di quelle tassativamente escluse dal beneficio, ai sensi del secondo comma dell'articolo 1, della citata normativa. Al pari di siffatto provvedimento, va menzionato quello pronunciato dal Tribunale del Riesame di Potenza, con ordinanza del 4 agosto 2006 nonché quello reso dal Gip di Roma con ordinanza del 3 agosto 2006. * Avvocato

Tribunale penale di Potenza - Sezione per il riesame - ordinanza 4 agosto 2006 Presidente ed estensore Perrotta - Ricorrente Gnazzo ed altri Osserva Con ordinanza emessa in data 21 luglio 2006 il Gip presso il Tribunale di Potenza ha applicato nei confronti di Gnazzo Alfino e Iervolino Mario Raffaele la misura cautelare degli arresti domiciliari ritenendo che sussistessero gravi indizi di colpevolezza in relazione a tutte le fattispecie delittuose ipotizzate dal Pm all'interno della richiesta applicativa, salvo che per l'associazione per delinquere delineata al capo di imputazione provvisorio sub a . In buona sostanza il Gip, pur escludendo la sussistenza dei gravi indizi del reato previsto e punito dall'articolo 416 Cp, ha, per il resto, pienamente condiviso l'ipotesi accusatoria e ritenuto che Gnazzo - con un ruolo di assoluta preminenza - che Iervolino - in posizione più defilata ma comunque importante al fine della perpetrazione delle illecite condotte - millantando credito presso i membri delle commissioni degli esami che si tenevano all'interno di istituti parificati o presso insegnanti che prestavano servizio in quelle scuole, si erano, in ripetute occasioni ben nove, analiticamente descritte ai capi di imputazione sub b , c , d , e , f , g , h , i j fatti consegnare da diverse persone, significative somme di denaro quale corrispettivo della loro mediazione nei confronti dei pubblici ufficiali. Il Giudice di prime cure ha ritenuto che il quadro indiziario fosse adeguatamente supportato sia dalle dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti, sia dagli esiti delle attività di intercettazione telefonica, sia, infine, dalle ulteriori investigazioni compiute dalla polizia giudiziaria operante. In punto di diritto, poi, all'interno del provvedimento oggi impugnato è stato evidenziato come la millanteria penalmente rilevante non deve necessariamente manifestarsi con esplicite affermazioni ma può essere anche integrata per mezzo di sottili allusioni finalizzate ad ingenerare, nella controparte, la convinzione che l'agente ha la possibilità di influire sul comportamento del pubblico ufficiale. Sotto tale aspetto, inoltre, si è sottolineato come non necessariamente l'agente debba falsamente prospettare una condotta corruttiva ma sia sufficiente, ai fini della integrazione del reato, che venga prospettato un comportamento scorretto e, soprattutto, sensibile ad illecite interferenze né, tanto meno, è indispensabile che il pubblico ufficiale venga indicato nominativamente. Infine è stato ribadito che la qualifica soggettiva appena indicata viene rivestita anche da coloro che prestino servizio, quali docenti o membri di commissioni esaminatrici, all'interno di istituti scolastici parificati, attesa la indubitabile natura pubblicistica dell'attività di insegnamento. Avverso il provvedimento impositivo della misura sono insorte le difese che hanno chiesto l'annullamento dell'ordinanza deducendo la insussistenza sia dei gravi indizi di colpevolezza sia delle esigenze cautelari o, in subordine, la sostituzione della misura in corso di esecuzione con altra meno gravosa. Deve essere immediatamente evidenziato che, ad avviso del Tribunale, risulta condivisibile la valutazione di sussistenza del quadro di gravità indiziaria emergente dalle motivazioni esposte all'interno dell'ordinanza impugnata, in cui viene ampiamente ricostruito il ruolo di primaria importanza rivestito dallo Gnazzo il quale, benché brigadiere dell'arma dei carabinieri, risultava costantemente impegnato nell'attività di reclutamento di ragazzi interessati al conseguimento di diplomi scolastici presso istituti parificati ai quali veniva assicurato, in cambio di somme di denaro diverse da quelle richieste per l'iscrizione e la frequenza , il raggiungimento dell'obiettivo perseguito vuoi attraverso esplicite millanterie presso impiegati, professori e membri delle commissioni di esame, vuoi per mezzo di più sottili rassicurazioni con cui veniva garantito il felice esito delle operazioni. Primarie fonti di prova in tal senso - puntualmente analizzate ed esposte all'interno del provvedimento oggi impugnato - sono costituite dalle dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti sentite nel corso delle indagini e, in particolare, Bitonto Carlucci Mauro, Senatore Patrizia, De Bellis Sergio Luciano, Giuzio Valerio, Sofia Flavio, Di Giuseppe Giuseppe Vincenzo, Palermo Raffaele, Dolce Giuseppe e Matera Maria le quali hanno, in maniera pressoché univoca, illustrato quale fosse il modus operandi costantemente seguito dall'indagato. Illuminanti le affermazioni di Bitonto Carlucci Mauro lo Gnazzo ha garantito che se fosse riuscito a regolarizzare l'iscrizione, poiché i tempi erano ristretti, il conseguimento dell'idoneità sarebbe andata certamente a buon fine poiché aveva amicizie presso scuole private di impiegati e professori che non ha indicato, chiedendo nell'occasione, un anticipo pro capite che entrambi abbiamo pagato con assegni bancari dei rispettivi conti correnti verbale di s.i. rese davanti al Pm, in data 3 agosto 2005 Senatore Patrizia l'Alfio mi ha garantito il conseguimento del diploma, nel senso che rispetto alle mie preoccupazioni per un'eventuale bocciatura, mi ha sempre letteralmente detto no, non ti preoccupare, non c'è problema . Non ha esplicitamente millantato credito nei confronti di impiegati e professori, ma me lo ha lasciato intendere dicendomi di rivolgermi direttamente al direttore dell'istituto Alfio le ha chiesto un compenso per il conseguimento del diploma, oltre alle tasse? Si, mi ha chiesto 4000 euro in contati. Io ho pagato, oltre alle tasse l'importo di euro 3800 verbale di s.i. rese in data 30 settembre 2005 De Bellis Sergio Luciano lo stesso mi rassicurava ulteriormente sul buon esito degli esami che comunque avrei dovuto sostenere regolarmente, millantando credito presso pubblici impiegati, professori e dipendenti che mi indicava con il nome Iervolino e Casanova lo Gnazzo per il conseguimento dell'idoneità al quinto anno dell'Itc e del relativo diploma si faceva da me consegnare, a titolo di acconto, un assegno dell'importo di 500 euro successivamente gli ho, come da accordi, consegnato altri importi in contanti, per un totale di ulteriori 2000 euro verbale di s.i. in data 11 novembre 2005 Giuzio Valerio io ho visto per la prima volta Alfio a Potenza presso il suo negozio, costui mi è stato presentato dai miei genitori. L'incontro è avvenuto nel mese di settembre-ottobre 2004 circa. Nell'occasione ebbi modo di apprendere dal Gnazzo Alfino che se avessimo corrisposto l'importo da lui richiesto non ci sarebbero stati problemi a conseguire il titolo di studio. Lo stesso precisava che il titolo di studio che mi proponeva era equiparabile ad un titolo di studio conseguito presso un qualsiasi istituto pubblico. Gnazzo aveva lasciato intendere chiaramente ai miei genitori che lui faceva da intermediario per Iervolino Raffaele, verbale di s.i. rese in data 23 luglio 2005 Palermo Raffaele appena mi sono incontrato con Gnazzo Alfino, costui mi ha garantito che mi avrebbe fatto conseguire il diploma senza alcun tipo di problema millantando amicizie e conoscenze all'interno degli istituti scolastici ove mi avrebbe indirizzato Gnazzo Alfino disse che l'importo dell'operazione era di circa 3500 euro verbale di s.i. in data 29 luglio 2005 Dolce Giuseppe Gnazzo Alfio mi lasciò intendere che aveva conoscenze presso vari istituti le quali mi avrebbero consentito di conseguire il diploma di maturità senza particolari impegni di studio. Mi disse subito che per l'operazione avrei dovuto erogargli la somma di euro 5000 verbale di s.i. in data 25 luglio 2005 Matera Maria ricorso che l'Alfio ci ha chiesto intorno ai 400 0euro per far conseguire il diploma a nostro figlio, garantendoci che tutto sarebbe andato a buon fine vantando amicizie con impiegati e professori presso scuole della Provincia di Salerno verbale di s.i. in data 3 agosto 2005 . Elementi assolutamente significativi della illiceità della attività - peraltro già evidenziati dal Giudice di prime cure - sono sicuramente costituiti dalle modalità dei pagamenti effettuati in contanti o con assegni intestati a me medesimo , segno inequivocabile della volontà di far perdere le tracce del passaggio di denaro , dall'assenza di qualsiasi ricevuta, dalla diversità delle somme richieste ai vari malcapitati, oltre che - ovviamente - dalle chiare affermazioni rese da alcune delle persone sentite, che hanno espressamente chiarito trattarsi di pagamenti ulteriori rispetto a quelli concernenti le rette. Ulteriori riscontri sono pervenuti sia dalle attività di indagine effettuate in relazione ai titoli versati dalle persone sentite, sia, soprattutto, dalle emergenze delle conversazioni telefoniche intercettate nel corso delle indagini. In particolare, dal tenore delle conversazioni intercorse tra lo Gnazzo e l'altro odierno ricorrente, Iervolino, emerge l'esistenza di una costante collaborazione in virtù della quale quest'ultimo, pur avendo un ruolo più defilato rispetto al primo, prendeva parte attiva agli illeciti progetti, suggeriva le modalità con cui questi dovevano essere attuati, concordava quali dovevano essere le persone affidate al suo istituto e raccomandava al complice di ricevere unicamente pagamenti in contanti. Pienamente dimostrative delle illecite cointeressenze sono le sommarie informazioni rese dal Di Giuseppe Giuseppe Virginio innanzi ai carabinieri del Comando provinciale di Potenza in data 16 ottobre 2005. Il teste ha, difatti, riferito che, per rimediare allo scarso rendimento scolastico del figlio, aveva contattato lo Gnazzo il quale, sin dal primo incontro, gli aveva detto che il ragazzo avrebbe dovuto sostenere gli esami presso istituti scolastici parificati campani, gli aveva garantito il buon esito della operazione, gli aveva richiesto il pagamento della somma di 2500 euro e, infine, lo aveva invitato a contattare tale Raffaele, direttore di un istituto di Angri. Nel mese di febbraio del 2005 il Di Giuseppe era stato nuovamente contattato dallo Gnazzo, il quale gli aveva chiesto altri soldi, ottenendo il pagamento di ulteriori 1000 euro dopodiché, però, l'odierno indagato lo aveva chiamato dicendo che il figlio non avrebbe potuto sostenere gli esami presso l'istituto del Raffaele perché era cambiata la normativa. Tale circostanza era stata confermata al Di Giuseppe anche dallo stesso Raffaele, il quale gli aveva detto che il ragazzo avrebbe dovuto essere esaminato in istituto statale e lo aveva invitato a rivolgersi a Gnazzo per la restituzione dei soldi nell'eventualità che l'esame non fosse andato a buon fine. Successivamente - ha aggiunto il teste - pur avendo tentato di contattare ripetutamente Gnazzo, non era riuscito ad ottenere la restituzione di quanto in precedenza versato. Su esplicita domanda, inoltre, il Di Giuseppe ha chiarito quale fosse stato l'atteggiamento di entrambi gli indagati nel corso della vicenda in occasione del primo incontro avuto con Alfio, lui non ha esplicitamente millantato alcuna amicizia con i professori o i componenti della commissione d'esame, tuttavia lo ha lasciato intendere avendomi, in un certo modo, garantito il buon esito degli esami. Diversamente è andata con Raffaele che, in occasione dell'ultimo incontro quando mio figlio ha comunque deciso di sostenere gli esami allo statale , mi ha riferito che, essendo transitati molti insegnanti dal suo istituto paritario a quello statale, sicuramente un occhio di riguardo lo avrebbero avuto nei confronti dei candidati esterni provenienti dal suo istituto paritario. Così ricostruita la vicenda sotto il profilo dei gravi indizi di colpevolezza, è necessario esaminare l'aspetto relativo al momento consumativi dei reati. Coglie nel segno, infatti, l'obiezione difensiva che ha evidenziato l'inesattezza della indicazione contenuta all'interno di tutte le rubriche di imputazione provvisorie con condotta perdurante da cui sembrerebbe evincersi che il contestato reato di millantato credito abbia natura permanente trattasi, invece, com'è evidente, di delitto istantaneo che si consuma nel momento in cui l'agente ottiene il denaro, l'altra utilità o la relativa promessa. Orbene, dagli atti acquisiti al fascicolo delle indagini preliminari è possibile individuare, con precisione, il momento consumativi di ciascuno dei reati contestati il reato di cui al capo b venne commesso tra l'aprile ed il maggio del 2005 quello di cui al capo c nella primavera del 2005 il fatto indicato sub d risale alla primavere del 2004 il delitto sub e si consumò nell'autunno del 2004 la condotta di cui al capo f si perfezionò nel corso del 2004 quella contestata al capo g venne posta in essere nella primavera del 2005 il reato sub h risale al 2003 gli ultimi due capi i e j vennero commessi, rispettivamente, nel 2005 e nel 2004. Tale puntualizzazione, invero, involge non solo - e non tanto - il profilo della attualità delle esigenze cautelari che il Giudice di prime cure, con motivazione ampiamente condivisibile, ha individuato nel pericolo recidivante di cui alla lettera c dell'articolo 274 Cpp ma anche quello, ben più pregnante e pure puntualmente sollevato dalle difese concernente la presenza di una causa di estinzione della pena. È noto, infatti, che la norma di cui al comma 2 dell'articolo 273 Cpp stabilisce che nessuna misura può essere applicata se risulta che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità o se sussiste una causa di estinzione del reato ovvero una causa di estinzione della pena che si ritiene possa essere irrogata. Ed è altrettanto noto che l'articolo 299 Cpp statuisce che le misure coercitive e interdittive sono immediatamente revocate quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità previste dall'articolo 273 o dalle disposizioni relative alle singole misure ovvero le esigenze cautelari previste dall'articolo 274. Ciò posto, allora, pare evidente che la decisione relativa al presente procedimento cautelare non può prescindere dalla circostanza che in data 1 agosto 2006 è entrata in vigore la legge 241/06 in virtù della quale è concesso indulto per tutti i resati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006 nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pena detentiva. Mette conto evidenziare, in primo luogo, che le fattispecie ipotizzate nei confronti degli odierni indagati rientrano nel campo di applicazione della normativa appena citata vuoi perché sono state commesse prima del 2 maggio 2006 vuoi perché esse non risultano comprese nel novero di quelle - tassativamente - escluse dal beneficio ai sensi del comma 2 dell'articolo 1 della citata normativa. Alla luce delle argomentazioni appena esposte, si impone, oggi, al Tribunale la effettuazione di un vaglio particolarmente penetrante giacché il fatto che l'articolo 273 comma 2 Cpp richieda che risulti la causa di estinzione del reato o della pena non sta a significare che la causa estintiva del reato o della pena debba essere operativa immediatamente ab origine, ma va inteso nel senso che devono effettivamente sussistere i presupposti per l'applicazione della causa estintiva, così da rendere sproporzionata la misura il che, del reato, emerge dallo stesso comma 2 dell'articolo 273 che fa riferimento alla pena che si ritiene possa essere irrogata Cassazione penale, Sezione sesta, 1370/04, Pm in proc. Jerididi Kamel . Più in particolare, decidendo in ordine ad una fattispecie pressoché identica a quella di cui si discute, la Sc ha puntualizzato che in tema di misure cautelari personali, la norma dell'articolo 273 comma 2 Cpp, nella parte in cui dispone che nessuna misura cautelare può essere applicata se sussiste una causa di estinzione della pena, ha efficacia certamente vincolante e preclusiva per il giudice nel caso in cui la causa estintiva copra per intero la pena astrattamente irrogabile. Quando, invece, l'estinzione riguardi soltanto una parte di tale pena come nella specie, per l'indulto di anni due di cui al Dpr 394/90 in relazione a reato punito con la pena della reclusione fino ad anni 5 è compito del giudice cautelare determinare in via prognostica l'entità della pena presumibilmente irrogabile e stabilire di conseguenza se vi sia margine residuo per l'applicazione della misura coercitiva Cassazione penale, Sezione sesta, 3285/93, Simboli ed altri è forse superfluo sottolineare, al proposito, che la effettuazione della prognosi sopra indicata rientra anche tra i compiti del Tribunale del riesame cfr. sul punto, Cassazione penale, Sezione terza, 2092/96, Cervati . Orbene, i dati proficuamente valutabili ai fini della valutazione prognostica da operare nel caso di specie sono costituiti dall'entità della pena edittale stabilita in relazione alle fattispecie delittuose per cui si procede da uno a cinque anni di reclusione dal numero delle condotte contestate nove per Gnazzo e cinque per Iervolino dall'entità delle somme locupletate oscillanti dai 1300 ai 5000 euro dallo stato di incensuratezza degli indagati. Tenendo presenti gli elementi appena indicati, pertanto, si può tranquillamente ritenere che, in futuro, non potrebbe essere irrogata una pena superiore a quella condonata ai sensi della legge entrata in vigore l'1 agosto. Ciò perché, considerando la natura dei fatti contestati e l'entità dei guadagni conseguiti, ben difficilmente potrebbe ipotizzarsi la determinazione di una pena base corrispondente o vicina al massimo edittale altrettanto difficile, poi, risulterebbe argomentare la mancata concessine delle circostanze attenuanti generiche a due persone giunte all'età di cinquanta anni completamente incensurate. Ragion per cui, anche valutando l'aumento per la continuazione, non è ragionevolmente ipotizzabile, oggi, che un domani possa essere irrogata articolo 273 comma 2 Cpp una pena superiore a quella coperta dall'indulto. Consegue da quanto precede l'accoglimento del proposto gravame. PQM Il Tribunale, visto l'articolo 309 Cpp, in accoglimento della richiesta di riesame annulla l'ordinanza impugnata e, per l'effetto, revoca la misura cautelare degli arresti domiciliari in corso di esecuzione nei confronti di Gnazzo Alfino e Iervolino Mario Raffaele.

Tribunale di Potenza - Sezione riesame provvedimenti restritivi libertà personale - ordinanza 17 agosto 2006 Presidente Lo Sardo - Estensore Spina Ricorrente De Luca Sull'appello proposto nell'interesse di De Luca Achille avverso il provvedimento del 24 luglio 2006, con il quale il Gip presso il Tribunale di Potenza ha rigettato l'istanza di revoca della misura cautelare degli arresti domiciliari a carico dello stesso proc. n. 648/05 Rgnr 1256/05 Rggip . De Luca Achille, unitamente ad altri indagati, veniva tratto in arresto in data 15 giugno 2006 per i reati di cui agli articoli 319, 615ter e 416 Cp. La difesa, successivamente all'arresto, proponeva istanza di riesame che veniva decisa con l'ordinanza del 30 giugno 2006 che attenuava il trattamento cautelare concedendo al De Luca gli arresti domiciliari annullando il titolo di custodia per il delitto di cui all'articolo 615ter Cp , peraltro rilevando l'incompetenza territoriale del Tribunale di Potenza relativamente alle due ipotesi di corruzione contestate al De Luca ed i relativi atti, come risulta pacificamente, sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma . Successivamente, con istanza la difesa richiedeva al Gip la rivisitazione del quadro cautelare, limitatamente alla residua imputazione di cui all'articolo 416 Cp, rilevando quantomeno l'attenuazione delle esigenze cautelari concretamente ritenute esistenti in sede di riesame, ovvero quelle connesse al pericolo di reiterazione di condotte analoghe. Istanza che il Gip respingeva con il provvedimento impugnato, ritenendo che né la memoria depositata ed allegata dall'indagato, né le ulteriori argomentazioni contenessero elementi nuovi idonei a modificare il quadro indiziario e cautelare ormai cristallizzatosi all'esito del procedimento di riesame. La difesa proponeva appello avverso il provvedimento del 24 luglio 2006, contestando la validità delle argomentazioni del Gip ed eccependo l'insussistenza, o comunque l'attenuazione, di qualsivoglia esigenza cautelare, chiedendo, pertanto, al Tribunale, la rivisitazione integrale della posizione del De Luca. Nelle more, lo stesso Gip, accogliendo parzialmente altra istanza del De Luca, attenuava il trattamento cautelare, sostituendo la misura detentiva domiciliare con l'applicazione congiunta dell'obbligo di dimora e dell'obbligo di presentazione alla Pg. Nelle more, peraltro, come noto è entrata in vigore la legge 241/06, che concede il beneficio dell'indulto per pene non superiori nel massimo ad anni tre, sicché il difensore, rilevando la sopravvenienza di tale fatto nuovo, potenzialmente idoneo ad estinguere la pena ex articolo 273 ultimo comma Cpp, da un lato produceva provvedimento del Gip di Roma che revocava la misura in atto, proprio ritenendo la futura operatività della causa di estinzione della pena, relativamente alle due ipotesi di corruzione, dall'altra chiedeva che anche il Tribunale, ritenuto il fatto nuovo sopravvenuto ex lege, operasse analoga valutazione. Deve rilevarsi, in via preliminare, l'assoluta ammissibilità della questione dedotta dalla difesa relativamente all'operatività dell'indulto di cui alla legge 241/06 quale causa di estinzione della pena irrogando al De Luca. Invero, come confermato anche dalle Su della Cassazione con la nota sentenza 18339/04 , i poteri di cognizione e di decisione del giudice dell'appello de libertate, pur nel rispetto del perimetro disegnato dall'originaria domanda cautelare, si estendono, senza subire alcuna preclusione, all'intero thema decidendum, che è costituito dalla verifica dell'esistenza di tutti i presupposti richiesti per l'adozione di un'ordinanza applicativa della misura cautelare, poiché il tribunale della libertà funge, in tal caso, non solo come organo di revisione critica del provvedimento recettivo alla stregua dei motivi di gravame proposti, ma anche come giudice al quale è affidato il potere-dovere di riesaminare ex novo la vicenda cautelare nella sua interezza, onde verificare la puntuale sussistenza delle condizioni e dei presupposti di cui agli articoli 273, 274, 275, 278, 280, 287 Cpp e, all'esito di siffatto scrutinio, di adottare infine, ed eventualmente, il provvedimento generico della misura che, secondo lo schema di motivazione previsto dall'articolo 292 risponda ai criteri di concretezza e attualità degli indizi e delle esigenze cautelari, nonché a quelli di adeguatezza e proporzionalità della misura. Al riguardo, recita la sentenza richiamata che al pari delle decisioni di riforma extra o ultra petita consentite nell'appello cognitivo in deroga all'effetto devolutivo e ispirate al favor rei basti pensare all'obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità ai sensi degli articoli 152.1 Cpp abrogato e 129.1 vigente Cpp , anche il giudice dell'appello ex articolo 310 che sia nello stesso tempo investito di una domanda cautelare è, da un lato, vincolato al rispetto delle disposizioni di cui ai commi 1 e 3 dell'articolo 299, le quali, nella logica del favor libertatis, esigono il costante e necessario adeguamento dello status libertatis dell'imputato alle risultanze del procedimento, mentre, dall'altro, non è in alcun modo legato allo specifico petitum dell'impugnativa di parte ed è comunque abilitato, oltre i confini del devolutum ad intervenire anche d'ufficio pro libertate Corte costituzionale sentenza 89/1998 , come ad esempio pacificamente consentito in caso di sopravvenuta inefficacia della misura cautelare per decorso del termine di fase nelle more della trattazione dell'impugnazione. Ciò posto, ritenendo il Tribunale assorbente tale questione, deve rilevarsi che la condotta ascrivibile al De Luca oggi in esame è quella dell'aver partecipato all'associazione per delinquere facente capo al Migliardi Rocco, Bonazza Ugo e Savoia Vittorio Emanuele con il ruolo di mero partecipe, condotta in concreto esauritasi prima del 2 maggio 2006 il contributo del De Luca risale al 2005 . Tale puntualizzazione, peraltro, è particolarmente pregnante perché permette al Tribunale di valutare la presenza, o meno, della causa di estinzione della pena concedibile ex legge 241/06. È noto, infatti, che la norma di cui al comma2 dell'articolo 273 Cpp stabilisce che nessuna misura può essere applicata se sussiste una causa di estinzione della pena che si ritiene possa essere irrogata , altrettanto noto - come del resto già sottolineato - è che l'articolo 299 Cpp statuisce l'immediata revoca delle misure coercitive ed interdittive quando vengano meno, anche per fatti sopravvenuti le condizioni di applicabilità previste dall'articolo 273 Cpp o dalle disposizioni relative alle singole misure . Ciò posto, sembra evidente la pregnanza che l'argomento difensivo spiega sulla decisione relativa al presente procedimento si è già rilevato che la legge 241/06, entrata in vigore in data 1 agosto 2006 ha concesso l'indulto per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006 nella misura non superiore a tre anni di reclusione per le pene detentive e non superiore ai 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pena detentiva . Al riguardo, come già anticipato, è utile ribadire che la fattispecie ipotizzata nei confronti dell'odierno indagato rientra nel campo di applicazione della normativa appena citata, sia perché esaurita, quanto al suo ruolo, prima del 2 maggio 2006, sia perché essa non risulta compresa nell'elenco di quelle - tassativamente - escluse dal beneficio ai sensi del comma 2 dell'articolo 1 della citata normativa. Ne consegue che si impone oggi al Tribunale un vaglio particolarmente penetrante, giacché il fatto che l'articolo 273 comma 2 Cpp richieda che risulti la causa di estinzione del reato o della pena non sta a significare che la causa estintiva del reato o della pena debba essere operativa immediatamente ab origine, ma va inteso nel senso che devono effettivamente sussistere i presupposti per l'applicazione della causa estintiva, così da rendere sproporzionata la misura il che, del reato, emerge dallo stesso comma 2 dell'articolo 273 Cpp che fa riferimento alla pena che si ritiene possa essere irrogata Cassazione penale, Sezione sesta, 1370/04 . Decidendo in ordine a fattispecie pressoché identica, la Sc ha, inoltre, puntualizzato che in tema di misure cautelari personali, la norma di cui all'articolo 273 comma 2 Cpp, nella parte in cui dispone che nessuna misura cautelare può essere applicata se sussiste una causa di estinzione della pena, ha efficacia certamente vincolante e preclusiva per il giudice nel caso in cui la causa estintiva copra per intero la pena astrattamente irrogabile quando, invece, l'estinzione riguardi soltanto una parte di tale pena come nella specie, per l'indulto di anni due di cui al Dpr 394/90 in relazione a reato punito con la pena della reclusione fino ad anni 5 è compito del giudice cautelare determinare in via prognostica l'entità della pena presumibilmente irrogabile e stabilire di conseguenza se vi sia margine residuo per l'applicazione della misura coercitiva Cassazione penale, Sezione seta, 3285/93 non è superfluo ribadire quanto già diffusamente precisato in precedenza, ovvero che l'effettuazione di tale prognosi rientra certamente nei compiti e nei poteri del Tribunale delle Libertà, in quanto valutazione sulla permanenza delle condizioni di applicabilità di una misura cautelare ex articolo 273 Cpp, come richiamato dall'articolo 299 Cpp. Orbene, emergono alcuni dati idonei a sostenere la valutazione prognostica cui è chiamato il Tribunale nel caso di specie, che sono costituiti dall'entità della pena edittale stabilita in relazione alla fattispecie delittuosa per cui si procede trattandosi di mero partecipe, da uno a cinque anni di reclusione dal numero delle condotte contestate, ovvero la sola partecipazione all'associazione senza sottacere, peraltro, che le altre due imputazioni di corruzione ascritte al De Luca, peraltro in futuro certamente unificabili ex articolo 81 cpv Cp con conseguente contenimento della pena complessiva, il Gip di Roma ha già ritenuto che la pena irrogando non potrà essere superiore al limite di legge dall'incensuratezza dell'indagato dal periodo detentivo comunque già sofferto, pari a due mesi e due giorni che di fatto innalza lo stesso limite di pena, dovendo il Tribunale in concreto ipotizzare, stante comunque l'operatività dell'indulto fino a tre anni di reclusione, una pena irroganda superiore a tale limite ed al periodo detentivo già sofferto, pena, evidentemente, il venir meno del requisito della proporzionalità della misura cautelare ed il fatto . Ed allora, tenendo presente tutti gli elementi sopra indicati, appare davvero realistico prevedere che, in futuro, con certezza non potrà essere irrogata una pena superiore a quella condonata ai sensi della legge entrata in vigore l'1 agosto. Tale conclusione si ricava agevolmente anche considerando il ruolo concretamente svolto dal De Luca, mero partecipe dell'associazione in un determinato periodo di tempo ben definito, nonché l'entità dei fatti contestati, sebbene non indifferente, elementi ulteriori sulla scorta dei quali trae confronto la ragionevole ipotesi che difficilmente si giungerà ad una determinazione della pena base in termini vicini al massimo edittale altrettanto difficile, inoltre, risulterebbe argomentare la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche ad una persona giunta all'età di quasi 50 anni incensurata. Ragione per cui, anche volendo valutare l'aumento per la continuazione con le ipotesi corruttive peraltro solo in fase esecutiva, esulando tale aumento dai futuri compiti del giudice del dibattimento stante la diversificata competenza territoriale , non è plausibile ipotizzare oggi che in futuro possa essere irrogata una pena superiore a quella ormai coperta dall'indulto. Consegue, alla luce di tutte le argomentazioni esposte, l'accoglimento del presente gravame, con revoca, per l'effetto, della misura cautelare attualmente a carico dell'appellante. PQM Visti gli articoli 273, 299 e 310 Cpp in accoglimento dell'appello proposto nell'interesse di De Luca Achille, nato a Crosia Cs in data 11 settembre 1958, annulla il provvedimento impugnato, per l'effetto, revoca la misura cautelare attualmente in atto nell'ambito del procedimento 648/05 Rgnr. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di competenza.

Tribunale penale di Roma - Ufficio Gip - ordinanza 3 agosto 2006 Giudice Mancinetti - Ricorrente De Luca Il giudice letti gli atti del procedimento 22909/06 rg Pm a carico di De Luca Achille, nato a Crosia Cs l'11 settembre 1958 attualmente sottoposto alla misura degli arresti domiciliari con decorrenza 6 maggio 2006 per il reato di partecipazione ad associazione a delinquere di cui al comma 2 dell'articolo 416 Cp vista l'istanza che alla data del 6 agosto 2006 decorre il termine massimo di custodia cautelare di mesi tre previsto dall'articolo 303 lettera a n. 1 Cpp in relazione alla pena prevista per il delitto ipotizzato che peraltro, avuto riguardo al ruolo in concreto tenuto dall'indagata, è prevedibile che alla stessa non possa essere irrogata una pena superiore a tre anni e tre mesi, di talché deve ritenersi che la introduzione dell'indulto ex articolo 1 legge 241/06, estinguendo l'intera pena residua prevedibilmente irroganda, osti al mantenimento della misura in atto, ai sensi dell'articolo 273 Cpp che pertanto deve farsi luogo a immediata scarcerazione, senza attendere l'imminente decorso del termine massimo di custodia che per la medesima ragione non può essere accolta la richiesta del P m di applicazione della misura gradata dell'obbligo di presentazione alla Pg PQM Visto l'articolo 299 Cpp revoca la misura degli arresti domiciliari nei confronti di De Luca Achille e ne dispone la immediata liberazione se non detenuto per altra causa. Manda alla cancelleria per quanto di competenza.