Inappellabilità: tre ragioni di incostituzionalità

La prima questione di legittimità sulla Pecorella che il Pg di Venezia presenterà il 9 marzo prossimo

Pubblichiamo, in anteprima, la questione di legittimità costituzionale che il Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Venezia, Ennio Fortuna, solleverà nell'ambito di un processo in corso, davanti alla prima sezione penale, all'udienza del 9 marzo prossimo. Naturalmente daremo conto dell'esito. Questione di legittimità costituzionale dell'art. 593 c.p.p., novellato dalla Legge 20 febbraio n 46, nella parte in cui limita l'appello del P.M. contro le sentenze di proscioglimento alle ipotesi di cui all'art. 603, comma 2 c.p.p. nonché dell'art 10 co 2 della stessa legge per contrasto con gli articoli 3, 111, 112 della Costituzione 1 L'art. 593 c.p.p., novellato dalla L. 20 febbraio 2006 n 46, è anzitutto in contrasto col principio costituzionale della parità delle armi art. 111 Cost. , nella parte in cui esclude il potere di appello del P.M. contro le sentenze di proscioglimento fuori delle ipotesi di cui all'art. 603, co 2 c.p.p. Rispetto alla precedente formulazione codicistica, organica ed equilibrata, dei casi di appello , tale intervento, fortemente limitativo e praticamente ablativo del potere di impugnazione di merito da parte del P.M., appare inoltre in contrasto col parametro costituzionale della ragionevolezza articolo Cost. Nessuna risposta ai dubbi di costituzionalità può rinvenirsi nella relazione al disegno di legge relativo. Secondo tale documento l'esclusione dell'appello trarrebbe fondamento dall'art. 2 del prot. n 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, in forza del quale chiunque venga dichiarato colpevole ha il diritto di sottoporre ad una giurisdizione superiore la condanna, ovvero la dichiarazione di colpevolezza. Un diritto simmetrico del P.M. - contro le sentenze di assoluzione - non potrebbe essere invece riconosciuto non potendosi ammettere un ulteriore controllo di merito dell'eventuale condanna in secondo grado su appello del p.m. che implicherebbe una disciplina manifestamente eccentrica rispetto all'attuale sistema. In sostanza, per non dare ingresso ad un altro giudizio di merito sull'eventuale condanna in secondo grado per effetto dell'appello del P.M. , si sarebbe preferito escludere del tutto la stessa possibilità della condanna nel caso di già pronunciata assoluzione . Come è però subito evidente, non sussiste alcun rapporto di consequenzialità e coerenza tra il diritto del condannato di appellare e la preclusione per l'accusa di servirsi dello stesso rimedio in caso di proscioglimento. Del resto, lo stesso art. 2 co 3 stabilisce esplicitamente che il diritto al doppio grado di giurisdizione di merito possa essere legittimamente limitato nel caso di infrazioni minori, ovvero di condanna pronunciata da una giurisdizione suprema, oppure in caso di condanna pronunciata a seguito di ricorso avverso il proscioglimento. Quindi, come si può constatare anche testualmente, l'asserito fondamento internazionalistico della preclusione dell'appello del P.M. è argomento pretestuoso, se non del tutto surrettizio, e ogni altra considerazione sulla pretesa disumanità o crudeltà dell'appello del P.M. già esclusa in sede costituzionale dalla presunzione di non colpevolezza che salvaguarda, in ogni caso, la dignità della persona appare di maniera ed è comunque del tutto inconsistente anche perché l'assoluzione di I grado non esclude affatto l'eventuale certezza oggettiva della responsabilità, che infatti può derivare non solo dall'improbabile sopravvenienza di una nuova prova caso residuale previsto dal nuovo testo dell'art. 593 , ma anche e soprattutto da una diversa valutazione giuridica degli stessi fatti, così come accertati in I grado. Non regge perciò neppure l'asserita insuperabilità del dubbio, tanto più che nell'ordinario schema del giudizio penale, l'appello, ove ammesso, non è che uno sviluppo ordinario del processo, ovviamente, e necessariamente, aperto ad ogni epilogo. Non senza tenere conto inoltre della maggiore autorevolezza del giudice di II grado che conferisce comunque un altissimo livello di attendibilità e di veridicità alla relativa sentenza, anche se di riforma di un'assoluzione precedente. 2 Venendo specificamente all'esame dei profili di incostituzionalità, si rileva anzitutto che il testo modificato dell'art. 593 c.p.p. rispetta solo apparentemente il principio di parità delle parti. Infatti, pur avendo il legislatore precluso anche all'imputato l'appellabilità delle sentenze di proscioglimento - e in ciò sta la simmetria apparente - non può negarsi che ne sia vulnerata e abolita quasi del tutto la funzione del P.M. che, per effetto della preclusione dell'appello, esaurisce le sue funzioni ex art. 73 O.G. con la pronuncia della requisitoria nel giudizio o nell'udienza preliminare salvi i limitati casi di appello ancora consentiti e i casi di ricorso . Il P.M. è così ridotto al ruolo di mero promotore dell'azione penale, con scarso potere di incidere sulla vicenda processuale quando essa volga alla negazione del fondamento dell'accusa, mentre nell'architettura della delega per l'emanazione del nuovo codice di procedura penale, il ruolo del P.M. non è quello di mero accusatore ma pur sempre di organo di giustizia cfr. direttiva 37 sent. n 88 del 2001 Corte Cost. Ancora, la Corte Costituzionale chiamata a risolvere numerose questioni di costituzionalità in cui si deducevano analoghi argomenti in tema di parità delle parti, ha costantemente affermato che il principio di parità tra accusa e difesa non comporta necessariamente l'identità tra i poteri processuali del P.M. e dell'imputato potendo tale disparità risultare giustificata, ma nei limiti della ragionevolezza, sia dalla peculiare posizione istituzionale del P.M., sia dalle funzioni ad esso affidate, sia dalle esigenze connesse alla corretta amministrazione della giustizia ex plurimis Corte Cost. sentenze n .363 del 1991 n 432 del 1992 n 280 del 1995 ordinanze n .421 del 2001 n 83 del 2002 n 347 del 2002 n 46 del 2004 . E nella sentenza concernente la legittimità costituzionale dell'appello incidentale del P.M. 28/6/1995 N. 280 relatore Vassalli la Corte scriveva Se di un dovere in senso lato si può parlare per il P.M. di fronte all'esercizio del potere d'impugnazione, tale dovere è riconducibile a quei generali doveri che competono al P.M. in relazione alle funzioni ad esso demandate, doveri che nel vigente ordinamento art. 73 O.G. sono indicati con riferimento alla vigilanza sull' applicazione delle leggi e sulla pronta e regolare amministrazione della giustizia. Da questo insieme di riferimenti è dato trarre la conclusione che quando il P.M. deve decidere se impugnare o meno una sentenza egli deve determinarsi secondo gli interessi generali della giustizia . Poco più avanti la stessa sentenza focalizza quale ragion d'essere dell'istituto dell'appello incidentale del P.M., lo scopo di prevenire conclusioni che egli ritiene, ove fossero adottate, contrarie a giustizia . Queste proposizioni danno dunque risalto alla suprema finalità di giustizia come consequenziale sviluppo delle funzioni di vigilanza sulla regolare - dunque esatta, non fallace - amministrazione della giustizia come ratio legis del potere di impugnazione sia principale che incidentale del P.M. come sbocco sia pure eventuale dell'obbligatorio intervento di un suo rappresentante a tutte le udienze penali art. 74 O.G. . La finalità di giustizia non è un mero enunciato idealistico o retorico, ma un valore riaffermato in più occasioni con forti sottolineature per delineare il carattere peculiare che nel processo italiano ha assunto il sistema accusatorio Fine primario ed ineludibile del processo penale non può che rimanere quello della ricerca della verità Corte Cost. 24- 26 marzo1993 n. 111 e ancora Corte Cost. 3 giugno 1992 n. 255 . E, posto che il sistema italiano non è ispirato all'impostazione pragmatica dell'astratto modello accusatorio nel quale un esito vale l'altro, purché correttamente ottenuto, la Corte Costituzionale ha anche affermato che ad un ordinamento improntato al principio di legalità - che rende doverosa la punizione delle condotte penalmente sanzionate - nonché al connesso principio di obbligatorietà dell'azione penale non sono consone norme di metodologia processuale che ostacolino in modo irragionevole il processo di accertamento del fatto storico necessario per pervenire ad una giusta decisione sent n. 255 del 1992 . Queste fondamentali finalità di giustizia sarebbero totalmente frustrate, radicalmente rinnegate, se la presenza obbligatoria del P.M., stabilita a pena di nullità del giudizio, si riducesse ad un simulacro, ad una vana perorazione, potendo il giudice disattendere le tesi d'accusa senza esporsi a censure, se non quelle limitate alla sopravvenienza di nuove prove e a quelle del ricorso per cassazione, mentre per contro nessun limite incontra l'appello dell'imputato quando la sentenza sia a lui sfavorevole. La Corte Costituzionale ha anche esaltato con parole efficaci le funzioni del P.M. , normativamente statuite dall'art. 73 O.G., precisando che il P.M. è un magistrato indipendente, appartenente all'Ordine giudiziario che non fa valere interessi particolari ma agisce esclusivamente a tutela dell'interesse generale all'osservanza della legge . cfr. sent. n 81 del 1991 . E' pur vero che attraverso una radicale modificazione della struttura del processo si potrebbe legalmente sopprimere il giudizio di appello, ma se il doppio grado di giurisdizione, tradizionale nell'ordinamento italiano cfr. sent. 280 del 1995 Corte Cost. , pur se non è oggetto di un diritto elevato a rango costituzionale, è stato ancora conservato dal legislatore, la preclusione, sia pure parziale, dell'appello del P.M. contro le sentenze di proscioglimento costituisce una grave disarmonia di evidente, indifendibile incostituzionalità, censurabile in quanto priva di ragionevolezza, oltrechè in contrasto con il principio della parità delle parti potendo, al contrario, l'imputato continuare ad appellare le sentenze a lui sfavorevoli. Nessun criterio di ragione, né alcuna peculiare finalità riconosciuta dal legislatore cfr. ordinanza n 421 del 2001 della Corte Costituzionale giustificano infatti una disciplina che, abolendo il potere del P.M. nei sensi sopra detti, squilibra fortemente i rapporti tra accusa e difesa, svuotando di fatto le funzioni dell'accusa, e impedendo così il raggiungimento di fini di giustizia. In ciò sta soprattutto la palese violazione dell'art. 111 della Costituzione. Non solo. Perché, in definitiva, appare, anche a prima vista, incontestabile l'indifendibile irrazionalità di un sistema che riconosce al P.M. il potere di appellare contro le sentenze di condanna dell'accusato cfr. il nuovo testo dell'art. 593 c.p.p. , evidentemente se e in quanto ritenute troppo miti rispetto alla gravità del fatto oggetto dell'imputazione, negandogli, al contrario, quello di proporre appello contro le pronunce assolutorie, perfino se, eventualmente del tutto ingiustificate alla luce delle prove acquisite e delle circostanze di fatto e di diritto emerse dagli atti del giudizio. In sostanza al P.M. è permesso di reagire contro gli errori veniali, marginali, ma gli si interdice di fare altrettanto contro le decisioni più gravi, più inspiegabili, meno giustificabili. Questa, purtroppo, oggi, la logica paradossale di un sistema del tutto incoerente e lesivo di principi fondamentali dettati dalla Costituzione. Né può essere un caso che, prima dell'attuale riforma, nell'impostazione originaria del codice, un limite effettivo all'appello del P.M. era previsto solo per le condanne in materia di giudizio abbreviato v. l'art. 443 c.p.p. nel testo previgente . 3 Le prerogative peculiari e le attribuzioni istituzionali del P.M., come definite e precisate nell' art. 73 O.G., sono tenute ben presenti e vengono espressamente richiamate dalla Carta Costituzionale che, in ben quattro articoli in materia di giustizia, vi fa espresso rinvio art. 102, 107,108, 112 . Forse queste citazioni e richiami, ancorché di tipo ricettizio, non costituzionalizzano formalmente l'O.G, ma certamente ne esaltano e ne confermano il carattere di essenziale criterio di regolazione, anche funzionale, dei magistrati ordinari, e ne fissano i limiti di competenza materiale. Quando, dunque, la Costituzione stabilisce l'obbligo dell'esercizio dell'azione penale art. 112 si riferisce certamente proprio al P.M. come all'organo a cui gli artt. 73 e 74 O.G. conferiscono le attribuzioni sopra ricordate, e soprattutto quella di repressione dei reati e di tutela della sicurezza collettiva dall'aggressione della criminalità. Ne consegue che se il P.M. ha l'obbligo istituzionale di promuovere la repressione dei reati nonché quello, pure sancito dall' O.G., di vegliare all'osservanza delle leggi e alla pronta e regolare amministrazione della giustizia, che di quell'obbligo è l'irrinunciabile complemento e corollario, è evidente e incontestabile l'indifendibile irrazionalità di una disciplina che comprime sensibilmente la facoltà dell'appello, certamente momento essenziale e imprescindibile di quell'attribuzione, da intendersi soprattutto se non esclusivamente quale funzionale potere-dovere del magistrato. Appare quindi, non a caso, innegabile il raccordo funzionale e logico con l'art. 112 Cost. Infatti se il P.M. ha l'obbligo di esercitare l'azione penale art. 74 O.G. , anche a tutela dell'imparzialità e dell'obiettività dell'azione giudiziaria, e se ha, parimenti, l'obbligo istituzionale di promuovere la repressione dei reati, non sembra possibile contestare che l'appello contro le sentenze di assoluzione di un accusato, a torto o a ragione ritenuto colpevole dal P.M., si ponga appunto come un'inequivoca, contestuale manifestazione dell'adempimento dei due doveri ricordati, direttamente e indirettamente richiamati e sottolineati dalla disposizione costituzionale. Ed infatti, se l'appello potrebbe ritenersi, di per sé, almeno in astratto, non direttamente e inevitabilmente implicato dal principio costituzionale di obbligatorietà dell'azione penale, attesa la sua rinunciabilità e negoziabilità, tale conclusione deve necessariamente mutare se l'accusato assolto è ritenuto, ciò malgrado, colpevole dal P.M. che, in tale situazione, ha il preciso potere -dovere, e non solo la mera facoltà, di appellare, in vista dell'attribuzione ordinamentale, di cui all'art. 73 O.G. cfr. sent. 280 del 1995 citata . Né occorre ribadire ancora che lo strumento processuale previsto, unico e insostituibile, appunto l'esercizio dell'azione penale, nell'unica forma ormai possibile, è proprio quella dell'impugnazione di merito il ricorso di legittimità rispondendo ad altre finalità ed esigenze di sistema . Anche per questa via si palesa quindi il contrasto della nuova normativa con il dettato costituzionale art. 3 e art. 112 Cost. correlato all'art. 73 O.G. . Va detto, infine, che la lamentata preclusione per il P.M. appare irrazionale e illegittima anche perché, dopo avere assicurato con strumenti stringenti di controllo l'obbligo dell'esercizio dell'azione penale richieste non accolte di archiviazione, imputazione coatta in nome del favor actionis , il sistema processuale ostacolerebbe senza alcuna giustificazione la repressione dei reati e il controllo della criminalità. 4 Conclusivamente, non risponde al principio della parità delle parti art. 111 Cost. e al principio di ragionevolezza art. 3 Cost. una disciplina che preclude al PM di proporre appello, se non in casi marginali ed estremamente improbabili, contro una sentenza assolutoria ingiusta, o anche solo ritenuta tale. Va ricordato che, ancor prima della modifica dell'art. 111 della Costituzione, la parità delle armi costituiva già valore centrale di un sistema processuale che il legislatore volle fondato sul principio di partecipazione dell'accusa e della difesa su basi di parità in ogni stato e grado del procedimento art 2 n 3 L. 1987 n 81 . Questo testo normativo definisce la portata del precetto costituzionale che taluno vorrebbe circoscritto ad ambiti limitati della disciplina processuale. Va anche ribadito che dalla soppressione quasi totale dell'appello del P.M. risulta pregiudicata la stessa funzione essenziale del processo che è appunto quella di verificare la sussistenza dei reati oggetto del giudizio e di accertare le relative responsabilità sent. 26 ottobre 1998 n 361 Corte Cost. . Erra dunque chi, rilevando che il potere del P.M. di proporre appello non sarebbe riconducibile tecnicamente all'esercizio dell'azione penale art. 112 Cost. , conclude che questo potere si radicherebbe puramente e semplicemente nel dato di fatto che è previsto dalla legge, come se si trattasse di un'opzione dipendente completamente dall'arbitrio del legislatore ordinario. Tale potere si pone invece come un' irrinunciabile estensione dell'obbligo di repressione dei reati e del dovere di vigilanza del P.M. sulla pronta e regolare amministrazione della giustizia, e quindi, in definitiva, si risolve in un'esigenza inderogabile di Giustizia , intesa come valore supremo costituzionalmente garantito articolo Cost. . Si può aggiungere ad abundantiam che il principio di obbligatorietà dell'azione penale sarebbe in concreto vanificato se, fuori delle ipotesi di ricorso e dei limitati casi di appello, non fossero esperibili altri rimedi contro gli errori della sentenza di assoluzione, ancorché palesi ed eventualmente indifendibili nel merito. Al riguardo sembra opportuno ricordare che la Corte Costituzionale, affermando la legittimità costituzionale dell'art. 443 3 co c.p.p. che preclude l'appello del P.M. contro le sentenze di condanna pronunciate col rito abbreviato sent. n 363 del 1991 , giustificò tra l'altro tale esclusione perché la sentenza di condanna costituisce la realizzazione della pretesa punitiva fatta valere nel processo attraverso l'azione penale . Dal che si deve consequenzialmente e razionalmente desumere che, se la pretesa punitiva è stata disattesa da un proscioglimento, è coerente con il principio di parità delle armi e di ragionevolezza, che il P.M. eserciti, anzi, che debba esercitare le sue funzioni di controllo anche con lo strumento dell'appello, tanto più in quanto ancora consentito all'imputato per il caso della condanna. 5 La rilevanza della questione proposta è incontestabile perché dal suo accoglimento deriverebbe l'ammissibilità, esclusa dal nuovo testo legislativo, dell'appello proposto dal P.M. La Corte dovrà dunque pregiudizialmente proporre la questione medesima, soprassedendo alla declaratoria di inammissibilità, prevista dalla disposizione transitoria dell'art. 10 co 2 della legge, vertendosi in materia di appello proposto dal p.m. prima della sua entrata in vigore. Vorrà conseguentemente disporre la sospensione del procedimento. P.Q.M. Si conclude perché la Corte d'Appello in sede - nel procedimento penale contro Z.P.F. assolto dal Tribunale di Padova con sentenza in data 24 novembre 1998 appellata dal P.M. e dal P.G. - dichiari rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art 593 c.p.p. novellato dalla L 46/06 nella parte in cui, fuori dai casi di cui al co 1 bis, esclude l'appello del P.M. contro le sentenze di proscioglimento nonché dell'art 10 co 2 della stessa legge, per contrasto con gli artt. 3, 111, 112 della Costituzione, come da ragioni specificamente illustrate. Voglia dare i provvedimenti conseguenti, soprassedendo alla dichiarazione di inammissibilità. L'AVVOCATO GENERALE Augusto Nepi IL PROCURATORE GENERALE Ennio Fortuna