Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti: primi chiarimenti dal Palazzaccio

di Aldo Natalini

di Aldo Natalini* Il delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti, previsto dall'articolo 53bis D.Lgs 22/97, diviene diritto vivente . Nello scarno panorama giurisprudenziale di riferimento l'unico precedente di legittimità finora edito è costituito dalla sentenza 30373/04, in D& G n. 35/04, p. 31, con commento di Aldo Natalini, Rifiuti, la gestione e il traffico illecito. Gli elementi costitutivi del reato e le ipotesi di concorso , si segnalano due importanti pronunce della Cassazione, emesse dalla terza sezione penale nel corso della stessa camera di consiglio la sentenza 40827 e la sentenza 40828/05 - qui leggibili nei documenti correlati - entrambe depositate lo scorso 10 novembre. Si tratta di due decisioni complementari tra loro, che si integrano a vicenda quanto ai profili giuridici in esse rispettivamente trattati. E le motivazioni oggi rassegnate sono particolarmente importanti poiché, finora, la Corte regolatrice si era per lo più occupata degli aspetti estrinseci alla fattispecie de qua, soffermandosi cioè sul problema del coordinamento del nuovo reato - introdotto con legge 93/01 - con le preesistenti figure contravvenzionali già comprese nel Decreto Ronchi cfr. sentenza 30373/04, cit., secondo cui non sussiste alcun rapporto di specialità tra il reato di cui all'articolo 51 e quello previsto dall'articolo 53bis D.Lgs 22/97, sicché il ricorso nella fattispecie concreta sia degli elementi formali dell'uno, cioè la mancanza di autorizzazione, sia di quelli sostanziali dell'altro, ovvero l'allestimento di mezzi e di attività continuative organizzate, può dar luogo al concorso di entrambi i reati ai sensi dell'articolo 81 Cp. Oggi, per la prima volta, la Cassazione volge la propria attenzione agli aspetti intrinseci della fattispecie, analizzando compiutamente i principali elementi costitutivi del nuovo reato e fornendo così all'interprete un significativo ausilio nell'esegesi della norma. L'ARTICOLO 53BIS D.LGS 22/97 E LE PRIME PROBLEMATICHE APPLICATIVE Come noto, l'articolo 53bis punisce, nell'ipotesi-base, chiunque, al fine di conseguire un ingiusto profitto, con più operazioni e attraverso l'allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, cede, riceve, trasporta, esporta, importa, o comunque gestisce abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti un'ipotesi specifica aggravata è poi prevista, al secondo comma, se si tratta di rifiuti ad alta radioattività in argomento v. diffusamente Aldo Natalini, Rifiuti e tutela penale dell'ambiente. Il Decreto Ronchi nel diritto vivente le linee guida, le norme definitorie ed il quadro penal-sanzionatorio, supplemento monografico a D& G n. 45/2003, pagg. 96 e seguenti . La sospetta incostituzionalità della norma per indeterminatezza. L'incriminazione in esame, per il modo approssimativo in cui è stata redatta e l'imprecisione dei termini utilizzati, ha subito suscitato non pochi problemi interpretativo-applicativi, apparendo talmente estesa da poter ricomprendere una vastissima serie di comportamenti illeciti, peraltro di non sempre chiaro contenuto. Tanto è vero che pende - ad oggi - una questione di legittimità costituzionale innanzi alla Consulta per presunta violazione del principio di determinatezza e tassatività della fattispecie penale ed asserita violazione del diritto alla difesa cfr. Gip di Bari, ordinanza 24 giugno 2004 - anch'essa qui leggibile nei documenti allegati . Gli odierni chiarimenti della Cassazione rispetto ai principali nodi problematici. In attesa di conoscere l'esito del richiamato incidente di costituzionalità, le sentenze in commento pongono un primo punto fermo del giudice nomofilattico rispetto a taluni dei principali noti problematici che affliggono l'esegesi della norma in esame, e segnatamente offrendo una parametrazione del concetto - altrimenti indeterminato per qualità e/o quantità - di ingenti quantitativi di rifiuti delineando il contenuto dell'altrettanto generica nota di illiceità speciale costituita dall'avverbio abusivamente interpretando il concetto di profitto ingiusto richiesto ai fini dell'integrazione dell'elemento psicologico. LA SENTENZA 40827/05 LA GESTIONE , GLI INGENTI QUANTITATIVI , IL PROFITTO INGIUSTO La sentenza 40827/05, in particolare, si appunta sull'analisi di quattro elementi costitutivi della fattispecie scrutinata la condotta di gestione la nota modale dell' allestimento di mezzi ed attività continuativamente organizzate l'oggetto materiale del reato dato dagli ingenti quantitativi di rifiuti l' ingiustizia del profitto oggetto di dolo. Il concetto di gestione dei rifiuti. Le varie condotte cumulativamente o alternativamente sanzionate dalla norma in esame si riferiscono a qualsiasi gestione dei rifiuti effettuata in violazione della disciplina in materia anche nell'ambito di attività di intermediazione e di commercio, sicché esse - a giudizio del Supremo Collegio - non possono intendersi ristrette dalla definizione di gestione così come delineata dall'articolo 6, comma 1, lettera d , D.Lgs 22/97 , né possono intendersi limitate ai soli casi in cui l'attività venga svolta al di fuori delle prescritte autorizzazioni. L' allestimento di mezzi ed attività continuativamente organizzate . Ciò chiarito, la gestione dei rifiuti e le altre condotte tipiche quali la cessione, la ricezione, il trasporto e l'esportazione debbono informarsi ad un criterio organizzativo prestabilito e permanente che, da un lato, richiede più operazioni , non essendo sufficiente, dunque, un singolo, occasionale episodio antigiuridico dall'altro, deve qualificarsi attraverso l'allestimento di mezzi ed attività continuative e organizzate . Entrambi gli aspetti - statuisce oggi la Cassazione, richiamandosi ad un proprio precedente rimasto finora inedito - devono configurarsi cumulativamente v. Cassazione, sezione terza, 17 gennaio 2002, Paggi, inedita . Il che non significa, tuttavia, che deve aversi a che fare con un attività economica esclusivamente e totalmente illecita a fronte di una struttura organizzativa, di tipo imprenditoriale, idonea ed adeguata a realizzare l'obiettivo criminoso preso di mira - precisa ancora il Palazzaccio - tale struttura non deve essere destinata in via esclusiva alla commissione di attività illecite , ben potendo ipotizzarsi, al proprio interno, una parallela organizzazione produttiva perfettamente legale. In sostanza - sembrano dire gli ermellini - ciò che conta è che vi sia la richiesta dimensione imprenditoriale. Gli ingenti quantitativi di rifiuti. Quanto, poi, al dato quantitativo caratterizzante l'oggetto materiale del reato, il termine ingente - motiva oggi il Supremo Collegio - ha un chiaro significato semantico nel linguaggio comune e deve riferirsi all'attività abusiva nel suo complesso, cioè al quantitativo di rifiuti complessivamente gestito attraverso la pluralità di operazioni le quali, singolarmente considerate, potrebbero avere ad oggetto anche quantità modeste e non può essere desunto automaticamente dalla stessa organizzazione e continuità dell'attività di gestione dei rifiuti . In senso conforme - va precisato - si era già espressa, sul punto, la Cassazione con la citata sentenza 30373/04, che oggi viene testualmente richiamata. L'assunto - del tutto condivisibile - è conforme al generale canone ermeneutico di conservazione del dato giuridico, giacché se il legislatore ha configurato morfologicamente le attività continuative organizzate quali forme vincolate delle note modali tipiche e gli ingenti quantitativi di rifiuti quali oggetti materiali delle abusive condotte gestionali, è ovvio che tali diversi elementi strutturali non possono sovrapporsi surrettiziamente per effetto di discutibili semplificazioni probatorie. Occorre, piuttosto, un autonomo accertamento giudiziale sulla base degli elementi all'uopo forniti dall'accusa, cui compete l'onere della prova. Segue la valutazione in rapporto ai soli rifiuti non autorizzati abusivamente gestiti. Il problema si sposta, a questo punto, sul parametro di riferimento cui rapportare il richiesto requisito quantitativo perché tanto più si allarga il metro di paragone, tanto più è facile provarne la sussistenza. Come ebbero a precisare a suo tempo i giudici della sesta sezione penale, nel testo della norma incriminatrice non si rinviene alcun dato che autorizzi a relativizzare il concetto [di ingente quantità ], riportandone la determinazione al rapporto tra il quantitativo di rifiuti illecitamente gestiti e l'intero quantitativo di rifiuti trattati [complessivamente] nella discarica , per cui l'ingente quantità dev'essere accertata e valutata con riferimento al dato oggettivo della mole dei rifiuti non autorizzati abusivamente gestiti ancora, sentenza 303737/04, cit. . Da questa precisazione - oggi ribadita implicitamente dal Supremo collegio - deriva che il rapporto tra i rifiuti lecitamente smaltiti e quelli illecitamente conferiti in discarica può essere valido non già ai fini dell'interpretazione della nozione di ingente quantità ma per stabilire se l'autorizzazione alla discarica sia un paravento predeterminato per un'attività ontologicamente diversa da quella autorizzata. Il richiesto dolo specifico l' ingiusto profitto e la sua declinazione concreta. Infine, passando all'elemento psicologico, il reato ipotizzato è punibile a titolo di dolo specifico, richiedendosi in capo all'agente il particolare scopo di conseguire un profitto ingiusto che, ovviamente, ai fini della perfezione del reato, non occorre che sia effettivamente conseguito, avendo natura meramente psichica. Tale profitto - si legge giustamente nella sentenza 40827/05 - non deve necessariamente assumere natura di ricavo patrimoniale, ben potendo lo stesso essere integrato dal mero risparmio di costi o dal perseguimento di vantaggi di altra natura . E - nella specie - tenuto conto che l'impresa che conferisce i fanghi normalmente paga i propri conferimenti, un'ipotesi di profitto può ragionevolmente ipotizzarsi, secondo la Cassazione, non solo in un risparmio di costi nell'effettuazione dei conferimenti ad una ditta riutilizzatrice piuttosto che ad un'altra, ovvero ad un'impresa di gestione di una discarica, ma anche nella stessa possibilità di effettuare conferimenti che non sarebbero possibili, ovvero richiederebbero costi maggiori, in considerazione dell'effettivo grado di pericolosità dei rifiuti che si intende conferire onde il vantaggio connesso al mascheramento dei componenti effettivi dei rifiuti medesimi . LA SENTENZA 40828/05 L'ABUSIVITÀ DELLE ATTIVITÀ INCRIMINATE L'altra decisione in commento - la sentenza 40828/05 - viene a completare il quadro esegetico di riferimento, appuntandosi soprattutto sul concetto di abusività, altro punctum prurients della fattispecie in esame. L'interpretazione dottrinaria dell'avverbio abusivamente . Secondo la norma incriminatrice in parola, le attività incriminate debbono attuarsi abusivamente , cioè - stando a quanto ha suggerito in proposito la dottrina - contra legem, senza la preventiva autorizzazione amministrativa ovvero con fittizie documentazioni rilasciate da compiacenti amministratori o da periti corrotti e, nelle più gravi ed inquinanti delle ipotesi, clandestinamente, ossia facendo sparire i rifiuti nel nulla , come se questi non fossero mai esistiti. A connotare come abusiva le attività gestionale - secondo i primi commentatori - venivano in rilievo quelle operazioni gestionali che si pongono completamente al di fuori di qualsiasi autorizzazione amministrativa ovvero che sfuggono, per il modo in cui vengono attuate, a controllo effettivo da parte dell'autorità preposte al settore dei rifiuti v. L. Prati, Il nuovo reato di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, in Ambiente, n. 7/2001 . La nota di illiceità speciale l'avverbio abusivamente . Seguendo questa stessa ottica interpretativa, la Cassazione, con la più volte citata sentenza 30373/04, ha a sua volta riempito di contenuto il termine abusivamente di cui all'articolo 53bis, significando che esso, lungi dall'avere valore residuale e, quindi, alternativo rispetto alla disposizione dell'articolo 51, ne costituisce semmai un esplicito richiamo in quanto riferito alla mancanza di autorizzazione, che determina l'illiceità della gestione organizzata e costituisce l'essenza stessa del traffico illecito di rifiuti. Oggi - con la sentenza 40828/05 - i giudici di Piazza Cavour vengono ulteriormente a valorizzare il carattere di antigiuridicità speciale richiesto dal delitto in esame così come interpretato dalla migliore dottrina, statuendo come la nozione giuridica di condotta abusiva di cui all'articolo 53bis, comma 1, D.Lgs 22/97 comprende - come attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti - oltre quella cosiddetta clandestina ossia quella effettuata senza alcuna autorizzazione e quella avente per oggetto una tipologia di rifiuti non rientranti nel titolo abilitativo, anche tutte quelle attività che, per le modalità concrete con cui si esplicano, risultano totalmente difformi da quanto autorizzato, sì da non essere più giuridicamente riconducibili al titolo abilitativo rilasciato dalla competente autorità amministrativa . * Magistrato onorario, Avvocato, Dottorando di ricerca in diritto penale dell'economia e dell'ambiente presso l'Università di Teramo

Tribunale di Bari - Ufficio del Gip - ordinanza 24 giugno 2004 Giudice De Benedictis - indagati Delle Foglie ed altri Visti gli atti del giudizio 2358/04 Rg Gip e, preso atto che nella fattispecie si contestava nei confronti dei tre indagati, fra le altre, anche la contestazione di cui all'articolo 53bis del D.Lgs 22/97, per avere gli stessi, in concorso tra loro ed al fine di conseguire un ingiusto profitto, con più operazioni, attraverso l'allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, ceduto, ricevuto, trasportato e comunque smaltito e gestito abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti tra 1999 ed il 2003. Letta inoltre la richiesta di applicazione di una misura cautelare richiesta dalla pubblica accusa nei confronti dei tre indagati di cui al sopra numerato procedimento, formulata nei loro confronti in data 18 maggio 2004 ed accolta dallo scrivente con ordinanza di applicazione della custodia cautelare nei loro confronti nella forma degli arresti domiciliari in data 3 giugno 2004 e rilevato che nella fattispecie si trattava di uno scarico continuato sui terreni di uno degli indagati, per circa quattro anni appunto dal 1999 al 2003, malgrado l'articolo 53bis del decreto Ronchi sia entrato in vigore dall'aprile del 2001 di ammendante organico compostato sfuso prodotto da altro indagato e trasportato dall'ultimo dei tre indagati in quantità di gran lunga superiore a quelle consentite, al massimo, dalla legge anche falsificando la destinazione dello stesso sulle bollette di scarico relativo , ammendante contenente rifiuti inorganici del tipo plastica, oggetti metallici ed altro ed equiparabile pertanto ad un rifiuto, motivo per cui si riteneva che, vista l'attività industriale apprestata e la reiterazione delle condotte, commisurate, però sull'arco di ben quattro anni, vi fosse nella fattispecie la concretizzazione di un ingente traffico illecito di rifiuti. Rilevato che lo scrivente ritiene di poter dubitare, in maniera non manifestamente infondata, della legittimità costituzionale dell'articolo 53bis del D.Lgs 22/97 aggiunto dall'articolo 22 legge 93/01 per evidente contrasto della formulazione di tale norma con i precetti costituzionali contenuti negli articoli 3, 24, 25, 27 e 111 della Costituzione. L'articolo 53bis inserito nel D.Lgs 22/1997 e, infatti, il primo e, allo stato, unico delitto ambientale in senso stretto della legislazione italiana tuttavia, la norma introdotta dall'articolo 22 della legge 23 marzo 2001 per come strutturata, appare ragionevolmente passibile di declaratoria di illegittimità costituzionale relativamente a due profili, entrambi di evidente rilevanza l'inesistenza di un minimo riconoscibile di condotta tipica ingenti quantitativi e la palese - quanto inaccettabile - coincidenza dell'elemento psicologico - dolo specifico introdotto, con il dolo generico richiesto per la volizione dolosa minima . Va premesso che l'articolo 53bis è un delitto certamente di pericolo senza evento e, pertanto, tipizzato unicamente in relazione alla condotta sulla quale dovrebbe incentrarsi. L'offensività del fatto tipico in relazione al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice in più il legislatore ha individuato un ulteriore elemento costitutivo della fattispecie rappresentato dal dolo specifico dell'ingiusto profitto. La tecnica legislativa utilizzata per disciplinare tale illecito è assolutamente disarmonica rispetto ai canoni della tipicità e determinatezza della fattispecie, nonostante ogni sforzo interpretativo. In relazione alla condotta, sembra che il legislatore abbia voluto operare una distinzione rispetto alle fattispecie contravvenzionali, tipizzando, in modo specifico, la scelta comportamentale - mediante più operazioni organizzate in modo continuativo - di gestione abusiva di ingenti quantitativi di rifiuti. Tale condotta, però, appare in tutta evidenza contraria al principio di tassatività della norma penale, in quanto assolutamente indeterminata, nella parte in cui non è in alcun modo specificata la parametrazione del concetto - per qualità e/o quantità - di ingenti quantitativi , anche per l'assolutamente generico riferimento all'avverbio abusivamente , di cui si dirà poi oltre che, in second'ordine, per l'omissione relativa alla tipologia di rifiuti, la cui gestione integrerebbe il delitto de quo . Invero, non si comprende quali siano i requisiti che rendono le attività continuative ed organizzate che non siano di fatto ricompresi, nel previo allestimento di mezzi e come possa a molteplicità di operazioni che costituiscono da sole, ciascuna di esse, una porzione della condotta tipica prevista dall'articolo 53bis che, evidentemente, presenta una rubrica che fa pensare all'interprete a condotte organizzate per il traffico illeciti di rifiuti, ed invece la condotta così infelicemente descritta punisce la organizzata e continuativa cessione, trasporto, esportazione, ecc. illeciti dei rifiuti, e quindi nulla ha a che vedere con il traffico illecito di rifiuti di cui al precedente articolo 53 del medesimo decreto Ronchi, che è cosa del tutto diversa. Inoltre, la tipizzazione della condotta in relazione al concetto di ingenti quantitativi , è un'assoluta novità del nostro ordinamento, che lascia indubbiamente campo libero alla più ampia, discrezionalità del giudice che di volta in volta non si limiterà ad interpretare la norma, bensì ad indicarne la portata tipica ed i contenuti precettivi, con presumibile contrasto di giudicati anche in caso di identiche condotte a seconda dell'indicazione del giudice di turno. Questa situazione, lo si ripete, è indubbiamente in contrasto con il principio di legalità nella sua duplice veste della tassatività e determinatezza della fattispecie, oltre che evidentemente lesiva, nella sua genericità, di un serio esercizio del diritto di difesa. Tale diagramma, sintonizzato al rispetto dei principi costituzionali, può soffrire lievissime eccezioni solo se tali concetti indeterminati vengano a tipizzare delle circostanze del reato vedi sostanze stupefacenti arg. ex Cassazione, Sezioni unite, 21 giugno 2000, n. 17 laddove la discrezionalità del giudice serve ad equilibrare fatti già penalmente rilevanti e specificatamente individuati e sanzionati dalle norme incriminatici. Non solo, proprio dalla giurisprudenza di legittimità, in tema di stupefacenti, richiamata abbondantemente nella richiesta di applicazione di una misura cautelare nel presente procedimento vedi ex multis, Cassazione, Sezione sesta, 10 aprile 2003, n. 29702 , si apprende l'estremo pragmatismo che caratterizza l'interpretazione della circostanza aggravante ex articolo 80 del Dpr 309/90, con riferimenti che in alcun modo possono essere estesi alla materia dei rifiuti. Questo a maggior ragione ove si consideri che la gestione di questi ingenti quantitativi deve essere semplicemente abusiva, senza che sia dato sapere a quale dei divieti del decreto Ronchi e solo a quelli? la norma si riferisca e, soprattutto, a quali tipologie di rifiuti, elemento questo, assolutamente rilevante ai fini della effettiva messa in pericolo del bene giuridico che la norma vuole tutelare. In tale frangente, non può valere, trattandosi di norma incriminatrice primaria, il rinvio che la giurisprudenza della Sc opera alla valutazione discrezionale del giudice di merito in tema di stupefacenti. Così operando, si svincolerebbe il precetto da qualsivoglia certezza, affidando all'apprezzamento dell'interprete la delimitazione dei contenuti tipici del fatto di reato, situazione evidentemente collidente con i principi di cui agli articoli dalla Carta fondamentale richiamati in epigrafe, ciascuno indicativo di un parametro microscopicamente violato dal legislatore con la norma in esame. Peraltro, visto che la gestione di queste ingenti quantità di rifiuti, così come il commercio, l'intermediazione e le spedizioni abusive degli stessi, sono già previsti come reati, sia pure di natura solo contravvenzionale, da altre norme del decreto Ronchi, se non si vuole ritenere che l'articolo 53bis abbia avuto, in pratica, il solo compito di elevare al rango di delitto fattispecie che prima erano solo contravvenzioni, ci si deve chiedere se può esistere in rerum natura un'attività che sia abusiva ma che produce comunque un profitto giusto, altra ragione per cui si ritiene la norma assolutamente contraria al principio costituzionale di tassatività. La norma appare illegittima costituzionalmente anche ove si ponga attenzione alla introduzione del dolo specifico - ingiusto profitto - che indubbiamente incentra l'illiceità della fattispecie infatti, non è sufficiente porre in essere la condotta prevista dalla norma, ma occorre uno scopo ulteriore perché il fatto possa essere costitutivo di reato. La scelta di punire queste condotte come realizzate a seguito di dolo specifico, presumibilmente, è frutto della scelta del legislatore di delimitare la punizione a comportamenti che, di per sé leciti, si possono qualificare come reati in presenza di questa determinata finalità un ingiusto profitto . Solo che la genericità della condotta, indubbiamente mal scritta, rende ancora più difficile la valutazione della sussistenza dell'elemento psicologico - dolo specifico - ulteriore rispetto al dolo generico dell'avverbio abusivamente , in quanto e davvero impossibile immaginare un profitto giusto in presenza di una gestione, come già scritto sopra, se questa attività, altrimenti lecita, deve necessariamente essere anche abusiva, quello che avrebbe dovuto essere l'elemento specializzante da provare - dolo specifico - viene, a causa di tale errata previsione legislativa, inevitabilmente a confondersi con la condotta, determinando un'inaccettabile dolus in re ipsa, e comunque una inevitabile confusione e coincidenza ed impossibilità di discernimento tra il dolo specifico e quello generico, realizzando così un ulteriore vulnus diritto di difesa ex articolo 24 della Costituzione. PQM Ai sensi dell'articolo 23, comma 2, legge 87/1953 Dispone la sospensione del sopra numerato procedimento Dispone altresì l'immediata trasmissione degli atti del presente giudizio alla Corte costituzionale Ordina che la presente sia trasmessa, a cura della cancelleria alla locale Procura, agli indagati ed ai loro difensori, al Presidente del Consiglio dei ministri e al Presidente delle due Camere del Parlamento.

Cassazione - Sezione terza penale cc - sentenza 6 ottobre - 10 novembre, n. 40828 Presidente De Maio - Relatore Gentile Pm Salzano conf. - ricorrente Pm in proc. Fradella ed altri Svolgimento del processo [omissis] Motivi della decisione I ricorsi sono fondati. Nella fattispecie è stato contestato il reato di cui all'articolo 53bis D.Lgs 22/97, nei confronti, tra gli altri, di Fradella Pasquale, Graffagnino Luigi e Putrone Antonino perché, nella qualità di funzionari dell'Amia, con più operazioni ed attraverso l'allestimento di mezzi ed attività continuative organizzate nella citata azienda, gestivano abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti il tutto in riferimento alla discarica di Bellolampo, con le modalità e nelle condizioni di tempo e di luogo come analiticamente indicate nei capi di imputazione formulati dal Pm. In riferimento al citato reato, veniva avanzata dal Pm la richiesta della misura cautelare dell'interdizione dai pubblici uffici e servizi ex articoli 287 e 289 Cpp richiesta respinta, prima dal Gip del Tribunale di Palermo con ordinanza del 12 aprile 2005, poi dal Tribunale del riesame di Palermo, in sede di appello ex articolo 310 Cpp, con ordinanza in data 11 maggio 2005, avverso la quale è stato proposto l'attuale ricorso per Cassazione. Il Tribunale del riesame ha respinto l'appello del Pm sostenendo sostanzialmente che nella fattispecie non ricorrevano gravi indizi di colpevolezza del reato de quo per la carenza dei seguenti elementi costitutivi del medesimo, ed ossia a l'abusività delle condotte addebitate agli indagati b l'ingente quantità dei rifiuti abusivamente gestiti c l'elemento soggettivo, con particolare riferimento all'ingiusto profitto. Tanto premesso sui termini essenziali della vicenda in esame, questa Corte rileva che la motivazione dell'ordinanza impugnata, in relazione ai citati punti è carente, lacunosa, contraddittoria e comunque non congruamente argomentata in diritto. In primo luogo va osservato che la condotta contestata agli indagati era consistita a nel trattamento del percolato della discarica non conforme alle prescrizioni indicate nel provvedimenti autorizzativo b nella non corretta procedura gestionale del percolato medesimo c nella circostanza che le operazioni di ricircolo erano avvenute non solo per irrorazione cioè mediante il rilancio del percolato sui rifiuti, ma anche per iniezione, cioè per introduzione massiccia e forzata nel pozzo sul colmo della vasca in esercizio d nel fatto che la pratica del ricircolo aveva favorito gli eventi di piena del percolato, con conseguente elevato rischio di contaminazione ambientale e nell'inquinamento da contaminazione di percolato di una falda profonda sita in contrada Pozzo Petrazzi f nell'inquinamento da contaminazione di percolato delle acque superficiali del Vallone Celona, a causa di un trabocco per sovrappieno g nella contaminazione del suolo limitrofo alla discarica i nello smaltimento di rifiuti non conferibili nella discarica, come frigoriferi il tutto, in relazione all'attività di smaltimento dei rifiuti solidi urbani ed assimilabili, esercitata nella discarica comunale di Bellolampo, autorizzata con ordinanza prefettizia del 20 maggio 2002. Orbene, a fronte di una così articolata contestazione, il Tribunale di Palermo, mediante una succinta e lacunosa motivazione, ha circoscritto in modo probabilistico, l'ipotesi di attività abusiva addebitata agli indagati al solo smaltimento di frigoriferi ed elettrodomestici, non costituendo lo stesso oggetto della citata autorizzazione. Le ulteriori molteplici condotte illecite, come indicate sopra ai punti a , b c , d , e , f , g , h sono state ritenute inosservanze delle prescrizioni richiamate nella predetta autorizzazione, tutte riconducibili alla diversa ipotesi di reato di cui all'articolo 51, comma 4, D.Lgs 22/97. Trattasi di argomentazione errata in diritto. All'uopo va affermato che la nozione giuridica di condotta abusiva di cui all'articolo 53bis, comma 1, D.Lgs 22/97 comprende - come attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti - oltre quella cosiddetta clandestina ossia quella effettuata senza alcuna autorizzazione e quella avente per oggetto una tipologia di rifiuti non rientranti nel titolo abilitativo, anche tutte quelle attività che, per le modalità concrete con cui si esplicano, risultano totalmente difformi da quanto autorizzato, sì da non essere più giuridicamente riconducibili al titolo abilitativo rilasciato dalla competente autorità amministrativa. Orbene, nella fattispecie in esame, il Tribunale del riesame ha omesso di indicare i termini precisi dell'autorizzazione prefettizia del 20 maggio 2002, nonché il contenuto delle prescrizioni ivi richiamate, per cui manca qualsiasi congrua valutazione - sotto il profilo logico, giuridico e di pertinenza fattuale - del grado di difformità, in termini qualitativi e quantitativi, tra le attività autorizzate e quelle concretamente realizzate dagli indagati. Parimenti, per quanto attiene al requisito degli ingenti quantitativi dei rifiuti, il Tribunale ne ha escluso la sussistenza, con riferimento però ai soli frigoriferi perché detto requisito non era stato provato. Trattasi di motivazione apparente e, comunque, erronea. Il Tribunale, invero, non ha indicato i parametri obiettivi - in relazione al contesto delle attività illecite addebitate agli indagati - cui ricondurre la determinazione di ingenti quantità. In altri termini, la nozione giuridica di ingente quantità così come indicata in motivazione, risulta vaga, incerta e soprattutto priva di elementi specifici che consentano di determinare, con sufficiente congruità e plausibilità, la sussistenza o meno di tale requisito in relazione alla fattispecie concreta in esame. Va evidenziato, altresì, che vi è stata una valutazione parziale dell'ingente quantità, perché circoscritta ai soli rifiuti costituiti dagli elettrodomestici, senza alcun riferimento alle altre attività contestate e relative al trattamento e gestione del percolato e del liquame queste ultime attività escluse dall'ipotesi di condotte abusive, con motivazione incongrua, come argomentato sopra. Ancora, è stata negata la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato de quo ossia il dolo specifico per la mancanza del perseguimento da parte degli indagati di un ingiusto profitto non potendosi ritenere tale conferimento del premio di produzione a favore degli stessi. In particolare il Tribunale ha affermato che il risparmio dei costi di gestione da parte dell'azienda Amia risparmio conseguente alle attività illecite contestate agli indagati costituisce uno solo dei parametri richiesti per il conferimento del premio di produzione agli interessati, per cui detto elemento di per sé solo non è idoneo a costituire fatto rilevante ai fini dell'ingiusto profitto richiesto dalla norma in esame. Trattasi, anche a tal riguardo, di motivazione carente, contraddittoria e comunque errata in diritto. Innanzitutto - in riferimento alla nozione giuridica di ingiusto profitto richiesto dall'articolo 53bis, comma 1, D.Lgs 22/97 - va affermato che detto profitto non deve avere carattere necessariamente patrimoniale, potendo essere costituito anche da vantaggi di altra natura. Nella fattispecie in esame gli indagati consentendo, mediante la citata attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, un rilevante risparmio dei costi di produzione dell'azienda, rafforzavano notevolmente la loro posizione apicale nell'ambito della struttura dirigenziale dell'Amia, con conseguente vantaggio personale, immediato e futuro. Ancora, la circostanza che la riduzione dei costi da parte dell'azienda costituisse soltanto uno dei parametri da valutare ai fini del conferimento dei premi di produzione, non esclude affatto che detto parametro concorresse a determinare l'erogazione dei citati incentivi economici, con conseguente profitto personale e patrimoniale da parte degli interessati. Vanno annullate, pertanto, per vizio di motivazione, ex articolo 606, lettera e , Cpp le ordinanze emesse dal Tribunale di Palermo il 16 maggio 2005 nei confronti di Fradella Pasquale, Graffagnino Luigi e Putrone Antonino, con rinvio, per un nuovo esame, a detto ufficio giudiziario, che si atterrà ai principi di diritto sopra enunciati. PQM Annulla le ordinanze impugnate, con rinvio al Tribunale di Palermo.

Cassazione - Sezione terza penale cc - sentenza 6 ottobre - 10 novembre, n. 40827 Presidente De Maio - Relatore Fiale Pm Salzano conf. - ricorrente Carretta In fatto e in diritto [omissis] Il ricorso deve essere rigettato perché infondato. 1. L'eccezione procedimentale. Infondata è, anzitutto, la doglianza di pretesa violazione dell'articolo 321 Cpp. Secondo la giurisprudenza di questa Corte Suprema, il giudice può disporre il sequestro preventivo solo su richiesta del Pm e sulla base degli elementi dallo stesso presentati Cassazione sezione quinta, 1050/99 sezione terza, 2594/94 . Nella specie, la richiesta rivolta dal Pm al Gip in data 21 dicembre 2004 conteneva una diffusa esposizione degli elementi di prova acquisiti in relazione agli illeciti ascritti agli organi societari della Niagara Srl foll. 10-102 e 107-108 e - pur non ricomprendendo evidentemente per mera omissione nella relativa trascrizione , nella formulazione dell'istanza finale di sequestro preventivo, lo stabilimento di Poggio Relativo di detta società - formulava comunque implicitamente detta istanza allorquando rilevava al fol. 122 , proprio in sede di esposizione delle ragioni che imponevano l'applicazione della misura di cautela reale agli impianti e siti in precedenza individuati, che lo stabilimento di Poggio Renatico della Niagara Srl costituisce una vera e propria mina vagante nel panorama del traffico dei rifiuti, fuoriuscendo continuativamente da esso ingenti quantitativi di rifiuti anche pericolosi artatamente classificati con codici di comodo e caratterizzati in maniera incompleta . 2. Il fumus del delitto di cui all'articolo 53bis del D.Lgs 22/97. Il delitto previsto dall'articolo 53bis del D.Lgs 22/97 introdotto dalla legge 93/01 riguarda chiunque, al fine di conseguire un ingiusto profitto, abbia allestito una vera e propria organizzazione professionale con cui gestire continuativamente, in modo illegale, ingenti quantitativi di rifiuti. La gestione dei rifiuti e le altre condotte previste come illecito devono concretizzarsi in più operazioni ed intervenire attraverso allestimento di mezzi e attività continuative organizzate ed entrambi gli aspetti devono configurarsi cumulativamente v. Cassazione, sezione terza, 17 gennaio 2002, Paggi . Le condotte sanzionate, a giudizio di questo Collegio, si riferiscono a qualsiasi gestione dei rifiuti, anche attraverso attività di intermediazione e commercio che sia svolta in violazione della normativa speciale disciplinante la materia, sicché esse non possono intendersi ristrette dalla definizione di gestione delineata dall'articolo 6, comma 1, lettera d , D.Lgs 22/97, né limitate ai soli casi in cui l'attività venga svolta al di fuori delle prescritte autorizzazioni. Nella vicenda in esame risulta correttamente verificata la sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice 2.1. Lo svolgimento abusivo di una pluralità di operazioni di gestione dei rifiuti si ricollega al reiterato conferimento di fanghi pericolosi e non recuperabili classificati con un codice Cer errato per giustificarne surrettiziamente la ricuperabilità fanghi che, comunque, non avrebbero potuto essere in alcun modo conferiti ad un gestore della classe della Spa C. & C. legittimata unicamente all'esercizio di attività di recupero di rifiuti non pericolosi, in regime c.d. semplificato . L'allegato D del D.Lgs 22/97 che recepisce le direttive della Commissione europea 2000/532 e 2001/573 distingue i fanghi prodotti * da trattamenti chimico-fisici di rifiuti industriali contenenti sostanze pericolose 1902.05 e non contenenti sostanze pericolose 1902.06 * dal trattamento biologico di rifiuti industriali contenenti sostanze pericolose 1908.11 e non contenenti sostanze pericolose 1908.12 * da altri trattamenti di rifiuti industriali contenenti sostanze pericolose 1908.13 e non contenenti sostanze pericolose 1908.14 . Nella nozione di altri trattamenti non possono comunque ricomprendersi - tenuto conto della ratio della suddistinzione normativa, riconducibile alla diversificazione dei profili inquinanti - quelli caratterizzati anche da sub-procedimenti chimico-fisici. 2.2. Quanto al superamento dei parametri fissati dal Dm 5 febbraio 1998, le contestazioni circa la ritualità con particolare riguardo alle modalità dei prelievi e l'attendibilità delle analisi effettuate non possono trovare ingresso, in sede cautelare, né valgono ad escludere la sussistenza del fumus del superamento medesimo. 2.3. Non può porsi in discussione, nella specie, la sussistenza dell'elemento dell' allestimento di mezzi e attività continuativamente organizzate , a fronte di una struttura organizzativa, di tipo imprenditoriale, idonea ed adeguata a realizzare l'obiettivo criminoso preso di mira. Tale struttura, giova evidenziarlo, non deve essere destinata in via esclusiva alla commissione di attività illecite. Le contestazioni riferite, poi, alla mancata verifica della componente analitica degli idrocarburi e dei parametri di arsenico, mercurio e solventi clorurati si pongono, nella prospettiva accusatoria, quale dato sintomatico, quanto meno, della consapevole e volontaria accettazione del rischio di conferimento di rifiuti pericolosi. 2.4. Correttamente è stata ravvisata la sussistenza dell'elemento della gestione di ingenti quantitativi di rifiuti. Il termine ingente ha un chiaro significato semantico nel linguaggio comune e - giudizio di questo Collegio - deve riferirsi all'attività abusiva nel suo complesso, cioè al quantitativo di rifiuti complessivamente gestito attraverso la pluralità di operazioni le quali, singolarmente considerate, potrebbero avere ad accetto anche quantità modeste e non può essere desunto automaticamente dalla stessa organizzazione e continuità dell'attività di gestione dei rifiuti in senso conforme, v. Cassazione, sezione sesta, 303737/04, Pm in proc. Ostuni . Nella fattispecie in esame risulta che la Srl Niagara aveva conferito alla Spa C. & C. 3.000 tonnellate di fanghi, nell'anno 2003 e di oltre 1.000 tonnellate nell'anno 2004 e, a fronte di dati quantitativi di un'imponenza oggettiva siffatta, non si pone sicuramente la necessità prospettata dal ricorrente di relativizzare tali dati assoluti verificandone l'incidenza sull'intera produzione di rifiuti riconducibile alla stessa Srl Niagara . 2.5. Il reato ipotizzato è punibile a titolo di dolo specifico, in quanto la norma richiede in capo all'agente il fine di conseguire un profitto ingiusto . Tale profitto non deve necessariamente assumere natura di ricavo patrimoniale, ben potendo lo stesso essere integrato dal mero risparmio di costi o dal perseguimento di vantaggi di altra natura. Non è affatto necessario, però - ai fini della perfezione del reato - l'effettivo conseguimento di un vantaggio siffatto. Nella fattispecie in esame - tenuto conto che l'impresa che conferisce i fanghi normalmente paga i propri conferimenti - un'ipotesi di profitto può ragionevolmente ipotizzarsi non solo in un risparmio di costi nell'effettuazione dei conferimenti ad una ditta riutilizzatrice piuttosto che ad un'altra, ovvero ad un'impresa di gestione di una discarica, ma anche e ciò, nella specie, assume valenza pregnante nella stessa possibilità di effettuare conferimenti che non sarebbero possibili, ovvero richiederebbero costi maggiori, in considerazione dell'effettivo grado di pericolosità dei rifiuti che si intende conferire onde il vantaggio connesso al mascheramento dei componenti effettivi dei rifiuti medesimi . L'effettiva sussistenza del dolo non è questione da verificare in sede di cautela reale, però più che evidente deve ritenersi, allo stato la stessa ordinanza impugnata palesa la necessità di più approfondite stime dei prezzi del conferimento dei fanghi nel regime di mercato , l'ipotizzabilità razionale anche dell'elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice. 3. I limiti dell'accertamento incidentale demandato al Tribunale del riesame. Alla stregua della giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte Suprema, nei procedimenti incidentali aventi ad oggetto il riesame di provvedimenti di sequestro * la verifica delle condizioni di legittimità della misura reale da parte del Tribunale non può tradursi un un'anticipata decisione della questione di merito concernente la responsabilità dell'indagato in ordine al reato o ai reati oggetto di investigazione, ma deve limitarsi al controllo di compatibilità tra fattispecie concreta e fattispecie legale ipotizzata, mediante una valutazione prioritaria ed attenta dell'antigiuridicità penale del fatto Cassazione, Sezioni unite, 7 novembre 1992, Midolini * l'accertamento della sussistenza del fumus commissi delicti va compiuto sotto il profilo della congruità degli elementi rappresentati, che non possono essere censurati in punto di fatto, per apprezzarne la coincidenza con le reali risultanze processuali, ma che vanno valutati così come esposti al fine di verificare se essi consentono di sussumere l'ipotesi formulata in quella tipica. Il Tribunale, dunque, non deve instaurare un processo nel processo, ma svolgere l'indispensabile ruolo di garanzia, tenendo nel debito conto le contestazioni difensive sull'esistenza della fattispecie dedotta ed esaminando sotto ogni aspetto l'integralità dei presupposti che legittimano il sequestro Cassazione, sezioni unite, 29 gennaio 1997, Pm in proc. Bassi ed altri . 4. Il periculum in mora e le prescrizioni imposte. 4.1. Il periculum in mora che - ai sensi del comma 1 dell'articolo 321 Cpp - legittima il sequestro preventivo, deve intendersi come concreta possibilità, desunta dalla natura del bene e da tutte le circostanze del fatto, che il bene stesso assuma carattere strumentale rispetto all'aggravamento o alla protrazione delle conseguenze del reato ipotizzato o alla agevolazione della commissione di altri reati. Nella fattispecie in esame, correttamente il Tribunale ha rilevato che il conferimento ripetuto e non estemporaneo di rifiuti con codice di comodo evidenzia un comportamento stabilizzato nel tempo e quindi induce a reputare una probabile ripetizione di tale condotta illecita e che la libera disponibilità dell'impianto può agevolare la commissione di ulteriori reati dello stesso tipo . Detta valutazione * viene corroborata dalla circostanza che la Srl Niagara , anche dopo i primi riscontri di polizia giudiziaria inerenti alla pericolosità del materiale fuoriuscente dal proprio impianto, non aveva modificato il consueto modus operandi * non può considerarsi inficiata dall'intervenuto sequestro degli stabilimenti della Spa C. & C. , essendo emerso che la medesima Srl conferiva anche ad altri impianti ad esempio, la Inerteco e la Vallortigara Servizi Ambientali * non contrasta con la circostanza meramente assertiva secondo la quale attualmente la Srl Niagara effettuerebbe conferimenti soltanto in discarica, trattandosi di decisione imprenditoriale comunque modificabile nel tempo. 4.2. Il Gip, infine, con il provvedimento di sequestro in oggetto, non ha imposto prescrizioni, né ha disciplinato lo svolgimento di un'attività imprenditoriale sostituendosi surrettiziamente all'autorità amministrativa ha soltanto consentito - con disposizione eccezionale di favore di cui la società interessata non ha interesse a dolersi - che nello stabilimento sequestrato qualora gli organi societari ne ravvisino l'opportunità , la prosecuzione dell'esercizio dell'attività di trattamento di rifiuti speciali anche pericolosi possa eventualmente continuare con la verifica e vigilanza di tutte le operazioni di gestione dei fanghi prodotti, a cura del personale della Pg delegato dalla Procura di Venezia . 5. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento. PQM Visti gli articoli 127, 325 e 616 Cpp, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.