Accertamenti fiscali, via libera (nella causa) ai documenti non mostrati dal contribuente

La contabilità omessa in sede di verifica può essere presentata successivamente in giudizio come prova a favore purché il rifiuto non abbia celato un atteggiamento teso a inquinare la genuinità

I documenti che il contribuente ha rifiutato di mostrare alla guardia di finanza in sede di verifica, possono essere successivamente acquisiti in giudizio come prove, purché il rifiuto o l'omissione non celino un atteggiamento finalizzato a inquinarne la genuinità. Questa è l'interpretazione estensiva che la Corte di cassazione, con la sentenza n. 9127 del 19 aprile 2006 leggibile tra i correlati, ha dato all'articolo 52 del d.p.r. 633 del 1972, norma secondo cui, letteralmente, non possono essere presi in considerazione in favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede amministrativa o contenziosa i documenti che non sono stati acquisiti durante gli accessi perché il contribuente ha rifiutato di esibirli . La disposizione dev'essere letta, hanno sostenuto i giudici della quinta sezione, alla luce dei princìpi costituzionali del diritto di difesa e della capacità contributiva di ciascun cittadino. Non che la Carta fondamentale impedisca di limitare il diritto di prova ma ne permette una visione più elastica. In sostanza le prove non sono più ammissibili quando c'è il sospetto che siano inquinate. Quando cioè, ha messo nero su bianco il Collegio, la limitazione alla possibilità della prova è collegata ad uno specifico comportamento del contribuente, che si sottrae alla prova stessa, e dunque fornisce validi elementi per dubitare della genuinità dei documenti che abbiano a riaffiorare nel corso del giudizio. Ciò costituisce una giustificazione ragionevole della loro inutilizzabilità del resto temperata dalla possibilità riconosciuta al contribuente di dimostrare la volontarietà della sottrazione originaria della documentazione . Sulla base di questi motivi la Corte di cassazione ha accolto, almeno in parte, il ricorso di un contribuente che, pur non avendo mostrato alcuni documenti richiesti dalla guardia di finanza durante un accertamento, li aveva poi prodotti in giudizio. La commissione tributaria provinciale si era rifiutata di analizzarli. Così quella regionale. Allora l'uomo aveva presentato ricorso in sede di legittimità. Accolto, per usare le parole dei giudici, per quanto di ragione . Ora la controversia dovrà tornare in secondo grado e i giudici della commissione, chiamata a decidere, dovranno attenersi a un ben preciso principio di diritto l'articolo 52, comma 5, del d.p.r. 633 del 1972 secondo cui non possono essere presi in considerazione in favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede amministrativa o contenziosa i documenti libiri, scritture contabili, registri che non siano stati acquisiti durante gli accessi perché il contribuente ha rifiutato di esibirli o perché ha dichiarato di non possederli o perché, comunque, li ha sottratti al controllo , trova applicazione solo quando si sia in presenza di una specifica richiesta o ricerca da parte dell'amministrazione e di un rifiuto, o di un occultamento da parte del contribuente. E, a tal fine, non è sufficiente che il contribuente non abbia esibito ai verbalizzanti i documenti in epoca successiva depositati in sede giudiziaria . deb.alb.

Cassazione - Sezione tributaria - sentenza 1 febbraio-19 aprile 2006, n. 9127 Presidente Favara - Relatore Cicala Pm Cafiero - difforme - Ricorrente Bonassi - Controricorrente ministero delle Finanze Svolgimento del processo Il signor Sergio Bonassi ricorre per cassazione deducendo due motivi avverso la sentenza 224/31/99 del 29 novembre 1999 con cui la Commissione tributaria regionale della Toscana rigettava l'appello del contribuente avverso la pronuncia di primo grado, che aveva accolto solo sotto un profilo il ricorso avverso avviso di accertamento del reddito d'impresa per l'anno 1991. L'Amministrazione resiste con controricorso. Motivi della decisione Con il primo motivo il contribuente deduce violazione di legge sostenendo che gli accertamenti bancari di cui all'articolo 18 della legge 413/91 non possono essere utilizzati in ordine ai redditi percepiti in epoca anteriore alla entrata in vigore della legge stessa. Si tratta per altro di tesi respinta dalla pacifica giurisprudenza di questa Corte secondo cui l'articolo 18 in questione disciplina una procedura che può essere applicata a tutti gli accertamenti formati in epoca successiva alla entrata in vigore della legge 413/91, ancorché relativi a redditi anteriori a tale data cfr. ex pluribus Cassazione 11994/03 . Con il secondo motivo si deduce illogicità e contraddittorietà della motivazione articolo 360 n. 5 Cpc . Nell'ambito del motivo in primo luogo si contestano presunti vizi procedurali dell'accertamento, alcuni di essi sono per altro irrilevanti o per lo meno non ne viene indicata la rilevanza , in particolare non viene spiegato per quali ragioni assumerebbe rilievo la data di inizio delle operazioni di accertamento bancario. Mentre l'addebito secondo cui gli accertamenti bancari si sarebbero svolti in carenza di contraddittorio è irrilevante, almeno alla luce della giurisprudenza di questa Corte secondo cui tale carenza di contraddittorio non incide sulla efficacia probatoria dei documenti acquisiti. Le asserzioni del ricorrente non sono, per altro, del tutto chiare perché nell'ambito del medesimo motivo di censura l'assenza di contraddittorio in sede amministrativa e la circostanza di non avere il giudice tributario preso in considerazione documenti non esibiti in tale sede evidentemente nell'ambito di un qualche contraddittorio . La Corte ritiene invece di accogliere il ricorso nella parte in cui sostiene che il giudice di merito avrebbe dovuto tenere conto di tutti i documenti depositati in giudizio ancorché essi non fossero stati esibiti ai verbalizzanti durante la procedura amministrativa . Ancorché tale tesi prospetti una violazione di legge, e non - come prospettato nella intestazione del motivo - un difetto di motivazione in fatto. Il punto della sentenza di secondo grado colpito da questa censura suona nei seguenti termini la documentazione prodotta in sede di ricorso in primo grado, non essendo stata esibita in sede di verifica era per la Comm.ne provinciale, e rimane per questo collegio, insuscettibile di essere considerata . La proposizione non trova rispondenza nella legge. Invero, l'articolo 52 comma 5 del Dpr 633/72 richiamato dall'articolo 33 del Dpr 600/73 stabilisce che non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede amministrativa o contenziosa i documenti libri, scritture, registri, ecc. che non siano stati acquisiti durante gli accessi perché il contribuente ha rifiutato di esibirli o perché ha dichiarato di non possederli o perché, comunque, li ha sottratti al controllo . La disposizione deve essere letta ed interpretata in coerenza ed alla luce del diritto alla difesa, scolpito nell'articolo 24 Costituzione, e del principio della capacità contributiva articolo 53 Costituzione . Le norme costituzionali non impediscono certo di porre ragionevoli limiti al diritto alla prova, con conseguente tassazione di cespiti che il contribuente potrebbe dimostrare inesistenti ma impongono di procedere ad una interpretazione rigorosa di disposizioni quale il citato articolo 52 comma 5 Dpr 633/72. Appare, in proposito, di particolare rilievo l'esigenza che si sia stata una attività di ricerca della documentazione da parte della Amministrazione ed un rifiuto da parte del contribuente rifiuto cui è equiparata la dichiarazione di non possedere i documenti, o la sottrazione dolosa di essi al controllo . Ed è ovvio come simile procedura di richiesta o ricerca da parte dell'amministrazione e di rifiuto o occultamento da parte del contribuente sia in concreto concepibile quasi esclusivamente in riferimento ai documenti di cui è obbligatoria la tenuta. In altre parole, la limitazione alla possibilità della prova è collegata ad uno specifico comportamento del contribuente, che si sottrae alla prova stessa, e dunque fornisce validi elementi per dubitare della genuinità di documenti che abbiano a riaffiorare nel corso del giudizio. Ciò costituisce una giustificazione ragionevole della loro inutilizzabilità del resto temperata dalla possibilità riconosciuta al contribuente di dimostrare la non volontarietà della sottrazione originaria della documentazione così come affermato da Cassazione 1030/02 . La controversia deve dunque essere rimessa ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Toscana che si atterrà al seguente principio di diritto l'articolo 52, comma 5, del Dpr 633/72 richiamato dall'articolo 33 del Dpr 600/73 secondo cui non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede amministrativa o contenziosa i documenti libri, scritture, registri, ecc. che non siano stati acquisiti durante gli accessi perché il contribuente ha rifiutato di esibirli o perché ha dichiarato di non possederli o p perché, comunque, li ha sottratti al controllo , trova applicazione solo quando si sia in presenza di una specifica richiesta o ricerca da parte della Amministrazione e di in rifiuto, o di un occultamento da parte del contribuente. E, a tal fine, non è sufficiente che il contribuente non abbia esibito ai verbalizzanti i documenti in epoca successiva depositati in sede giudiziaria . PQM La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa la sentenza impugnata e rinvia la controversia ad altra sezione della Ctr Toscana che deciderà anche per spese del presente grado del procedimento.