Direttiva servizi: il principio del paese d'origine (per ora) resiste

Il voto in commissione Mercato interno lascia quasi inalterati i punti più contestati della Bolkenstein. Dribblati in larga misura gli emendamenti di compromesso sui nodi fondamentali. Ma l'iter è ancora molto lungo forse in Aula a gennaio prossimo

Direttiva sui servizi, un passo avanti sulla via della liberalizzazione ma è troppo presto perché i sostenitori pochi della cosiddetta Bolkenstein si rallegrino. Il testo passato in commissione Mercato interno, infatti, mantiene in buona parte le fondamenta punto più controverso quello sul principio del paese d'origine, che per ora cambia nome ma non muta di molto la sostanza della stesura originaria ma la pioggia di critiche - preventive ed a posteriori - cominciano a minarne l'impalcatura. Il voto di martedì, primo test europarlamentare, già può essere indicativo del clima attorno alla direttiva che, giova ricordarlo, andrà ad incidere su un comparto rilevante del mercato interno la promozione è arrivata con ventuno favorevoli, sedici contrari e tre astenuti, segno dell'accordo riuscito tra popolari e liberaldemocratici. Si è rivelato fallace, tuttavia, il cauto ottimismo di chi riteneva che il lauto pacchetto di emendamenti di compromesso il cui testo è qui leggibile come documento correlato presentato dalla relatrice Gebhardt, socialdemocratica tedesca, potesse filare via liscio dando uno scossone a tutto l'impianto della direttiva. Ed a poco sono servite, almeno finora, tutte le prese di posizione politiche - con un'opposizione netta alla direttiva che abbraccia le formazioni a partire dall'estrema sinistra via via attenuandosi verso il centro - e le varie operazioni di lobbying intraprese a livello nazionale anche dalle varie categorie che si sentono minacciate dalla Bolkenstein. Al centro delle critiche è soprattutto il principio del paese d'origine. Secondo il quale, nella stesura originaria, si prevede che la prestazione transfrontaliera dei servizi possa essere prestata in base alle norme del Paese d'origine applicabili all'ambito regolamentato. Circostanza che, secondo i critici, da un lato favorirebbe le imprese provenienti da aree la cui manodopera è più a buon mercato ma, soprattutto, non garantirebbe né i lavoratori né la qualità dei servizi prestati. Una considerazione che i sostenitori della Bolkenstein e, con diverse sfumature, anche i sostenitori in senso più lato della necessità della liberalizzazione effettiva dei servizi reputano demagogica per almeno due ragioni la prima implicita nel fatto che la graduale armonizzazione normativa e l'estensione del mercato interno dovrebbe comunque - entro i tempi di un ipotetica vigenza degli effetti della direttiva - aver calmierato gli squilibri eccessivi esistenti a tutt'oggi in prevalenza per via dell' allargamento all'interno dell'Unione la seconda relativa al fatto che in un regime di concorrenza libera ed effettiva è il mercato a fare la selezione e dunque a marginalizzare chi non compete in base ad un rapporto adeguato tra tariffa e qualità delle prestazioni. Resterebbe, tutt'altro che irrilevante, la questione delle tutele dei lavoratori. Ma al di là di quella che si rivelerà la versione finale dell'attuale articolo 16 e anche del 17 sulla materia del paese d'origine, è altrettanto vero che - se non viene stravolta l'attuale impostazione post voto in commissione Mercato interno - il Paese che ospita il prestatore di servizi potrà derogare alle norme di quello d'origine per ragioni di ordine pubblico, pubblica sicurezza e tutela della salute e dell'ambiente. Se uno dei problemi, non l'unico certo, è quello delle tutele, le ultime previsioni sono in grado di evitare abusi inopinati, almeno in termini di orari, attrezzature, sicurezza sul lavoro. Certo, un'esplicita previsione di una deroga basata sull'eccessiva difformità delle normative contrattuali e sociali sarebbe stata più semplice, ma chiederla nel testo che viene ora dipinto come un esempio del neoliberismo europeo più spinto era in effetti chiedere troppo. Vero è che il livello dello scontro, apparentemente basato su principi elevatissimi, è invece, comprensibilmente, tutto centrato sui riflessi che una liberalizzazione effettiva dalla quale restano comunque esclusi nella direttiva quelli relativi a servizi postali, servizi energetici e acque e trattamento dei rifiuti e, per le professioni, restano fuori i notai potrebbe portare nella realtà, ovunque difficile per la perdurante congiuntura sfavorevole, dei mercati nazionali ovvero delle imprese. E non è un caso che le ultime critiche, quelle del dopovoto di martedì, lascino in penombra qualunque ipotizzabile vantaggio della Bolkenstein, sia pure riveduta e corretta, dimenticando del tutto i cittadini-consumatori e stagliandosi a difesa di altri due blocchi sociali identificati in maniera generica i lavoratori e le imprese. Come se non fossero, anche loro, consumatori. La strada vera da percorrere è quella del rigetto della direttiva sui servizi, un obbrobrio inemendabile - ha detto Musacchio, eurodeputato del Prc - procedendo all'elaborazione di norme Ue per le professioni e la tutela dei servizi di cittadinanza . Sull'altro fronte, almeno teorico, la bocciatura col voto contrario del leghista Borghezio. Un voto, ha detto, per salvare le piccole e medie imprese italiane . Quanto alla direttiva, per ora, c'è tempo. Approderà all'Aula dell'Europarlamento, quasi certamente, nella plenaria di gennaio e poi toccherà al Consiglio. m.c.

Parlamento Europeo - Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, Emendamenti di compromesso CA1-CA20 alla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai servizi nel mercato interno , Testo presentato il 22 novembre 2005-11-23