Inammissibile il conflitto sulla richiesta di risarcimento di Veltroni e Folena a Berlusconi

Le dichiarazioni sul presunto accordo politica-magistratura restano senza processo. Via libera invece al giudizio per le affermazioni di Sgarbi sul magistrato Padalino

Risarcimento dei danni a carico di Silvio Berlusconi non verrà celebrato nessun processo per le opinioni espresse dall'ex premier nei confronti l'allora segretario dei Ds Valter Veltroni e il responsabile giustizia del partito Pietro Folena. Così la Corte costituzionale con la sentenza 383/06 depositata ieri, 21 novembre, redatta da Alfonso Quaranta e qui leggibile nei documenti correlati ha dichiarato inammissibile il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato sollevato dalla Corte di appello di Roma per chiedere l'annullamento della delibera di insindacabilità adottata dalla Camera dei deputati a luglio del 2003. Durante una puntata di Radio Anch'io Berlusconi avrebbe definito i due esponenti Ds complici e in collusione con alcuni magistrati, autori di un disegno teso a eliminare una parte politica a danno di un'altra . Tuttavia, secondo la Corte di appello di Roma, tali espressioni non possono ritenersi collegate alla funzione parlamentare, costituendo piuttosto degli apprezzamenti personali, con attribuzione di fatti e comportamenti specifici, estremamente gravi e negativi, nonché potenzialmente diffamatori, resi peraltro in una trasmissione radiofonica di notevole diffusione . La Consulta, tuttavia, ha dichiarato inammissibile il ricorso data la sua genericità. Infatti, ha spiegato l'Alta corte, i giudici d'appello hanno omesso di riferire compiutamente, soprattutto nella sua oggettività, il contenuto delle dichiarazioni rese extra moenia dal parlamentare interessato . La Corte d'appello, del resto, si è limitata a riferire la prospettazione degli appellati, secondo i quali il dichiarante li avrebbe qualificati, nel corso della trasmissione radiofonica, nel modo innanzi precisato . Pertanto, hanno concluso i giudici delle leggi, le descritte carenze dell'atto introduttivo del giudizio comportano l'inammissibilità del ricorso per conflitto di attribuzione, dal momento che non consentono di cogliere, in modo esaustivo, l'oggetto del contendere . Sentenza 392/06. Non spettava a Montecitorio stabilire che le dichiarazioni rese dall'allora deputato Vittorio Sgarbi nei confronti del magistrato Andrea Padalino non erano sindacabili. Così la Corte costituzionale con la sentenza 392/06 depositata ieri, 21 novembre, redatta da Paolo Maddalena e qui leggibile nei documenti correlati ha accolto il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato sollevato dalla Corte di appello di Milano. La vicenda nasce durante una puntata della trasmissione televisiva Sgarbi quotidiani durante la quale l'attuale assessore alla cultura del Comune di Milano avrebbe pronunciato espressioni ritenute lesive dell'onore del magistrato, denigratorie e integranti il reato di diffamazione . In particolare, il magistrato lamentava che Sgarbi, prendendo lo spunto dalla citazione per danni notificatagli in riferimento alla precedente trasmissione del 4 agosto 1994, lo aveva accusato di abusare del suo potere e, facendo anche apprezzamenti sulla sua faccia, ribadiva quanto già espresso circa l'asserita inadeguatezza del ragazzo Padalino a svolgere la funzione di giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano . La Consulta nell'accogliere il ricorso ha ribadito che per l'esistenza di un nesso funzionale tra le dichiarazioni rese extra moenia da un parlamentare nella specie, nel corso di un programma televisivo, quale opinionista conduttore della trasmissione e l'espletamento delle sue funzioni di membro del Parlamento, è necessario che tali dichiarazioni possano essere identificate come espressione dell'esercizio di attività parlamentare . Pertanto, hanno concluso i giudici delle leggi, la Camera dei deputati nel votare per la insindacabilità delle dichiarazioni di cui qui si tratta, ha violato l'articolo 68, comma 1, della Costituzione, e leso in tal modo le attribuzioni dell'autorità giudiziaria ricorrente . cri.cap

Corte costituzionale - sentenza 8-21 novembre 2006, n. 383 Presidente Bile - Relatore Quaranta Ritenuto in fatto 1. La Corte d'appello di Roma I sezione civile ha promosso, con ricorso del 26 gennaio 2004, conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, per l'annullamento della deliberazione doc. IVquater, n. 50 da quest'ultima adottata nella seduta dell'8 ottobre del 2003 recte del 9 luglio del 2003 . 1.1. L'odierna ricorrente premette di essere investita del gravame proposto dall'on. Silvio Berlusconi avverso la sentenza pronunciata dal Tribunale di Roma in data 27 febbraio 2001, con la quale l'appellante veniva condannato a risarcire, ai deputati Walter Veltroni e Pietro Folena, i danni da liquidarsi in separata sede giudiziale conseguenti ad una condotta diffamatoria, per avere l'on. Berlusconi definito gli stessi deputati nel corso della trasmissione radiofonica Radio anch'io del 30 novembre 1999 quali complici e in collusione con alcuni magistrati, autori di un disegno teso ad eliminare una parte politica a danno di un'altra . Assume, inoltre, la ricorrente che, nelle more del giudizio d'appello, la Camera dei deputati adottava la predetta deliberazione assembleare, con cui stabiliva - confermando la relativa proposta della Giunta per le autorizzazioni della stessa Camera - che i fatti contestati al predetto deputato concernono opinioni espresse da un membro del parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e, pertanto, negava l'autorizzazione a procedere nei confronti dello stesso, dovendo ricondursi le dichiarazioni in questione al disposto di cui all'articolo 68 Costituzione . Lamenta la Corte d'appello di Roma che la deliberazione sopra citata - là dove ritiene che l'attacco agli on. Veltroni e Folena non sia avvenuto uti singuli , ma come esponenti di spicco dell'Ulivo, attenendo in ogni caso ad opinioni espresse da un parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni ex articolo 68 Costituzione - sarebbe lesiva delle attribuzioni del potere giudiziario , in quanto le frasi oggetto della controversia civile devoluta al suo esame non possono ritenersi collegate alla funzione parlamentare, costituendo apprezzamenti personali, con attribuzione di fatti e comportamenti specifici, estremamente gravi e negativi, nonché potenzialmente diffamatori, resi peraltro in una trasmissione radiofonica di notevole diffusione . Richiama, quindi, la ricorrente i principi enunciati dalla costante giurisprudenza costituzionale - alla stregua dei quali la Corte è tenuta ad accertare la non arbitrarietà della delibera parlamentare sentenza 1150/88 , verificando se vi sia stato un uso distorto ed arbitrario del potere parlamentare, tale da vulnerare le attribuzioni degli organi della giurisdizione o da interferire nel loro esercizio sentenza 443/93, ma nello stesso senso anche sentenza 289/98 , riconoscendo, pertanto, che l'immunità copre il membro del Parlamento soltanto se con le dichiarazioni concorre il contesto funzionale sentenza 11/2000 - per concludere che ricorrerebbero, nel caso di specie, le condizioni tutte arbitrarietà, illegittima interferenza nelle attribuzioni di organi giurisdizionali e lesioni dei loro poteri mancanza di collegamento con la funzione parlamentare , idonee a giustificare l'accoglimento della domanda di annullamento della deliberazione parlamentare. Su tali basi la Corte d'appello di Roma - non senza richiamare anche la più recente giurisprudenza della Corte europea per i diritti dell'uomo - ha concluso affinché la Corte costituzionale affermi che non spetta alla Camera dei deputati dichiarare l'insindacabilità delle opinioni espresse dal parlamentare in questione secondo quanto deliberato dalla stessa nella seduta dell'8 ottobre 2003 recte del 9 luglio 2003 , e quindi annulli la relativa delibera . 2. Con ordinanza 360/04, depositata il 25 novembre 2004, questa Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto, riservata, peraltro, ogni decisione definitiva - anche in punto di ammissibilità - all'esito del giudizio. L'ordinanza di ammissibilità, unitamente all'atto introduttivo del giudizio, è stata notificata in data 6 dicembre 2004. Il conseguente deposito è stato effettuato il successivo 10 dicembre. 3. Si è costituita in giudizio la Camera dei deputati, la quale, con una prima memoria, ha osservato che sussiste il nesso funzionale tra le opinioni manifestate extra moenia, e atti tipici del mandato parlamentare, ciò che dovrebbe comportare la reiezione della richiesta di annullamento della deliberazione contestata, con la quale è stata dichiarata la non sindacabilità di tali opinioni. 3.1. Secondo la resistente, la sostanza delle affermazioni rese dall'interessato - e cioè la denuncia di una commistione tra magistratura e politica , avente lo scopo di attaccare una specifica parte dello schieramento parlamentare , quello facente capo proprio al dichiarante - evidenzierebbe come le opinioni de quibus abbiano a fondamento una valutazione eminentemente politica , circostanza ritenuta di decisiva importanza nel presente giudizio . Già in precedenti occasioni, difatti, il predetto deputato aveva manifestato, in sede parlamentare , l'opinione che l'azione della magistratura specialmente penale fosse animata da intenti politici e dalla volontà di colpire talune parti politiche e non altre , sicché già allora poteva ritenersi presente l'intera sostanza della dichiarazione ora in contestazione . Ed invero, nell'interpellanza n. 2/00252 del 21 ottobre 1996 e, ancor prima, in quella n. 2/00748 del 14 novembre 1995 delle quali l'interessato fu, rispettivamente, uno dei cofirmatari ed il primo firmatario , si chiedeva al Governo quali iniziative intendesse assumere, tanto per assicurare che il processo penale non fosse trasformato surrettiziamente in uno strumento di azione politica nei confronti di parlamentari e di movimenti politici , quanto per evitare ogni interferenza dell'azione giudiziaria sul libero svolgimento dell'attività politica ed elettorale . In entrambi i casi, dunque, l'interessato imputava alla magistratura di agire per fini politici a vantaggio di alcuni e detrimento di altri, il che è esattamente quanto egli ha affermato nelle dichiarazioni rese extra moenia . Né, d'altra parte, prosegue la Camera dei deputati, si potrebbe obiettare che nel caso delle due citate interpellanze non risultano presenti i nomi dell'on. Veltroni e dell'on. Folena. A confermare, difatti, la sostanziale coincidenza tra il contenuto delle interpellanze e quello delle dichiarazioni per cui è giudizio, dovrebbe bastare il rilievo che nessuno dei due parlamentari risulta evocato uti singulus. Ed invero, il primo, è stato chiamato in causa quale leader dei Democratici di sinistra all'epoca delle dichiarazioni egli ne era, infatti, il segretario , e, dunque, come principale responsabile delle politiche di quel partito nei settori più importanti e delicati della vita nazionale tra i quali rientra sicuramente la questione della giustizia , apparendo, in definitiva, quale beneficiario ultimo di quella che il dichiarante definisce una gestione poco equilibrata della giustizia . Non diversamente, il secondo parlamentare risulta evocato in quanto responsabile delle questioni della giustizia del partito dei Democratici di sinistra , sicché sarebbe evidente che la critica a lui rivolta atteneva ai contenuti della strategia di un partito contrapposto a quello guidato dal dichiarante. In conclusione, il riferimento nominativo ai due deputati non era altro che il consequenziale e logico sviluppo del più generale giudizio politico formulato in ordine alla ritenuta distorsione dei rapporti tra giustizia e politica , volta, oltretutto, a favorire proprio la parte politica al vertice della quale i medesimi si trovavano. Nella medesima prospettiva non irrilevante sarebbe, infine, la circostanza che, in sede di dichiarazioni programmatiche del Governo successivamente presieduto dall'interessato dichiarazioni rese alla Camera dei deputati il 18 giugno 2001 , il medesimo abbia posto l'accento sull'autonomia della magistratura come fondamentale principio del nostro ordinamento e come obiettivo della futura azione della nuova compagine governativa . Né ad escludere la ricorrenza dell'ipotizzato nesso funzionale potrebbe attribuirsi rilievo alla diversità di alcune delle singole parole impiegate negli atti tipici da una parte e nelle dichiarazioni dall'altra , giacché ciò equivarrebbe a trasformare la verifica sulla corrispondenza sostanziale , tra gli uni e le altre, in un puntiglioso e inammissibile controllo sulla corrispondenza formale delle espressioni usate . 3.2.- Assume, ancora, la resistente Camera che, oltre a quelli direttamente riferibili all'interessato, rileverebbero - sempre ai fini della dimostrazione della sussistenza del nesso funzionale - numerosi altri atti tipici di funzione, provenienti da diversi appartenenti al medesimo gruppo parlamentare. Difatti, attraverso tale complessa ed articolata attività ispettiva , si denunciava esattamente quanto rilevato nelle dichiarazioni qui in contestazione, e cioè che l'attività della magistratura sarebbe unidirezionalmente rivolta a danneggiare una parte politica in particolare Forza Italia e a favorirne un'altra in particolare Pci-Pds-DS . Ciò premesso, la resistente Camera dei deputati sottolinea di non ignorare la sentenza di questa Corte 347/04, nella quale si nega che possano assumere rilevanza - ai fini della verifica del nesso funzionale - atti parlamentari posti in essere da membri delle Camere diversi dal dichiarante ciò nondimeno la resistente reputa tale affermazione meritevole di revisione , e ciò in quanto la prerogativa prevista dall'articolo 68, comma 1, della Costituzione ha la funzione di tutelare le istituzioni rappresentative le Camere e non i loro membri . Nel caso di specie, poi, gli atti di funzione risultano provenire da deputati o senatori appartenenti allo stesso gruppo parlamentare del dichiarante. 3.3. Infine, la Camera dei deputati sottolinea la necessità di pervenire al rigetto del ricorso attraverso un recupero dell'indirizzo espresso dalla giurisprudenza costituzionale con la sentenza 417/99. Si assume che, secondo tale pronuncia, sarebbe sufficiente, ai fini dell'applicazione della garanzia della insindacabilità, la semplice inerenza delle opinioni all'esercizio delle funzioni parlamentari , evenienza ipotizzabile in presenza di un complessivo contesto parlamentare nel quale tali opinioni risultino manifestate. Del resto, prosegue la Camera dei deputati, anche le sentenze di questa Corte 10 e 11/2000 andrebbero rettamente interpretate , giacché tali pronunce avrebbero inteso semplicemente escludere che possa essere sufficiente la ricorrenza di un contesto genericamente politico in cui la dichiarazione si inserisca , ovvero l'esistenza di un collegamento con l'attività politica intesa in senso lato . Reputa, pertanto, la resistente che sia necessario distinguere tre diverse evenienze opinioni del tutto estranee alla sfera della politica opinioni connesse alla sfera della politica opinioni connesse alla politica parlamentare , le sole non sindacabili ai sensi dell'articolo 68 Costituzione. 3.4. In prossimità dell'udienza di discussione, la Camera dei deputati ha depositato una seconda memoria, con la quale insiste nelle conclusioni rassegnate. 3.4.1. Nel rammentare il contenuto delle dichiarazioni oggetto del conflitto, la resistente sottolinea come le stesse si siano risolte, in sostanza, nell'affermazione che una parte della magistratura avrebbe agito mossa da intenti squisitamente politici , e ciò in ragione di una collusione diretta e precisa con una specifica parte politica . Tale essendo la sostanza delle opinioni espresse extra moenia, risulterebbe evidente come il riferimento al segretario politico e al responsabile del settore giustizia dei democratici di sinistra altro non sia stato se non l'individualizzazione-personalizzazione delle critiche rivolte alla parte asseritamente collusa con la magistratura, e cioè i DS , avendo l'interessato semplicemente fatto ricorso ad una figura retorica, menzionando, in forma di sineddoche, la parte i due uomini politici , per il tutto . Ribadisce, inoltre, la Camera, la possibilità di ravvisare - nel caso in esame - l'esistenza del nesso funzionale che sorregge la necessaria applicabilità delle guarentigie di cui all'articolo 68, comma 1, Costituzione . 3.4.2. Per un verso, difatti, si evidenzia come proprio il deputato delle cui opinioni si controverte, in numerosi atti di funzione ulteriori rispetto a quelli già allegati dalla resistente alla propria memoria di costituzione , abbia manifestato, intra moenia, opinioni che quelle proiettate all'esterno si sono limitate a divulgare . In particolare, nell'intervento alla seduta della Camera del 17 luglio 1996, egli ebbe a manifestare l'intendimento di sollevare come grande tema istituzionale la questione del rapporto tra politica e magistratura , sottolineandone l'incombente drammaticità . Del pari rilevanti, poi, si paleserebbero gli interventi del 28 gennaio e del 28 luglio 1998, atteso che nel primo l'interessato sostenne l'esistenza di un collegamento privilegiato tra il partito democratico della sinistra e settori della magistratura, censurando in particolare l'avvenuta distruzione dei partiti di tradizione democratica ed occidentale da parte di alcune procure che hanno però risparmiato il PDS e la sinistra democristiana , e criticando, inoltre, - nel corso del secondo dei menzionati interventi - l'uso politico della giustizia, l'uso di quest'ultima a fini di lotta politica secondo un disegno non giudiziario ma politico . Da quanto precede dovrebbe evincersi che già negli specifici atti di funzione ascrivibili al predetto parlamentare possa essere rinvenuta la sostanza della dichiarazione in contestazione . 3.4.3. Per altro verso, poi, la Camera resistente allega l'esistenza di altri atti parlamentari, seppur riferibili a deputati o senatori differenti dall'odierno interessato. Pur conscia dell'indirizzo di recente espresso dalla giurisprudenza costituzionale, incline ad escludere la rilevanza delle opinioni manifestate intra moenia da altri parlamentari, la resistente reputa che gli argomenti sui quali si fonda tale indirizzo contraddicano le premesse stesse degli orientamenti tradizionali espressi dalla Corte in materia di insindacabilità parlamentare . Quanto, poi, agli atti di funzione anteriori alle dichiarazioni extra moenia, se è vero che recenti pronunce della Corte mostrano di ritenere che il tempo intercorrente tra i primi e le seconde non dovrebbe essere eccessivamente lungo, è pur vero che la stessa giurisprudenza costituzionale non ha chiarito quale sia il criterio per stabilire, a priori e con certezza, il massimo spatium temporis ammissibile . Considerato in diritto 1. La Corte d'appello di Roma I sezione civile ha promosso, con ricorso del 26 gennaio 2004, conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, per l'annullamento della deliberazione doc. IVquater, n. 50 da quest'ultima adottata nella seduta dell'8 ottobre del 2003 recte del 9 luglio del 2003 . Assume, in particolare, la ricorrente - sul presupposto di essere chiamata a giudicare, in seconde cure, della domanda di risarcimento danni proposta dagli onorevoli Walter Veltroni e Pietro Folena nei confronti dell'on. Silvio Berlusconi, avendoli il medesimo, a loro dire, indicati, nel corso della trasmissione radiofonica Radio anch'io del 30 novembre 1999, quali complici e in collusione con alcuni magistrati, autori di un disegno teso ad eliminare una parte politica a danno di un'altra - l'illegittimità della predetta deliberazione. Con la stessa, difatti, l'assemblea parlamentare, qualificando i fatti oggetto del procedimento , devoluto al suo esame, alla stregua di opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni , ha ritenuto di dover ricondurre le dichiarazioni in questione al disposto di cui all'articolo 68 Costituzione. 2. Il ricorso è inammissibile. 2.1. La Corte d'appello di Roma ha omesso nel suo ricorso per conflitto di riferire compiutamente, soprattutto nella sua oggettività, il contenuto delle dichiarazioni rese extra moenia dal parlamentare interessato, giacché si è limitata - peraltro nella sola premessa in fatto dell'atto dal quale trae origine il presente giudizio - a riferire la prospettazione degli appellati, secondo i quali il dichiarante li avrebbe qualificati, nel corso della suindicata trasmissione radiofonica, nel modo innanzi precisato. Dopo avere specificato, dunque, la pretesa avanzata dagli attori nel giudizio civile e la relativa causa petendi da loro posta a fondamento della domanda risarcitoria, la ricorrente autorità giudiziaria si è astenuta dall'effettuare una analitica ricognizione dell'esatto ed obiettivo contenuto delle dichiarazioni extraparlamentari rese dall'interessato. Nella motivazione in diritto dell'atto di promovimento del conflitto, la Corte d'appello ricorrente si è solo genericamente riferita - senza affatto specificarle come sarebbe stato necessario - alle opinioni manifestate dal parlamentare, alle sue espressioni ritenute diffamatorie dagli appellati, alle frasi pronunciate dal medesimo, peraltro insistendo sulle loro conseguenze, considerate estremamente gravi e nocive per la reputazione degli stessi attori. Non vi è, quindi, alcun elemento che consenta di stabilire l'effettiva portata delle dichiarazioni de quibus, genericità, questa, cui simmetricamente corrisponde l'evasività della descrizione anche del contenuto della delibera di insindacabilità, adottata dall'assemblea parlamentare il 9 luglio 2003, indicata erroneamente nei suoi stessi estremi identificativi. La Corte rimettente in sostanza non è andata oltre il rilievo secondo cui, ad avviso della Camera dei deputati, l'attacco agli onorevoli Veltroni e Folena non sarebbe avvenuto uti singuli, ma come esponenti di spicco dell'Ulivo sicché la ricorrente, neppure nell'esporre le ragioni che renderebbero illegittima la deliberazione suddetta, ha provveduto ad individuare con esattezza le dichiarazioni rese dall'interessato nel corso della trasmissione radiofonica del 30 novembre 1999. 2.2. Ne consegue che - come affermato da questa Corte in una fattispecie analoga si trattava, allora, di dichiarazioni rese da un parlamentare nel corso di una trasmissione televisiva - le descritte carenze dell'atto introduttivo del giudizio comportano l'inammissibilità del ricorso per conflitto di attribuzione, dal momento che non consentono di cogliere, in modo esaustivo, l'oggetto del contendere sentenza 79/2005 . Ciò in quanto, stante il principio della necessaria autosufficienza che deve caratterizzare l'atto introduttivo del giudizio innanzi a questa Corte, l'assenza nel ricorso di una compiuta esposizione dei fatti, non solo perché non vengono riportate le frasi pronunciate dal deputato nel corso della trasmissione - frasi che, in ogni caso, assumono importanza fondamentale ai fini dell'accertamento dell'eventuale nesso funzionale con atti parlamentari tipici -, ma soprattutto perché, in luogo delle parole pronunciate nel corso della trasmissione, vengono espresse valutazioni circa l'incidenza lesiva delle dichiarazioni del deputato - come, appunto, anche nel caso in esame - si traduce inevitabilmente a norma degli articoli 37 della legge 87/1953 e 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, nel difetto del requisito essenziale del ricorso, che deve conseguentemente essere dichiarato inammissibile così la citata sentenza 79/2005 . PQM La Corte costituzionale dichiara inammissibile il ricorso per conflitto tra poteri dello Stato proposto dalla Corte d'appello di Roma nei confronti della Camera dei deputati, con l'atto indicato in epigrafe. ?? ?? ?? ?? 3

Corte costituzionale - sentenza 8-21 novembre 2006, n. 392 Presidente Bile - Relatore Maddalena Ritenuto in fatto 1. Con ricorso depositato il 12 dicembre 2003, la Corte d'appello di Milano, sezione seconda civile, nel corso di un procedimento instaurato nei confronti del deputato Vittorio Sgarbi dal dott. Andrea Padalino, ha sollevato conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione, adottata il 7 ottobre 2003 doc. IVquater, n. 26 , secondo la quale le dichiarazioni oggetto del predetto procedimento civile concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, con conseguente insindacabilità delle opinioni stesse a norma dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione. Il Giudice ricorrente premette che il giudizio è stato promosso dal dott. Andrea Padalino, magistrato in Milano, per ottenere il risarcimento dei danni che afferma subìti a seguito della trasmissione televisiva Sgarbi quotidiani del 15 ottobre 1994 condotta dal deputato Vittorio Sgarbi, durante la quale quest'ultimo avrebbe pronunciato espressioni ritenute lesive dell'onore del suddetto magistrato, denigratorie e integranti il reato di diffamazione , dopo un precedente, analogo episodio verificatosi il 4 agosto 1994. Lamentava, in particolare, l'attore che il deputato Sgarbi, prendendo lo spunto dalla citazione per danni notificatagli in riferimento alla precedente trasmissione del 4 agosto 1994, lo aveva accusato di abusare del suo potere e, facendo anche apprezzamenti sulla sua faccia, ribadiva quanto già espresso circa l'asserita inadeguatezza del ragazzo Padalino a svolgere la funzione di giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano. Espone la Corte d'appello ricorrente che il deputato Sgarbi è stato condannato dal Tribunale di Milano, con sentenza 17 settembre-12 ottobre 2000, al risarcimento del danno e che, in pendenza del giudizio di appello, la Camera dei deputati, nella seduta del 7 ottobre 2003, ha deliberato che i fatti oggetto del procedimento riguardano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione. La ritenuta insindacabilità delle opinioni espresse, secondo il parere della Giunta per le autorizzazioni fatto proprio dall'Assemblea, sta nel fatto che l'intento del deputato Sgarbi non sarebbe stato quello di diffamare la persona del magistrato Padalino, quanto piuttosto quello di sensibilizzare l'opinione pubblica circa le distorsioni dell'attuale sistema penale, nell'ambito del quale può verificarsi la circostanza che il giudice per le indagini preliminari può doversi trovare a decidere in poco tempo, in relazione ad indagini di particolare complessità, finendo, spesso senza sua colpa, con l'appiattirsi sulle posizioni della pubblica accusa e dunque non svolgendo pienamente quel ruolo di terzietà che pure il codice di procedura penale astrattamente gli assegna . Ad avviso della Corte d'appello ricorrente, la deliberazione della Camera dei deputati sarebbe lesiva delle proprie attribuzioni, mancando il nesso funzionale tra le opinioni espresse dal deputato Sgarbi e l'attività parlamentare. Riferisce il Giudice ricorrente che il deputato Sgarbi, nella trasmissione del 15 ottobre 1994, ha affermato tra l'altro La Procura di Milano è presidiata da questo giovinetto, guardatene bene la faccia, ditemi se uno con la faccia come questa può, serenamente e avendo tutto il peso di centinaia di arresti da firmare, non lasciarsi prendere la mano e può veramente in poche ore, lui, rivedere quello che ha fatto il Pm, se con una faccia come questa voi credete che la giustizia possa essere salva . Ciò premesso, secondo la Corte d'appello, quello che senza possibilità di dubbio pone il monologo dell'on. Sgarbi fuori dai limiti del legittimo esercizio della funzione parlamentare e determina l'abuso del diritto è l'assoluta gratuità delle espressioni usate, non pertinenti al tema in discussione e, in particolare, il ricorso al c.d. argumentum ad hominem, ossia l'attacco personale inteso a screditare e denigrare l'avversario ponendo l'accento su una pretesa indegnità o inadeguatezza personale piuttosto che sul merito dei suoi atti. E, per di più, coinvolgendone anche l'aspetto fisico con i già accennati giudizi sulla faccia del Padalino. Inoltre questa dissertazione fisionomica che costituisce, come risulta dalla trascrizione agli atti, una larga parte dell'intero intervento dello Sgarbi alla trasmissione del 15 ottobre 1994 si segnala anche per la pesante trivialità e volgarità del linguaggio uno ha la faccia di m , di c o di s , etc. che non consente di assimilare le espressioni usate a una manifestazione di opinioni perché qui il discorso deborda nel campo dell'ingiuria o del mero dileggio . In definitiva, ad avviso del Giudice ricorrente, nella specie mancherebbe qualsiasi corrispondenza formale e sostanziale con l'attività parlamentare, per cui le espressioni usate non potrebbero essere coperte dall'immunità ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione, senza che a diversa conclusione possa indurre il disposto dell'articolo 3 della legge 140/03. In particolare, ad avviso della Corte d'appello, anche secondo quest'ultima norma l'insindacabilità non può comunque estendersi a manifestazioni che non sono di pensiero ma costituiscono gratuiti insulti e pura denigrazione e si risolvono in una immotivata lesione dei diritti personalissimi altrui quali l'onore e la reputazione , poiché, in tal caso, è evidente la rottura del collegamento tra la condotta del parlamentare e la funzione espletata. 2. Con ordinanza 314/04, depositata il 21 ottobre 2004, la Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto proposto dalla Corte d'appello di Milano, seconda sezione civile. L'ordinanza di ammissibilità, unitamente all'atto introduttivo del giudizio, è stata notificata il 15 novembre 2004. Il conseguente deposito è stato effettuato il 24 novembre 2004. 3. Nel giudizio si è costituita la Camera dei deputati, depositando documenti e svolgendo deduzioni, a conclusione delle quali ha chiesto che la Corte dichiari il conflitto inammissibile, e in subordine rigetti il ricorso per infondatezza, dichiarando che spettava alla Camera dei deputati affermare l'insindacabilità, ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione, delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi, secondo quando deliberato dall'Assemblea nella seduta del 7 ottobre 2003. 3.1. Il ricorso sarebbe inammissibile, perché del tutto carente di motivazione in relazione alla riconducibilità o meno delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi alla sua funzione di parlamentare. Premesso che la valutazione effettuata dall'autorità giudiziaria sulla ricorrenza del nesso funzionale rappresenta un elemento la cui sussistenza è fondamentale affinché il giudizio su conflitto di attribuzione possa validamente radicarsi e che, ove una tale valutazione non vi sia, il ricorso deve ritenersi inammissibile perché carente di quella esposizione sommaria delle ragioni del conflitto, richiesta dall'articolo 26 delle norme integrative per i giudizi dinanzi alla Corte costituzionale, la Camera ritiene che nella specie tale valutazione sarebbe stata del tutto omessa. In nessuna parte del ricorso, infatti, la Corte d'appello si soffermerebbe a dimostrare i motivi sostanziali - ovvero riguardanti la vicenda concreta che costituiva lo sfondo delle richiamate opinioni - per cui le affermazioni del deputato Sgarbi non si sarebbero dovute ritenere rientranti nella funzione di parlamentare e, di conseguenza, nell'area di insindacabilità di cui all'articolo 68, comma 1, della Costituzione. In particolare, non sarebbero fatti riferimenti alla vicenda giudiziaria collegata alla custodia cautelare di ventuno militari della Guardia di finanza, che il giudice per le indagini preliminari dott. Padalino aveva disposto in breve tempo su richiesta del Pm non si effettuerebbe alcun, seppur sommario, esame sulla pertinenza di tali vicende al dibattito politico-istituzionale e sarebbe del tutto omessa la ricostruzione degli antefatti delle vicende che, in seguito, sono state oggetto delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi. Inoltre, il ricorso della Corte d'appello, per sostenere la non riconducibilità delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi alla sua funzione di parlamentare, farebbe esclusivo riferimento al linguaggio asseritamente offensivo e denigratorio usato dal parlamentare. In particolare, ad avviso della Corte d'appello, ogni motivazione sul nesso funzionale rimarrebbe assorbita dal preteso carattere oltraggioso e diffamatorio delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi, elemento di per sé solo idoneo, secondo la Corte ricorrente, ad impedire una loro riconducibilità alle funzioni proprie dell'attività parlamentare. A questo riguardo, la difesa della Camera ritiene di dover, preliminarmente, ridimensionare il contenuto delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi nel corso della trasmissione televisiva Sgarbi quotidiani del 15 ottobre 1994, osservando che quelli che sembrano talvolta eccessi verbali non sarebbero rivolti direttamente nei confronti del dott. Padalino. Le affermazioni fatte dal deputato Sgarbi andrebbero riconnesse alle vicende, di grande rilevanza politica nel dibattito sia all'interno che all'esterno del Parlamento, legate alle inchieste giudiziarie milanesi sulla presunta corruzione di alcuni componenti della Guardia di finanza da parte dei vertici della Fininvest s.p.a. al fine di ottenere informazioni riservate sui procedimenti penali in corso. Tale elemento varrebbe, quindi, ad escludere la natura esclusivamente privata delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi, ed a ricondurle in un contesto politico-parlamentare che vede alcuni parlamentari - e tra questi il deputato Sgarbi - particolarmente attivi nel prendere posizione su taluni presunti abusi legati all'azione della magistratura inquirente e giudicante. Sottolinea ancora la difesa della Camera che è nel corso della prima trasmissione televisiva del 4 agosto 1994 che il deputato Sgarbi entra nel merito di quella che egli ritiene l'inadeguatezza del dott. Padalino a farsi carico in poco tempo di una serie assai nutrita di provvedimenti di convalida, facendo leva sull'argomento fisionomico al fine di sottolineare - con un evidente intento paradossale - la giovane età del giudice per le indagini preliminari. Nel corso della trasmissione del 15 ottobre 1994, invece, la serie di richiami fisionomici si rivelerebbe evidentemente finalizzata a delimitare la portata delle precedenti affermazioni contrariamente a quello che ritiene la Corte d'appello, infatti, le stesse espressioni volgari richiamate nel ricorso non si riferirebbero al dott. Padalino. Ad avviso della Camera, il modo sarcastico, provocatorio, al limite anche offensivo con cui una certa opinione è stata espressa non può in alcun modo rappresentare di per sé solo motivo di esclusione dell'insindacabilità parlamentare. Il giudice, posto di fronte ad una deliberazione assembleare con cui vengono ritenute insindacabili opinioni sia pure svolte con toni non commendevoli da parte di un parlamentare, sarebbe tenuto ad entrare nel merito della riconducibilità oggettiva di quelle affermazioni alla funzione parlamentare laddove l'arrestarsi a mettere in evidenza il carattere denigratorio di un'opinione evidentemente ritenendo questo elemento sufficiente a dimostrare la rottura del nesso funzionale equivarrebbe a non evidenziare in maniera corretta la causa petendi del conflitto e, di conseguenza, a non consentire alla Corte di esercitare il suo ruolo di giudice della spettanza di un'attribuzione costituzionalmente disciplinata. Nella specie la Corte d'appello avrebbe ritenuto assorbente il modo in cui le opinioni sono state espresse rispetto al loro contenuto oggettivo, limitandosi - incongruamente - a far leva soltanto sul primo dato al fine di cercare di dimostrare la non inerenza delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi al disposto dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione. Solo l'assenza di un fumus di inerenza alla funzione parlamentare dispenserebbe, in ipotesi, l'autorità giudiziaria da una motivazione sulla riconducibilità in concreto delle opinioni espresse dal parlamentare a quanto prevede la norma costituzionale. Se tale circostanza non sussiste, perché, come nella specie, queste fanno parte di una polemica politica, non si potrebbe ritenere che il ricorrente sia esentato dalla motivazione sul punto della inerenza, posto che, se lo fosse, la Corte costituzionale non sarebbe in grado di assolvere al suo ruolo di giudice del conflitto. Il ricorso della Corte d'appello sarebbe, pertanto, inammissibile per difetto assoluto di motivazione. 3.2. Nel merito, la difesa della Camera ritiene che le affermazioni rese dal deputato Sgarbi nel corso della trasmissione Sgarbi quotidiani del 15 ottobre 1994 rappresentino la divulgazione all'esterno di un'opinione già espressa nell'esercizio di funzioni parlamentari, e come tale insindacabile. La Camera - premesso che l'essere state quelle affermazioni rese nel corso di una trasmissione televisiva, di cui il deputato è conduttore, di per sé non esclude la garanzia dell'insindacabilità - osserva che occorre distinguere, quanto all'iscrizione delle dichiarazioni effettuate extra moenia nell'ambito dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione, tra le espressioni del parlamentare attinenti alla politica in senso lato ed indifferenziato e quelle che invece attengono propriamente alla politica parlamentare, solo queste ultime essendo identificabili quale espressione di attività parlamentare coperte dalla insindacabilità osserva, ancora, che per stabilire la sussistenza del nesso funzionale è necessario e sufficiente che vi sia, non già identità, ma corrispondenza sostanziale di contenuti, da valutarsi secondo criteri di ragionevolezza e non formalistici, tra le opinioni espresse in sede parlamentare e quelle che il parlamentare ha reso all'esterno. Secondo la difesa della Camera, i fatti cui le opinioni del deputato Sgarbi si riferivano erano già stati sottoposti all'esame della Camera, costituendo oggetto di numerosi atti parlamentari, presentati, nel corso del tempo, anche da altri parlamentari. La Camera ribadisce che il contenuto specifico delle dichiarazioni in discussione - al di là degli eccessi verbali connessi alla forma polemica e paradossale adottata dal deputato Sgarbi censurata dalla relazione della Giunta per le autorizzazioni - riguarda in generale le indagini avviate dalla Procura della Repubblica di Milano sulle tangenti che si sospettava fossero state erogate dalla Fininvest ad appartenenti alla Guardia di finanza, allo scopo di ammorbidire le loro verifiche sulle società da questa controllate e, in particolare, una serie di provvedimenti di custodia cautelare in carcere a carico di alcuni militari della Guardia di finanza emessi dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, dott. Andrea Padalino. In tale contesto andrebbero valutate le richiamate opinioni espresse dal deputato Sgarbi lo stesso riferimento alla presunta inadeguatezza del dott. Padalino determinata dalla sua giovane età non potrebbe, infatti, essere letto prescindendo dalla temperie politica in cui la vicenda complessiva, che vedeva coinvolto l'allora Presidente del Consiglio dei ministri, si andava inserendo. A ritenere diversamente, restringendo il contenuto proprio delle dichiarazioni del deputato Sgarbi alla sola vicenda degli appunti fisionomici concernenti il dott. Padalino, si assoggetterebbe ad una visione estremamente riduttiva l'esercizio del diritto di critica e la polemica parlamentare del suddetto parlamentare e di altri suoi colleghi e, soprattutto, si rischierebbe di tradire l'ispirazione più profonda che caratterizza la giurisprudenza costituzionale sul tema, secondo la quale la sussistenza del nesso funzionale deve essere apprezzata secondo criteri di ragionevolezza e non formalistici, valutando se le opinioni rese extra moenia dal parlamentare e le dichiarazioni o affermazioni fatte nell'esercizio di funzioni parlamentari siano contrassegnate da una corrispondenza sostanziale di contenuti. Nella memoria si citano l'interrogazione a risposta orale presentata alla Camera dal deputato Sgarbi nella seduta n. 45 del 1 agosto 1994 n. atto 3/00190 , nella quale, dopo aver richiamato l'arresto del colonnello della Guardia di finanza Giuliano Montanari e altri provvedimenti di custodia cautelare a carico di altri militari della Guardia di finanza coinvolti nello scandalo delle tangenti Fininvest , si chiede al Ministro competente se non ci si debbano porre inquietanti interrogativi sull'inchiesta Mani pulite , nel suo complesso, per l'innegabile alto grado di inquinamento ambientale che la sta ormai caratterizzando l'interrogazione a risposta orale presentata alla Camera dal deputato Sgarbi nella medesima seduta del 1 agosto 1994 n. atto 3/00189 , nella quale, dopo avere richiamato il caso accaduto a Milano di un provvedimento di arresto nella medesima vicenda, si stigmatizzava un modo di procedere che evocherebbe altre epoche e altri modelli di giudici inquisitori , chiedendo pertanto al Ministro competente di assumere iniziative idonee a scongiurare simili anomalie l'interrogazione a risposta orale presentata alla Camera dal deputato Sgarbi lo stesso giorno n. atto 3/00191 , dove, premesso un esplicito riferimento all'operato dei magistrati di Milano nelle medesime vicende legate alle indagini sulle presunte tangenti ricevute dalla Guardia di finanza, veniva criticata l'indifferenza manifestata dagli stessi nei confronti della sorte degli indagati e delle loro condizioni fisiche e psicologiche, e si faceva riferimento al contenuto della lettera-testamento di un indagato contenente una dura critica nei confronti dei medesimi giudici. La sussistenza del nesso funzionale sarebbe, poi, ulteriormente confermata da altri atti parlamentari riguardanti le medesime vicende e presentati prima della trasmissione televisiva del 15 ottobre 2004 da altri parlamentari l'interrogazione a risposta scritta presentata il 22 settembre 1994 al Senato seduta n. 52 n. atto 4/01476 dal senatore Girolamo Tripodi primo firmatario l'interrogazione a risposta orale presentata nella seduta n. 29 del 7 luglio 1994 dal deputato Dorigo n. atto 3/00128 l'interpellanza presentata nella seduta n. 45 del 1 agosto 1994 dal deputato Della Valle n. atto 2/00156 l'interrogazione a risposta orale presentata nella seduta n. 50 dell'11 agosto 1994 n. atto 3/00204 dal deputato Alessandra Bonsanti l'interrogazione a risposta scritta presentata nella seduta n. 92 del 5 dicembre 1996 dal deputato Tabladini n. atto 4/03252 l'interrogazione a risposta orale presentata nella seduta n. 355 del 15 maggio 1998 dal deputato Maiolo n. atto 3/02367 . Ad avviso della difesa della Camera, pertanto, le opinioni espresse dal deputato Sgarbi nella trasmissione televisiva del 15 ottobre 1994 sarebbero legate da nesso funzionale con dichiarazioni rese nell'esercizio di funzioni parlamentari, sia dal deputato Sgarbi che da altri parlamentari, precedentemente alla detta trasmissione. Né dovrebbero essere confusi con la sostanza delle opinioni manifestate dal deputato Sgarbi nell'ambito della propria attività parlamentare e divulgate nell'attività televisiva, quelli che sono invece i toni, gli accenti ed anche gli eccessi degli argomenti utilizzati dal deputato nel corso della trasmissione televisiva. Questi ultimi, diversi certamente da quelli che sono o che si immaginano appropriati al dibattito parlamentare, sarebbero peraltro del tutto sintomatici di quella profonda trasformazione della comunicazione politica nella società contemporanea, di cui la Corte ha preso atto nella propria giurisprudenza sentenze 11, 320 e 321/00 . Quella trasformazione, ad avviso della Camera, non è, né può essere, soltanto trasformazione od ampliamento delle sedi del discorso politico, ma è anche, se non di più, trasformazione dei modi della comunicazione modi sui quali proprio la natura del mezzo, con tutte le sue caratteristiche d'insieme, incide inevitabilmente. 4. In prossimità dell'udienza, la Camera dei deputati ha depositato una memoria illustrativa. Nella memoria si ribadisce l'eccezione di inammissibilità del conflitto per difetto di motivazione del ricorso che lo ha sollevato sulla asserita non riconducibilità delle opinioni espresse dal deputato Sgarbi allo svolgimento della sua funzione parlamentare. Nel merito, la difesa della Camera sottolinea come le opinioni oggetto del giudizio civile dinanzi alla Corte d'appello riflettono le medesime posizioni espresse dal deputato in sede parlamentare, trattandosi, in tutti i casi, di valutazioni fortemente critiche - condotte talora anche attraverso attacchi personali e con toni accesamente polemici - rispetto all'inchiesta Mani pulite e ai metodi utilizzati dai magistrati coinvolti, con puntuale riferimento alle condizioni fisiche e psicologiche degli indagati e ad un uso che si riteneva troppo disinvolto delle misure cautelari. Sarebbe, pertanto, pienamente corretta la valutazione operata dalla Camera che ha dichiarato l'insindacabilità ex articolo 68, comma 1, Costituzione. Considerato in diritto 1. La Corte d'appello di Milano, sezione seconda civile, ha sollevato - con ricorso depositato il 12 dicembre 2003 - conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione, adottata dall'Assemblea il 7 ottobre 2003 documento IVquater, n. 26 , con la quale è stato dichiarato, in conformità alla proposta della Giunta per le autorizzazioni, che le dichiarazioni oggetto del predetto procedimento civile concernono opinioni espresse dal deputato Sgarbi nell'esercizio delle sue funzioni parlamentari, a norma dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione. Ad avviso della Corte d'appello, la Camera dei deputati avrebbe fatto non corretta applicazione dell'articolo 68, comma 1, Costituzione, qualificando come esercizio della funzione parlamentare le dichiarazioni, per le quali è in corso il procedimento civile, rese dal deputato Sgarbi nella trasmissione televisiva Sgarbi quotidiani del 15 ottobre 1994. Riferisce la Corte d'appello ricorrente che, nel corso di quella trasmissione televisiva, il deputato Sgarbi, riferendosi al dott. Andrea Padalino, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, avrebbe detto che la Procura di Milano è presidiata da questo giovinetto, guardatene bene la faccia, ditemi se uno con la faccia come questa può, serenamente e avendo tutto il peso di centinaia di arresti da firmare, non lasciarsi prendere la mano e può veramente in poche ore, lui, rivedere quello che ha fatto il Pm, se con una faccia come questa voi credete che la giustizia possa essere salva . Riferisce ancora l'autorità giudiziaria ricorrente che questa dissertazione fisionomica risulta accompagnata da espressioni volgari e di pesante trivialità. Secondo la Corte d'appello, immotivatamente sarebbe stato ritenuto sussistente il collegamento funzionale di tali affermazioni con l'attività parlamentare del deputato Sgarbi, considerato che l'insindacabilità non potrebbe comunque estendersi a manifestazioni che non sono di pensiero ma costituiscono gratuiti insulti e pura denigrazione e si risolvono in una immotivata lesione dei diritti personalissimi altrui quali l'onore e la reputazione . Di qui la proposizione del conflitto di attribuzione avverso la delibera di insindacabilità del 7 ottobre 2003, che sarebbe stata adottata in assenza dei presupposti richiesti dall'articolo 68, comma 1, Costituzione, con conseguente lesione delle attribuzioni dell'autorità giudiziaria. 2. Deve, preliminarmente, essere ribadita l'ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, come già ritenuto da questa Corte con l'ordinanza 314/04. Non può essere accolta in proposito l'eccezione, avanzata dalla difesa della Camera dei deputati, basata sul rilievo che l'atto introduttivo del presente giudizio difetterebbe di motivazione in ordine alla asserita non riconducibilità delle opinioni espresse dal parlamentare allo svolgimento della sua funzione. Invero, l'articolo 26 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale prescrive che il ricorso contenga l'esposizione sommaria delle ragioni del conflitto e l'indicazione delle norme costituzionali che regolano la materia . Entrambe le prescrizioni sono soddisfatte dall'atto introduttivo, in cui non solo vengono riportate le dichiarazioni rese dal parlamentare in relazione alle quali è pendente procedimento civile dinanzi alla Corte d'appello, ma sono anche esposte le ragioni di fatto e di diritto che inducono la ricorrente a ritenere non invocabile, nel caso di specie, l'articolo 68, comma 1, della Costituzione, e a denunciare la lesione delle attribuzioni dell'autorità giudiziaria. 3. Nel merito, il ricorso è fondato. Va qui ribadita la costante giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, per l'esistenza di un nesso funzionale tra le dichiarazioni rese extra moenia da un parlamentare nella specie, nel corso di un programma televisivo, quale opinionista conduttore della trasmissione e l'espletamento delle sue funzioni di membro del Parlamento, è necessario che tali dichiarazioni possano essere identificate come espressione dell'esercizio di attività parlamentare cfr., tra le più recenti, sentenze 10 e 11/2000, 164, 176 e 193/05, 249, 258, 260, 317 e 335/06 . Tale nesso richiede una corrispondenza sostanziale di contenuto fra attività parlamentare e dichiarazioni, non essendo sufficiente una mera comunanza di tematiche sentenze 508/02, 235/05 e 331/06 . Nel caso in esame, neppure nella delibera di insindacabilità e nella proposta della Giunta per le autorizzazioni a procedere è possibile rinvenire un riferimento ad atti tipici del parlamentare. In proposito, la proposta della Giunta, cui rinvia la delibera di insindacabilità, si limita ad osservare che l'intendimento del deputato Sgarbi non era quello di diffamare la persona del magistrato interessato quanto piuttosto quello di sensibilizzare l'opinione pubblica circa le possibili distorsioni dell'attuale rito penale, nell'ambito del quale può verificarsi la circostanza che il giudice per le indagini preliminari può doversi trovare a decidere in poco tempo in relazione ad indagini di particolare complessità, finendo, spesso senza sua colpa, con l'appiattirsi sulle posizioni della pubblica accusa e dunque non svolgendo pienamente quel ruolo di terzietà che pure il codice di procedura penale astrattamente gli assegna . A tale proposito, si deve ribadire che il contesto politico o comunque l'inerenza a temi di rilievo generale dibattuti in Parlamento, entro cui tali dichiarazioni si possano collocare, non vale in sé a connotarle quali espressive della funzione, ove esse, mancando di costituire la sostanziale riproduzione delle specifiche opinioni manifestate dal parlamentare nell'esercizio delle proprie attribuzioni, siano non già il riflesso del peculiare contributo che ciascun deputato e ciascun senatore apporta alla vita parlamentare mediante le proprie opinioni e i propri voti come tale coperto, a garanzia delle prerogative delle Camere, dall'insindacabilità , ma una ulteriore e diversa articolazione di siffatto contributo, elaborata ed offerta alla pubblica opinione nell'esercizio della libera manifestazione del pensiero assicurata a tutti dalla Costituzione sentenza 51/2002 . Neppure gli atti di sindacato ispettivo, evocati e prodotti dalla difesa della Camera, provenienti dal parlamentare gli unici che possono qui essere presi in considerazione, non potendo un deputato giovarsi, ai fini della insindacabilità di sue dichiarazioni, dell'attività parlamentare posta in essere da altri deputati o senatori cfr. sentenza 249/06 , evidenziano profili di sostanziale corrispondenza rispetto alle espressioni che formano oggetto del giudizio civile dinanzi alla Corte d'appello ricorrente. Tali atti tipici, infatti, riguardano le indagini relative all'inchiesta Mani pulite - in particolare, le indagini avviate dalla Procura della Repubblica di Milano su presunte tangenti a componenti della Guardia di finanza -, e censurano i metodi utilizzati dai magistrati di Milano, anche in riferimento alle condizioni fisiche e psicologiche degli indagati, e l'uso ritenuto troppo disinvolto delle misure cautelari. Viceversa, le espressioni extra moenia del parlamentare contengono soltanto valutazioni fisionomiche sul magistrato. Tali dichiarazioni sono dunque prive di un intimo raccordo, contenutistico e funzionale, con l'esercizio delle funzioni parlamentari, le quali sole legittimano e giustificano, sul piano costituzionale, la garanzia della insindacabilità. 4. Deve dunque concludersi che la Camera dei deputati, nel votare per la insindacabilità delle dichiarazioni di cui qui si tratta, ha violato l'articolo 68, comma 1, della Costituzione, e leso in tal modo le attribuzioni dell'autorità giudiziaria ricorrente. La deliberazione di insindacabilità deve essere, pertanto, annullata. PQM La Corte costituzionale dichiara che non spettava alla Camera dei deputati affermare che le dichiarazioni rese dal deputato Vittorio Sgarbi, oggetto del procedimento civile pendente davanti alla Corte d'appello di Milano, sezione seconda civile, costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione annulla, di conseguenza, la delibera di insindacabilità adottata dalla Camera dei deputati nella seduta del 7 ottobre 2003 documento IVquater, n. 26 . ?? ?? ?? ?? 3 DISTRIBUITA IL