La concorrenza nei servizi locali: illegittimo (e disapplicabile) il regolamento comunale per la privativa

di Flavio Papadia

Sono illegittimi e vanno perciò disapplicati i regolamenti comunali adottati per costituire una privativa per l'esercizio dei servizi di trasporto funebre ai sensi dell'articolo 1, comma 1, n. 8, del Rd 2578/25, che risulta abrogato dalla successiva normativa pro-concorrenziale in materia, anche poiché si tratta di attività riconducibile nella categoria dei servizi di rilevanza economica , definita in ambito comunitario e richiamata nella sentenza della Corte Costituzionale 272/04, che rientra perciò di pieno diritto nella competenza statale di tutela della concorrenza. È quanto emerge dalla sentenza 11503/05 della I sezione civile della Cassazione, depositata lo scorso 31 maggio e qui integralmente leggibile tra gli allegati. di Flavio Papadia Le decisioni in commento pubblichiamo sentenza 11503/05, essendo la successiva pressoché identica , nel rigettare i ricorsi contro una decisione del Giudice di Pace che annullava l'ordinanza ingiunzione emessa per sanzionare il trasporto di una salma in violazione di una privativa attribuita dal Comune, offrono un ulteriore contributo all'inquadramento sistematico di una questione già affrontata in dettaglio sia dalla dottrina che dalla giustizia amministrativa, anche nella sua massima espressione CdS, 7899/04 , nonché da una segnalazione dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato AS 13 del 2-14 luglio 1998 . La novità delle due sentenze in argomento è nel fatto che, anche se la conclusione alla quale le stesse giungono è sostanzialmente in linea con le considerazioni già svolte in tali altre sedi, esse fondano le proprie argomentazioni anche sulla recente evoluzione della giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia di tutela della concorrenza . In esse, infatti, dopo avere ripercorso le argomentazioni di carattere sistematico e cronologico in base alle quali è possibile concludere per l'abrogazione dell'articolo 1, comma 1, n. 8, del Rd 2578/25 Testo unico della legge sull'assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei Comuni e delle Province , che rimette all'amministrazione locale la scelta pienamente discrezionale sull'assunzione della privativa, in ragione della incompatibilità di tale norma con la legge 142/90, articoli 22 che limita l'esercizio in esclusiva solo nei casi stabiliti dalla legge e 64 che abroga tutte le disposizioni incompatibili con la legge 142/90 , viene svolta una riflessione più ampia, non solo su queste norme, che sono quelle applicabili ratione temporis alla questione esaminata, ma anche tenendo conto di quelle che si sono nel tempo ad esse sovrapposte. Tale riflessione, volta ad una interpretazione complessiva della evoluzione normativa, arricchisce in chiave concorrenziale l'interpretazione data dalla giurisprudenza amministrativa alla abrogazione, avvenuta ad opera dell'articolo 35 della legge 448/01, dell'articolo 112 del D.Lgs 267/00, il quale aveva nel frattempo sostituito il citato articolo 22, mantenendone sostanzialmente fermo il contenuto normativo. Nelle sentenze in argomento non viene, infatti, semplicemente condivisa la valutazione che la legge 448/01 sia intesa a realizzare una più ampia liberalizzazione e non già una reviviscenza di antichi privilegi monopolistici, ma le conclusioni del Consiglio di Stato in tal senso vengono poste in relazione con la recente sentenza della Corte Costituzionale 272/04, la quale riconduce la disciplina della gestione dei servizi pubblici locali alla competenza legislativa statale nell'ambito della materia della tutela della concorrenza ai sensi dell'articolo 117, secondo comma, lettera e della Costituzione materia-funzione da intendersi come finalizzata non solo alla tutela in senso stretto, ma anche alla promozione della concorrenza . La giurisprudenza della Corte Costituzionale viene richiamata nelle sentenze anche in relazione alla distinzione in essa operata tra i servizi di rilevanza economica e quelli privi di rilevanza economica , concludendo, anche alla luce dei precedenti dell'Autorità garante e della giurisprudenza amministrativa, per la riconducibilità dei servizi di trasporto funebre alla prima di tali due categorie, rientrante di pieno diritto nella detta competenza statale di tutela della concorrenza. Ciò conferma il favor pro-concorrenziale della evoluzione normativa, il quale conduce nelle sentenze a concludere per l'illegittimità dei regolamenti comunali adottati ai sensi dell'articolo 1, comma 1, n. 8, del Rd 2578/25 per costituire una privativa per l'esercizio dei servizi di trasporto funebre. È interessante, inoltre, osservare come, in base a questa lettura in chiave di tutela della concorrenza, il destino dell'articolo 19 del Dpr 285/90 articolo del regolamento di polizia mortuaria, che prevede in genere il trasporto dei cadaveri a cura del Comune il quale può, in caso contrario, imporre il pagamento di un diritto fisso venga interpretato in termini diversi rispetto a quelli di inefficacia sopravvenuta o di disapplicabilità, di cui alla sentenza del Consiglio di Stato, e cioè piuttosto in termini di estraneità ratione materiae dello stesso articolo 19 del Dpr 285/90 regolamento attinente ai profili sanitari della disciplina , rispetto alla questione dell'esistenza o meno di una privativa, e di inconferenza, quindi, delle espressioni enunciative in esso contenute a tale riguardo rispetto al proprio oggetto principale, di natura sanitaria. La novità dell'approccio interpretativo adottato offre lo spunto per una riflessione in merito alla rilevanza della tutela della concorrenza nell'ambito della regolamentazione e della prestazione dei servizi pubblici. Si può, infatti, partire dalla distinzione richiamata fra i servizi di rilevanza economica e quelli privi di rilevanza economica , che il legislatore nazionale ha ripreso dall'ordinamento comunitario, per rilevare come il principio della tutela della concorrenza pervada sia l'attività della regolamentazione che quella della prestazione dei servizi pubblici. Si rammenta che la citata distinzione è stata esplicitamente definita in ambito comunitario con la Comunicazione della Commissione del 19 gennaio 2001 GU C n. 17/2001 , anche richiamando la giurisprudenza della Corte di Giustizia, nell'ambito di un ragionamento volto ad individuare il campo di applicazione delle norme in materia di mercato interno, di concorrenza e di aiuti di stato. Nella sopra ricordata Comunicazione si precisa che le norme relative al mercato interno e alla concorrenza non si applicano generalmente alle attività non economiche e non si applicano pertanto neppure ai servizi di interesse generale nella misura in cui essi siano attività non economiche, riconducendo in tale tipologia di servizi quelli che costituiscono una prerogativa intrinseca dello Stato e anche servizi quali l'istruzione nazionale e i regimi di base di previdenza sociale obbligatori. In seguito, la stessa Commissione ha prima sottolineato, nella Relazione sul consiglio europeo di Laeken COM 2001 589 del 17 ottobre 2001 , e ha poi precisato, nel Libro verde sui servizi di interesse generale COM 2003 270 del 21 maggio 2003 , che non è possibile fissare a priori un elenco definitivo dei servizi di interesse generale privi di rilevanza economica e che pertanto la loro distinzione da quelli di rilevanza economica non è statica, ma può variare nel tempo. La distinzione in argomento ha dunque un carattere relativo, in quanto dipende esclusivamente dalla identificabilità o meno di un mercato, sicchè, come rileva la Commissione nel citato Libro verde, se da un lato può non esserci mercato per la fornitura alla popolazione di particolari servizi, dall'altro potrebbe esserci un mercato a monte in cui le imprese contrattano con le autorità pubbliche la fornitura di questi servizi, mercato a monte per il quale valgono le regole del mercato interno, della concorrenza e degli aiuti di stato. Peraltro, come la stessa Commissione precisa nel suddetto Libro verde, la distinzione in base alla natura economica o meno del servizio, che comporta l'applicabilità o meno delle suddette regole, non rileva per quanto riguarda l'applicabilità di altre regole, quali il principio di non discriminazione e quello della libera circolazione delle persone, che valgono per l'accesso a tutti i tipi di servizi. Così le norme sugli appalti pubblici si applicano uniformemente agli acquisti di beni, di servizi o di opere, di cui gli enti pubblici si forniscono nella prospettiva della prestazione di servizi sia di natura economica che non economica. Vale la pena, quindi, di osservare, ferma restando la riserva allo Stato della competenza in materia di tutela della concorrenza, il rilievo che tale tutela assume nell'attività di tutta la Pubblica Amministrazione, che si trova a ricoprire volta per volta, alternativamente o congiuntamente al ruolo di regolatore, anche quello di operatore economico. Pare opportuno, al riguardo, richiamare la recente legge 15/2005, che nel modificare l'articolo 1 della legge 241/90 recante nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di accesso ai documenti amministrativi, ha imposto alla Pubblica Amministrazione, ed anche ai soggetti privati preposti all'esercizio di attività amministrative, il rispetto dei principi dell'ordinamento comunitario, fra i quali non ultimo quello di libera concorrenza. Tale previsione, d'altro canto, non fa che aggiungersi a quella già introdotta dall'originario articolo 1 della legge 241/90, secondo la quale l'attività amministrativa deve essere retta dai criteri di economicità, di efficacia, di pubblicità e di trasparenza che, come più volte ricordato dalla Corte dei Conti, vanno posti in relazione con le regole di un ambiente di mercato concorrenziale. Per quanto riguarda, infine, il ruolo di regolazione proprio della Pubblica Amministrazione, il fatto che la competenza in materia di tutela della concorrenza sia riservata allo Stato non può significare che gli enti locali nella loro attività legislativa o regolamentare siano esenti dal rispetto dei principi dell'ordinamento comunitario e nazionale in materia di concorrenza, anche e a maggior ragione quando si trovino a stabilire norme in campi per i quali non appaia direttamente applicabile alcuna norma statale posta espressamente a tutela della concorrenza. Se da un lato, infatti, come ricorda la Suprema Corte, l'esercizio della competenza statale nella materia-funzione della tutela della concorrenza richiede l'uso del criterio di proporzionalità-adeguatezza, l'eventuale adozione di regole suscettibili di introdurre limitazioni alla concorrenza, come più volte ricordato dalla citata Autorità Garante nell'attività svolta ai sensi degli articoli 21 e 22 della legge 287/90, deve essere ponderata in applicazione del medesimo criterio, in relazione al perseguimento di diverse finalità pubbliche, al fine di non restringere ingiustificatamente la concorrenza.

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 5-31 maggio 2005, n. 11503 Presidente De Musis - estensore Genovese Ricorrente comune di Bari Svolgimento del processo Il signor Cataldo Tortorella, obbligato in solido con il Consorzio Funeral Center, proponeva, davanti al GdP di Bari, opposizione avverso l'ordinanza-ingiunz one del Dirigente dell'Ufficio Ripartizione e Patrimonio del Comune di Bari, conseguente a un verbale di accertamento nel quale si poneva ìn rilievo il trasporto di una salma senza l'autorizzazione amministrativa rilasciata dal Sindaco. Il giudice accoglieva l'opposizione e annullava l'ordinanza ingiunzione. Secondo la sentenza de qua, premesso che l'articolo 64, comma 2, della legge 142/90 aveva abrogato tutte la disposizioni con essa incompatibili e che l'articolo 22 della stessa legge prevedeva l'esclusivita del servizio solo in presenza di una disposizione legislativa , quest'ultima non sarebbe rinvenibile nell'articolo 1, n. 8, del Rd 2578/25 contenente il Tu della legge sull'assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei Comuni e delle Province , che rinvia ad un livello amministrativo comunale e cioè ad un provvedimento amministrativo. Tale ultima previsione dovrebbe considerarsi tacitamente abrogata, per incompatibilità, così che il Regolamento di esercizio in economia del Servizio dei Trasporti Funebri, approvato dal Comune di Bari con la delibera del Consiglio Comunale 154/52 e modificata con la successiva delibera 62/1979 non potrebbe considerarsi operante, in quanto fondata su previsioni normative non più in vigore. 2. Contro tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Comune di Bari, articolato su di un unico motivo. L'intimato non ha svolto difese. Motivi della decisione 1. Con l'unico motivo di ricorso con il quale si duole della violazione e falsa applicazione dell'articolo 112 D.Lgs 267/00 - già articolo 22, comma 2, legge 142/90 , dell'articolo 1, numero , Rd 2578/25, dell'articolo 19 del Dpr 285/90, articolo 64, comma 2, legge 142/90 e 15 delle preleggi al Cc,in relazione all'articolo 360, n. 3, Cpc e illogica, insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, ex articolo 360,n. 5, Cpc il Comune premette che l'attività dell'AMAF, disciplinata dal Regolamento di esercizio in economia del Servizio dei Trasporti funebri. approvato dal Comune di Bari con la delibera del Consiglio comunale 154/52 e modificata con la successiva delibera 62/1979 , mira a calmierare i prezzi delle onoranze funebri e stroncare ogni forma di speculazione privata. Essa si sostanzia, fra l'altro, nel diritto di privativa al trasporto delle salme dal luogo di decesso al Cimitero cittadino ovvero e - senza il diritto di privativa -, nel trasporto delle salme, o altri servizi collegati, da e per altri Comuni, in base a tariffe preventivamente stabilite. Il regolamento de qua troverebbe la sua fonte normativa nell'articolo 19 del Dpr 285/90 che, a sua volta, si fonderebbe, sull'articolo 1, n. 8, Rd 2578/25 contenente - come si è già detto - il Tu della legge sull'assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei Comuni e delle Province , nella parte in cui demanda l'assunzione in privativa del servizio di trasporto funebre alla decisione dell'autorità amministrativa. Tale ultima previsione normativa non sarebbe affatto abrogata poiché difetterebbe proprio l'incompatibilità evidente con le disposizioni richiamate nella sentenza del GdP. Infatti, perché una tale incompatibilità si produca, occorre che siano in contrasto due discipline conformative degli stessi rapporti giuridici, in successione tra di loro. L'articolo 22, comma, 2, della legge 142 cit., nel rinviare ad altra legge l'individuazione dei casi in cui i Comuni e le Province possono istituire il servizio pubblico in regime di privativa, sarebbe coerente con la previsione contenuta nell'articolo 1, n. 8, del Tu sull'assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei Comuni, di cui al Rd 2578/25. Tale complesso di norme stabilirebbe, fino al sopraggiungere di ma disciplina positiva legislativa espressamente abrogativa dell'articolo 1, numero , del Tu cit., che non sarebbero possibili ulteriori privative, ad eccezione di quelle già stabilite nel Rd del 1925. Insomma, il Tu del 1925 si porrebbe nell'ambito delle fonti della materia come una sorta di regolamento esecutivo della previsione contenuta nell'articolo 19 del Dpr 285/90. La dottrina avrebbe attribuito valenza programmatica e transitoria a una legge di riordino dei servizi pubblici locali, atteso che tale articolo 22 della legge 142/90 e quello che lo ha sostituito l'articolo 112 D. Lgs 267/00 non conterrebbero una disciplina positiva o una elencazione sostitutiva di quella stabilita nel Tu 2578/25 suscettibile di dare concretezza amministrativa immediatamente precettiva. 2. Il ricorso dell'Amministrazione, insomma, mira a dare un fondamento legislativo sicuro al regolamento comunale nella specie il Regolamento di esercizio in economia del Servizio dei Trasporti Funebri del Comune di Bari e, quindi, piena legittimità alle sanzioni amministrative irrogate dal Dirigente dell'Ufficio ripartizione e patrimonio del Comune, sulla base della verificata sua inosservanza da parte dell'impresa di trasporti funebri intimata. Ma, come si dirà appresso, esso è infondato e deve essere respinto. 2.1. In via preliminare va sgombrato il campo dall'idea che la conclusione raggiunta dal giudice di merito, in ordine all'avvenuta abrogazione dell'articolo 1 del Tu del 1925, sia erronea perché la natura compilativa di quel corpo normativo pure contenente la legge sull'assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei Comuni e delle Province , celerebbe, in realtà, una fonte primaria costituita dalla fusione o armonizzazione di due leggi sostanziali da un lato, l'articolo 1 della legge 103/03 Legge sull'assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei comuni e, dall'altro, l'articolo 1 del Rd 3047/23 Riforma della legge 103/03, per l'assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei comuni , emanato - però - in virtù della delegazione dì poteri conferita al Governo con la legge 1601/22 . Tale corretta osservazione, tuttavia, non ha efficacia dirimente in ordine al caso esaminato, posto che esso raggiunge quella criticata conclusione attraverso altro e diverso passaggio logico argomentativo. Infatti, l'abrogazione della disposizione in esame l'articolo 1 del Tu del 1925 sarebbe stata raggiunta per incompatibilità con gli articoli 22 e 64 della legge 142/90, non per la diversa forza normativa recata dalle due fonti. L'articolo 1 del Tu, infatti, è incompatibile con quelle nuove disposizioni perché esso rimetto all'amministrazione comunale o provinciale la scelta, pienamente discrezionale, sull'assunzione della privativa, così creando - attraverso un provvedimento attributivo a sé medesimo di una esclusiva - un monopolio in sede locale, in base a una scelta di natura amministrativa e non ad una opzione espressiva di una univoca volontà legislativa. E, poiché l'articolo 22 della legge del 1990 pretende espressamente che i servizi riservati in via esclusiva ai comuni e alle province siano stabiliti dalla legge , ne discende il palesarsi di un contrasto tra il nuovo assetto dei servizi pubblici locali e quello anteriore alla Costituzione e ai Trattati comunitari. Tale conclusione, invero, era stata già raggiunta, concordemente, sia dalla giurisprudenza amministrativa da alcuni Tar, in particolare. cui ha poi dato seguito il CdS, Sezione quinta, con la sentenza 7899/04 sia dall'Autorità Garante della concorrenza e del mercato, con la segnalazione/parere del 2-14 luglio 1998 pubblicata sul Bollettino 27/1998 . Essa deve essere ribadita anche in questa sede, senza che per questo risulti un contrasto con altra e precedente decisione di questa Corte Su,sentenza 5244/94 che ebbe a stabilire le modalità di riparto della giurisdizione quando le comunità montane, agendo in sostituzione dei comuni che le costituiscono, affidano a privati in forza di quanto disposto, in generale, dall'articolo 26 del Rd 2578/25 e dall'articolo 22 della legge 142/90 il servizio di smaltimento dei rifiuti urbani - definito di interesse pubblico dall'articolo 1 del Dpr 915/82, che ne prevede l'obbligatorio espletamento da parte dei Comuni, i quali lo esercitano con diritto di privativa, nelle forme di cui all'articolo 8 dello stesso decreto, ossia direttamente o mediante aziende municipalizzate ovvero mediante concessioni ad enti o imprese specializzate, autorizzate dalla Regione . Nello stabilire la sussistenza della giurisdizione amministrativa, per l'esistenza di un rapporto di concessione amministrativa, le Su sembrano dare per scontata la sopravvivenza dell'articolo 1 del Tu atteso che considerano come ancora operativo l'articolo 26 dello stesso corpo normativo già articolo 27 della legge 103/03 il quale prevede che i comuni, che intendano concedere all'industria privata qualcuno dei servizi indicati all'articolo 1, debbono sempre nel relativo contratto di concessione riserbarsi la facoltà del riscatto . In realtà, tale problema - nella cennata sentenza -, da un lato, non forma affatto oggetto dì esplicita questione, ma solo di punto pregiudiziale rispetto alla decisione di cui le Su erano investite, e che quindi non ha elaborato, al riguardo, alcun principio dall'altro, considerato la figura del servizio di smaltimento dei rifiuti urbani, il quale ha formato oggetto di un successivo intervento legislativo il D. Lgs 22/1997 che,all'articolo 56 ha abrogato il testo previdente quello oggetto di considerazione da parte delle Su e all'articolo 21 ha nuovamente disciplinato le competenze dei comuni, anche attraverso la conferma espressa entro precisi limiti della privativa che, con il comma 1, ha disposto che tali enti territoriali effettuano la gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati allo smaltimento in regime di privativa nelle forme di cui alla legge 142/90 . In conclusione, la privativa per il servizio di smaltimento dei rifiuti urbani da parte dei comuni è stata mantenuta anche se diversamente disciplinata quella sui trasporti funerari, no. 2.2. L'articolo 22 della legge del 1990 è la disposizione applicabile al caso in esame ratione temporis, e solo di essa ci si dovrà espressamente occupare in questa sede. Essa, però, è stata sostituita dall'articolo 112 D.Lgs 267/00, che si esprime in termini pressoché identici alla precedente, anche attraverso la riproduzione al comma 2 della stessa enunciazione linguistica in questa sede rilevante Il significato di tale abrogazione non rileva direttamente in questa sede, poiché riguarda un periodo temporale successivo a quello in cui vennero accertati i fatti oggetto dell'ordinanza - ingiunzione di cui all'odierna controversia, anche se va rilevato - allo scopo di compiere una interpretazione complessiva della diacronia normativa - che la giurisprudenza amministrativa ancora alcuni Tar, seguiti dal CdS, Sezione quinta, sententa 7899/04 hanno concluso il loro percorso interpretativo sostenendo che l'articolo 35 della legge del 2001 è una norma di ampia liberalizzazione del settore e, dunque, si mostra frutto di un evidente travisamento ermeneutico l'idea che proprio essa tuttora contribuisca a giustificare la permanenza in vita della privativa oggetto del contendere così il CdS . 2.3. Tale conclusione non appare arbitraria ma, anzi, in armonia non tanto e non solo con le posizioni dell'Autorità Garante, quanto con il recente arresto della Corte costituzionale 212/04. Quest'ultima nel dichiarare l'illegittimità costituzionale di varie disposizioni normative strettamente connesse con le disposizioni in esame l'articolo 14, comma 1, lettera e , e comma 2, del Dl 269/03 disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici , convertito, con modificazioni, nella legge 326/03, l'articolo 113, comma 7, limitatamente al secondo ed al terzo periodo, del D.Lgs 267/00, Tu delle leggi sull'ordinamento degli enti locali , nel testo sostituito dall'articolo 35, comma 1, della legge 448/01, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2002 l'articolo 113 bis dello stesso D.Lgs 267/00, nel testo introdotto dal comma 15 dell'articolo 35 della citata legge 448/01 ha enunciato un complesso di principi che hanno serie ricadute anche in questa sede. Secondo la Consulta la disciplina della gestione dei servizi pubblici locali non è riferibile né alla competenza legislativa statale in tema di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali articolo 117, secondo comma, lettera m , della Costituzione , giacché riguarda precipuamente servizi di rilevanza economica e comunque non attiene alla determinazione di livelli essenziali, né a quella in tema di funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane articolo 117, comma 2, lettera p , giacché la gestione dei predetti servizi non può certo considerarsi esplicazione di una funzione propria ed indefettibile dell'ente locale Essa, invece, in relazione ai riferimenti testuali e soprattutto ai caratteri funzionali e strutturali della regolazione prevista, può essere agevolmente ricondotta nell'ambito della materia tutela della concorrenza , riservata dall'articolo 117, secondo comma, lettera e , della Costituzione, alla competenza legislativa esclusiva dello Stato . E' stata così fatta giustizia dell'opposta interpretazione, sostenuta in quella sede dalla Regione, e secondo la quale il regime in oggetto, incidendo su situazioni di non concorrenzialità del mercato per la presenza di diffuse condizioni di monopolio naturale e riguardando interventi propriamente di promozione e non già di tutela della concorrenza, sarebbe estraneo, in quanto tale, all'ambito della potestà legislativa esclusiva dello Stato e pertinente invece alla competenza regionale in tema di servizi pubblici locali . Invece, secondo l'interpretazione della Consulta, la tutela della concorrenza non può essere intesa soltanto in senso statico, come garanzia di interventi di regolazione e ripristino di un equilibrio perduto, ma anche in quell'accezione dinamica, ben nota al diritto comunitario, che giustifica misure pubbliche volte a ridurre squilibri, a favorire le condizioni di un sufficiente sviluppo del mercato o ad instaurare assetti concorrenziali sentenza 14/2004 . In conclusione, nonostante l'esistenza di una pluralità di altri interessi - alcuni dei quali rientranti nella sfera di competenza concorrente o residuale delle Regioni - connessi allo sviluppo economico-produttivo del Paese, la tutela della concorrenza è materia funzione, riservata alla competenza esclusiva dello Stato che richiede l'uso del criterio di proporzionalità-adeguatezza al fine di valutare, nelle diverse ipotesi, se essa legittimi o meno determinati interventi legislativi dello Stato. Perciò la Consulta ha escluso la censurabilità di tutte quelle norme impugnate che garantiscono, in forme adeguate e proporzionate, la più ampia libertà di concorrenza nell'ambito di rapporti - come quelli relativi al regime delle gare o delle modalità di gestione e conferimento dei servizi - i quali per la loro diretta incidenza sul mercato appaiono più meritevoli di essere preservati da pratiche anticoncorrenziali . Essa ha altresì affermato che la tutela della concorrenza e l'inderogabilità della disciplina da parte di norme regionali sono però esplicitamente evocato in riferimento ai soli servizi pubblici locali attualmente classificati come di rilevanza economica di cui all'articolo 113, e non già in riferimento ai servizi privi di rilevanza economica previsti dall'articolo 113 bis. La nuova denominazione di questi servizi, adottata in conformità a tendenze emerse in sede di Commissione europea a decorrere dal settembre 2000, già di per può indicare che il titolo di legittimazione per gli interventi del legislatore statale costituito dalla tutela della concorrenza non è applicabile a questo tipo di servizi, proprio perchè in riferimento ad essi non esiste un mercato concorrenziale . 2.4. Alla luce dei principi elaborati dalla Corte costituzionale va stabilito se i servizi di trasporto funebre siano ascrivibili al novero dei servizi Pubblici locali, classificati come di rilevanza economica , ovvero ai servizi privi di rilevanza economica, previsti dall'articolo 113 bis D.Lgs 267/00. La risposta data dall'Autorità Garante e quella fornita dalla giurisprudenza amministrativa, secondo la quale tali trasporti rientrano pienamente nell'ambito della materia della concorrenza, è pienamente condivisibile, atteso che la liberalizzazione del trasporto, con il venir meno della fissazione amministrativa delle tariffe del servizio, salve le autorizzazioni concernenti l'accertamento dell'idoneità sanitaria degli automezzi impiegati ai sensi dell'articolo 20 del Dpr 285/90 , non incidono sui marginali aspetti della disciplina sanitaria ma solo sulle modalità di accesso al servizio, contribuendo a renderlo economicamente meno pesante, in via tendenziale, proprio per la postulata competizione tra una pluralità di imprese esistenti nei mercati locali. 2.5. Né ostacolo a tale interpretazione può essere fornito dall'articolo 19 Dpr 285/90, contenente il regolamento statale di polizia mortuaria, in esecuzione del Tu delle leggi sanitarie, approvato con il Rd 1265/34. Infatti, tale disposizione, sebbene posteriore alla legge 142/90, attiene ai profili sanitari, e non già ad un intervento restrittivo della concorrenza, atteso che - come ha affermato dalla Consulta nella citata sentenza del 2004 - la materia dei servizi pubblici locali coinvolge certamente una pluralità di altri interessi, connessi allo sviluppo economico-produttivo, e di competenza regionale, ma non per questo le consente di porsi al di fuori di quella della tutela della concorrenza , riservata dall'articolo 117, secondo comma, lettera e , della Costituzione, alla competenza legislativa esclusiva dello stato. In particolare, i profili sanitari - per quanto sussistenti e regolati da apposite autorizzazioni - non comportano la reviviscenza di un diritto di privativa che, si è visto, risulta ormai definitivamente abbandonato, in misura pressoché costante e tendenziale dalla discipline legislative succedutesi nel tempo, a partire dal 1990. A tal proposito, dunque, più che di inefficacia o di inapplicabilità di questa disposizione così, il CdS, Sezione quinta, nella sentenza 7899/04 , della stessa va data una lettura costituzionalmente adeguata,armonizzandola con il quadro dei principi costituzionali e comunitari enunciati dalla citata sentenza 272 della Consulta , concludendo per l'estraneità della disciplina sanitaria con la questione della inesistente privativa e, quindi, per la inconferenza di tali espressioni enunciative sopravvenuta disposizione nella sentenza rispetto all'oggetto principale di quella specifica disciplina sanitaria . 2.6.Da tali conclusioni deriva che i regolamenti comunali, i quali - come quello adottato dal Comune di Bari - siano ancora ispirati ai principi precostituzionali e precomunitari della generalizzata privativa di ogni sorta di pubblici servizi, risultano in parte qua e quindi in riferimento alla riserva in ordine ai trasporti funerari , in via sopravvenuta, illegittimi. Essi, perciò, vanno disapplicati dal giudice ordinario, così come ha fatto correttamente il giudice della fase di merito. Le ordinanze - ingiunzione che, come quella impugnata, siano state adottato per l'avvenuta violazione del regolamento comunale e in ragione del compimento di un trasporto di salme senza l'autorizzazione dell'ente locale, rilasciata in deroga al suo diritto di privativa, sono state correttamente annullate perché illegittime. 2.7. In conclusione, il ricorso del Comune, che si duole proprio di tale, decisione del GdP, deve essere respinto. 3. Questa Corte non devo provvedere sulle spese di questa fase, non avendo l'intimato svolto alcuna difesa. PQM Rigetta il ricorso.