Libertà di associazione, Strasburgo bacchetta la Moldavia

Condanna della Cedu per il governo di Chisianu che aveva temporaneamente vietato le attività del Partito popolare democratico cristiano in seguito a una serie di manifestazioni pacifiche che però non avevano ottenuto l'autorizzazione preventiva

Ancora lunga la strada verso l'Europa l'ipotesi di ingresso nell'Unione è stimata tra circa dieci anni per la piccola Repubblica compressa tra la Romania e l'Ucraina. La Corte dei Diritti dell'uomo bacchetta il governo di Chisinau con la sentenza della quarta sezione, qui leggibile come documento correlato per violazione dell'articolo 11 Cedu sulla libertà di riunione e di associazione. All'origine del ricorso ai giudici di Strasburgo, presentato dal Partito popolare democratico cristiano Ppdc della Moldavia rappresentato in Parlamento e, all'epoca, all'opposizione sono fatti accaduti poco più di quattro anni fa. A fine 2001 il Governo annunciò la propria intenzione di rendere obbligatorio lo studio della lingua russa nelle scuole tale intenzione suscitò un dibattito piuttosto animato nella società moldava, in parte ostile alla misura di avvicinamento pur comprensibile, per certi versi, sotto il profilo commerciale culturale alla Federazione russa. In tale contesto di vivaci polemiche il gruppo parlamentare del Ppdc informò il Consiglio municipale di Chisinau, la capitale, dell'intenzione di organizzare un raduno con i propri elettori e simpatizzanti sul tema controverso. La riunione si doveva tenere sulla piazza dell'Assemblea nazionale ove ha sede il Governo invocando la legge sullo status dei parlamentari, il Ppdc non sollecitò l'autorizzazione per tenere l'incontro in pubblico. Il Consiglio municipale, che era stato informato, da parte sua ritenne che il raduno fosse da qualificare come una manifestazione, soggetta quindi ad una specifica procedura autorizzativa, e autorizzò il ppdc a organizzare l'incontro ma in un luogo differente da quello annunciato. Il partito, nonostante l'evidente segnale della municipalità, convocò ugualmente il raduno di fronte alla sede del Governo, poi ripetuto in più occasioni, sempre limitandosi a darne avviso all'autorità cittadina. Meno di tre settimane dopo, il 18 gennaio 2002, il ministero della Giustizia decretava l'interdizione di ogni attività da parte del Ppdc per la durata di un mese motivando il provvedimento sulla scorta del fatto che la formazione politica aveva organizzato manifestazioni non autorizzate in particolare l'autorità ministeriale rilevava che alle manifestazioni in questione avevano partecipato anche numerosi minorenni circostanza in contrasto con alcune leggi e che nel corso degli assembramenti alcuni degli slogan utilizzati potevano essere interpretati come un'istigazione alla violenza nonché come un tentativo di minare l'ordine giuridico e costituzionale. Pochi giorni dopo il Ppdc contestò il provvedimento del ministero della Giustizia di fronte al Tribunale il ricorso fu rigettato con sentenza definitiva dalla Corte Suprema nel maggio successivo. Nel frattempo, l'8 febbraio, in seguito ad una richiesta formulata dal Segretario generale del Consiglio d'Europa ai sensi dell'articolo 52 Cedu , ma anche per l'approssimarsi delle elezioni locali, il ministero moldavo della Giustizia eliminava il divieto autorizzando il Partito popolare democratico cristiano a riprendere le proprie attività, senza tuttavia annullare la decisione del 18 gennaio. La sospensione censoria durata per circa tre settimane è apparsa sufficiente ai giudici di Strasburgo per condannare a maggioranza vi sono anche un'opinione in parte concorde e in parte dissidente del giudice Stanislav Pavlosvschi e quella dissidente del giudice Javier Borrego Borrego la Moldavia per la violazione del diritto di riunione e di associazione. Nel caso specifico, ha osservato la Corte dei Diritti, i motivi addotti per giustificare l'interdizione temporanea del Ppdc non erano né pertinenti né sufficienti. Violazioni gravi, hanno annotato i giudici, tali da mettere in pericolo il pluralismo o i principi fondamentali della democrazia, avrebbero potuto giustificare una misura così severa. Le manifestazioni realizzate, invece, non contenevano appelli di carattere insurrezionale né alcuna offesa ai principi democratici e pluralisti e la misura repressiva non rispondeva dunque a bisogni sociali imperativi. La Corte, inoltre, pur apprezzando la successiva posizione moldava giunta a sospendere il provvedimento, sostiene che quella misura, pur limitata nel tempo, ha avuto in concreto un effetto inibitore sulla facoltà del Ppcd di esercitare la propria libertà di espressione e sul perseguimento dei suoi obiettivi politici, violando quindi diritti che la Moldavia doveva invece tutelare. m.c.m.