Legge Pecorella: è l'irragionevolezza e la disparità di trattamento a renderla (parzialmente) incostituzionale

di Aldo Natalini

di Aldo Natalini* La menomazione recata ai poteri della parte pubblica dalla legge sull'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, nel confronto con quelli speculari dell'imputato, eccede il limite di tollerabilità costituzionale , in quanto non è sorretta da una ratio adeguata in rapporto al carattere radicale, generale ed unilaterale della menomazione stessa oltre a risultare intrinsecamente contraddittoria rispetto al mantenimento del potere di appello del Pm contro le sentenze di condanna . Difatti, pur dovendosi ritenere che, nella cornice dei valori costituzionali, l'eventuale differente modulazione dell'appello per l'imputato e per il Pm non contraddice, di per sé, il principio della parità delle parti, nel caso di specie la disciplina in discorso viola senz'altro il canone della ragionevolezza ed i connessi corollari di adeguatezza e proporzionalità. Questo il cuore della sentenza costituzionale 26/2007 - qui disponibile nei documenti correlati - con cui la Consulta ha risuscitato l'appello del Pm dichiarando l'incostituzionalità dell'articolo 1 della legge 46/2006 e - conseguentemente dell'articolo 10 disciplinante la fase transitoria - nella parte in cui, sostituendo l'articolo 593 Cpp, esclude che il Pm possa appellare contro le sentenze di proscioglimento, fatta eccezione per le ipotesi previste dall'articolo 603, comma 2, del medesimo codice, se la nuova prova è decisiva . Una risurrezione annunciata, questa, visto che - come si ricorderà vedi il quotidiano on line Dirittoegiustizia.it del 25 gennaio scorso - fu la stessa Corte Costituzionale che, con prassi alquanto irrituale spiegabile forse in ragione dell'importanza del decisum , il 24 gennaio scorso rese noto, con apposito comunicato, stampa il dispositivo di incostituzionalità prima ancora del deposito ufficiale del testo integrale della sentenza avvenuto, per l'appunto, soltanto ieri . Ora, finalmente, sono disponibili le tanto attese motivazioni, dalle quali resta confermata l'idea - già filtrata all'indomani della solenne bocciatura della legge Pecorella - che, alla base della decisine d'incostituzionalità v'è la ravvisata violazione dell'articolo 111, comma 2, della Costituzione. Nessuna indicazione viene invece dal Palazzo della Consulta in ordine ai possibili scenari processuali che ora si apriranno. Restano irrisolte, allo stato, vari aspetti quale sorte avranno gli appelli dei Pm presentati prima dell'entrata in vigore della legge 46 9 marzo 2006 e per effetto di questa dichiarati inammissibili? Quale i ricorsi per Cassazione presentati dai Pm nell'impossibilità di proporre appello? Quale quelli presentati dalle Procure sempre innanzi al giudice di legittimità dopo la dichiarazione di inammissibilità da parte delle Corti di appello? C'è da aspettarsi e da auspicare una disciplina ad hoc anche d'urgenza che, recependo le indicazioni della Consulta, regolamenti questi casi. Intanto, sempre sul fronte della legge Pecorella, nella giornata di ieri la Corte costituzionale ha depositato un'altra pronuncia, stavolta però di inammissibilità si tratta dell'ordinanza costituzionale 32/07 - anch'essa qui disponibile nei documenti correlati - con cui il giudice delle leggi ha respinto le questioni di costituzionalità sollevate, in riferimento agli articoli 3 e 111 Costituzione, dalla Corte di appello di Bologna sull'articolo 576 Cpp, come modificato dall'articolo 6 della legge 46/2006, nella parte in cui escluderebbe che la parte civile possa proporre appello avverso la sentenza di proscioglimento dell'imputato. Invero - spiega la Consulta - suddetta preclusione non è affatto pacifica, tant'è che la Corte di cassazione ha affermato l'opposta tesi, in virtù della quale la citata novella non avrebbe affatto determinato il venir meno, in capo alla parte civile, del potere di appello contro le sentenze di proscioglimento, ai soli effetti della responsabilità civile cfr. Cassazione, sezione terza, 22924/06 in ogni caso, a fronte di questa diversa opzione ermeneutica, altra sezione della stessa Cassazione ha rimesso la questione alle Sezioni unite, onde dirimere il contrasto interpretativo insorto sul punto. Pertanto, in assenza, allo stato, di un diritto vivente , conforme alla premessa interpretativa posta a base dei dubbi di legittimità costituzionale consegue la manifesta inammissibilità della questione sollevata, avendo d'altro canto omesso i giudici rimettenti di fornire un'adeguata motivazione sulle ragioni per le quali gli argomenti che sostengono l'opposto orientamento interpretativo non possano essere condivisi . LA LEGGE PECORELLA TRA LEGITTIMITÀ ED ILLEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE Pur nell'inevitabile sommarietà di questo commento a prima lettura, vediamo quali sono gli aspetti che sono stati considerati dalla Consulta per giungere alla solenne - quanto discussa politicamente ma non solo - bocciatura della legge Pecorella, peraltro in uno dei suoi punti-cardine quello, er l'appunto, dell'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del Pm articolo 1 legge 46/06 . Le tesi dottrinarie a favore della legittimità costituzionale. Occorre premettere, anzitutto, come autorevoli processualisti avessero salutato la riforma delle impugnazioni come svolta epocale , escludendo che l'impianto del novum legislativo stridesse palesemente con i principi costituzionali ciò anche in riferimento ai primi rilievi presidenziali di cui al messaggio alle Camere del 20 gennaio 2006 . Non è irragionevole - si è affermato in dottrina - che il Pm perda la chance di ribaltare il verdetto proscioglitivo, tramite un giudizio sulle carte , quantunque l'imputato - dinanzi all'onere ben impiegato dall'accusa - possa invocare un controllo di merito sulla decisione di condanna , posto che le due situazioni non sono identiche all'imputato non si può rimproverare di aver ottenuto una condanna per non aver provato a fondo la propria innocenza mentre, niente esclude che sia così per il Pm, laddove non abbia saputo sfruttare le proprie forze per superare il ragionevole dubbio di colpevolezza. Comunque, l'appello è tradizionale espressione del diritto di difesa, profilo che diventa più stringente nell'ipotesi di condanna, date le sue implicazioni con le libertà individuali coinvolte articoli 13 e 24 Costituzione e il rilievo potrebbe essere di per sé assorbente per escludere la disuguaglianza di trattamento ipotizzata in premessa, rimarcando che non c'è simmetria tra le situazioni dell'imputato e del Pm in materia di appello così Scalfati, Salvo eccezione appellabile la sola condanna, in Guida al diritto 10/06, p. 54-55 . Le motivazioni della Consulta ecco perché la Pecorella è parzialmente incostituzionale. Poste queste forti dogmaticamente parlando premesse defensionali , vediamo invece quali aspetti sono stati esibiti alla Consulta - e da questa accolti - da parte dei giudici a quibus. I profili di illegittimità sollevati dalla Corte di appello di Roma. La prima delle ordinanze di remissione era quella della Corte di appello di Roma, secondo cui la norma censurata risultava incompatibile con gli articoli 3 e 24 Costituzione, giacché - consentendo all'imputato di appellare contro le sentenze di condanna, senza accordare al Pm lo speculare potere di proporre appello contro le sentenze assolutorie, se non in una ipotesi talmente circoscritta da apparire poco più che teorica - porrebbe l'imputato in una posizione di evidente favore nei confronti degli altri componenti la collettività , i cui interessi vengono tutelati dal diritto-dovere del Pm di esercitare l'azione penale, impedendo, al tempo stesso, una esplicazione adeguata di tale tutela. Si prospettava, altresì, la violazione dell'articolo 111 Costituzione, in forza del quale ogni processo deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale , in quanto la norma denunciata non consentirebbe all'accusa di far valere le sue ragioni con strumenti simmetrici a quelli di cui dispone la difesa. Infine la norma eluderebbe anche il vincolo posto dal principio di obbligatorietà dell'azione penale articolo 112 Costituzione , cui dovrebbe ritenersi connaturata la previsione di un secondo grado di giudizio di merito anche a favore del Pm. La prospettata incostituzionalità anche del regime transitorio. Pure la Corte d'appello di Milano dubitava della legittimità costituzionale, in parte qua, dell'articolo 1 della legge 46/2006, coinvolgendo però nello scrutinio di costituzionalità anche la norma transitoria di cui all'articolo 10 della medesima legge - poi in effetti travolta anch'essa dalla Consulta - nella parte in cui renderebbe applicabile la nuova disciplina nei procedimenti in corso alla data della sua entrata in vigore 9 marzo 2006, Nda , stabilendo, in particolare ai commi 2 e 3 che l'appello già proposto dal Pm contro una sentenza di proscioglimento debba essere dichiarato inammissibile, salva la facoltà dell'appellante di proporre, in sua vece, ricorso per cassazione entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità. Dette disposizioni - a giudizio della locale Corte rimettente - violerebbero gli articoli 3 e 111, secondo comma, Costituzione, in quanto accorderebbero al Pm un trattamento palesemente deteriore sia rispetto all'imputato, che è ammesso a proporre appello avverso le sentenze di condanna sia rispetto alla parte civile, la quale, in base all'articolo 576 Cpp, come modificato dall'articolo 6 della stessa legge 46/2006, conserverebbe invece - secondo il giudice a quo - il potere di appellare contro le sentenze di proscioglimento. Tale asimmetria non risulterebbe assistita da alcuna ragionevole giustificazione, che valga a renderla compatibile con il principio di parità delle parti nel processo, in rapporto ad esigenze di tutela di altri valori di rango costituzionale. LA SENTENZA COSTITUZIONALE 26/07 L'IRRAGIONEVOLEZZA DELLA LEGGE PECORELLA La Corte costituzionale ha accolto le prospettate questioni di costituzionalità in riferimento all'articolo 111, secondo comma, Costituzione, reputando assorbiti gli altri aspetti. L'articolo 111 Costituzionale e la parità di parti nel processo. Premette la Corte che - secondo quanto reiteratamente rilevato dalla propria giurisprudenza - il secondo comma dell'articolo 111 Costituzione, inserito dalla legge costituzionale 2/1999 - nello stabilire che ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità - abbia conferito veste autonoma ad un principio, quello di parità delle parti, pacificamente già insito nel pregresso sistema dei valori costituzionali ordinanze 110/2003, 347/2002 e 421/2001 . Ciò significa che, anche dopo la novella costituzionale, resta pienamente valida l'affermazione - costante nella giurisprudenza anteriore della Corte ex plurimis, sentenze 98/1994, 432/1992 e 363/1991 ordinanze 426/1998, 324/1994 e 305/1992 - secondo la quale, nel processo penale, il principio di parità tra accusa e difesa non comporta necessariamente l'identità tra i poteri processuali del Pm e quelli dell'imputato potendo una disparità di trattamento risultare giustificata, nei limiti della ragionevolezza, sia dalla peculiare posizione istituzionale del Pm, sia dalla funzione allo stesso affidata, sia da esigenze connesse alla corretta amministrazione della giustizia ordinanze 46/2004, 165/03, 347/02 e 421/01 . Il limite della ragionevolezza alle fisiologiche differenze delle parti processuali. Alla luce della consolidata giurisprudenza costituzionale, le fisiologiche differenze che connotano le posizioni delle due parti necessarie del processo penale - Pm e difesa - sono compatibili con il principio di parità, ad una duplice condizione e, cioè, che esse, per un verso, trovino un'adeguata ratio giustificatrice nel ruolo istituzionale del Pm, ovvero in esigenze di funzionale e corretta esplicazione della giustizia penale, anche in vista del completo sviluppo di finalità esse pure costituzionalmente rilevanti e, per un altro verso, risultino comunque contenute - anche in un'ottica di complessivo riequilibrio dei poteri, avuto riguardo alle disparità di segno opposto riscontrabili in fasi del procedimento distinte da quelle in cui s'innesta la singola norma discriminatrice avuta di mira entro i limiti della ragionevolezza. Tale vaglio di ragionevolezza va evidentemente condotto sulla base del rapporto comparativo tra la ratio che ispira, nel singolo caso, la norma generatrice della disparità e l'ampiezza dello scalino da essa creato tra le posizioni delle parti mirando segnatamente ad acclarare l'adeguatezza della ratio e la proporzionalità dell'ampiezza di tale scalino rispetto a quest'ultima. Le legittime differenziazioni in materia di impugnazioni in tema di abbreviato. Passando poi ad analizzare la specifica tematica - che viene qui specificamente in rilievo - delle possibili dissimmetrie a sfavore del Pm in punto di poteri di impugnazione, rammenta la Consulta come la disciplina in materia, quale capitolo della complessiva regolamentazione del processo , si collochi anch'essa entro l'ambito applicativo del principio di parità delle parti premessa, questa, la cui validità viene oggi espressamente confermata. Il che porta quindi il giudice delle leggi ad affermare a chiare lettere che parità delle parti non significa, nel processo penale, necessaria omologazione di poteri e facoltà, tanto è vero che - non può far a meno di ricordare - esistono ripetute pronunce costituzionali, tanto prima che dopo la modifica dell'articolo 111 Costituzione, favorevoli alla compatibilità con il principio di parità delle parti della norma che escludeva l'appello del Pm avverso le sentenze di condanna emesse a seguito di giudizio abbreviato, anche nella sola forma dell'appello incidentale, salvo si trattasse di sentenza modificativa del titolo del reato articoli 443, comma 3, e 595 Cpp . Al riguardo, la Corte ha osservato come la soppressione del potere della parte pubblica di impugnare nel merito decisioni che segnavano comunque la realizzazione della pretesa punitiva fatta valere nel processo attraverso l'azione intrapresa - essendo lo scarto tra la richiesta dell'accusa e la sentenza sottratta all'appello non di ordine qualitativo , ma meramente quantitativo - risultasse razionalmente giustificabile alla luce dell' obiettivo primario di una rapida e completa definizione dei processi svoltisi in primo grado secondo il rito alternativo di cui si tratta sentenza 363/1991 ordinanze 305/1992 e 373/1991 rito che - sia pure per scelta esclusiva dell'imputato, dopo le modifiche attuate dalla legge 479/1999 - implica una decisione fondata, in primis, sul materiale probatorio raccolto dalla parte che subisce la limitazione censurata, fuori delle garanzie del contraddittorio ordinanze 46/2004, 165/2003, 347/2002 e 421/2001 . Il dictum la dissimmetria radicale dell'articolo 1 legge 46/06. Ferma restando la validità di queste premesse argomentative, secondo la Consulta, tuttavia, ben diversa è la situazione nel caso oggetto dell'odierno scrutinio di costituzionalità. Infatti, al di sotto dell'assimilazione formale delle parti - il Pm e l'imputato possono appellare contro le sentenze di condanna ergo, non contro quelle di proscioglimento - la norma censurata racchiude una dissimmetria radicale perché, a differenza dell'imputato, il Pm viene privato del potere di proporre doglianze di merito avverso la sentenza che lo veda totalmente soccombente, negando per integrum la realizzazione della pretesa punitiva fatta valere con l'azione intrapresa, in rapporto a qualsiasi categoria di reati. Né varrebbe, al riguardo, opporre che l'inappellabilità - sancita per entrambe le parti - delle sentenze di proscioglimento si presta a sacrificare anche l'interesse dell'imputato, segnatamente allorché il proscioglimento presupponga un accertamento di responsabilità o implichi effetti sfavorevoli. Tale conseguenza della riforma [ ] non incide comunque sulla configurabilità della rilevata sperequazione, per cui una sola delle parti, e non l'altra, è ammessa a chiedere la revisione nel merito della pronuncia a sé completamente sfavorevole. La marginalità della previsione derogatoria dell'articolo 593, comma 2, Cpp. E tale sperequazione - prosegue la sentenza in commento - non viene neppure attenuata, se non in modo del tutto marginale, dalla previsione derogatoria di cui al comma 2 dell'articolo 593 Cpp, in forza della quale l'appello contro le sentenze di proscioglimento è ammesso nel caso di sopravvenienza o scoperta di nuove prove decisive dopo il giudizio di primo grado previsione non presente nel testo originariamente approvato dal Parlamento, ma introdotta a fronte dei rilievi su di esso formulati dal Presidente della Repubblica con il messaggio trasmesso alle Camere il 20 gennaio 2006 nel quale si era segnalato, tra l'altro, come la soppressione dell'appello delle sentenze di proscioglimento determinasse - stante la disorganicità della riforma - una condizione di disparità delle parti nel processo [ ] che supera quella compatibile con la diversità delle funzioni svolte dalle parti stesse . Per la Consulta risulta, infatti, palese come l'ipotesi considerata - sopravvenienza o scoperta di nuove prove decisive nel corso del breve termine per impugnare articolo 585 Cpp - presenti connotati di eccezionalità tali da relegarla a priori ai margini dell'esperienza applicativa oltre a non coprire, ovviamente, l'errore di valutazione nel merito . Inoltre - cadenza ancora il giudice delle leggi - l'eliminazione del potere di appello del Pm non può neppure ritenersi compensata - per il rispetto del principio di parità delle parti - dall'ampliamento dei motivi di ricorso per cassazione, parallelamente operato dalla stessa legge 46/2006 lettere d ed e dell'articolo 606, comma 1, Cpp, come sostituite dall'articolo 8 della legge e ciò non soltanto perché tale ampliamento è sancito a favore di entrambe le parti, e non del solo Pm ma anche e soprattutto perché - quale che sia l'effettiva portata dei nuovi e più ampi casi di ricorso - il rimedio non attinge comunque alla pienezza del riesame di merito, consentito dall'appello. La rimozione dell'appello del Pm generalizzata ed unilaterale . In definitiva, per la Consulta la rimozione del potere di appello del Pm è incostituzionale perché si presenta generalizzata e unilaterale . È generalizzata, perché non è riferita a talune categorie di reati, ma è estesa indistintamente a tutti i processi di modo che la riforma, mentre lascia intatto il potere di appello dell'imputato, in caso di soccombenza, anche quando si tratti di illeciti bagatellari - salva la preesistente eccezione relativa alle sentenze di condanna alla sola pena dell'ammenda articolo 593, comma 3, Cpp si veda, altresì, per i reati di competenza del giudice di pace, l'articolo 37 del D.Lgs 274/2000 - fa invece cadere quello della pubblica accusa anche quando si discuta dei delitti più severamente puniti e di maggiore allarme sociale, che coinvolgono valori di primario rilievo costituzionale. È unilaterale , perché non trova alcuna specifica contropartita in particolari modalità di svolgimento del processo - come invece nell'ipotesi già scrutinata dalla Corte in relazione al rito abbreviato, caratterizzata da una contrapposta rinuncia dell'imputato all'esercizio di proprie facoltà, atta a comprimere i tempi processuali - essendo sancita in rapporto al giudizio ordinario, nel quale l'accertamento è compiuto nel contraddittorio delle parti, secondo le generali cadenze prefigurate dal codice di rito . L'inconferenza del riferimento al nuovo principio del ragionevole dubbio . Né può valere a sostegno della legittimità della soluzione normativa censurata il rilievo - avanzato in sede di lavori parlamentari e dalla dottrina - che l'avvenuto proscioglimento in primo grado, rafforzando la presunzione di non colpevolezza, impedirebbe che l'imputato, già dichiarato innocente da un giudice, possa essere considerato da altro giudice colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio , secondo quanto richiesto, ai fini della condanna, dall'articolo 533, comma 1, Cpp, come novellato dall'articolo 5 della stessa legge 46/2006. Al riguardo, per la Corte è sufficiente osservare come la sussistenza o meno della colpevolezza dell'imputato al di là di ogni ragionevole dubbio rappresenti la risultante di una valutazione e la previsione di un secondo grado di giurisdizione di merito trova la sua giustificazione proprio nell'opportunità di una verifica piena della correttezza delle valutazioni del giudice di primo grado, che non avrebbe senso dunque presupporre esatte, equivalendo ciò a negare la ragione stessa dell'istituto dell'appello. In effetti, se il doppio grado mira a rafforzare un giudizio di certezza , esso non può non riflettersi sui diversi approdi decisori cui il giudizio di primo grado può pervenire quello di colpevolezza, appunto, ma, evidentemente, anche quello - antitetico - di innocenza. In tale ottica, l'iniziativa del Pm volta alla verifica dei possibili ed eventualmente, anche evidenti errori commessi dal primo giudice, nel negare la responsabilità dell'imputato, non può qualificarsi, in sé, persecutoria essa ha, infatti, come scopo istituzionale quello di assicurare la corretta applicazione della legge penale nel caso concreto e - tramite quest'ultima - l'effettiva attuazione dei principi di legalità e di eguaglianza, nella prospettiva della tutela dei molteplici interessi, connessi anche a diritti fondamentali, a cui presidio sono poste le norme incriminatrici . L'intrinseca incoerenza della disciplina sulla soccombenza parziale. Alla Consulta non sfugge poi un altro aspetto di intrinseca incoerenza del rinnovato sistema delle impugnazioni quello cioè in forza del quale, mentre il Pm totalmente soccombente in primo grado resta privo del potere di proporre appello, detto potere viene invece conservato dall'organo dell'accusa nel caso di soccombenza solo parziale, vuoi in senso qualitativo sentenza di condanna con mutamento del titolo del reato o con esclusione di circostanze aggravanti , vuoi anche in senso meramente quantitativo sentenza di condanna a pena ritenuta non congrua . E si trattava, questo, in effetti di uno degli aspetti più critici della novella legislativa, essendo del tutto evidente il vizio di irragionevolezza per cui la soccombenza parziale è suscettibile di un nuovo giudizio di merito, mentre quella totale risulterebbe inoppugnabile se non per motivi di diritto così, condivisibilmente, il messaggio del Presidente della Repubblica del 20 gennaio 2006, riportato nelle argomentazione del Pg di Campobasso e disponibile sul quotidiano on line Dirittoegiustizia.it fra gli arretrati del 21 gennaio 2006 . Conclusioni. Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, la Corte ribadisce che, ferma restando la possibilità per il legislatore di una generale revisione del ruolo e della struttura dell'istituto dell'appello, la menomazione recata dalla disciplina impugnata ai poteri della parte pubblica, nel confronto con quelli speculari dell'imputato, eccede il limite di tollerabilità costituzionale, in quanto non sorretta da una ratio adeguata in rapporto al carattere radicale, generale e unilaterale della menomazione stessa oltre a risultare - per quanto dianzi osservato - intrinsecamente contraddittoria rispetto al mantenimento del potere di appello del Pm contro le sentenze di condanna . Di qui l'incostituzionalità oggi rassegnata. *Avvocato, magistrato onorario

Corte costituzionale - sentenza 24 gennaio-6 febbraio 2007, n. 26 Presidente Bile - Relatore Flick Ritenuto in fatto 1. - Con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d'appello di Roma ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, 111 e 112 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 46/2006 Modifiche al Cpp, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento , nella parte in cui non consente al Pm di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento, se non nel caso previsto dall'articolo 603, comma 2, del Cpp - ossia quando sopravvengano o si scoprano nuove prove dopo il giudizio di primo grado - e sempre che tali prove risultino decisive. La Corte rimettente - investita dell'appello proposto dal Procuratore della Repubblica avverso la sentenza del Tribunale di Roma, che aveva assolto tre persone imputate del reato di ricettazione - rileva come, nelle more del gravame, sia entrata in vigore la legge 46/2006, il cui articolo 1, sostituendo l'articolo 593 Cpp, ha sottratto al Pm il potere di appellare contro le sentenze di proscioglimento, fatta eccezione per l'ipotesi delineata dall'articolo 603, comma 2, del codice di rito. Ad avviso del giudice a quo, la disposizione censurata violerebbe diversi precetti costituzionali. Essa risulterebbe lesiva, anzitutto, del principio di eguaglianza, sancito dall'articolo 3 Cost. consentire, infatti, all'imputato di proporre appello nei confronti delle sentenze di condanna senza concedere al Pm lo speculare potere di appellare contro le sentenze di assoluzione , se non in un caso estremamente circoscritto, significherebbe porre l'imputato in una posizione di evidente favore nei confronti degli altri componenti la collettività questi ultimi vedrebbero fortemente limitato, in tal modo, il diritto-dovere del Pm di esercitare l'azione penale, che tutela i loro interessi. La possibilità, per l'organo dell'accusa, di proporre appello nei casi previsti dall'articolo 603, comma 2, Cpp risulterebbe, in effetti, poco più che teorica , perché legata alla sopravvenienza di prove decisive nel ristretto lasso temporale tra la pronuncia della sentenza di primo grado e la scadenza del termine per appellare. La norma censurata si porrebbe, altresì, in contrasto con l'articolo 24 Cost., non consentendo alla collettività , i cui interessi sono rappresentati e difesi dal Pm, di tutelare adeguatamente i suoi diritti e ciò anche quando l'assoluzione risulti determinata da un errore nella ricostruzione del fatto o nell'interpretazione di norme giuridiche. Risulterebbe violato, ancora, l'articolo 111 Cost., nella parte in cui impone che ogni processo si svolga nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale , posto che la disposizione denunciata non permetterebbe all'accusa di far valere le sue ragioni con modalità e poteri simmetrici a quelli di cui dispone la difesa. Da ultimo, detta disposizione lederebbe l'articolo 112 Cost. Ad avviso del rimettente, infatti, la previsione di un secondo grado di giudizio di merito - fruibile tanto dal Pm che dall'imputato così come dall'attore e dal convenuto nel giudizio civile - sarebbe consustanziale al sistema processuale vigente con la conseguenza che la sottrazione all'organo dell'accusa del potere di proporre appello avverso le sentenze assolutorie eluderebbe i vincoli posti dal principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, considerata nella sua interezza . 2. - Con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d'appello di Milano ha sollevato, in riferimento agli articoli 3 e 111, comma 2, Cost., questione di legittimità costituzionale degli articoli 1 e 10 della legge 46/2006, nella parte in cui, rispettivamente, escludono che il Pm possa appellare contro le sentenze di proscioglimento articolo 1 e prevedono che l'appello proposto dal Pm, avverso una di dette sentenze, anteriormente all'entrata in vigore della medesima legge, venga dichiarato inammissibile, con facoltà per l'appellante di proporre, in sua vece, ricorso per cassazione articolo 10 . Il giudice a quo premette di essere chiamato a celebrare, a seguito di impugnazione del Pm, il giudizio di appello nei confronti di numerosi imputati, assolti in primo grado dal delitto di truffa aggravata perché il fatto non sussiste. Medio tempore, era tuttavia sopravvenuta la legge 46/2006, la quale, all'articolo 1, sostituendo l'articolo 593 Cpp, aveva precluso l'appello avverso le sentenze di proscioglimento, fuori del caso previsto dall'articolo 603, comma 2, Cpp e, all'articolo 10, aveva stabilito, con riguardo ai giudizi in corso, che l'appello anteriormente proposto dal Pm vada dichiarato inammissibile, salva la facoltà dell'organo dell'accusa di proporre ricorso per cassazione contro la sentenza appellata. Recependo, in parte qua, l'eccezione formulata dal Procuratore generale, la Corte rimettente dubita, tuttavia, della compatibilità di tali previsioni normative con gli articoli 3 e 111, comma 2, Cost La questione sarebbe rilevante nel giudizio a quo, in quanto il suo accoglimento consentirebbe l'esame nel merito del gravame, altrimenti destinato alla declaratoria di inammissibilità, non avendo il Pm proposto nuove prove ai sensi dell'articolo 603, comma 2, Cpp. Quanto, poi, alla non manifesta infondatezza, il giudice rimettente ritiene che le disposizioni censurate violino, anzitutto, il principio di parità delle parti nel processo, sancito dall'articolo 111, comma 2, Cost. Inibendo tanto al Pm che all'imputato l'appello avverso le sentenze di proscioglimento, tali disposizioni attuerebbero, infatti, una parificazione solo formale giacché, nella sostanza, esse verrebbero a limitare il potere di impugnazione di quella sola, fra le due parti, che ha interesse a dolersi delle suddette sentenze, ossia il Pm. D'altro canto, alla luce dell' unica interpretazione possibile dell'articolo 576 Cpp, come modificato dalla stessa legge 46/2006, le sentenze di proscioglimento potrebbero formare invece oggetto di appello ad opera della parte civile donde un ulteriore profilo di disuguaglianza, venendo il Pm a trovarsi in posizione deteriore anche rispetto a tale parte privata. Né l'evidenziata situazione di assoluta disparità di trattamento fra le parti processuali risulterebbe elisa dalla facoltà di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento nell'ipotesi prevista dall'articolo 603, comma 2, Cpp, la quale si connoterebbe come del tutto residuale . Le norme censurate si porrebbero, per altro verso, in contrasto con l'articolo 3 Cost., sotto il profilo del difetto di ragionevolezza. Alla luce delle indicazioni ricavabili dalla giurisprudenza di questa Corte, infatti - se pure il potere impugnazione del Pm non costituisce estrinsecazione necessaria dei poteri inerenti all'esercizio dell'azione penale - una asimmetria tra accusa e difesa, su tale versante, sarebbe compatibile con il principio di parità delle parti solo ove contenuta nei limiti della ragionevolezza, in rapporto ad esigenze di tutela di interessi di rilievo costituzionale. Al riguardo, il giudice a quo ricorda come - alla stregua di detta premessa - questa Corte abbia ritenuto costituzionalmente legittime le disposizioni che non consentono al Pm di proporre appello, sia in via principale che in via incidentale, avverso le sentenze di condanna pronunciate a seguito di giudizio abbreviato articoli 443, comma 3, e 595 Cpp valorizzando, a tal fine, le peculiari caratteristiche di detto rito alternativo. La medesima giustificazione non potrebbe tuttavia valere in rapporto alle norme oggi censurate, le quali precludono l'appello del Pm contro tutte le sentenze di proscioglimento, senza operare alcuna distinzione tra giudizio abbreviato e giudizio ordinario. A sostegno della soluzione normativa censurata, non varrebbe neppure invocare - ad avviso del rimettente - il diritto della persona accusata alla rapida definizione del processo a suo carico, in forza del principio di ragionevole durata del medesimo articolo 111, comma 2, Cost. diritto che non potrebbe essere realizzato tramite l'esclusivo sacrificio del potere d'appello della parte pubblica, senza con ciò infrangere l'altro principio costituzionale - di non minore rilievo - della parità delle parti nel processo. Sintomatico della mancanza di ogni ragionevole contemperamento tra i due valori sarebbe, del resto, il perdurante potere del Pm di impugnare le sentenze di condanna, a differenza che nel giudizio abbreviato. Parimenti, non potrebbe rinvenirsi una ragionevole giustificazione delle norme censurate nel preteso diritto dell'imputato a fruire, sempre e comunque, di un doppio grado di giudizio di merito, nel caso di condanna. Un simile diritto non sarebbe riconosciuto né dalla Costituzione, né dalle convenzioni internazionali infatti, il paragrafo 2 dell'articolo 2 del Protocollo addizionale n. 7 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - adottato a Strasburgo il 22 novembre 1984, ratificato e reso esecutivo con legge 98/1990 - prevede espressamente che il diritto dell'imputato a far riesaminare l'affermazione della propria colpevolezza possa essere escluso, quando tale affermazione promani da una giurisdizione superiore, o abbia luogo a seguito di un ricorso avverso l'originario proscioglimento dell'imputato medesimo. Ancora, non si potrebbe sostenere che, riconoscendo al Pm il potere di provare, davanti ad un giudice diverso, l'erroneità del primo giudizio assolutorio, si incrementerebbe il rischio che venga condannato un innocente, stante la disparità di forze in gioco . L'assunto risulterebbe infatti valido solo in rapporto agli ordinamenti processuali di tipo integralmente accusatorio, nei quali l'assoluzione o la condanna conseguono ad un verdetto non motivato inoltre, dopo la sentenza di primo grado, la ventilata disparità delle forze non sussisterebbe più, dato che l'accusa non può più perquisire, intercettare, sequestrare , ma soltanto argomentare . Onde legittimare, sul piano della ragionevolezza, i neointrodotti limiti al potere di impugnazione del Pm, non gioverebbe nemmeno invocare i principi del contraddittorio, dell'oralità e dell'immediatezza, avuto riguardo al fatto che il giudice di appello - diversamente da quello di primo grado - procederebbe ad una valutazione delle prove di tipo meramente cartolare . Tale asserzione non corrisponderebbe a verità in rapporto ad un buon numero di processi a base cartolare quali, ad esempio, quelli celebrati con il rito abbreviato . Soprattutto, essa si tradurrebbe in un argomento che prova troppo rimarrebbe da spiegare, infatti, perché un giudizio sulle carte di proscioglimento abbia maggiore dignità di un analogo giudizio di condanna sicché, a seguirlo fino in fondo, l'argomento dovrebbe comportare l'inappellabilità di tutte le sentenze. Costituirebbe, infine, pura petizione di principio l'affermazione secondo cui il proscioglimento a seguito del giudizio di primo grado farebbe sorgere, in ogni caso, un ragionevole dubbio circa la colpevolezza dell'imputato, impedendo quindi che si concretizzi il presupposto per la pronuncia di una sentenza di condanna ai sensi del novellato articolo 533, comma 1, Cpp. Il dubbio derivante dalla difformità degli esiti dei due gradi di giudizio sarebbe, difatti, necessariamente insito in un ordinamento che preveda più gradi di giurisdizione di merito d'altro canto, se l'appellabilità della sentenza di condanna da parte dell'imputato si giustifica a fronte della possibilità che la decisione di primo grado sia errata, non si comprenderebbe perché una analoga eventualità non debba imporre, per il principio di parità, l'appellabilità delle sentenze di assoluzione. Nessuna ragionevole giustificazione potrebbe scorgersi, poi, alla base dell'evidenziata disparità di trattamento del Pm rispetto alla parte civile, posto che quest'ultima persegue, nel processo penale, un interesse meramente risarcitorio, che potrebbe essere bene azionato davanti al giudice civile quando, invece, il Pm è la parte pubblica che fa valere, anche in sede di impugnazione, la pretesa punitiva dello Stato e l'interesse pubblico al ripristino dell'ordine violato dal reato . Considerato in diritto 1. - La Corte d'appello di Roma dubita della legittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 Modifiche al Cpp, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento , nella parte in cui, sostituendo l'articolo 593 del Cpp, esclude che il Pm possa proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento, salvo che ricorrano le ipotesi previste dall'articolo 603, comma 2, Cpp - ossia quando sopravvengano o si scoprano nuove prove dopo il giudizio di primo grado - e sempre che tali prove siano decisive. Ad avviso del giudice rimettente, la norma censurata risulterebbe incompatibile con gli articoli 3 e 24 Cost., giacché - consentendo all'imputato di appellare contro le sentenze di condanna, senza accordare al Pm lo speculare potere di proporre appello contro le sentenze assolutorie, se non in una ipotesi talmente circoscritta da apparire poco più che teorica - porrebbe l'imputato in una posizione di evidente favore nei confronti degli altri componenti la collettività , i cui interessi vengono tutelati dal diritto-dovere del Pm di esercitare l'azione penale, impedendo, al tempo stesso, una esplicazione adeguata di tale tutela. Verrebbe violato, inoltre, il precetto dell'articolo 111 Cost., in forza del quale ogni processo deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale , in quanto la norma denunciata non consentirebbe all'accusa di far valere le sue ragioni con strumenti simmetrici a quelli di cui dispone la difesa. La medesima norma eluderebbe, da ultimo, il vincolo posto dal principio di obbligatorietà dell'azione penale articolo 112 Cost. , cui dovrebbe ritenersi connaturata la previsione di un secondo grado di giudizio di merito anche a favore del Pm. 2. - La Corte d'appello di Milano dubita anch'essa della legittimità costituzionale, in parte qua, dell'articolo 1 della legge 46/2006, coinvolgendo peraltro nello scrutinio di costituzionalità anche la norma transitoria di cui all'articolo 10 della medesima legge. Quest'ultima norma viene censurata nella parte in cui rende applicabile la nuova disciplina nei procedimenti in corso alla data della sua entrata in vigore, stabilendo, in particolare - ai commi 2 e 3 - che l'appello già proposto dal Pm contro una sentenza di proscioglimento debba essere dichiarato inammissibile, salva la facoltà dell'appellante di proporre, in sua vece, ricorso per cassazione entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità. Dette disposizioni - a giudizio della Corte rimettente - violerebbero gli articoli 3 e 111, comma 2, Cost., in quanto accorderebbero al Pm un trattamento palesemente deteriore sia rispetto all'imputato, che è ammesso a proporre appello avverso le sentenze di condanna sia rispetto alla parte civile, la quale, in base all'articolo 576 Cpp, come modificato dall'articolo 6 della stessa legge n. 46 del 2006, conserverebbe invece - secondo il giudice a quo - il potere di appellare contro le sentenze di proscioglimento. Tale asimmetria non risulterebbe assistita da alcuna ragionevole giustificazione, che valga a renderla compatibile con il principio di parità delle parti nel processo, in rapporto ad esigenze di tutela di altri valori di rango costituzionale. Quanto, infatti, alla disparità di trattamento tra accusa e difesa, la scelta legislativa non potrebbe trovare un fondamento razionale nell'interesse dell'imputato ad una rapida definizione del processo a suo carico interesse che non potrebbe essere realizzato a mezzo di una mera menomazione dei poteri della controparte processuale. Né tale scelta potrebbe fondarsi su di un preteso diritto dell'imputato medesimo ad un doppio grado di giurisdizione di merito in caso di condanna diritto in realtà privo di riconoscimento tanto nella Costituzione, che nelle convenzioni internazionali in tema di diritti dell'uomo cui l'Italia ha aderito. Né, ancora, essa potrebbe fondarsi sull'ipotetico incremento del rischio della condanna di un innocente, indotto dall'appello del Pm contro la sentenza di proscioglimento a fronte della disparità di forze in gioco , posto che la ventilata disparità di forze verrebbe comunque meno dopo la sentenza di primo grado. Del pari, non varrebbe evocare i principi del contraddittorio, dell'oralità e dell'immediatezza, in rapporto alla valutazione puramente cartolare del materiale probatorio operata dal giudice di appello giacché - al di là del rilievo che numerosi processi ad esempio, quelli celebrati con il rito abbreviato sono a base cartolare in entrambi i gradi di giudizio - non si comprenderebbe perché un giudizio sulle carte di proscioglimento abbia maggiore dignità di un analogo giudizio di condanna sicché, ove portato alle sue logiche conseguenze, l'argomento dovrebbe determinare l'inappellabilità di tutte le sentenze. Né avrebbe pregio l'assunto per cui il proscioglimento in primo grado non consentirebbe comunque di ritenere l'imputato colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio - come attualmente richiesto dall'articolo 533, comma 1, Cpp ai fini della condanna - posto che la possibile difformità degli esiti del giudizio sarebbe necessariamente insita nella previsione di più gradi di giurisdizione di merito. D'altra parte, se l'appellabilità della sentenza di condanna da parte dell'imputato trova fondamento nell'eventualità che la decisione di primo grado sia errata, una analoga eventualità non potrebbe non giustificare, per il principio di parità, l'appellabilità anche delle sentenze di assoluzione. Manifestamente illogica risulterebbe, infine, l'evidenziata disparità di trattamento rispetto alla parte civile, la quale è portatrice, nel processo penale, di un interesse meramente risarcitorio, utilmente azionabile davanti al giudice civile mentre il Pm è la parte pubblica che fa valere, anche in sede di impugnazione, la pretesa punitiva dello Stato e l'interesse pubblico al ripristino dell'ordine violato dal reato. 3. - Le ordinanze di rimessione sollevano analoghe questioni, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione. 4. - In riferimento all'articolo 111, comma 2, Cost., la questione è fondata. Giova premettere come, secondo quanto reiteratamente rilevato da questa Corte, il comma 2 dell'articolo 111 Cost., inserito dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2 Inserimento dei principi del giusto processo nell'articolo 111 della Costituzione - nello stabilire che ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità - abbia conferito veste autonoma ad un principio, quello di parità delle parti, pacificamente già insito nel pregresso sistema dei valori costituzionali ordinanze n. 110 del 2003, n. 347 del 2002 e n. 421 del 2001 . Anche dopo la novella costituzionale, resta pertanto pienamente valida l'affermazione - costante nella giurisprudenza anteriore della Corte ex plurimis, sentenze n. 98 del 1994, n. 432 del 1992 e n. 363 del 1991 ordinanze n. 426 del 1998, n. 324 del 1994 e n. 305 del 1992 - secondo la quale, nel processo penale, il principio di parità tra accusa e difesa non comporta necessariamente l'identità tra i poteri processuali del Pm e quelli dell'imputato potendo una disparità di trattamento risultare giustificata, nei limiti della ragionevolezza, sia dalla peculiare posizione istituzionale del Pm, sia dalla funzione allo stesso affidata, sia da esigenze connesse alla corretta amministrazione della giustizia ordinanze n. 46 del 2004, n. 165 del 2003, n. 347 del 2002 e n. 421 del 2001 . Alla luce di tale consolidato indirizzo, le fisiologiche differenze che connotano le posizioni delle due parti necessarie del processo penale, correlate alle diverse condizioni di operatività e ai differenti interessi dei quali, anche alla luce dei precetti costituzionali, le parti stesse sono portatrici - essendo l'una un organo pubblico che agisce nell'esercizio di un potere e a tutela di interessi collettivi l'altra un soggetto privato che difende i propri diritti fondamentali in primis, quello di libertà personale , sui quali inciderebbe una eventuale sentenza di condanna - impediscono di ritenere che il principio di parità debba e possa indefettibilmente tradursi, nella cornice di ogni singolo segmento dell'iter processuale, in un'assoluta simmetria di poteri e facoltà. Alterazioni di tale simmetria - tanto nell'una che nell'altra direzione ossia tanto a vantaggio della parte pubblica che di quella privata - sono invece compatibili con il principio di parità, ad una duplice condizione e, cioè, che esse, per un verso, trovino un'adeguata ratio giustificatrice nel ruolo istituzionale del Pm, ovvero in esigenze di funzionale e corretta esplicazione della giustizia penale, anche in vista del completo sviluppo di finalità esse pure costituzionalmente rilevanti e, per un altro verso, risultino comunque contenute - anche in un'ottica di complessivo riequilibrio dei poteri, avuto riguardo alle disparità di segno opposto riscontrabili in fasi del procedimento distinte da quelle in cui s'innesta la singola norma discriminatrice avuta di mira si vedano le sentenze n. 115 del 2001 e n. 98 del 1994 - entro i limiti della ragionevolezza. Tale vaglio di ragionevolezza va evidentemente condotto sulla base del rapporto comparativo tra la ratio che ispira, nel singolo caso, la norma generatrice della disparità e l'ampiezza dello scalino da essa creato tra le posizioni delle parti mirando segnatamente ad acclarare l'adeguatezza della ratio e la proporzionalità dell'ampiezza di tale scalino rispetto a quest'ultima. Siffatta verifica non può essere pretermessa, se non a prezzo di un sostanziale svuotamento, in parte qua, della clausola della parità delle parti non potendosi ipotizzare, ad esempio, che la posizione di vantaggio di cui fisiologicamente fruisce l'organo dell'accusa nella fase delle indagini preliminari, sul piano della ricchezza degli strumenti investigativi - posizione di vantaggio che riflette il ruolo istituzionale di detto organo, avuto riguardo anche al carattere invasivo e coercitivo di determinati mezzi d'indagine - abiliti di per sé sola il legislatore, in nome di un'esigenza di riequilibrio , a qualsiasi deminutio, anche la più radicale, dei poteri del Pm nell'ambito di tutte le successive fasi. Una simile impostazione - negando, di fatto, l'esistenza di limiti di compatibilità costituzionale alla distribuzione asimmetrica delle facoltà processuali tra i contendenti - priverebbe di ogni concreta valenza la clausola di parità risultato, questo, tanto meno accettabile a fronte della sua attuale assunzione ad espresso ed autonomo precetto costituzionale. 5. - All'indicata chiave di lettura si è, in effetti, costantemente ispirata la giurisprudenza di questa Corte relativa alla tematica - che viene qui specificamente in rilievo - delle possibili dissimmetrie a sfavore del Pm in punto di poteri di impugnazione. 5.1. - Nello scrutinare le questioni di legittimità costituzionale sollevate a tal proposito, questa Corte ha sempre recepito come corretta la premessa fondante di esse che, cioè, la disciplina delle impugnazioni, quale capitolo della complessiva regolamentazione del processo, si collochi anch'essa - sia pure con le peculiarità che poco oltre si evidenzieranno - entro l'ambito applicativo del principio di parità delle parti premessa, questa, la cui validità deve essere confermata. Il principio in parola non è infatti suscettibile di una interpretazione riduttiva, quale quella che - facendo leva, in particolare, sulla connessione proposta dall'articolo 111, comma 2, Cost. tra parità delle parti, contraddittorio, imparzialità e terzietà del giudice - intendesse negare alla parità delle parti il ruolo di connotato essenziale dell'intero processo, per concepirla invece come garanzia riferita al solo procedimento probatorio e ciò al fine di desumerne che l'unico mezzo d'impugnazione, del quale le parti dovrebbero indefettibilmente fruire in modo paritario, sia il ricorso per cassazione per violazione di legge, previsto dall'articolo 111, settimo comma, Cost. Una simile ricostruzione finirebbe difatti per attribuire al principio di parità delle parti, in luogo del significato di riaffermazione processuale dei principi di cui all'articolo 3 Cost., una antitetica valenza derogatoria di questi ultimi soluzione tanto meno plausibile a fronte del tenore letterale della norma costituzionale, nella quale la parità delle parti è enunciata come regola generalissima, riferita indistintamente ad ogni processo e senza alcuna limitazione a determinati momenti o aspetti dell'iter processuale. Né può trarsi argomento, in contrario, dallo specifico risalto che il legislatore costituzionale ha inteso assegnare al valore del contraddittorio nel processo penale, attestato dalle puntuali direttive al riguardo impartite nel quarto e nel quinto comma dell'articolo 111 Cost. non potendosi ritenere, anche sul piano logico, che tale distinto valore - anziché affiancarsi, rafforzandolo, al principio di parità - sia destinato ad esplicare un ruolo limitativo del medesimo così da legittimare l'idea - palesemente inaccettabile rispetto ad altri tipi di processo, quale, ad esempio, il processo civile - per cui, nel processo penale, la clausola di parità opererebbe solo nei confini del procedimento di formazione della prova. 5.2. - Ciò posto, questa Corte ha ribadito che, anche per quanto attiene alla disciplina delle impugnazioni, parità delle parti non significa, nel processo penale, necessaria omologazione di poteri e facoltà. A tal proposito - sulla premessa che la garanzia del doppio grado di giurisdizione non fruisce, di per sé, di riconoscimento costituzionale ex plurimis, sentenza n. 280 del 1995 ordinanza n. 316 del 2002 - questa Corte ha in particolare rilevato come il potere di impugnazione nel merito della sentenza di primo grado da parte del Pm presenti margini di cedevolezza più ampi, a fronte di esigenze contrapposte, rispetto a quelli che connotano il simmetrico potere dell'imputato. Il potere di impugnazione della parte pubblica trova, infatti, copertura costituzionale unicamente entro i limiti di operatività del principio di parità delle parti - flessibile in rapporto alle rationes dianzi evidenziate - non potendo essere configurato come proiezione necessaria del principio di obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale, di cui all'articolo 112 Cost. sentenza n. 280 del 1995 ordinanze n. 165 del 2003, n. 347 del 2002, n. 421 del 2001 e n. 426 del 1998 mentre il potere di impugnazione dell'imputato viene a correlarsi anche al fondamentale valore espresso dal diritto di difesa articolo 24 Cost. , che ne accresce la forza di resistenza di fronte a sollecitazioni di segno inverso sentenza n. 98 del 1994 . Ciò non toglie, tuttavia, che le eventuali menomazioni del potere di impugnazione della pubblica accusa, nel confronto con lo speculare potere dell'imputato, debbano comunque rappresentare - ai fini del rispetto del principio di parità - soluzioni normative sorrette da una ragionevole giustificazione, nei termini di adeguatezza e proporzionalità dianzi lumeggiati non potendosi ritenere, anche su questo versante - se non a prezzo di svuotare di significato l'enunciazione di detto principio con riferimento al processo penale - che l'evidenziata maggiore flessibilità della disciplina del potere di impugnazione del Pm legittimi qualsiasi squilibrio di posizioni, sottraendo di fatto, in radice, le soluzioni normative in subiecta materia allo scrutinio di costituzionalità. 5.3. - In simile ottica, questa Corte si è quindi ripetutamente pronunciata - tanto prima che dopo la modifica dell'articolo 111 Cost. - nel senso della compatibilità con il principio di parità delle parti della norma che escludeva l'appello del Pm avverso le sentenze di condanna emesse a seguito di giudizio abbreviato, anche nella sola forma dell'appello incidentale, salvo si trattasse di sentenza modificativa del titolo del reato articoli 443, comma 3, e 595 Cpp . Al riguardo, si è infatti osservato come la soppressione del potere della parte pubblica di impugnare nel merito decisioni che segnavano comunque la realizzazione della pretesa punitiva fatta valere nel processo attraverso l'azione intrapresa - essendo lo scarto tra la richiesta dell'accusa e la sentenza sottratta all'appello non di ordine qualitativo , ma meramente quantitativo - risultasse razionalmente giustificabile alla luce dell' obiettivo primario di una rapida e completa definizione dei processi svoltisi in primo grado secondo il rito alternativo di cui si tratta sentenza n. 363 del 1991 ordinanze n. 305 del 1992 e n. 373 del 1991 rito che - sia pure per scelta esclusiva dell'imputato, dopo le modifiche attuate dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479 - implica una decisione fondata, in primis, sul materiale probatorio raccolto dalla parte che subisce la limitazione censurata, fuori delle garanzie del contraddittorio ordinanze n. 46 del 2004, n. 165 del 2003, n. 347 del 2002 e n. 421 del 2001 . Tali caratteristiche del giudizio abbreviato - che conferiscono un particolare risalto alla dissimmetria di segno opposto, riscontrabile a favore del Pm nella fase delle indagini preliminari, le cui risultanze sono direttamente utilizzabili ai fini della decisione al riguardo, si veda la sentenza n. 98 del 1994 - valevano, dunque, a rendere la scelta normativa in discorso incensurabile sul piano della ragionevolezza in quanto proporzionata al fine preminente della speditezza del processo sentenza n. 363 del 1991 . Fine al quale non avrebbe potuto essere invece sacrificato - per la ragione dianzi indicata - lo speculare potere di impugnazione dell'imputato sentenza n. 98 del 1994 . 6. - Ben diversa è la situazione nel caso oggetto dell'odierno scrutinio di costituzionalità. 6.1. - Al di sotto dell'assimilazione formale delle parti - il Pm e l'imputato possono appellare contro le sentenze di condanna ergo, non contro quelle di proscioglimento - la norma censurata racchiude una dissimmetria radicale. A differenza dell'imputato, infatti, il Pm viene privato del potere di proporre doglianze di merito avverso la sentenza che lo veda totalmente soccombente, negando per integrum la realizzazione della pretesa punitiva fatta valere con l'azione intrapresa, in rapporto a qualsiasi categoria di reati. Né varrebbe, al riguardo, opporre che l'inappellabilità - sancita per entrambe le parti - delle sentenze di proscioglimento si presta a sacrificare anche l'interesse dell'imputato, segnatamente allorché il proscioglimento presupponga un accertamento di responsabilità o implichi effetti sfavorevoli. Tale conseguenza della riforma - in ordine alla quale sono stati prospettati ulteriori e diversi problemi di costituzionalità, di cui la Corte non è chiamata ad occuparsi in questa sede - non incide comunque sulla configurabilità della rilevata sperequazione, per cui una sola delle parti, e non l'altra, è ammessa a chiedere la revisione nel merito della pronuncia a sé completamente sfavorevole. È evidente, poi, come tale sperequazione non venga attenuata, se non in modo del tutto marginale, dalla previsione derogatoria di cui al comma 2 dell'articolo 593 Cpp, in forza della quale l'appello contro le sentenze di proscioglimento è ammesso nel caso di sopravvenienza o scoperta di nuove prove decisive dopo il giudizio di primo grado previsione non presente nel testo originariamente approvato dal Parlamento, ma introdotta a fronte dei rilievi su di esso formulati dal Presidente della Repubblica con il messaggio trasmesso alle Camere il 20 gennaio 2006 ai sensi dell'articolo 74, primo comma, Cost., nel quale si era segnalato, tra l'altro, come la soppressione dell'appello delle sentenze di proscioglimento determinasse - stante la disorganicità della riforma - una condizione di disparità delle parti nel processo [ ] che supera quella compatibile con la diversità delle funzioni svolte dalle parti stesse . Risulta, infatti, palese come l'ipotesi considerata - sopravvenienza o scoperta di nuove prove decisive nel corso del breve termine per impugnare articolo 585 Cpp - presenti connotati di eccezionalità tali da relegarla a priori ai margini dell'esperienza applicativa oltre a non coprire, ovviamente, l'errore di valutazione nel merito . Altrettanto evidente, ancora, è come l'eliminazione del potere di appello del Pm non possa ritenersi compensata - per il rispetto del principio di parità delle parti - dall'ampliamento dei motivi di ricorso per cassazione, parallelamente operato dalla stessa legge n. 46 del 2006 lettere d ed e dell'articolo 606, comma 1, Cpp, come sostituite dall'articolo 8 della legge e ciò non soltanto perché tale ampliamento è sancito a favore di entrambe le parti, e non del solo Pm ma anche e soprattutto perché - quale che sia l'effettiva portata dei nuovi e più ampi casi di ricorso - il rimedio non attinge comunque alla pienezza del riesame di merito, consentito dall'appello. 6.2. - La rimozione del potere di appello del Pm si presenta, per altro verso, generalizzata e unilaterale . È generalizzata, perché non è riferita a talune categorie di reati, ma è estesa indistintamente a tutti i processi di modo che la riforma, mentre lascia intatto il potere di appello dell'imputato, in caso di soccombenza, anche quando si tratti di illeciti bagatellari - salva la preesistente eccezione relativa alle sentenze di condanna alla sola pena dell'ammenda articolo 593, comma 3, Cpp si veda, altresì, per i reati di competenza del giudice di pace, l'articolo 37 del D.Lgs d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274 - fa invece cadere quello della pubblica accusa anche quando si discuta dei delitti più severamente puniti e di maggiore allarme sociale, che coinvolgono valori di primario rilievo costituzionale. È unilaterale , perché non trova alcuna specifica contropartita in particolari modalità di svolgimento del processo - come invece nell'ipotesi già scrutinata dalla Corte in relazione al rito abbreviato, caratterizzata da una contrapposta rinuncia dell'imputato all'esercizio di proprie facoltà, atta a comprimere i tempi processuali - essendo sancita in rapporto al giudizio ordinario, nel quale l'accertamento è compiuto nel contraddittorio delle parti, secondo le generali cadenze prefigurate dal codice di rito. 7. - A fronte delle evidenziate connotazioni, l'alterazione del trattamento paritario dei contendenti, indotta dalla norma in esame, non può essere giustificata, in termini di adeguatezza e proporzionalità, sulla base delle rationes che, alla stregua dei lavori parlamentari, si collocano alla radice della riforma. 7.1. - A sostegno della soluzione normativa censurata, si è rilevato, anzitutto, che l'avvenuto proscioglimento in primo grado - rafforzando la presunzione di non colpevolezza - impedirebbe che l'imputato, già dichiarato innocente da un giudice, possa essere considerato da altro giudice colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio , secondo quanto richiesto, ai fini della condanna, dall'articolo 533, comma 1, Cpp, come novellato dall'articolo 5 della stessa legge n. 46 del 2006. In simile situazione, la reiterazione dei tentativi dello Stato per condannare un individuo già risultato innocente verrebbe dunque ad assumere una connotazione persecutoria , contraria ai principi di uno Stato democratico in questo senso, in particolare, l'illustrazione della proposta di legge A.comma da parte dei relatori alla Commissione giustizia della Camera dei deputati . Al riguardo, è peraltro sufficiente osservare come la sussistenza o meno della colpevolezza dell'imputato al di là di ogni ragionevole dubbio rappresenti la risultante di una valutazione e la previsione di un secondo grado di giurisdizione di merito trova la sua giustificazione proprio nell'opportunità di una verifica piena della correttezza delle valutazioni del giudice di primo grado, che non avrebbe senso dunque presupporre esatte, equivalendo ciò a negare la ragione stessa dell'istituto dell'appello. In effetti, se il doppio grado mira a rafforzare un giudizio di certezza , esso non può non riflettersi sui diversi approdi decisori cui il giudizio di primo grado può pervenire quello di colpevolezza, appunto, ma, evidentemente, anche quello - antitetico - di innocenza. In tale ottica, l'iniziativa del Pm volta alla verifica dei possibili ed eventualmente, anche evidenti errori commessi dal primo giudice, nel negare la responsabilità dell'imputato, non può qualificarsi, in sé, persecutoria essa ha, infatti, come scopo istituzionale quello di assicurare la corretta applicazione della legge penale nel caso concreto e - tramite quest'ultima - l'effettiva attuazione dei principi di legalità e di eguaglianza, nella prospettiva della tutela dei molteplici interessi, connessi anche a diritti fondamentali, a cui presidio sono poste le norme incriminatrici. 7.2. - A fondamento della scelta legislativa in esame viene allegata, per altro verso, l'esigenza di uniformare l'ordinamento italiano alle previsioni dell'articolo 2 del Protocollo addizionale n. 7 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, adottato a Strasburgo il 22 novembre 1984, ratificato e reso esecutivo con legge 98/1990 nonché dell'articolo 14, paragrafo 5, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato a New York il 16 dicembre 1966, ratificato e reso esecutivo con legge 881/77. Tali norme internazionali pattizie prevedono che ogni persona condannata per un reato ha diritto a che l'accertamento della sua colpevolezza o la condanna siano riesaminati da un tribunale superiore o di seconda istanza principio che - si sostiene - verrebbe vulnerato nel caso di condanna dell'imputato in secondo grado, conseguente all'appello del Pm avverso la sentenza di proscioglimento emessa in primo grado in questa prospettiva, si veda la relazione del proponente alla proposta di legge A.comma . Con riguardo ad entrambe le norme, questa Corte ebbe, peraltro, già in precedenza a rilevare come il riesame ad opera di un tribunale superiore, da esse previsto a favore dell'imputato, non debba necessariamente coincidere con un giudizio di merito, anziché con il ricorso per cassazione e ciò perché l'obiettivo perseguito è quello di assicurare comunque un'istanza davanti alla quale fare valere eventuali errori in procedendo o in iudicando commessi nel primo giudizio, con la conseguenza che il riesame nel merito interverrà solo ove tali errori risultino accertati sentenza n. 288 del 1997 si veda, altresì, la sentenza n. 62 del 1981 . Al riguardo, non è, d'altro canto, senza significato la circostanza che il legislatore costituzionale del 1999 - nel riformulare l'articolo 111 Cost., nell'ottica di un suo adeguamento ai principi del giusto processo - non sia intervenuto sul tema delle impugnazioni, continuando a riferirsi al ricorso per cassazione per violazione di legge come unico rimedio impugnatorio costituzionalmente imposto. Dirimente è, peraltro, il rilievo che, alla luce della disciplina - più recente ed analitica di quella del Patto internazionale - dell'articolo 2 del Protocollo addizionale n. 7 alla Convezione europea su cui soprattutto fanno leva i lavori parlamentari , il diritto della persona dichiarata colpevole di un reato al riesame della dichiarazione di colpa o di condanna , da parte di un tribunale superiore, può essere oggetto di eccezioni - oltre che in caso di infrazioni minori e in casi nei quali la persona interessata sia stata giudicata in prima istanza da un tribunale della giurisdizione più elevata - anche quando essa sia stata dichiarata colpevole e condannata a seguito di un ricorso avverso il suo proscioglimento paragrafo 2 del citato articolo 2 . Quest'ultima eccezione presuppone, evidentemente, che la legge interna contempli un potere di impugnazione contra reum, e quindi a favore dell'organo dell'accusa essa implica pertanto il riconoscimento che tale potere - anche quando si tratti di impugnazione di merito - è compatibile con il sistema di tutela delineato dalla Convenzione e dallo stesso Protocollo, come del resto conferma la legislazione vigente in buona parte dei Paesi dell'Europa continentale. 7.3. - Si pone l'accento, da ultimo, sul rapporto solo mediato che il giudice dell'appello ha con le prove in tale ottica, si veda nuovamente la citata illustrazione dei relatori della proposta di legge A.comma reputandosi, in specie, che comporti una situazione di diminuita garanzia - in rapporto ai principi di oralità e immediatezza, ispiratori del processo penale nel modello accusatorio - un assetto nel quale la decisione di proscioglimento di un giudice quello di primo grado , che ha assistito alla formazione della prova nel contraddittorio fra le parti, può essere ribaltata da altro giudice quello di appello , che fonda invece la sua decisione su una prova prevalentemente scritta. Ai fini della risoluzione dell'odierno incidente di costituzionalità, non è peraltro necessario scrutinare la condivisibilità o meno di tale affermazione, la quale evoca tensioni interne al vigente ordinamento processuale, connesse al mantenimento di impugnazioni di tipo tradizionale nell'ambito di un processo a carattere tendenzialmente accusatorio. A prescindere, difatti, dal rilievo che l'ipotizzata distonia del sistema - ove effettivamente riscontrabile - sussisterebbe anche in rapporto alle sentenze di condanna, per le quali il Pm mantiene il potere di appello, avuto riguardo alla possibile modifica in peius della decisione da parte del giudice di secondo grado come conseguenza di divergenti valutazioni di fatto le quali portino, ad esempio, al mutamento del titolo del reato o al riconoscimento di una circostanza aggravante è assorbente la considerazione che il rimedio all'eventuale deficit delle garanzie che assistono una parte processuale va rinvenuto - in via preliminare - in soluzioni che escludano quel difetto, e non già in una eliminazione dei poteri della parte contrapposta che generi un radicale squilibrio nelle rispettive posizioni. All'obiezione, poi, che le possibili soluzioni alternative al problema dianzi evidenziato, almeno ove calibrate sull'attuale assetto del sistema delle impugnazioni, peserebbero negativamente sui tempi di definizione del giudizio, è agevole replicare che neppure la ragionevole durata del processo - principio che, per costante affermazione di questa Corte, va contemperato con il complesso delle altre garanzie costituzionali ex plurimis, sentenza n. 219 del 2004 ordinanze n. 420 e n. 418 del 2004, n. 251 del 2003, n. 458 e n. 519 del 2002 - può essere perseguita, come nella specie, attraverso la totale soppressione di rilevanti facoltà processuali di una sola delle parti. E ciò a prescindere dalla possibilità - da più parti prospettata e che resta aperta alla valutazione del legislatore - di una revisione organica del regime delle impugnazioni, intesa ad eliminare le tensioni da cui, per quanto accennato, il problema stesso trae origine. 8. - Nel suo carattere settoriale, per contro, la novella censurata ha, inoltre, alterato il rapporto paritario tra i contendenti con modalità tali da determinare anche una intrinseca incoerenza del sistema. Per effetto della riforma, infatti, mentre il Pm totalmente soccombente in primo grado resta privo del potere di proporre appello, detto potere viene invece conservato dall'organo dell'accusa nel caso di soccombenza solo parziale, vuoi in senso qualitativo sentenza di condanna con mutamento del titolo del reato o con esclusione di circostanze aggravanti , vuoi anche in senso meramente quantitativo sentenza di condanna a pena ritenuta non congrua . 9. - Alla luce delle considerazioni che precedono, si deve dunque ribadire che, nella cornice dei valori costituzionali, la parità delle parti non corrisponde necessariamente ad una eguale distribuzione di poteri e facoltà fra i protagonisti del processo. In particolare, per quanto attiene alla disciplina delle impugnazioni - ferma restando la possibilità per il legislatore, dianzi accennata, di una generale revisione del ruolo e della struttura dell'istituto dell'appello - non contraddice, comunque, il principio di parità l'eventuale differente modulazione dell'appello medesimo per l'imputato e per il Pm, purché essa avvenga nel rispetto del canone della ragionevolezza, con i corollari di adeguatezza e proporzionalità, che si sono a più riprese ricordati. Nella specie, per contro, la menomazione recata dalla disciplina impugnata ai poteri della parte pubblica, nel confronto con quelli speculari dell'imputato, eccede il limite di tollerabilità costituzionale, in quanto non sorretta da una ratio adeguata in rapporto al carattere radicale, generale e unilaterale della menomazione stessa oltre a risultare - per quanto dianzi osservato - intrinsecamente contraddittoria rispetto al mantenimento del potere di appello del Pm contro le sentenze di condanna. Le residue censure dei giudici rimettenti restano di conseguenza assorbite. 10. - L'articolo 1 della legge n. 46 del 2006 va dichiarato, pertanto, costituzionalmente illegittimo nella parte in cui, sostituendo l'articolo 593 Cpp, esclude che il Pm possa appellare contro le sentenze di proscioglimento, fatta eccezione per le ipotesi previste dall'articolo 603, comma 2, del medesimo codice, se la nuova prova è decisiva. Correlativamente, va dichiarata l'illegittimità costituzionale anche dell'articolo 10, comma 2, della citata legge 46/2006, nella parte in cui prevede che l'appello proposto contro una sentenza di proscioglimento dal Pm prima della data di entrata in vigore della medesima legge è dichiarato inammissibile. PQM La Corte costituzionale riuniti i giudizi, 1 dichiara l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 46/2006 Modifiche al Cpp, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento , nella parte in cui, sostituendo l'articolo 593 del Cpp, esclude che il Pm possa appellare contro le sentenze di proscioglimento, fatta eccezione per le ipotesi previste dall'articolo 603, comma 2, del medesimo codice, se la nuova prova è decisiva 2 dichiara l'illegittimità costituzione dell'articolo 10, comma 2, della citata legge 46/2006, nella parte in cui prevede che l'appello proposto contro una sentenza di proscioglimento dal Pm prima della data di entrata in vigore della medesima legge è dichiarato inammissibile. ?? ?? ?? ?? 3

Corte costituzionale - ordinanza 24 gennaio-6 febbraio 2007, n. 32 Presidente Bile - Relatore Flick Ritenuto Che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d'appello di Bologna ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 576 del codice di procedura penale, come modificato dall'articolo 6 della legge 46/2006 Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento , nella parte in cui - ad avviso del giudice rimettente - esclude che la parte civile possa proporre appello avverso la sentenza di proscioglimento dell'imputato che il giudice a quo - investito dell'appello proposto sia dal Pm che dalle parti civili, contro la sentenza di assoluzione emessa in primo grado nei confronti di persona imputata del reato di omicidio colposo - rileva che il nuovo testo dell'articolo 576 Cpp, quale risultante a seguito della modifica operata medio tempore dall'articolo 6 della legge 46/2006, non richiama più, nel disciplinare il potere di impugnazione della parte civile avverso le sentenze di proscioglimento, i mezzi di impugnazione previsti per il Pm che, in tal modo, la norma censurata avrebbe integralmente soppresso il potere di appello della parte civile, posto che, da un lato, l'articolo 568, comma 1, Cpp sancisce il principio di tassatività dei mezzi di impugnazione e, dall'altro lato, nessuna ulteriore norma prevede che la parte civile possa impugnare la sentenza di primo grado mediante appello onde residuerebbe, a favore di detta parte, unicamente la facoltà di proporre ricorso per cassazione ai sensi del comma 2 del medesimo articolo 568 che, sotto tale profilo, la disposizione si porrebbe tuttavia in contrasto con i principi costituzionali di eguaglianza articolo 3 Costituzione , di parità delle parti nel processo articolo 111 Costituzione e di tutela del diritto di azione e di difesa in giudizio articolo 24 Costituzione che - a differenza di quanto avviene per la limitazione dei poteri di appello del Pm introdotta dalla medesima legge 46/2006 articolo 593 Cpp, come sostituito dall'articolo 1 di detta legge - la soluzione normativa censurata non potrebbe essere giustificata in un'ottica di riequilibrio complessivo dei poteri delle parti contendenti infatti, la parte civile - diversamente dalla pubblica accusa - non fruisce di alcuna posizione di prevalenza sostanziale rispetto all'imputato, nell'assunzione della prova nella fase delle indagini preliminari, né di altra posizione privilegiata nelle successive fasi processuali che, di conseguenza, e con particolare riguardo alla dedotta violazione dell'articolo 111 Costituzione, una volta concessa al danneggiato dal reato la facoltà di esercitare l'azione civile nel processo penale, esso non potrebbe essere discriminato in maniera irragionevole rispetto al danneggiante sicché, disponendo quest'ultimo di uno strumento di doglianza nel merito nei confronti della decisione del primo giudice, lo stesso strumento non potrebbe non essere riconosciuto, in caso di soccombenza, anche al danneggiato costituitosi parte civile che la previsione di un secondo grado di giudizio nel quale solo l'imputato, ma non la parte civile, può svolgere le proprie doglianze verrebbe altresì a ledere l'inviolabile diritto di azione e difesa di tale ultima parte che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata che, ad avviso della difesa erariale, l'articolo 6 della legge 46/2006 - nel sopprimere l'inciso con il mezzo previsto per il Pm , contenuto nel testo previgente dell'articolo 576 Cpp, in correlazione alla scelta di limitare drasticamente il potere del Pm e dell'imputato di proporre appello contro le sentenze di proscioglimento - non avrebbe, in realtà, privato la parte civile della facoltà di appellare avverso le medesime sentenze che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d'appello di Venezia ha sollevato, in riferimento agli articoli 3 e 111, secondo comma, Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 10, commi 2 e 3, della legge 46/2006, nella parte in cui - sancendo l'inammissibilità dell'appello proposto contro una sentenza di proscioglimento dall'imputato o dal Pm prima della data di entrata in vigore della citata legge ma riconoscendo a dette parti la facoltà di proporre, in sua vece, ricorso per cassazione entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità - non accorda analoga facoltà anche alla parte civile che il giudice a quo premette di essere investito dell'appello proposto dalla parte civile contro la sentenza che aveva assolto gli imputati dai plurimi reati loro ascritti che, anche secondo la Corte veneziana, la sopravvenuta legge 46/2006 avrebbe soppresso il potere della parte civile di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento e ciò tenuto conto sia del principio di tassatività delle impugnazioni enunciato dall'articolo 568 Cpp sia dell'assenza, nel testo novellato dell'articolo 576 Cpp, di ogni riferimento a specifici mezzi di impugnazione della parte civile sia, infine, della circostanza che l'articolo 593 Cpp identifica unicamente nel Pm e nell'imputato i soggetti legittimati ad appellare contro le sentenze di primo grado che, in forza della norma transitoria di cui all'articolo 10, comma 1, della legge 46/2006, d'altro canto, la nuova disciplina introdotta da tale legge si applica anche ai procedimenti in corso, estendendo così la sua efficacia agli appelli anteriormente proposti che il medesimo articolo 10, peraltro - dopo aver sancito, al comma 2, che l'appello già proposto dall'imputato o dal Pm contro una sentenza di proscioglimento debba essere dichiarato inammissibile - al successivo comma 3 rimette sostanzialmente in termini le predette parti, ai fini dell'impugnazione della sentenza mediante ricorso per cassazione, prevedendo che quest'ultimo possa venir proposto entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità che analogo potere non è riconosciuto, invece, alla parte civile, cui la norma censurata non fa alcun riferimento che si determinerebbe, sotto tale aspetto, una disparità di trattamento priva di ragionevole giustificazione, e dunque lesiva tanto del principio di eguaglianza articolo 3 Costituzione che di quello della parità delle parti nel processo articolo 111 Costituzione che, rispetto all'appello anteriormente proposto dalla parte civile, troverebbe infatti applicazione la disposizione di cui all'articolo 568, comma 5, Cpp, a fronte della quale l'appello stesso si convertirebbe in ricorso per cassazione che ciò non varrebbe, tuttavia, a tutelare adeguatamente la parte civile, giacché - qualora l'appello fosse basato esclusivamente su argomentazioni di merito, ovvero risultasse sottoscritto da un difensore non abilitato al patrocinio in cassazione - il gravame, una volta convertito in ricorso, diverrebbe automaticamente inammissibile che nel giudizio di costituzionalità si è costituita G. G., parte civile nel giudizio a quo, la quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata, contestando la correttezza della premessa da cui muove il dubbio di costituzionalità vale a dire la supposta rimozione, ad opera della legge 46/2006, del potere della parte civile di appellare contro le sentenze di proscioglimento che, con l'ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d'appello di Brescia ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 10 della legge 46/2006, nella parte in cui non prevede un regime transitorio per l'appello proposto dalla parte civile contro una sentenza di proscioglimento, analogo a quello contemplato dai commi 2 e 3 del medesimo articolo 10 per l'imputato e per il Pm che la Corte rimettente - chiamata a pronunciarsi sull'appello proposto dalle parti civili avverso la sentenza di assoluzione degli imputati dai reati di truffa pluriaggravata e di estorsione, loro ascritti - muove anch'essa dall'assunto per cui la sopravvenuta legge 46/2006 avrebbe eliminato il potere di appello della parte civile contro le sentenze di proscioglimento che, su tale premessa, il rimettente lamenta che il legislatore non abbia previsto, per detta parte processuale, alcun regime transitorio, omologo a quello contemplato nei commi 2 e 3 dell'articolo 10 per il Pm e l'imputato che - non risultando possibile un'interpretazione estensiva di tale disciplina, in ragione del principio di tassatività delle impugnazioni - ne conseguirebbe, anche a parere di questo rimettente, una evidente disparità di trattamento fra Pm ed imputato, da un lato, e parte civile, dall'altro disparità da ritenere priva di ragionevole giustificazione, e dunque lesiva dei principi di eguaglianza e di parità delle parti nel processo che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata, ribadendo l'erroneità del presupposto interpretativo secondo cui la legge 46/2006 avrebbe privato la parte civile della possibilità di appellare contro la sentenza di proscioglimento che si è altresì costituita la società U.I., parte nel giudizio a quo, quale responsabile civile, concludendo per l'accoglimento della questione risulterebbe evidente, infatti - ad avviso della difesa dell'interveniente - la sussistenza di una lacuna del regime transitorio per la parte civile, lesiva del precetto costituzionale di parità delle parti nel processo, benché, sul piano storico , tale omissione sia spiegabile con l'erronea convinzione del legislatore di avere abolito l'appello del Pm, mantenendo invece quello della parte civile. Considerato Che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o connesse, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione che la Corte d'appello di Bologna dubita della legittimità costituzionale dell'articolo 576 Cpp, come modificato dall'articolo 6 della legge 46/2006 Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento , nella parte in cui - in asserito contrasto con i principi di eguaglianza, di parità delle parti nel processo e di inviolabilità del diritto di azione e di difesa artt. 3, 24 e 111 della Costituzione - esclude che la parte civile possa proporre appello contro la sentenza di proscioglimento dell'imputato che, con due ordinanze di analogo tenore, la Corte d'appello di Venezia e la Corte d'appello di Brescia censurano, a loro volta - in relazione ai principi di eguaglianza e di parità delle parti nel processo artt. 3 e 111 Costituzione - le disposizioni transitorie di cui all'articolo 10 della legge 46/2006, nella parte in cui prevedono solo a favore dell'imputato e del Pm, e non anche della parte civile, una restituzione in termini per proporre ricorso per cassazione, di seguito alla declaratoria di inammissibilità dell'appello proposto contro una sentenza di proscioglimento, anteriormente all'entrata in vigore della medesima legge commi 2 e 3 che i giudici a quibus muovono dalla comune premessa interpretativa in forza della quale la novella del 2006 avrebbe soppresso il potere di appello della parte civile conclusione che si imporrebbe alla luce del generale principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, di cui all'articolo 568, comma 1, Cpp, tenuto conto del fatto che, per un verso, l'articolo 593 Cpp non include la parte civile tra i soggetti legittimati a proporre appello e, per un altro verso, il nuovo testo dell'articolo 576 del medesimo codice - ove non compare più la previsione secondo la quale alla parte civile è consentito proporre impugnazione con lo stesso mezzo previsto per il Pm - non specifica di quali mezzi di impugnazione detta parte sia ammessa a fruire che, peraltro, la Corte di cassazione ha avuto modo di affermare l'opposta tesi, in virtù della quale la citata novella non avrebbe affatto determinato il venir meno, in capo alla parte civile, del potere di appello contro le sentenze di proscioglimento, ai soli effetti della responsabilità civile si veda Cassazione, sezione terza, 22924/2006 che la Corte di legittimità ha fatto segnatamente leva, in questa direzione, sulla voluntas legis, quale risultante alla luce dei lavori parlamentari lavori da cui emergerebbe in modo univoco come le modifiche apportate al testo normativo originariamente approvato dal Parlamento, dopo il suo rinvio alle Camere da parte del Presidente della Repubblica ai sensi dell'articolo 74 Costituzione - e, in particolare, la soppressione, nell'articolo 576 Cpp, dell'inciso con il mezzo previsto dal Pm - mirassero a recepire il rilievo formulato nel messaggio presidenziale, circa l'eccessiva compressione della tutela degli interessi civili delle vittime del reato che sarebbe scaturita dalle soluzioni legislative inizialmente adottate, ripristinando il potere di appello della parte civile che, a fronte di questa diversa opzione ermeneutica, altra sezione della stessa Corte di cassazione ha quindi rimesso la questione alle Su, a norma dell'articolo 618 Cpp, onde dirimere il contrasto interpretativo insorto sul punto che, pertanto, deve registrarsi l'assenza, allo stato, di un diritto vivente , conforme alla premessa interpretativa posta a base dei dubbi di legittimità costituzionale risultando al riguardo formulata anche una diversa soluzione, che varrebbe a soddisfare il petitum della Corte d'appello di Bologna che censura la disciplina a regime ed a rimuovere, altresì, il presupposto logico-giuridico dell'esigenza - postulata dalle Corti d'appello di Venezia e di Brescia - di dettare, per i gravami della parte civile, una disciplina transitoria analoga a quella stabilita per l'imputato e per il Pm, in correlazione alla limitazione dei poteri di appello di queste ultime parti disposta dall'articolo 1 della legge 46/2006 che a ciò va aggiunto come neppure in ordine alla disciplina transitoria si riscontri uniformità di vedute essendosi affermato, da una parte della giurisprudenza di legittimità, che ove pure la nuova legge avesse effettivamente rimosso il potere di appello della parte civile, non ne conseguirebbe comunque - contrariamente a quanto assumono i rimettenti - l'inammissibilità dell'appello anteriormente proposto da detta parte e ciò in quanto la disposizione transitoria di cui all'articolo 10, comma 1 - evocata dai giudici a quibus a sostegno del loro assunto - nello stabilire che la presente legge si applica ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della medesima , si sarebbe limitata soltanto a riaffermare il generale principio tempus regit actum, tipico della materia processuale che i giudici rimettenti hanno omesso, d'altro canto, di fornire una adeguata motivazione sulle ragioni per le quali gli argomenti che sostengono l'opposto orientamento interpretativo non possano essere condivisi che a ciò consegue la manifesta inammissibilità delle questioni giacché, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, la mancata utilizzazione dei poteri interpretativi che la legge riconosce, in via esclusiva, al giudice rimettente e la carenza di una verifica di altre e diverse soluzioni interpretative - per far fronte al dubbio di costituzionalità ipotizzato - integrano, nel modello del giudizio incidentale di costituzionalità, omissioni significative e tali da non abilitare il giudice a sollevare la questione di legittimità costituzionale ex plurimis, ordinanze 34/2006, 381/2005 e 279/2003 che le questioni vanno dichiarate, pertanto, manifestamente inammissibili. Visti gli articoli 26, secondo comma, della legge 87/1953, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. PQM La Corte costituzionale, riuniti i giudizi, 1 dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 576 del codice di procedura penale, come modificato dall'articolo 6 della legge 46/2006 Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento , sollevata, in riferimento agli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Bologna con l'ordinanza indicata in epigrafe 2 dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 10 della legge 46/2006, sollevate, in riferimento agli articoli 3 e 111 della Costituzione, dalla Corte d'appello di Venezia e dalla Corte d'appello di Brescia con le ordinanze indicate in epigrafe.

PRIMA DELLA LEGGE 46/06 CD. LEGGE PECORELLA DOPO LA LEGGE 46/06 CD. LEGGE PECORELLA DOPO LA SENTENZA COSTITUZIONALE 26/07 in corsivo le parti modificate in neretto corsivo le parti caducate 593. Casi di appello. 1. Salvo quanto previsto dagli articoli 443, 448, comma 2, 469, il Pm e l'imputato possono appellare contro le sentenze di condanna o di proscioglimento. 593. Casi di appello. 1. Salvo quanto previsto dagli articoli 443, 448, comma 2, 469, il Pm e l'imputato possono appellare contro le sentenze di condanna o di proscioglimento. 593. Casi di appello. 1. Salvo quanto previsto dagli articoli 443, 448, comma 2, 469, il Pm e l'imputato possono appellare contro le sentenze di condanna o di proscioglimento. 2. L'imputato non può appellare contro la sentenza di proscioglimento perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto. 2. L'imputato e il Pm possono appellare contro le sentenze di proscioglimento nelle ipotesi di cui all'articolo 603, comma 2, Cpp se la nuova prova è decisiva. Qualora il giudice, in via preliminare, non disponga la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale dichiara con ordinanza l'inammissibilità dell'appello. Entro 45 giorni dalla notifica del provvedimento le parti possono proporre ricorso per cassazione anche contro la sentenza di primo grado. 2. [L'imputato e il Pm possono appellare contro le sentenze di proscioglimento nelle ipotesi di cui all'articolo 603, comma 2, Cpp se la nuova prova è decisiva. Qualora il giudice, in via preliminare, non disponga la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale dichiara con ordinanza l'inammissibilità dell'appello. Entro 45 giorni dalla notifica del provvedimento le parti possono proporre ricorso per cassazione anche contro la sentenza di primo grado]. 3. Sono inappellabili le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell'ammenda e le sentenze di proscioglimento o di non luogo a procedere relative a contravvenzioni punite con la sola pena dell'ammenda o con pena alternativa. 3. Sono inappellabili le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell'ammenda e le sentenze di proscioglimento. 3. Sono inappellabili le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell'ammenda e le sentenze di proscioglimento o di non luogo a procedere relative a contravvenzioni punite con la sola pena dell'ammenda o con pena alternativa.