Avvocati e incompatibilità alle cariche nelle società commerciali

di Francesco Antonio Genovese

L'incompatibilità degli avvocati in relazione alle cariche nelle società commerciali In tema di disciplina degli avvocati, la situazione d'incompatibilità con l'esercizio della professione forense, prevista dall'articolo 3, primo comma, del Rdl 1578/33, per il caso di esercizio del commercio in nome altrui , ricorre nei confronti del professionista che assuma la carica di amministratore delegato di una società commerciale, ove risulti che tale carica, in forza dell'atto costitutivo o di delega del consiglio di amministrazione, comporti effettivi poteri di gestione e di rappresentanza, ed a prescindere da ogni indagine sulla consistenza patrimoniale della società medesima e sulla sua conseguente esposizione a procedure concorsuali. L'articolo 38 Rdl 1578/33 sull'ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore, nel prevedere come illecito disciplinare i fatti non conformi alla dignità e al decoro professionale, non individua comportamenti tassativamente determinati, poiché il principio di legalità si riferisce solo alle sanzioni penali e non si applica alle sanzioni disciplinari. Sono questi i principi di diritto contenuti nella sentenza 37/2007 delle Sezioni unite civile qui leggibile tra i documenti correlati. di Francesco Antonio Genovese In un giudizio disciplinare riguardante l'addebito, per la violazione dell'articolo 3 della legge professionale forense, perché l'avvocato iscritto all'albo avrebbe assunto la carica di presidente del consiglio di amministrazione della Compagnia lavoratori Portuali di Viareggio Srl e, in un secondo momento, anche quella di amministratore delegato della stessa società, le Su della Cassazione sentenza 37/2006 qui leggibile tra i documenti correlati hanno confermato i rarissimi precedenti riguardanti tale particolare figura di incompatibilità professionale. La prima massima, recupera un risalente precedente delle stesse Su, espresso dalla sentenza 1143/97, più volte citata nel testo. In tale occasione, la Corte di cassazione ha altresì affermato che detta incompatibilità sussiste anche con riguardo ad una società con capitale parzialmente od interamente nelle mani di un ente pubblico nella specie, comune di Milano , qualora tale circostanza non incida sul fatto che la società stessa sia costituita ed operi per la produzione o lo scambio di beni o servizi nella specie, esercizio della metropolitana di Milano , e, quindi, non ne alteri la natura e qualità di imprenditore commerciale. Secondo le Su che al riguardo richiamano solo giurisprudenza del Cnf la situazione di incompatibilità non ricorrerebbe quando il professionista, pur ricoprendo la carica di Presidente del CdA, sia stato privato, per statuto sociale o per successiva deliberazione, dei poteri di gestione dell'attività commerciale, attraverso la nomina di un amministratore delegato. Sulla base della circostanza obiettiva dell'assunzione della carica sociale, comportante l'esercizio di poteri, la Cassazione, perciò, ha respinto tutte le censure difensive volte a richiedere una dimostrazione a dire dell'incolpato non consentitagli dal Cnf dell' effettivo compimento di atti di ordinaria ovvero di straordinaria amministrazione o la loro preordinazione e predisposizione da parte di terzi. Circostanze tutte ritenute dalla Corte irrilevanti. Più scontata l'inclusione dell'attività della società de qua nell'ambito degli organismi aventi natura e finalità commerciali, svolta dalle Su sulla base del richiamo allo storico articolo 3 dell'abrogato codice di commercio, riesumato in quanto, al momento dell'emanazione della legge professionale, esso era ancora in vigore e ad esso sembrerebbe essersi ispirata la figura dell'incompatibilità in esame. A tale conclusione, condivisibile, la Corte perviene anche attraverso il richiamo dell'articolo 2195 del codice civile, indubbiamente successivo alla legge professionale. Sulla seconda massima, l'orientamento della Cassazione è piuttosto consolidato, anche se non sembra del tutto immune da perplessità data la portata affittiva di tali sanzioni nella specie due mesi di sospensione dall'albo professionale . In senso conforme a Sezioni unite 1197 del 1983, a tenore della quale, l'articolo 38 Rdl 1578/33, sull'ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore, il quale, nel prevedere come illecito disciplinare i fatti non conformi alla dignità ed al decoro professionale, manifestamente non si pone in contrasto con l'articolo 25 della costituzione, vertendosi in tema di infrazioni non penali, per le quali il legislatore non è tenuto ad adottare i paradigmi della fattispecie tipica e tassativa, consente di includere nella suddetta previsione ogni comportamento del professionista che sia posto in essere coscientemente e volontariamente e si traduca in una violazione dei canoni della deontologia professionale, idonea a ledere la dignità ed il prestigio della classe forense, come nel caso in cui il professionista, per riscuotere un credito verso il proprio cliente, promuova abnormi e reiterate procedure esecutive, ciascuna rivolta a recuperare le spese di quella precedente, sì da arrecare danni materiali e morali al debitore del tutto sproporzionati alla entità del credito iniziale. b Sezioni unite 762/02, per cui, l'accertamento della non conformità delle condotte degli iscritti a ordini professionali nella specie degli avvocati ai canoni di dignità e decoro professionale è rimesso agli ordini medesimi, che hanno il potere di emanare norme di deontologia che gli iscritti sono tenuti ad osservare sotto pena di applicazione di sanzioni disciplinari l'autonomia degli ordini rende inammissibile la censura di violazione di legge avverso la decisione resa in sede di impugnazione dal Cnf. c Sezione terza 16943/03, che ha stabilito che l'accertamento della non conformità delle condotte degli iscritti a ordini professionali nella specie dei veterinari ai canoni di dignità e decoro professionale è rimesso agli ordini medesimi, che hanno il potere di emanare norme di deontologia che gli iscritti sono tenuti ad osservare sotto pena di applicazione di sanzioni disciplinari costituisce legittimo esercizio di tale potere l'elaborazione di tariffe volte a stabilire la misura dei compensi e la previsione che l'iscritto all'ordine non possa discostarsi da tali tariffe sia nei massimi che nei minimi, in quanto il decoro della professione può essere compromesso dalla richiesta di compensi tanto superiori al massimo quanto inferiori al minimo. Magistrato

Cassazione - Sezioni unite civili - sentenza 30 novembre 2006-5 gennaio 2007, n. 37 Presidente Prestipino - Relatore Finocchiaro Pm Palmieri - conforme - Ricorrente Massa Svolgimento del processo Con provvedimento 11 aprile - 27 maggio 2003 il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Lucca ha inflitto all'avv. Massa Giunio la sanzione di mesi due di sospensione dall'esercizio professionale, a conclusione di due procedimenti disciplinari, poi riuniti. Nel primo, in particolare, era stato contestato al Massa che lo stesso, in violazione dell'articolo 3 della legge professionale, aveva assunto, il 14 luglio 1999, la carica di presidente del consiglio di amministrazione della Compagnia Lavoratori Portuali di Viareggio Srl e il 20 luglio 1999 anche quella di amministratore delegato della stessa società, esercitandone i relativi poteri di gestione, sia interna che esterna, sino alle dimissioni, avvenute il 9 giugno 2000. Nel secondo, ancora, è stata imputata al Massa la violazione dei doveri di probità e correttezza professionale perché con istanza 26 aprile 2001, depositata nel mese di dicembre 2001, aveva richiesto al Consiglio dell'ordine degli Avvocati di Lucca la tassazione di prestazioni professionali predisposizione di un sequestro giudiziario di quote presso il tribunale di Viareggio, nonché predisposizione di nomina di un arbitro per complessive lire 16.500.000 che egli assumeva di avere svolto in favore di BERTOLUCCI Natalino, mentre, in realtà, trattatasi di attività svolta nell'interesse proprio e di certo LOMBARDI Rodolfo. Gravata tale statuizione dal MASSA innanzi al Consiglio Nazionale Forense quest'ultimo con decisione in data 27 febbraio - 2 maggio 2006 ha rigettato il ricorso. Per la cassazione di tale ultimo provvedimento ha proposto ricorso, affidato a 8 motivi recte 7 , il MASSA. Motivi della decisione 1. Al procedimento n. 20544/06 R.G. avente ad oggetto la impugnativa della decisione del 27 febbraio -2 maggio 2006 del Consiglio Nazionale Forense deve essere riunito quello n. 20544/06bis R.G. diretto a ottenere la sospensione in via cautelare della esecuzione della stessa decisione . 2. Con il primo motivo il ricorrente censura la decisione impugnata lamentando violazione di legge -Violazione dell'articolo 38 Rdl 1578/33 . La censura si articola, a sua volta, in due profili. Da un lato, in particolare, il ricorrente denunzia la violazione del principio ne bis idem, tenuto presente che quanto ai fatti contestati nel primo procedimento assunzione delle cariche di presidente del consiglio di amministrazione nonché di amministratore delegato della Compagnia Lavoratori Portuali di Viareggio s.r.l. e esercizio dei relativi poteri di gestione sia interna che esterna esso concludente era stato già prosciolto in due precedenti occasioni, dall'altro, si sottolinea che l'avvocato che assume la carica di amministratore delegato o amministratore unico di una società incorre in violazione dell'articolo 3, Rdl 1578/33, senza che rilevi, in senso contrario, l'omessa esplicazione di poteri gestori connessi ai detti incarichi, si - per l'effetto - che deve escludersi che la nuova contestazione [dopo le precedenti assoluzioni] e, in particolare, la contestazione che esso concludente oltre a ricoprire i detti incarichi abbia anche esercitato i poteri gestori della società, possa identificare un fatto nuovo . 3. Il motivo è infondato. Sotto entrambi i profili in cui si articola. 3. 1. Giusta la testuale previsione di cui all' articolo 649, c.p.p. l'imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto . Pacifico che nella specie il Massa non è stato prosciolto dalla imputazione di cui si ci occupa con provvedimento del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Massa, atteso che questo - come precisato in ricorso -si è limitato a archiviare le denunzie a suo tempo presentate nei confronti del Massa è palese che non può invocarsi nella specie, neppure in astratto, la violazione del principio ne bis in idem Cfr., sempre in questo senso, con riguardo al decreto di archiviazione, Cassazione pen., sez. 1, 10426/05 sez. sesta, 15 febbraio 1994, Di Matteo Cassazione pen., sez. quinta, 21 aprile 1993, Tamburino . 3. 2. Anche a prescindere da quanto precede non può dubitarsi - come puntualmente evidenziato dalla pronunzia gravata e ammesso, altresì, dal ricorrente - che nella specie le archiviazioni invocate erano relative esclusivamente alla circostanza che il MASSA fosse stato nominato alle cariche di presidente del consiglio di amministrazione e di amministratore delegato, mentre nel presente procedimento è stata contestata allo stesso anche la - ulteriore - circostanza di avere di fatto proceduto a atti di gestione sia interna che esterna della società. 3. 3. Da ultimo, e per concludere sul punto, si osserva che la giurisprudenza di questa Corte nonché del Consiglio Nazionale Forense in materia è fermissima nel ritenere che la situazione d'incompatibilità con l'esercizio della professione forense, prevista dall'art 3, primo comma, del Rdl 1578/33 per il caso di esercizio del commercio in nome altrui ricorre nei confronti del professionista che assuma la carica di amministratore delegato di una società commerciale, ove risulti che tale carica, in forza dell'atto costitutivo o di delega del consiglio di amministrazione, comporti effettivi poteri di gestione e di rappresentanza, ed a prescindere da ogni indagine sulla consistenza patrimoniale della società medesima e sulla sua conseguente esposizione a procedure concorsuali in termini, ad esempio, Cassazione, Su, 1143/77 . In altri termini, il professionista che ricopra la carica di Presidente del consiglio di amministrazione, di amministratore unico o di amministratore delegato di una società commerciale si trova in una situazione di incompatibilità esercizio del commercio in nome altrui prevista dall'articolo 3, Rdl 1578/33, situazione di incompatibilità che, invece, non ricorre quando il professionista pur ricoprendo la carica di Presidente del consiglio di amministrazione, sia stato privato, per statuto sociale o per successiva deliberazione, dei poteri di gestione dell'attività commerciale, attraverso la nomina di un amministratore delegato cfr. Cons. Naz. For. 20 settembre 2000, n. 90 Cons. Naz. For. 12 novembre 1996 . 4. Con il secondo motivo il ricorrente denunzia violazione di legge. Violazione dell'articolo 38, Rdl 1578/33 atteso che la motivazione, addotta dal Consiglio Nazionale ForenRe nell'affermare la sua responsabilità in ordine al capo di imputazione di cui sopra è del tutto apparente e in parte fortemente carente o comunque illogica e contraddittoria , atteso che non ha considerato che esso concludente ha dato le dimissioni dalle cariche in questione non il 9 giugno 2000, come affermato nel capo di imputazione e nelle premesse, in fatto, della decisione impugnata ma il 20 marzo 2000, come dedotto e dimostrato già nel giudizio innanzi al Consiglio Nazionale Forense. 5. Al pari del precedente il motivo non coglie nel segno. Sotto diversi, concorrenti, profili. 5.1. In primis si osserva che alla luce del verbale della società della Compagnia Lavoratori Portuali di Viareggio del 27 marzo 2000 come trascritto nel ricorso, non pare che in detta data lo stesso abbia dato le dimissioni dalle cariche sociali, essendosi limitato a dichiarare di rinunciare espressamente a ogni potere straordinario . 5. 2. In secondo luogo non risponde affatto al vero che Consiglio Nazionale Forense abbia omesso di valutare la rilevanza, al fine del decidere, del periodo di tempo per il quale si è protratta la violazione dell'articolo 3, Rdl 1578/33 da parte del Massa. Sul punto, infatti - con apprezzamento di merito, insindacabile in questa sede - la decisione impugnata ha precisato che si sia tratto di un periodo limitato nel tempo non può considerarsi esimente . Ha ritenuto pertanto, la pronunzia impugnata la irrilevanza - al fine del decidere - di un accertamento del reale periodo nel quale il Massa oltre a ricoprire le cariche di cui sopra ha esercitato i poteri gestori, esterni e interni, della società. Vuoi al fine di escludere la rilevanza disciplinare della condotta, vuoi al fine della misura della sanzione, atteso che come precisato nella parte finale della decisione la misura interdittiva è stata limitata nel minimo . 6. Sempre con il secondo motivo parte ricorrente in subordine insiste perché in accoglimento della richiamata istruttoria orale, vengano sentiti come testimoni sulla circostanza se la gestione della società sia stata condotta dallo studio Ricci e l'avv. Massa si sia limitato a seguire le indicazioni dello studio Ricci, senza mai, in nessuna occasione, avere assunto iniziativa personale . Intimamente connesso a tale motivo è il quinto motivo di ricorso recte il quarto, non rinvenendosi un terzo motivo con il quale il ricorrente lamenta violazione di legge - violazione dell'articolo 38 l. p. , nella parte in cui il consiglio nazionale forense ha affermato che è irrilevante la giustificazione addotta dal Massa di avere agito per dovere di ufficio, per atti di normale e dovuta amministrazione o, peggio, su segnalazione di collaboratori nella gestione della società. 7. Al pari dei precedenti entrambi i rilievi sono manifestamente infondati. A norma dell'articolo 3, comma 1, Rdl 1578/33, la situazione di incompatibilità all'esercizio della professione forense discende obiettivamente dalla assunzione di una carica sociale, quale quella di amministratore delegato di una società commerciale, che comporti poteri di gestione e di rappresentanza Cassazione, Su, 1143/77, specie in motivazione . Pacifico che nella specie il ricorrente ha ricoperto detta carica, non controverso che lo stesso ha adottato, in tale veste, provvedimenti di gestione della società i è - palesemente - irrilevante e non pertinente ogni indagine volta a verificare, da un lato se si trattava, o meno, di atti di normale e dovuta amministrazione, o, piuttosto, di straordinaria amministrazione . Contemporaneamente la circostanza che - come si assume - il Massa si sia limitato a seguire le indicazioni dello studio Ricci senza mai, in nessuna occasione avere assunto una iniziativa personale è palesemente irrilevante al fine del decidere. Pacifico, infatti, che gli atti in questione sono stati posti in essere - almeno formalmente - dal Massa nella veste di amministratore delegato della Compagnia Lavoratori Portuali di Viareggio s.r.l., non rileva in alcun modo, al fine di negare che il Massa abbia poste in essere atti di gestione , la circostanza che detti atti fossero predisposti da terzi o che - per ipotesi - voluti da costoro, eventualmente contro la volontà del Massa. Nel momento in cui il Massa ha sottoscritto, nella qualità di cui sopra, gli atti di gestione in questione né è divenuto, automaticamente, l'autore e il responsabile e non può, per l'effetto, invocare né di non avere, personalmente, condiviso quelle scelte [o che queste gli fossero imposte da terzi], né - tanto meno -che la società era di fatto inoperante, essendo palesemente incompatibile una tale circostanza con la esistenza di atti di gestione quali, ad esempio, il licenziamento di alcuni soci . 8. Con il terzo motivo ancorché, per evidente errore materiale indicato come quarto il ricorrente denunzia violazione di legge. Violazione dell'articolo 3 e 38 legge 1578/33 , atteso che l'articolo 3 della legge professionale prevede come motivo di incompatibilità, l'esercizio del commercio in nome proprio o in nome altrui, mentre, in realtà, la Compagnia Lavoratori Portuali non ha nel proprio statuto il commercio, né lo ha mai esercitato, atteso che lo scopo sociale è quello di prestazione di servizi portuali. 9. Il motivo è manifestamente infondato. La norma in parola è stata promulgata nel vigore del Codice di Commercio di cui al Rd 1062/1882. Quest'ultimo non solo all'articolo 3 precisava che la legge reputa atti di commercio non la sola compravendita di merci come del tutto apoditticamente si invoca in ricorso ma qualsiasi attività imprenditoriale, ma all'articolo 8 recitava sono commercianti coloro che esercitano atti di commercio per professionale abituale e le società commerciali . Del resto si osserva che l'articolo 2195, comma 2, del vigente codice civile espressamente prevede che le disposizioni della legge che fanno riferimento alle attività e alle imprese commerciali si applicano, se non risulta diversamente, a tutte le attività indicate in questo articolo e alle imprese che le esercitano . Certo che il ricordato articolo 2195 Cc prevede, sub 1 , tra le altre, le attività industriali dirette alla produzione di beni o di servizi , paci fico, che le Compagnie Lavoratori Portuali non solo sono [senza ombra di dubbio] società commerciali , ma hanno lo scopo di prestare servizi , è palese che è incompatibile con l'esercizio della professione forense l'assunzione della qualità di Amministratore delegato di una di tali società. 10. Con il sesto motivo recte quinto il ricorrente lamenta violazione di legge. Violazione dell'articolo 38 l. p. violazione del principio nullum crimen nulla poena sine lege . Per quanto è dato comprendere con lo stesso non si censura la sentenza impugnata ma, piuttosto, la circostanza che la legge professionale, non prevede una pena per la violazione dell'articolo 3 della stessa. Si fa, per l'effetto, prosegue il ricorrente, riferimento all'articolo 38 della stessa legge professionale che concede un totale potere agli organi di autogoverno di decidere sulle infrazioni disciplinari. La mancanza di codificazioni - evidenzia ancora il ricorrente - viola il principio di legalità che impone di dettagliare le infrazioni e le sanzioni in un unicum inscindibile con conseguente disapplicazione di un principio fondamentale dell'ordinamento codificato nella stessa Costituzione articolo 25 e riaffermato nell'articolo 7 della Convenzione Europea e, in particolare, il principio di legalità. 11. La deduzione è manifestamente infondata. In conformità a quanto assolutamente pacifico presso una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice, in particolare, deve ribadirsi, ulteriormente, che l'articolo 38 Rdl 1578/33 sull'ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore, nel prevedere come illecito disciplinare i fatti non conformi alla dignità e al decoro professionale, non individua comportamenti tassativamente determinati, poiché il principio di legalità si riferisce solo alle sanzioni penali e non si applica alle sanzioni disciplinari Cassazione, sez. un., 10601/05 . In altri termini, legittimamente l'articolo 38 Rdl 1578/33 non individua comportamenti tassativi di illecito disciplinare per gli avvocati, perché il principio di legalità, di cui all'articolo 25, comma 2, Costituzione, si riferisce soltanto alle sanzioni penali Cassazione, sez. un., 309/05 1197/83 . Ne deriva che è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale delle norme dell'Ordinamento professionale forense, in relazione agli articolo 3, 24, 25 e 27 Costituzione, nella parte in cui, con riguardo alla materia disciplinare, omettono una precisa individuazione delle regole di deontologia professionale, poiché la predeterminazione e la certezza dell'incolpazione ben può ricollegarsi a concetti diffusi e generalmente compresi dalla collettività in cui il giudice opera e poiché all'esercizio del potere disciplinare, quale espressione di potestà amministrativa, sono estranei i precetti costituzionali concernenti la funzione giurisdizionale Cassazione, sez. un., 6733/03 . Al riguardo, inoltre, come precisato in questa ultima occasione, non è conferente il raffronto con il diverso sistema sanzionatorio di altri sistemi professionali, tenuto conto che ciascun ordinamento professionale reca in sé elementi differenziatori che giustificano ragionevolmente anche diversità di discipline, né può dirsi violato, infine, l'articolo 24 Costituzione, giacché per la garanzia del diritto di difesa è sufficiente la presenza di un nucleo centrale di norme che tutelano il principio del contraddittorio e prevedono la facoltà per l'interessato di impugnare dinanzi ad un organo giurisdizionale le decisioni del consiglio dell'ordine Cassazione, sez. un., 6766/03, cit. Non diversamente, altresì, Cassazione, sez. un., 269/93 . 12. Con il settimo motivo recte sesto il ricorrente censura la sentenza, sempre nella parte in cui questa ha ritenuto la sua responsabilità per avere ricoperto la carica di presidente del consiglio di amministrazione e di amministratore delegato della Compagnia Lavoratori Portuali di Viareggio s.r.l. denunziando violazione di legge. Violazione dell'articolo 3 del codice forense volontarietà della azione per mancanza di volontarietà dell'evento e per mancata valutazione del comportamento complessivo dell'incolpato. 13. Al pari dei precedenti il motivo è manifestamente infondato. Certo che l'esercizio della professione di avvocato è incompatibile con l'esercizio del commercio in nome proprio o in nome altrui e, in particolare - come ricordato sopra - che la situazione di incompatibilità discende obiettivamente dall'assunzione di una carica sociale che comporti poteri di gestione e di rappresentanza di una società commerciale, pacifico che nella specie l'odierno ricorrente ha assunto il 14 luglio 1999 la carica di presidente del consiglio di amministrazione della Compagnia Lavoratori Portuali di Viareggio s.r.l. e il 20 luglio 1999 anche quella di amministratore delegato della stessa società esercitandone i relativi poteri di gestione, sia interna che esterna, sino alle dimissioni, avvenute il 9 giugno 2000, è evidente che si è a fronte a comportamenti Id est la assunzione dei detti incarichi e l'esercizio dei poteri di gestione posti in essere consapevolmente, senza che possa - in questa sede - invocarsi un difetto di volontarietà , E' evidente, infatti, che bene poteva parte ricorrente non accettare le cariche in questione e, di conseguenza, non incorrere nella condizione di incompatibilità prevista dalla legge. Né - ancora - è rilevante, al fine di escludere la responsabilità disciplinare del ricorrente, una pretesa incertezza , da parte sua, circa la non conformità della propria condotta al codice deontologico. E' sufficiente, infatti, al riguardo, tenere presente la non equivoca formulazione dell'articolo 3, comma 1, prima parte del Rdl 1578/33, nonché l'interpretazione che di tale disposizione specifica ha dato questa Corte regolatrice sin dalla più volte richiamata pronunzia 1143/77. Deve escludersi infine che il Consiglio dell'Ordine e il Consiglio Nazionale Forense non abbiano tenuto presente il comportamento complessivo dell'inquisito, avendo evidenziato che non costituisce esimente la circostanza che l'incompatibilità si sia protratta per un periodo limitato di tempo, come già sottolineato in precedenza. 14. Quanto al secondo capo di imputazione di cui il Massa è stato riconosciuto responsabile, in particolare per avere richiesto la tassazione di prestazioni professionali che assumeva di avere svolto a favore di BARTOLUCCI Natalino mentre trattavasi di attività svolta solo formalmente su incarico di questi ma, in realtà, nell'interesse propria e di certo LOMBARDI Rodolfo, la sentenza gravata afferma da un lato, che sussistono idonee e sufficienti risultanze che convalidano la decisione impugnata , atteso che da una valutazione complessive della stessa risulta incontestabile che in realtà l'avv. Massa nello svolgimento delle azioni per cui poi ha preteso la corresponsione di lauti compensi, operava soprattutto nell'interesse proprio e di altro soggetto con lui solidale per conseguire proprie posizioni nell'assetto societario - dall'altro, che le predette risultanze non possono essere superate dalla circostanza che gli stessi denuncianti, dopo avere confermato puntualmente le proprie segnalazioni nel procedimento innanzi al Consiglio dell'Ordine degli Avvocati abbiano successivamente ritenuto di addivenire a un atto formale di transazione, che contiene una ritrattazione generica, chiaramente strumentale , considerato che è pacifico che la desistenza dei denunzianti non esclude il ricorso dei procedimenti disciplinari che hanno funzione trascendente quella della tutela dei privati interessi . 15. Con l'ottavo motivo recte settimo , il ricorrente censura nella parte de qua la sentenza impugnata, denunziando violazione di legge. Erronea motivazione ex articolo 111 Costituzione Violazione di legge articolo 185 c.p.c. . Si osserva, infatti, che Consiglio Nazionale Forense è incorso in gravi errori, che ne rendono illegittimo e illogico il ragionamento - sia nell'indicare più persone, gli stessi denuncianti, desistenza dei denuncianti, come parte eventualmente lesa dalla richiesta di onorari mentre, invece, si tratta solo di BERTOLUCCI Natalino, in palese contraddizione con il capo di imputazione - sia nella totale mancata valutazione degli atti prodotti sulla effettiva volontà del BERTOLUCCI, atteso che la transazione intervenuta innanzi al tribunale di Lucca tra detto BERTOLUCCI e il ricorrente ai sensi dell'articolo 185 c.p.c. quale atto pubblico fa fede sino a querela di falso e il suo contenuto non può essere disatteso o negato se non con la querela di falso sé da farne prova piena legale. 16. Il motivo non coglie nel segno. Sotto nessuno dei profili in cui si articola. 16. 1 E' irrilevante e non pertinente, al fine di pervenire alla cassazione della pronunzia impugnata, la circostanza che il Consiglio Nazionale Forense anziché affermare - come pacifico - che avevano transatto la lite tra loro pendente innanzi al tribunale di Lucca esclusivamente il Massa e BERTOLUCCI Natalino, fa menzione dei denunzianti . È di palmare evidenza che si è a fronte a un mero errore materiale che non incide sulla ratio decidendi che sorregge il dictum della sentenza gravata. Specie considerato che in realtà i denunzianti della condotta in violazione dei doveri di probità e correttezza professionale tenuta dal Massa con riguardo alla richiesta di tassazione delle prestazioni professionali descritte nel capo di imputazione erano, in realtà, due soggetti cioè il BERTOLUCCI e certo BONUCELLI e solo uno di questi id est il BERTOLUCCI ha ritrattato le precedenti dichiarazioni. 16. 2. Contrariamente a quanto, del tutto apoditticamente si afferma in ricorso e in conformità a quanto assolutamente pacifico presso una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice, si osserva che in tema di prove, l'atto pubblico fa fede fino a querela di falso solo relativamente alla provenienza del documento dal pubblico ufficiale che l'ha formato, alle dichiarazioni al medesimo rese e agli altri fatti dal medesimo compiuti o che questi attesti essere avvenuti in sua presenza, come - ad esempio - nel caso in cui dal notaio sia attestata la materiale dazione del prezzo in quanto avvenuta in sua presenza. Pertanto, l'efficacia privilegiata che l'articolo 2700 Cc assegna all'atto pubblico non si estende alla intrinseca veridicità delle dichiarazioni rese al pubblico ufficiale dalle parti o alla loro rispondenza alla effettiva intenzione delle parti Cassazione 12386/06. Sempre nel senso che a norma dell'articolo 2700 Cc, l'atto pubblico fa fede fino a querela di falso dei fatti che il pubblico ufficiale attesta essere avvenuti in sua presenza o essere stati da lui compiuti, nonché dalla provenienza delle dichiarazioni delle parti, ma non anche dell'intrinseca verità delle dichiarazioni medesime, Cassazione 3562/98 50143/96 . Pacifico quanto precede, è di palmare evidenza che la circostanza che il Massa e il BARTOLUCCI abbiano transatto la lite tra loro pendente innanzi al tribunale di Lucca non esclude che il BARTOLUCCI abbia presentato un esposto al Consiglio dell'ordine degli avvocati di Lucca nei confronti del Massa e abbia, successivamente, confermato, sentito come teste, le proprie rimostranze contro il Massa. 16. 3. Anche a prescindere da quanto precede la censura in esame non investe quella che è la reale ratio decidendi adottata dal Consiglio Nazionale Forense. A prescindere dal considerare che la responsabilità del Massa, quanto al secondo capo di incolpazione è stata ritenuta sulla base di una valutazione complessiva di tutte le acquisizioni processuali e, pertanto, dei documenti indicati nella incolpazione di cui al procedimento n. 8/02 e non solo sulla base delle dichiarazioni rese dal solo BERTOLUCCI, si osserva che la sentenza gravata ha tenuto presente la transazione Massa - BERTOLUCCI, affermando che la stessa contiene una ritrattazione generica, chiaramente strumentale delle precedenti accuse e che è pacifico che la desistenza dei denuncianti non esclude il corso dei procedimenti disciplinari che hanno funzione trascendente quella della tutela dei privati interessi . Poiché non sono censurate, nel motivo, né la prima delle ricordate proposizioni circa la genericità della ritrattazione , né la seconda quanto alla irrilevanza della desistenza dei denuncianti al fine del corso dei procedimenti disciplinari è evidente ~ come accennato - la inammissibilità della deduzione. 17. Il ricorso 20544-06 R.G. in conclusione, risultato infondato in ogni sua parte deve rigettarsi. Parimenti deve rigettarsi, stante la infondatezza del precedente, il ricorso 20544-06bis, volto alla sospensione dell'efficacia esecutiva della decisione impugnata con il ricorso 20544-06. Nessun provvedimento deve adottarsi in ordine alle spese di lite di questo giudizio di legittimità, non avendo gli intimati svolto attività difensiva in questa sede. PQM La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta, nulla sulle spese del giudizio di cassazione.