Donna con gravi problemi, medico in posizione di supremazia: il sesso con la paziente è violenza

Confermato il risarcimento dei danni riconosciuto alla paziente di uno psicoterapeuta per i rapporti che è stata costretta a subire. Decisiva la violazione deontologica compiuta dallo specialista, che non poteva ignorare i problemi psicologici della donna e la sua conseguente posizione di inferiorità e di debolezza.

Relazione con la paziente. Ma questa visione è troppo semplicistica. Perché il medico uno psico-terapeuta non poteva ignorare la vulnerabilità della donna, affetta da gravi disturbi psicologici . Per questo motivo, i rapporti incriminati’ debbono essere inquadrati come violenza sessuale, con conseguente risarcimento a favore della paziente Cassazione, sentenza n. 1600, Terza sezione Civile, depositata oggi . Supremazia. Chiarissima l’ottica adottata dai giudici, sia in Tribunale che in Corte d’Appello la donna era in stato di inferiorità psichica , alla luce dei problemi che la affliggevano e che la avevano spinta a rivolgersi a uno specialista, e lo psico-terapeuta non poteva ignorare questo stato di cose, non poteva, cioè, ignorare di trovarsi in posizione di supremazia rispetto alla donna. Di conseguenza, i rapporti sessuali tra medico e paziente non potevano essere considerati normali. Chiare anche le conseguenze di questa linea di pensiero accolta la domanda risarcitoria avanzata dalla donna, alla quale venivano riconosciuti 30mila euro. Mentre il fronte penale, relativo alla contestazione del reato di violenza sessuale, non veniva toccato solo per difetto di querela . Psiche debole. E identico ragionamento viene proposto anche in Cassazione, laddove il ricorso proposto dal medico viene completamente rigettato. Perché nessun dubbio è possibile sulla ipotesi del reato di violenza sessuale, essendo evidente la sussistenza dell’abuso della condizione di inferiorità da parte dello specialista rispetto alla donna. Su questo passaggio, peraltro, i giudici si soffermano con grande attenzione, evidenziando che il medico che ha dato atto in giudizio che la donna era affetta da bulimia e gravi disturbi psicologici , come psico-terapeuta non poteva ignorare il problema del transfert e della sua intensità in pazienti compulsivi ed era in grado di valutare la situazione di vulnerabilità in cui si trovava la paziente e la conseguente condizione di dipendenza che veniva ad instaurarsi, vulnerando la capacità di liberamente determinarsi proprio a causa dello stato di inferiorità psicologica della donna. Questo quadro porta, logicamente, anche alla sottolineatura della violazione deontologica a carico del medico, proprio avendo come punto cardinale la dignità del paziente ciò che conta è poter statuire, come in questa vicenda, che le condizioni di inferiorità della paziente sono state sfruttate dal professionista in modo permanente e continuo per conseguire l’accesso ad una attività sessuale che altrimenti gli sarebbe stata preclusa , pur avendo preso nota delle dichiarazioni della paziente, secondo cui le sue facoltà intellettive e volitive erano integre ed essa era consenziente al rapporto sentimentale, ed anzi avrebbe desiderato che la relazione proseguisse . Assolutamente legittima, quindi, la contestazione nei confronti del medico, e il riconoscimento a favore della donna del risarcimento stabilito in Appello, anche tenendo presente il disturbo post-traumatico da stress diagnosticato e valutato come conseguenza della vicenda.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 10 novembre 2012 23 gennaio 2013, n. 1600 Presidente Uccella Relatore D’Alessandro Svolgimento del processo C.G., psicoterapeuta, propone ricorso per cassazione, affidato ad otto motivi, avverso la sentenza della Corte d’Appello di Milano che ha rigettato il suo gravame contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Milano che aveva accolto, condannandolo al pagamento di 30.000, oltre interessi, la domanda risarcitoria svolta nei suoi confronti da E.R., sua paziente, assumendo di essere stata costretta ad intrattenere con lui rapporti sessuali. E.R. resiste con controricorso, Motivi della decisione 1. - Con il primo motivo, sotto i profili della violazione e falsa applicazione dell’art. 609-bis cod. pen. e del vizio di motivazione, il ricorrente si duole che il Tribunale e la Corte di Appello lo abbiano ritenuto colpevole per il solo fatto che la R. sia stata giudicata dal CTU in stato di inferiorità psichica. 1.1. - Il primo motivo è infondato. Si legge infatti a pag. 10 della sentenza che il dott. G., il quale ha dato atto in giudizio che E.R. era affetta da gravi disturbi psicologici, come psicoterapeuta non poteva ignorare il problema del transfert e della sua intensità in pazienti compulsivi ed era in grado - o avrebbe dovuto esserlo - di valutare le situazione di vulnerabilità in cui si trovava E.R. e la conseguente condizione di dipendenza che veniva ad instaurarsi, vulnerando le capacità di liberamente determinarsi proprio a causa dello stato di inferiorità psicologica in cui si veniva a trovare . La Corte di Appello di Milano ha dunque correttamente applicato l’art. 609-bis cod. pen., accertando le sussistenza dell’abuso della condizione di inferiorità, ora richiesto dalla norma a differenza del previgente art. 519 cod. pen. 2. - Con il secondo motivo, sotto il profilo del vizio di motivazione, il ricorrente deduce che la R. era affetta soltanto da bulimia ma le sue capacità intellettive e volitive erano intatte e che le conclusioni della CTU sono tutte basate su quanto dichiarato dalla R. di sé e della propria vita. Il ricorrente assume quindi che i racconti della R. possano essere stati adattati ed anche inventati e conclude con ampi stralci della c.d. Carta di Noto, i cui principi sono stati codificati a seguito della vicende di R.F. 2.1. - Il mezzo è inammissibile in quanto la Corte riferisce, nel brano di sentenza riportato sub 1.1., che il G. ha dato atto in giudizio che la R. era affetta da gravi disturbi psicologici, mentre d’altro canto il riferimento alla c.d. Carta di Noto appare irrilevante, riguardando il tema degli abusi sessuali su minori. 3. - Con il terzo motivo il ricorrente, sotto il profilo del vizio di motivazione, si duole che il CTU abbia accertato l’incontro dei luglio 1999 tra la R. ed il prof. N. in base ad una semplice telefonata. 3.1. - Il mezzo è inammissibile, in quanto non risulta che la questione sia stata posta, e dove, alla Corte di Appello. 4. - Con il quarto motivo il ricorrente, sotto il profilo della violazione di legge, si duole che la Corte di Appello abbia posto a suo carico l’onere di provare che l’ultima seduta abbia avuto luogo il 4/6/99. 4.1. - Il mezzo è infondato. Come si legge a pag. 7 della sentenza la Corte, sull’assunto, tratto dalla comparsa di risposta del G. in primo grado, che la terapia si articolasse in una decina di sedute prima settimanali poi quindicinali con un’ultima a distanza di un mese a partire dal 22.2.99 , giunge alla conclusione che la terapia non fosse terminata ai primi di giugno ed osserva quindi che il G. non ha fornito la prova contraria che essa fosse terminata il 4/6/99. Non vi è pertanto violazione dei principi in tema di onere della prova. 5. - Con il quinto motivo, sotto il profilo della violazione di legge, il ricorrente nega che l’art. 194 cod. proc. civ. consenta al CTU di indagare su fatti posti a fondamento di domande ed eccezioni il cui onere probatorio incombe sulle parti. 5.1. - II quinto motivo è inammissibile, non deducendo il ricorrente di avere eccepito la nullità della CTU, per tale aspetto, nella prima difesa successiva al suo deposito, come imposto dall’art. 157, secondo comma, cod. proc. civ. 6. - Con il sesto motivo, sotto i profili della violazione di legge e del vizio di motivazione, il ricorrente si duole che la Corte di Appello abbia fondato le condanna risarcitoria sulla violazione di una norma del codice deontologico. 6.1. - Il sesto motivo è infondato, È vero infatti che la Corte di Appello cita soltanto l’art. 28 del codice deontologico. Tuttavia la motivazione è tale pag. 10 da comportare, come si è visto sub 1.1., l’accertamento della commissione del reato di cui all’art. 609-bis, secondo comma, cod. pen., non tradottosi in incriminazione per difetto di querela, la violazione dell’art. 28 del codice deontologico da parte del medico, nel caso in esame, costituisce elemento integrante la fattispecie, perché quel divieto imposto in via deontologica è strettamente ancorato non solo alla professionalità del medico e alla eticità del suo comportamento, ma anche alla intangibilità della dignità del paziente che a lui si affida, per cui il giudice solo nei casi di minore gravità può attuare un certo bilanciamento con altre circostanze. Al riguardo questa Corte in sede penale ha avuto modo di statuire che le condizioni di inferiorità del paziente devono essere accertate come sfruttate dall’agente in modo permanente e continuo, per conseguire l’accesso ad una attività sessuale, che nel caso vi è stata, che altrimenti gli sarebbe stata preclusa Cass. 3 dicembre 1996, in Foro it. 1997, II, comma . Ciò posto, appare evidente che tutte le circostanze valutate dal giudice dell’appello inducono a ritenere che la condanna risarcitoria sia la conseguenza di una condotta astrattamente configurabile come rientrante nell’art. 609 bis, secondo comma, cod. pen., che non si è tradotta in una incriminazione del G. per il semplice fatto che non vi è stata querela. 7. - Con il settimo motivo, sotto il profilo del vizio di motivazione, il ricorrente assume che dalle stesse dichiarazioni della R. al CTU emergerebbe che le sue facoltà intellettive e volitive erano integre e che essa era consenziente al rapporto sentimentale ed anzi avrebbe desiderato che la relazione proseguisse. 7.1. - Il mezzo è inammissibile, attenendo al merito della vicenda. 8. - Con l’ottavo motivo, sotto i profili della violazione di legge e del vizio di motivazione, il ricorrente assume, quanto all’ammontare dei danni, che non vi sarebbe prova che gli attuali disturbi psichici della R. siano conseguenti agli asseriti fatti. 8.1. - L’ottavo motivo è infondato, in quanto la Corte di Appello dichiara esplicitamente di aderire alle conclusioni del CTU, che ha diagnosticato alla R. pag. 11 della sentenza un disturbo post-traumatico da stress conseguente ai fatti per cui è causa. 9. - Il ricorso va conclusivamente rigettato, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in 4.700, di cui 4.500 ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in 4.700, di cui 4.500 per compensi, oltre accessori di legge. P.Q.M. la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in 4.700, di cui 4.500 per compensi, oltre accessori di legge.