Fatture Iva per operazioni inesistenti, la linea dura degli ermellini

Bocciata la Commissione tributaria regionale. Anche se il fornitore è stato assolto dall'accusa di emissione di ricevute false, spetta comunque al contribuente l'onere di provare la legittimità e la correttezza della detrazione

Linea dura della Cassazione sulle fatture Iva per operazioni inesistenti. Neppure la assoluzione del fornitore dall'accusa di emissione di ricevute false è prova sufficiente per liberare il contribuente. È quanto affermato dalla Cassazione che, con la sentenza 14953/06 del 28 giugno qui leggibile tra gli allegati, ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria e bocciato la decisione di secondo grado. Due i principi applicati dai giudici di Palazzaccio per la soluzione di questa controversia. Secondo il primo in tema di Iva, ove l'amministrazione finanziaria contesti al contribuente l'indebita detrazione di fatture perché relative ad operazioni inesistenti, spetta al contribuente l'onere di provare la legittimità e la correttezza della detrazione mediante l'esibizione dei relativi documenti contabili. Pertanto, quando costui non è in grado di provare la fonte che legittima la detrazione, questa devesi ritenere indebita e legittimamente l'ufficio procede a recuperare a tassazione l'imposta irritualmente detratta . Con l'altro il Collegio ha fatto il punto sulla valenza del giudicato penale, in questo caso una assoluzione, nel processo tributario. Praticamente nessuna. Infatti, si legge nelle motivazioni, l'efficacia vincolante del giudicato penale non opera nel processo tributario, poiché in questo, da un lato vigono limitazioni della prova e dall'altro possono valere anche presunzioni inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna . Sulla base di questi motivi la Suprema corte ha accolto il ricorso del fisco contro un contribuente cui erano state imputate dall'ufficio delle imposte delle fatture per operazioni inesistenti. Questi era ricorso al giudice tributario dal momento che la società fornitrice era stata assolta dall'accusa dell'emissione di tali fatture, avendo dato la prova dell'effettività degli acquisti. La Commissione tributaria regionale gli aveva dato ragione. Ma gli ermellini non sono stati d'accordo e hanno cassato la decisione. deb.alb.

Cassazione - Sezione tributaria - sentenza 10 maggio-28 giugno 2006, n. 14953 Presidente Ruggiero - Relatore Zanichelli Pg Velardi - conforme - Ricorrente ministero dell'Economia e delle finanze - Controricorrente Calzature Vera Moda Srl Svolgimento del processo L'ufficio II. DD. di Napoli ha rettificato la dichiarazione dei redditi presentata dalla Calzature Vera Moda Srl per l'anno 1991 recuperando a tassazione la somma di lire 663.212.000 relativa a costi per acquisti dalla Ditta Esposito Antonio ritenuti insussistenti. Contro l'avviso di accertamento ha proposto impugnazione la società sostenendo che l'ufficio non aveva fornito la prova della inesistenza delle operazioni contestate. La Ctp ha accolto il ricorso sostenendo che l'attività della ditta Esposito era invece risultata effettivamente esistente alla luce della decisione del Gup presso il Tribunale di Napoli che aveva emesso sentenza di non luogo a procedere nei confronti dell'amministratore di altra società che, accusato dell'emissione di fatture fittizie, avrebbe invece fornito la prova dell'effettività degli acquisti. La Ctr ha confermato la decisione. Ricorre per cassazione l'Amministrazione con due motivi 1 violazione e falsa applicazione dell'articolo 2697 Cc in relazione agli articoli 360 nn. 3 e 5 Cpc e 62 D.Lgs 546/92 2 violazione e falsa applicazione dell'articolo 564 Cpp e 2697 Cc, nonché carenza di motivazione, in relazione agli articoli 360 nn. 3 e 5 Cpc e 62 D.Lgs 546/92. Resiste la contribuente con controricorso. L'udienza si è tenuta in camera di consiglio essendosi prospettate le ipotesi di cui al comma 2 dell'articolo 375 Cpc. Motivi della decisione Il primo motivo di ricorso con il quale l'Amministrazione si duole che la Ctr abbia ritenuto non fondato l'accertamento in quanto ha giudicato insufficienti le presunzioni derivanti dagli elementi forniti dalla GdF e costituite dalla sostanziale inattività della ditta apparente fornitrice senza considerare che era in realtà il contribuente a dovere fornire la prova dell'esistenza delle operazioni è manifestamente fondato avendo la Corte affermato il principio, condiviso dal Collegio, secondo cui in tema di Iva ove l'amministrazione finanziaria contesti al contribuente l'indebita detrazione di fatture perché relative ad operazioni inesistenti, spetta al contribuente l'onere di provare la legittimità e la correttezza della detrazione mediante l'esibizione dei relativi documenti contabili. Pertanto, quando costui non è in grado di provare la fonte che legittima la detrazione, questa devesi ritenere indebita e legittimamente l'ufficio procede a recuperare a tassazione l'imposta irritualmente detratta omissis Cassazione civile, Sezione tributaria, 6341/02 conformi 15228/01 13662/01 1181/01 . Manifestamente fondato è ugualmente il secondo motivo di ricorso con il quale l'Amministrazione lamenta che la Ctr abbia sostanzialmente attribuito efficacia di prova alla sentenza penale che avrebbe ritenuto infondata l'accusa di avere contabilizzato operazioni inesistenti mossa ad altra società che, come la contribuente, aveva effettuato acquisti dalla ditta Esposito, posto che è già stato ritenuto dalla Corte che ai sensi dell'articolo 654 Cpp - la quale aveva portata modificativa dell'articolo 12 del Dl 429/82 convertito nella legge 516/82 , poi espressamente abrogato dall'articolo 25 Dl 74/2000, - l'efficacia vincolante del giudicato penale non opera nel processo tributario, poiché in questo, da un lato, vigono limitazioni della prova come il divieto della prova testimoniale e, dall'altro, possono valere anche presunzioni inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna. A causa del mutato quadro normativo, quindi, nessuna automatica autorità di cosa giudicata può più attribuirsi nel separato giudizio tributario alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati tributari, ancorché i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l'Amministrazione finanziaria ha promosso l'accertamento nei confronti del contribuente. Pertanto, il giudice tributario non può limitarsi a rilevare l'esistenza di una sentenza definitiva in materia di reati tributari, estendendone automaticamente gli effetti con riguardo all'azione accertatrice del singolo ufficio tributario, ma, nell'esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti articolo 116 Cpc , deve, in ogni caso, verificarne la rilevanza nell'ambito specifico in cui esso è destinato ad operare Cassazione civile, Sezione tributaria 10945/05 . È ben vero che dalla sentenza penale il giudice può comunque trarre elementi di valutazione ma nella fattispecie il giudice d'appello ha acriticamente assunto l'esistenza stessa della pronuncia come elemento tale da escludere la fondatezza degli accertamenti della GdF. L'accoglimento del ricorso comporta la cassazione dell'impugnata decisione e il rinvio della causa, anche per le spese, ad altra sezione della Ctr per la valutazione degli atti alla luce degli enunciati principi di diritto. PQM La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese, ad altra sezione della Ctr della Campania.