«Torna al lavoro!», ma il lavoro non c’era al momento del richiamo: illegittimo il licenziamento

In tema di presunzioni semplici, gli elementi assunti a fonte di prova non devono necessariamente essere più d’uno, potendo il convincimento del giudice fondarsi anche su di un solo elemento. Corretta la giustificazione dell’inerzia del licenziato operata dal giudice sulla base della testimonianza del collega, che ha affermato che per lavorare era necessario il sughero che lui stava nel frattempo portando.

Con la sentenza n. 6125, depositata il 12 marzo 2013, la Corte di Cassazione ha confermato l’illegittimità di un licenziamento. Un licenziamento ingiusto l’inoperosità è giustificata. Un lavoratore di un sugherificio chiacchiera per un quarto d’ora con un collega. L’amministratore delegato, rilevata la situazione di lassismo, lo invita a riprendere il lavoro. Il lavoratore gli risponde in malo modo. Per questi motivi viene licenziato, per ragioni disciplinari. Il licenziamento viene confermato dal Tribunale, mentre la Corte d’Appello ordina la reintegra del lavoratore, rilevando che, vista la deposizione di un altro collega, si possa ritenere che l’ingiustamente licenziato fosse in attesa di altro materiale da lavorare. La società ricorre per cassazione, sostenendo violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. e dell’art. 437 c.p.c. in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c., perché il giudice avrebbe deciso sulla base di una mera presunzione scaturente da un fatto inammissibilmente dedotto per la prima volta in appello . Logica la valutazione del giudice d’appello. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, in parte perché con esso si cerca di riproporre un diverso apprezzamento dei fatti, improponibile in sede di legittimità, visto che spetta al giudice di merito valutare l’opportunità di fare ricorso alle presunzioni semplici, i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico e valutarne la rispondenza ai requisiti di legge . Così, con logicità, è stato ritenuta non provata l’ingiustificata inoperosità del lavoratore. Allo stesso modo non è stato ritenuto provato che la risposta poco cortese del lavoratore rappresentasse un insulto o un’insubordinazione. La Corte rileva poi che la testimonianza, da cui poi è stata tratta la presunzione, è stata raccolta già in primo grado e che le mere inferenze logiche ricavabili dalla testimonianza non costituiscono allegazione di fatti nuovi . Basta anche solo una presunzione. Peraltro l’art. 2729 c.c., nel richiedere presunzioni gravi, precise e concordanti, si riferisce all’idoneità dimostrativa del singolo elemento presuntivo , mentre nel caso in questione la presunzione è stata utilizzata per dimostrare come non raggiunta la prova dell’addebito . Ed è costante la giurisprudenza nel ritenere che la concordanza richiesta dalla norma civilistica valga nel caso si sia in presenza di più presunzioni, ma che si possa comunque decidere anche sulla base di una sola presunzione. Per questi motivi la Corte conferma l’illegittimità del licenziamento disciplinare operato.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 4 dicembre 2012 12 marzo 2013, n. 6125 Presidente La Terza Relatore Manna Svolgimento del processo Con sentenza depositata il 15.5.09 la Corte d'appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, in totale riforma della pronuncia di rigetto emessa in prime cure dal Tribunale di Tempio Pausania, accoglieva la domanda di reintegra nel posto di lavoro proposta da D.M. nei confronti della SGF Ganau -Sugherificio Ganau S.p.A. previa declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare intimatogli l’8.9.05, con conseguente condanna della società al risarcimento dei danni ex art. 18 Stat. Per la cassazione di tale sentenza ricorre la SGF Ganau - Sugherificio Ganau S.p.A. affidandosi a tre motivi, poi ulteriormente illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c Il D. resiste con controricorso. Motivi della decisione 1- Con il primo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. nonché vizio di motivazione, avendo l'impugnata sentenza accolto la domanda del D. pur avendo ritenuto raggiunta la prova dei fatti addebitatigli, ovvero che egli si fosse intrattenuto a parlare con un collega di lavoro per circa 15 minuti, reagendo poi in malo modo al richiamo dell'amministratore delegato che lo invitava a riprendere il lavoro in proposito - prosegue il ricorso - la Corte territoriale non ha fatto buon uso delle presunzioni, avendo ricavato dalla deposizione del teste T. e su base probabilistica che il D. in quel momento fosse in attesa di altro materiale da lavorare. Il primo motivo è da disattendersi perché, nel momento in cui si censura la deduzione probabilistica che i giudici d'appello hanno tratto dalla deposizione del teste T. , in realtà si sollecita soltanto un nuovo apprezzamento in fatto delle risultanze istruttorie alla scopo di pervenire ad convincimento diverso da quello espresso dal giudice di merito. Ciò non è consentito in questa sede, atteso che spetta al giudice di merito valutare l'opportunità di fare ricorso alle presunzioni semplici, individuare i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico e valutarne la rispondenza ai requisiti di legge, con apprezzamento di fatto che, ove adeguatamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità cfr., ex aliis, Cass. 2.4.09 n. 8023 . Nel caso di specie la Corte territoriale ha ritenuto - con motivazione immune da vizi logici o giuridici - non essere stata raggiunta la prova che il D. si fosse ingiustificatamente intrattenuto a parlare con un collega di lavoro per circa 15 minuti, ritenendo - appunto - che egli fosse momentaneamente inoperoso perché in attesa di altro materiale da lavorare. E, si badi, la sentenza impugnata non ritiene provato nemmeno quell'aspetto della contestazione disciplinare concernente l'avere il D. risposto in malo modo al richiamo rivoltogli, atteso che nella motivazione della Corte territoriale si legge che non è sicuro che la condotta tenuta dall'appellante concretizzi un'insubordinazione, piuttosto che un semplice episodio di maleducazione, strafottenza, o di reazione ad altrui e gratuite offese . 2- Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 437 c.p.c. in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c., nonché vizio di motivazione, nella parte in cui i giudici d'appello hanno giudicato in base a un fatto - che il D. in quel momento fosse in attesa del collega T. con il sughero per la bollitura, il che ne giustificava la temporanea inerzia - inammissibilmente dedotto per la prima volta in appello e non provato. Il motivo è infondato perché, premesso che il teste Tamponi è stato sentito in primo grado, le mere inferenze logiche ricavabili dalla sua testimonianza non costituiscono allegazione di fatti nuovi. Né si dica - come invece si legge nella memoria depositata ex art. 378 c.p.c. dalla società ricorrente - che si tratterebbe di inammissibile presunzione ricavata da un unico fatto noto costituito dal narrato del teste T. , vuoi perché l'art. 2729 c.c. si riferisce all'idoneità dimostrativa del singolo elemento presuntivo mentre nel nostro caso tale presunzione è stata utilizzata per dimostrare come non raggiunta la prova dell'addebito , vuoi perché - in realtà - per giurisprudenza antica e largamente prevalente di questa S.C., cui va data continuità, ammette che, in tema di presunzioni semplici, gli elementi assunti a fonte di prova non debbano necessariamente essere più d'uno, potendo il convincimento del giudice fondarsi anche su di un solo elemento in quanto il requisito della concordanza deve ritenersi menzionato dalla legge solo in previsione di un eventuale, ma non necessario, concorso di più elementi presuntivi cfr., ex aliis, Cass. 29.7.09 n. 17574 Cass. 11.9.07 n. 19088 Cass. 26.3.03 n. 4472 Cass. 20.10.69 n. 3414 . 3- Con il terzo motivo si prospetta violazione e falsa applicazione dell'art. 2119 c.c. in relazione all'art. 41 Cost., all'art. 2104, all'art. 2106, all'art. 2098 c.c. nonché vizio di motivazione, laddove la Corte territoriale ha omesso ogni valutazione dei fatti contestati ed acclarati all'esito dell'istruttoria di causa, della loro portata, delle loro circostanze, dei motivi e dell'intensità dell'elemento volitivo e, segnatamente, delle numerose precedenti sanzioni disciplinari in passato irrogate al D. . Il motivo, benché illustrato dai summenzionati richiami normativi, in realtà tende soltanto ad ottenere un nuovo apprezzamento delle risultanze istruttorie, in tal modo collocandosi all'esterno dell'area di cui all'art. 360 c.p.c Infatti, per costante giurisprudenza di questa Corte Suprema - da cui non si ravvisa motivo alcuno di discostarsi - il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 n. 5 c.p.c., sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di un fatto decisivo della controversia, potendosi in sede di legittimità controllare unicamente sotto il profilo logico - formale la valutazione operata dal giudice del merito, soltanto al quale spetta individuare le fonti del proprio convincimento e, all'uopo, valutare le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza e scegliere, tra esse, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione cfr., ex aliis, Cass. S.U. 11.6.98 n. 5802 e innumerevoli successive pronunce conformi . Né il ricorso isola come invece avrebbe dovuto singoli passaggi argomentativi per evidenziarne l'illogicità o la contraddittorietà intrinseche e manifeste vale a dire tali da poter essere percepite in maniera oggettiva e a prescindere dalla lettura del materiale di causa , ma ritiene di poter enucleare vizi di motivazione dal mero accesso diretto agli atti e dalla loro delibazione, operazione non consentita in sede di legittimità. Quanto ai motivi e all'intensità dell'elemento volitivo della condotta del D. e agli asseriti suoi precedenti disciplinari, è assorbente rilevare che si tratta di elementi di valutazione che possono venire in rilievo a fini di delibazione della proporzionalità della sanzione adottata soltanto nel caso in cui risulti acclarata la condotta oggetto di contestazione disciplinare ma è proprio tale condotta che i giudici d'appello hanno ritenuto - sempre con motivazione immune di vizi logici o giuridici, come sopra si è detto - non provata. 4- Le considerazioni che precedono assorbono i profili di inammissibilità delle censure di motivazione per omessa formulazione dei dovuti momenti di sintesi del fatto controverso e decisivo ex art. 366 bis c.p.c. applicabile ratione temporis, vista la data di deposito dell'impugnata sentenza . 5- In conclusione, il ricorso è da rigettarsi. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza. P.Q.M. La Corte, rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 40,00 per esborsi e in Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge.