Ex presidente del Torino e della Lazio dovrà risarcire Gianni Minà

In un comunicato ripreso da un quotidiano sportivo Gianmarco Calleri aveva offeso pesantemente il giornalista dileggiandone anche l'aspetto fisico. I supremi giudici ribadiscono senza interesse pubblico le virgolette non salvano chi riferisce contumelie

L'ex presidente del Torino e della Lazio, Gianmarco Calleri, deve risarcire con 35 mila euro il giornalista Gianni Minà per averlo offeso pesantemente - in un comunicato pubblicato nel gennaio 1995 dalla Gazzetta dello Sport , chiamata in solido a liquidare i danni - dileggiando il suo aspetto fisico e screditando la sua onestà e competenza professionale. Lo ha deciso la Cassazione con la sentenza 20137/05 della terza sezione civile, depositata il 18 ottobre e qui leggibile tra gli allegati che ha rigettato il ricorso di Calleri, e del quotidiano sportivo di Via Solferino, contro la sentenza emessa nel 2001 dalla Corte d'appello di Milano. In primo grado, invece, il Tribunale aveva respinto la richiesta risarcitoria di Minà ritenendo che Calleri aveva solo risposto - con i modi polemici tipici del mondo sportivo - alle critiche del giornalista, allora direttore di Tuttosport , che lo accusava di aver smantellato la squadra granata e il suo vivaio. Senza successo la Gazzetta ha sostenuto di essersi limitata a svolgere un ruolo neutrale pubblicando, senza aggiunte nè commenti, le dichiarazioni di Calleri. I Supremi giudici hanno ribadito l'orientamento in base al quale le virgolette non salvano il cronista . Sottolineano in proposito i Supremi giudici che non è scriminata dall'esercizio del diritto di cronaca la pubblicazione di dichiarazioni di terzi per il solo fatto che il giornalista ne abbia riportato fedelmente il contenuto senza altro suo allusivo, suggestivo o provocatorio commento quando le stesse integrino gli estremi della contumelia . Per la Suprema corte non sussiste l'interesse pubblico alla conoscenza della notizia quando le notizie finiscono per violare la sfera morale dei singoli .

Cassazione - Sezione terza civile - sentenza 16 giugno-18 ottobre 2005, n. 20137 Presidente Duva - Relatore Trifone Pm Marinelli - conforme - ricorrente Calleri - controricorrente Minà Svolgimento del processo Con citazione innanzi al Tribunale di Milano del 13 dicembre 1995 il giornalista Giovanni Minà conveniva in giudizio Gian Marco Calleri, presidente della società ,sportiva Torino Calcio , Candido Cannavò, direttore del quotidiano La Gazzetta dello Sport , e la Rcs Editori Spa, società editrice del quotidiano, per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni in conseguenza della pubblicazione sul numero del giornale del 27 gennaio 1995 di un comunicato, che assumeva gravemente lesivo della sua identità personale e della sua reputazione professionale. I convenuti si costituivano e contrastavano la domanda sostenendo che il fatto non concretava l'illecito denunciato stante la correttezza del comunicato di Gian Marco Calleri. Costui spiegava a sua volta domanda riconvenzionale, sostenendo che il comunicato era stato una limitata risposta alla campagna di stampa che Giovanni Minà aveva posto in essere nei suoi confronti con una serio di articoli e dichiarazioni dal contenuto diffamatorio apparsi su vari giornali. Il Tribunale rigettava entrambe le domande, ritenendo che le contrapposte posizioni critiche di Giovanni Minà e di Gian Marco Calleri si collocavano nel più ampio contesto polemico proprio del mondo sportivo e che le espressioni adoperate non acquistavano una reale efficacia diffamatoria, ma dovevano essere ricondotte alla vivacità del dibattito ed erano, perciò, insuscettibili di rilevanza penale. Sull'impugnazione principale di Giovanni Minà e su quella incidentale di Gian Marco Calleri decideva la Corte d'appello di Milano con la sentenza pubblicata il 20 febbraio 2001, la quale rigettava il gravame incidentale di Gian Marco Calleri e, in accoglimento di quello principale, condannava gli appellati in solido a risarcire all'appellante principale i danni liquidati in settanta milioni di lire, oltre gli interessi di legge dal 27 gennaio 1995 nonché a pagargli i quattro quinti delle spese processuali del doppio grado. I giudici d'appello -pur ammesso che nel mondo dello sport la polemica si caratterizza normalmente per i toni accesi che riflettono le passioni, le speranze, le delusioni e le amarezze degli sportivi e dei simpatizzanticonsideravano che, nella specie, il contenuto del comunicato stampa, nel suo complesso, aveva innegabilmente carattere gravemente ingiurioso nelle sue espressioni miranti a porre in ridicolo l'aspetto fisico del Minà ed a sminuirne l'immagine di più immediata presa sul pubblico nonché a lederne il decoro profeesionale ed il prestigio di giornalista. Ritenevano, in particolare, che le espressioni usate travalicavano i limiti della ragionevole continenza e che, sotto tale profilo, non poteva esserne negata la valenza diffamatoria. Escludevano che al giornalista fosse derivato un danno patrimoniale e determinavano con valutazione equitativa il danno da lesione del decoro professionale e del prestigio. Rilevavano, infine, che della domanda riconvenzionale di Gian Marco Calleri bisognava confermare il rigetto e che allo stesso non poteva neppure essere riconosciuta la scriminante di cui all'articolo 599, comma 2, Cp, dovendoci affermare che, a critiche lecite rivoltegli sul piano tecnico, lo stesso aveva reagito, ai danni del giornalista, con aggressione verbale personale, incontrollata, offensiva e spropositata. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso Gian Marco Talleri, che ha affidato l'impugnazione a tre motivi. Altro ricorso hanno avanzato congiuntamente la società Rcs Editori Spa e Candido Cannavò in base a tre mezzi di doglianza. Ad entrambi i ricorsi ha resistito con controricorso Giovanni Minà. Al ricorso della società Rcs Editori Spa e di Candido Cannavò ha resistito anche Gian Marco Talleri, che, richiamata la sua impugnazine perché se accolta essa gioverebbe anche ai suddetti ricorrenti, ha chiesto che l'impugnazione della società e del Cannavò sia disattesa nella parte in cui si richiede la esclusione della responsabilità solidale di essi convenuti per il risarcimento dei danni. La società Rcs Editori Spa, Gian Marco Talleri e Giovanni Minà hanno presentato memoria. Motivi della decisione I ricorsi, impugnazioni distinti della medesima sentenza, sono riuniti articolo 335 Cpc . Con il primo motivo di impugnazione -deducendo la violazione e la falsa applicazione delle norme di cui agli articolo 595 e 599 Cp, 42 della legge 416/81 e della legge 47/1948, nonché l'insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversiail ricorrente Calleri critica la decisione di secondo grado nella parte in cui il giudice d'appello non ha ritenuto diffamatorio l'articolo di Giovanni Minà sul quotidiano La Stampa del 2 novembre 1994 e nella parte in cui avrebbe ignorato gli attacchi ripetutamente rivoltigli dalla stesso Minà in altre occasioni. Assume che, in tale contesto, il messaggio ad immediata reazione da parte sua, anche sul piano delle intenzioni, doveva essere considerato contenuto nei limiti di una critica, certamente ironica e satirica, ma non lesiva né dell'immagine, né della reputazione del giornalista. Il motivo non può essere accolto. È pacifico nella giurisprudenza di questa Corte da ultimo Cassazione, 11420/02 13685/01 che, in materia di responsabilità civile per notizie diffuse a mezzo stampa, la ricostruzione storica dei fatti, la valutazione del contenuto degli scritti, l'accertamento in concreto dell'attitudine offensiva delle espressioni usate, la valutazione dell'esistenza dell'esimente del diritto di critica la quale ultima si deve esprimere nel rispetto del requisito della continenza e, perciò, in termini formalmente corretti e misurati ed in modo tale da non trascendere in attacchi ed aggressioni personali, diretti a colpire sul piano individuale la figura morale del soggetto criticato costituiscono accertamenti di fatto, apprezzamenti e valutazioni riservati al giudice del merito, insindacabili in sede di legittimità se sorretti da motivazione congrua, esaustiva ed esente da vizi logici. Il giudice del merito, pur riconoscendo che il comunicato stampa rilasciato da Gian Marco Calleri e pubblicato sul quotidiano sportivo costituiva la risposta alle ripetute critiche rivoltegli da Giovanni Minà, ha chiarito, in adeguata e logica motivazione, che il comunicato in questione travalicava prepotentemente i limiti di qualsiasi ragionevole continenza ed assumeva contenuto sicuramente lesivo dell'immagine e del decoro del giornalista, ridicolizzandone l'aspetto fisico con l'espressione pigmeo con i baffi , sminuendone la persona nella sua immagine di più immediata presa sul pubblico e sferrandogli il più pesante.attacco con il consiglio di seguire corsi di composizione letteraria affinché, pur se disonesto e incompetente, possa almeno nel mestiere salvarsi . La Corte territoriale, inoltre, ha anche valutato che il giornalista aveva rivolto al Calleri -critiche lecite sul piano tecnico , cui il ricorrente principale aveva reagito con una aggressione verbale personale ed incontrollata . In tale accertato contesto, la censura mossa con il primo mezzo di doglianza non pone in evidenza elementi di illogicità o di incongruenza della motivazione della sentenza di secondo grado, ma sostanzialmente si risolve nella istanza di riesame, in questa sede, del materiale probatorio acquisito al fine di farne discendere una diversa valutazione che escluda il contenuto diffamatorio del comunicato stampa o almeno, ravvisata nei fatti l'ipotesi della reciprocità delle offese, consenta di ritenere che l'esimente della ritorsione -prevista dall'articolo 599, comma 1, del Cp - funzioni in questa sede civile come causa di compensazione ex lege delle rispettive pretese creditorie ai sensi dell'articolo 1241 Cc. Il richiesto diverso apprezzamento delle fonti di prove non rientra, però, nei limiti del giudizio di cassazione, dato che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d'ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione. Con il secondo motivo d'impugnazione -deducendo la violazione e la falsa applicazione dei principi e delle norme di cui agli articolo 599 Cp, 1227 e 1241 Cc in tema di provocazione nonché l'omessa ed insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversiail ricorrente Calleri denuncia che il giudice del merito avrebbe dovuto, comunque, riconoscergli l'esimente della provocazione e che, sul punto, la decisione non avrebbe considerato che per la sussistenza di detta esimente si deve avere riguardo al fatto ingiusto altrui, che prescinde dalla illiceità penalmente rilevante. La censura non è fondata, poiché la provocazione non può venire in evidenza né al fine di escludere, né allo scopo di limitare la responsabilità per risarcimento dei danni. Secondo l'orientamento preciso di questo giudice di legittimità Cassazione, 2832/74 8911/95 23366/04 in materia di ingiuria o diffamazione l'esimente della provocazione, prevista dall'articolo 599, comma 2, del Cp, rileva ai fini della punibilità dell'imputato e non anche ai fini della obbligazione di risarcimento dei danni e, in tale situazione, la obbligazione risarcitoria permane, sussistendo la illiceità civilistica nel fatto ingiurioso. Inoltre, secondo quel che pure questa Corte ha già stabilito Cassazione, 8911/95 , in tema di responsabilità per fatto illecito doloso la norma dell'articolo 1227 Cc richiamata dall'articolo 2056, comma 1, stesso codice e concernente la diminuzione della misura del risarcimento in caso di concorso del fatto colposo del danneggiatonon è applicabile nell'ipotesi di provocazione da parte della persona offesa del reato, in quanto la determinazione dell'autore del delitto, di tenere la condotta da cui deriva l'evento di danno che colpisce la persona offesa, va considerata causa autonoma di tale danno, non potendo ritenersi che la consecuzione del delitto al fatto della provocazione esprima una connessione rispondente ad un principio di regolarità causale. Da tale orientamento questo Collegio reputa di non potersi discostare non ravvisando validi elementi in contrario. Con il terzo motivo d'impugnazione -deducendo la violazione e la falsa applicazione dei principi e delle norme di cui agli articolo 595 Cp e 2043 Cc nonché l'insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia - il ricorrente Calleri il quale indica che la censura viene licenziata in via subordinata e con riferimento alla reiezione del suo appello Incidentale critica la sentenza di secondo grado poiché essa avrebbe dovuto ritenere che Giovanni Minà aveva spacciato come veri e completi anche dati contabili in parte falsi ed incompleti, la cui esatta valutazione non avrebbe consentito di affermare che lo stesso aveva agito nell'esercizio del diritto di cronaca e di critica giornalistica. Il motivo non può essere accolto, perché, prospettando esso una tipica censura in fatto inammissibile in sede di legittimità, valgono le medesime considerazioni svolte a proposito del primo mezzo di doglianza circa l'attribuzione al giudice del merito della valutazione del contenuto degli scritti e dell'attitudine offensiva delle espressioni usate. Nella specie la Corte di merito, disattendendo la domanda riconvenzionale del Calleri già rigettata dal Tribunale, ha indicato che negli scritti e negli apprezzamenti critici di Giovanni Minà non era dato riscontrare, oltre la vivacità di tono e la passione del vecchio amantedella squadra di calcio, il superamento del consentito diritto di critica, poiché essi non erano mai scaduti al livello grossolano dell'attacco alla personalità del Calleri. In particolare, la Corte milanese ha evidenziato, con riferimento proprio ad un articolo che la difesa del ricorrente aveva indicato come emblematico di un atteggiamento vituperoso nel confronti del Calleri, che il giornalista si era limitato a rilevare il tono sgarbato della risposta datagli dal Calleri con una espressione generalizzata volta a rimarcare il differente taglio mentale delle nuova generazioni rispetto a quelle che, insieme al peso amaro dell'età, portano i frutti lungimiranti dell'esperienza . Trattasi di motivazione che va indenne da censura e che è rafforzata, peraltro, anche dalla conclusione seppure irrilevante ai fini della decisione per quel che si è rilevato nello scrutinio pel precedente secondo mezzo di doglianza che dal comportamento del Minà esulava anche ogni altro aspetto di fatto ingiusto , che avesse potuto integrare gli elementi della provocazione. Il ricorso di Gian Marco Calleri è, perciò, rigettato. Con il primo motivo d'impugnazione -deducendo l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia nonché la violazione e la falsa applicazione delle norme di cui agli articolo 21 e 111 Costituzione e 132 n. 4 Cpc - la società RCS Editori Spa e Candido Cannavò criticano la decisione di secondo grado perché essa non avrebbe fatto corretta applicazione dei principi enunciati dalle Sezioni Unito Penali di questa Corte con la sentenza 30 maggio-16 ottobre 2001 ed avrebbe motivato solo con riferimento al contenuto del comunicato del Calleri, senza considerare la particolare posizione del direttore e della casa editrice del periodico. Con il secondo motivo d'impugnazione - deducendo l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia nonché la violazione e la falsa applicazione delle norme di cui agli articolo 21 e 111 Costituzione e 112, 132 n. 4 e 156 comma 1 e 2 Cpc - la società Rcs Editori Spa e Candido Cannavò assumono che la sentenza d'appello non avrebbe pronunciato sulla specifica eccezione da essi proposta circa la peculiare loro posizione di autori neutrali della pubblicazione e circa l'esimente del diritto di cronaca per l'interesse pubblico dell'argomento oggetto della polemica di stampa tra il giornalista ed il presidente della società sportiva Torino Calcio . Con il terzo motivo d'impugnazione -deducendo la violazione e la falsa applicazione delle norme di cui agli articolo 21 e 111 Costituzione, 132 n. 4 Cpc in relazione all'articolo 360 n. 3 e n. 4 stesso codicela società Rcs Editori Spa e Candido Cannavò lamentano che la sentenza impugnata si sarebbe occupata soltanto del contenuto del comunicato, reputato diffamatorio, ma niente affatto dell'esimente connessa alla posizione di essi ricorrenti. Ad ulteriore conclusiva illustrazione dei tre motivi, siccome emerge nella parte riassuntiva del ricorso e come viene evidenziato anche nella memoria, i ricorrenti specificano che la neutralità della pubblicazione risulta dalla medesima sentenza impugnata, la quale contiene anche l'accertamento in fatto circa l'interesse pubblico alla notizia. Nessuno dei tre motivi -che anche 1 ricorrenti riconducono alla sostanziale censura del vizio di motivazione in ordine al mancato riconoscimento dell'esercizio del diritto di cronaca e che, perciò, sono esaminati congiuntamentepuò essere accolto. In tema di diffamazione a mezzo stampa è ben noto l'indirizzo giurisprudenziale di questa Corte Cassazione, Su penali, 37140/01 secondo cui la condotta del giornalista che, pubblicando il testo di un'intervista, vi riporti, anche se alla lettera , le dichiarazioni del soggetto Intervistato di contenuto oggettivamente lesivo dell'altrui reputazione, non è scriminata dall'esercizio del diritto di cronaca, In quanto al giornalista stesso incombe pur sempre il dovere di controllare la veridicità delle circostanza e la continenza delle espressioni riferite, per cui la condotta è da ritenere lecita quando il fatto in sé dell'intervista, in relazione alla qualità dei soggetti coinvolti, alla materia in discussione ed al più generale contesto in cui le dichiarazioni sono rese, presenti profili di interesse pubblico all'informazione tali da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo e da giustificare l'esercizio del diritto di cronaca, l'individuazione dei cui presupposti è riservata alla valutazione del giudice di merito, che, se sorretta da adeguata e logica motivazione, sfugge al sindacato di legittimità. Devesi, pertanto, ritenere -con riferimento alla più generale ipotesi della pubblicazione di dichiarazioni di terzi lesive dell'altrui reputazioneche il giornalista non può limitare il suo intervento a riprodurre esattamente e diligentemente quanto riferito dal terzo che addirittura ne solleciti la pubblicazione, qual è la fattispecie in oggetto della trasmissione di un comunicato per la stampa , soltanto perché le dichiarazioni possano interessare la pubblica opinione. In tali casi, infatti, il giornalista -che pure non ha contribuito a formare l'altrui dichiarazione e che, propagandone il contenuto all'esterno, ne diviene sostanziale coautore e, quindi, consapevole strumento di diffamazioneè tenuto, oltre che ad accertare la veridicità della dichiarazione medesima, a verificare che non difetti il requisito della continenza e, cioè, che essa non consista in insulti, in espressioni gratuite e non necessarie, volgari, umilianti, dileggianti o, comunque, diffamatorie. Deve, pertanto, affermarsi che non è scriminato dall'esercizio del diritto di cronaca la pubblicazione di dichiarazioni di terzi per il solo fatto che il giornalista ne abbia riportato fedelmente il contenuto senza altro suo allusivo, suggestivo o provocatorio commento quando le stesse integrino gli estremi della contumelia. Né in tal caso sussiste l'interesse pubblico alla conoscenza della notizia, poiché detto interesse pubblico non può riguardare le notizie distolte dal fine della formazione della pubblica opinione e dirette, invece, a soddisfare -attraverso la violazione della sfera morale dei singolila curiosità del pubblico quando hanno ad oggetto fatti non pertinenti alla notizia. Il giudice del merito, secondo quanto è dato ricavare dalla complessiva motivazione della sentenza, ha ritenuto, in assoluta coerenza alle suddette regole, che, pur sussistendo l'interesse pubblico alla notizie del mondo sportivo e pur avendo il quotidiano sportivo riportato il comunicato del Calleri in modo del tutto neutrale , di esso il direttore del giornale aveva consentito la pubblicazione senza il doveroso controllo del requisito della sua continenza. Anche il ricorso della società Rcs Editori Spa e di Candido Cannavò è, quindi, rigettato. Sussistono giusti motivi articolo 92 Cpc per compensare interamente tra le parti le spese del giudizio di cassazione. PQM La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta. Compensa interamente tra le parti le spese del giudizio di cassazione.