Diffamazione, noblesse oblige sul fatto storico se la critica è di costume

La vicenda di cronaca è solo strumentale e basta ricostruirla in modo corretto nelle parti essenziali per rispettare il limite della verità. Ininfluente qualche dettaglio sbagliato

In tema di diffamazione, la natura strumentale del fatto rispetto al diritto di critica nel campo della cosiddetta critica di costume comporta che chi tale diritto esercita deve ritenersi che abbia rispettato il limite della verità se il fatto dal quale egli muove è stato riferito correttamente nelle sue linee essenziali, in quanto la manifestazione del pensiero, in tal caso, non è volta a diffondere tra il pubblico la conoscenza di un accadimento, ma un'opinione in relazione a un accadimento, assunto come emblematico dei tempora e dei mores di una determinata categoria di persone, individuate con riferimento a un' area geografica, a una fascia sociale ecc. È quanto emerge dalla sentenza 24509/06 della quinta sezione penale della Cassazione, depositata il 17 luglio scorso e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati. di Maurizio Fumo* Il caso sottoposto all'attenzione della Corte era il seguente un giornalista, prendendo spunto da una tragica vicenda di cronaca uccisione da parte di un poliziotto di un ragazzo che, viaggiando sul suo ciclomotore, non si era fermato all'alt, pur ripetutamente intimato , aveva sviluppato considerazioni che partivano dall'analisi della situazione di degrado della città nella quale il fatto si era verificato, per allargarsi poi a riflessioni circa il rapporto tra genitori e figli, con considerazioni sul tramonto del ruolo educativo dei primi nei confronti dei secondi, sempre più viziati ed esposti a esempi negativi provenienti dal mondo degli adulti. Nel fare ciò, l'articolista aveva riportato fatti e circostanze riferiti al caso di specie, indicandoli come emblematici della situazione che intendeva descrivere e criticare. In tal maniera, tuttavia, un fatto realmente accaduto la morte del giovane , veniva colorato con particolari, non tutti rispondenti strettamente a verità era vero, ad es. che il ragazzo circolava senza casco su di un ciclomotore, compratogli dai genitori dopo il sequestro di quello precedentemente posseduto, era vero che il giovane non aveva obbedito alla intimazione dei poliziotti di fermarsi, era vero che non frequentava più la scuola, era vero che il padre gestiva supermercati - all'epoca - sotto sequestro era però falso che il ciclomotore non fosse coperto da assicurazione, come era falso che il ragazzo avesse precedenti penali . I genitori del ragazzo, ritenendo diffamatorio l'articolo, avevano sporto querela e i giudici del merito avevano condannato il giornalista alla pena ritenuta di giustizia e al risarcimento dei danni. La Corte di cassazione, nell'enunziare il principio riportato in massima, ha annullato con rinvio la sentenza di appello, rilevando che, data la particolare natura della critica di costume, sarebbe stato compito del giudice di merito non semplicemente rilevare, con precisione contabile , se e quali particolari fossero stati trascurati o travisati, ma valutare se tali pecche e omissioni fossero, di per sé, atte a tracciare un ritratto denigratorio dei querelanti in quanto genitori della vittima, tenuto conto che altre notazioni di segno certamente non positivo, ma rispondenti al vero cfr. l'elenco esemplificativo sopra riportato si accompagnavano a quelle riscontrate imprecise o false. La Suprema corte ha aggiunto che si tratta, ad evidenza, di un giudizio di merito, cui i primi giudici si erano sottratti, atteso che essi avrebbero dovuto verificare - tra l'altro - se il giornalista aveva rispettato i limiti essenziali della verità del fatto presupposto e utilizzato per l'esercizio del diritto di critica. *Magistrato

Cassazione - Sezione quinta penale up - sentenza 21 giugno-17 luglio 2006, n. 24509 Presidente Foscarini - Relatore Fumo Pg Jacoviello - Ricorrente Pansa Svolgimento del processo Nella rubrica Bestiario del settimanale L'Espresso , distribuito in edicola il 3 agosto 2000, il giornalista Pansa Giampaolo pubblicò un articolo dal titolo Napoli quel ragazzo ucciso, difficile da piangere , nel quale, prendendo spunto da un tragico fatto di cronaca verificatosi appunto in tale città la morte di un diciassettenne raggiunto, mentre viaggiava a bordo del suo ciclomotore, da un colpo di pistola esploso da un agente della Polstato , esprimeva giudizi sull'evento, sulla personalità del giovane e del padre di costui, Castellano Antonio, e più in generale sul degrado morale e sociale di quella metropoli e del nostro paese, oltre che sulla difficoltà dei rapporti tra padri e figli. Ritenendo di essere stati diffamati dall'articolo in questione, Castellano Antonio e la moglie, Battimeli Patrizia, presentarono querela a carico del Pansa e del direttore del settimanale, Anselmi Guido, i quali, rinviati a giudizio, rispettivamente per rispondere del delitto di diffamazione a mezzo stampa e di omesso controllo ai sensi dell'articolo 57 Cp , furono riconosciuti colpevoli dal Tribunale di Roma città nella quale è pubblicato L'Espresso e condannati , con attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, alle pene ritenute di giustizia, oltre al risarcimento danni da liquidarsi alle PPCC in separata sede e provvisionale di euro 5000 al solo Castellano Antonio. Al Pansa il primo giudice ha addebitato di aver fatto affermazioni lesive della reputazione dei querelanti e parzialmente non rispondenti al vero essere il giovane un abituale contravventore del codice della strada, avere collezionato multe da parte degli agenti preposti al controllo del traffico, nei confronti dei quali avrebbe coltivato un atteggiamento di sfida, l'essere stato il padre, personaggio sospetto di contiguità alla camorra, troppo indulgente nei confronti del figlio, dotandolo di un nuovo e più potente ciclomotore, nel momento in cui il primo gli era stato sequestrato, consentendo al figlio di abbandonare la scuola, tenendolo nella bambagia e sostanzialmente abdicando al suo ruolo di educatore . L'articolista affermava inoltre, notavano i giudici del Tribunale, che a lui non sarebbe piaciuto essere il padre del giovane ucciso dal poliziotto. La responsabilità dell'Anselmi veniva ravvisata, ovviamente, nel non aver esercitato la dovuta sorveglianza al fine di evitare la pubblicazione di notizie diffamatorie. La Corte di appello di Roma, con sentenza 13 gennaio 2005, ha confermato la pronunzia di primo grado, parzialmente integrando e correggendone la motivazione e sostenendo sostanzialmente che il diritto di critica deve avere a oggetto la valutazione di fatti realmente esistenti e non semplicemente supposti tali. Nella misura in cui il Pansa aveva addebitato a Castellano Antonio condotte, atteggiamenti e modalità di comportamento nei suoi rapporti col figlio in realtà non accertati, egli, secondo il giudice di appello, non poteva poi, criticando fatti meramente ipotizzati, formulare giudizi negativi sui genitori del giovane. Ricorre per cassazione il difensore di entrambi gli imputati, deducendo violazione ed errata interpretazione dell'articolo 51 Cp e dell'articolo 595 stesso codice, oltre a contraddittorietà e illogicità di motivazione e argomentando come segue. Innanzitutto, poiché i giudici del merito addebitano al Pansa la arbitraria critica della figura del padre dello sfortunato giovane evanescenza dell'autorità paterna , eccessivo permissivismo ecc. , non si vede quale fondamento possa avere la condanna del giornalista e del direttore al risarcimento del danno anche nei confronti della madre che, in vero, non viene mai menzionata nell'articolo. In secondo luogo la Corte romana ammette che l'articolo non era un resoconto di cronaca giudiziaria ma un pezzo di critica sociale, politica e morale, dunque inappropriata appare la affermazione relativa alla non-verità del fatto, a meno di non voler ricomprendere nel concetto di fatto ovvie considerazioni di contenuto sociologico, quali quelle attinenti il disadattamento dei giovani, che troppo spesso compiono azioni al limite del lecito o addirittura illecite. La Corte territoriale sembra poi non rendersi conto che il giudizio sulla evanescenza della autorità paterna è saldamente ancorato ad alcuni incontroversi dati di fatto l'abbandono degli studi da parte del giovane Castellano Mario, la futilità dei suoi progetti per il futuro, il fatto che egli lavorasse col padre in esercizi commerciali sotto sequestro per sospette contiguità camorristiche, il fatto che Mario fosse stato più volte multato, che aveva subito il sequestro del motorino , ma che la famiglia gliene aveva comprato un altro, che egli solitamente adoperava senza indossare il casco, l'atteggiamento di sfida tenuto verso i poliziotti ecc. . A fronte di tali accertati dati fattuali, la Corte di merito si avventura in una sorta di acrobazia giuridico-lessicale, incentrando il suo ragionamento sulla lettera di un espressione usata e così , da intendersi secondo i giudicanti come e così è il caso di per affermare la esistenza di una suggestione sintattica, diretta a sostenere, contrariamente al vero, secondo la sentenza, che l'autorità paterna era assente. Il giornalista altro non ha fatto se non collegare alcuni dati oggettivi quelli sopra ricordati con il giudizio critico espresso. Si tratta di un'operazione riconoscibilmente lecita, che oltretutto rispecchia una triste realtà quotidiana, a tutti già nota. Motivi della decisione La prima censura è infondata, atteso che oggetto dell'articolo del Pansa è certamente in primis il padre del ragazzo, ma non è dubbio che, appuntandosi la critica sull'educazione fornita a Castellano Mario, i giudici di merito abbiano ragionevolmente ritenuto che i giudizi sferzanti del giornalista abbiano riguardato entrambi i genitori e dunque anche la madre. La seconda censura viceversa è fondata. Come anticipato, la sentenza di secondo grado, pur confermando la decisione assunta dal primo giudice, ne fornisce una giustificazione motivazionale parzialmente diversa. Invero, mentre il Tribunale, come si legge nella sentenza di secondo grado che riassume quella di primo, riportandone interi brani, rimprovera al Pansa di aver riportato notizie inesatte nella ricostruzione del fatto che si concluse con la morte del giovane Castellano e dunque sostanzialmente di aver esercitato il diritto di cronaca in maniera non corretta per non aver osservato il limite della verità obiettiva, come puntualmente contestato nel capo di imputazione , la Corte di appello fonda la conferma della pronunzia di colpevolezza sul cattivo esercizio del diritto di critica che certamente ricomprende la legittimità di giudizi negativi sul prossimo, anche soggettivamente e oggettivamente offensivi la libertà però concerne la valutazione di fatti esistenti e riscontrati e non anche solo supposti, perché una rappresentazione non veritiera o non dimostrata dei fatti supposti trasforma in arbitraria la valutazione negativa del soggetto al quale vengono attribuiti i fatti solo supposti e in questi termini la c.d. verità del fatto interagisce con l'esercizio del diritto di critica fol 8 della sentenza di appello . La differenza tra i due impianti motivazionali consiste dunque nel fatto che, mentre il Tribunale, addebita al giornalista lo scorretto esercizio del diritto di cronaca, considerandolo separatamente rispetto a quello di critica sul quale nulla ha da obiettare , la Corte territoriale censura l'esercizio del diritto di critica in quanto tale, perché il Pansa avrebbe distorto dati di fatto per poter formulare la pars destruens del suo articolo. Orbene, poiché tanto l'esercizio del diritto di cronaca, quanto quello del diritto di critica hanno possono avere , come è noto, effetto scriminante in ordine al delitto di diffamazione e poiché, tuttavia, le predette cause di non punibilità si atteggiano diversamente, essendo stati elaborati differenti criteri di valutazione, occorre innanzitutto, dovendosi questa Corte occupare della impugnazione della sentenza di secondo grado, ricordare, sia pure per sommi capi, a quali conclusioni è giunta la giurisprudenza di legittimità, appunto in tema di limiti del diritto di critica. Va innanzitutto ricordato che si è avuto modo di osservare ASN 200003477-RV 215577 che, quando il discorso giornalistico ha una funzione prevalentemente valutativa, non si pone un problema di veridicità di proposizioni assertive e i limiti scriminanti del diritto garantito dall'art 21 Costituzione sono solo quelli costituiti dalla rilevanza sociale dell'argomento e dalla correttezza di espressione. Ebbene, una lettura superficiale di tale principio sembrerebbe quasi accreditare l'opinione che chi esercita la critica sia assolutamente svincolato dal rispetto della verità del fatto sul quale la sua critica si va a innestare. Così ovviamente non può essere e di fatto non è , tanto che successivamente è stato precisato ASN 200220474-RV 221904 che la scriminante del diritto di critica presuppone comunque un contenuto di veridicità, anche se limitato alla esistenza del fatto assunto a base delle opinioni e delle valutazioni espresse e dunque l'esimente non sussiste qualora si attribuisca a taluno un fatto oggettivamente falso e socialmente riprovevole e, pertanto, lesivo della reputazione del criticato ASN 200512807-RV 231696 ASN 200503389-RV 231395 . Quel che insomma appare chiaro è che il fatto , in rapporto con l'esercizio del diritto di critica, assume una funzione strumentale, o nel senso che esso costituisce il presupposto obiettivo sul quale viene formulato il giudizio sulle persone coinvolte, ovvero nel senso che esso costituisce un puro spunto per una speculazione critica di più ampio respiro. Nel primo caso, il fatto ha valore, per c.d. sintomatico rappresenta la spia delle opinioni, del modus operandi, dello stile ecc. di un soggetto, individuale o collettivo si pensi alla critica politica, artistica ecc. nel secondo caso, ha valore, in un certo senso, esemplificativo è esponenziale di un fenomeno e rappresenta il presupposto, in genere, della critica di costume . Ebbene, in tale secondo caso, la funzione della critica è quella di censurare condotte, opinioni, abitudini, concezioni e stili di vita, con riferimento, più che ai singoli, a intere categorie di soggetti e in tal senso si parla, non a caso, di critica sociale. Il fatto narrato ha, in questa ottica, come si diceva, valore di mero paradigma, di punto di partenza per la formulazione di riflessioni e considerazioni, anche sgradevoli, pungenti, poco consolatorie. Va da sé che il fatto riferito deve essere, come ha posto in luce la giurisprudenza, vero, e non solo perché il riferire un fatto falso pone a carico di coloro che ne sono indicati quali responsabili un'accusa infondata, ma anche perché le notazioni critiche che su tale fatto vengono formulate risulterebbero, in quanto ancorate a un presupposto non vero, come non pertinenti, non adeguate e, in ultima analisi, non utili per i destinatari della notizia. Ma proprio la natura strumentale del fatto rispetto al diritto di critica comporta che chi tale diritto esercita deve ritenersi aver rispettato il limite della verità se il fatto dal quale egli muove è stato riferito correttamente nelle sue linee essenziali, in quanto la manifestazione del pensiero, in tal caso, non è volta a diffondere tra il pubblico la conoscenza di un accadimento, ma un'opinione in relazione a un accadimento, assunto come emblematico dei tempora e dei mores critica di costume, si diceva di una determinata categoria di persone, individuate con riferimento a un' area geografica, a una fascia sociale ecc. D'altronde, anche in relazione al diritto di cronaca e con riferimento a un'ipotesi in cui il giornalista aveva dato ragione solo di alcuni provvedimenti di archiviazione, ma non di altri , è stato affermato che il principio di verità è rispettato anche nel caso in cui, pur senza fare riferimento all'archiviazione di alcuni dei fatti denunziati, il giornalista dia contezza del concreto contenuto sottoposto al vaglio del giudice ASN 199902899-RV 212773 . Nel caso che occupa, la tragica fine di Castellano Mario è utilizzata dal Pansa per un articolo sul degrado, morale, civile, amministrativo, che affligge, secondo l'autore, la città di Napoli. Vengono ricordate le condizioni di disordine e anzi di anomia, fino al caos, che caratterizzano la vita di quella metropoli, vengono evocati allargandosi l'analisi all'intera società italiana allarmanti scenari nei rapporti tra le generazioni, censurandosi il fatto che i genitori hanno in pratica rinunziato a educare i figli, i quali anzi vengono viziati, incoraggiati all'elusione dell'obbligo scolastico e allevati nel disprezzo delle regole ecc. Per quanto si legge nella sentenza impugnata, non è dubbio che il Pansa abbia riferito un fatto realmente accaduto la morte di Castellano Mario , colorandolo con particolari, non tutti rispondenti strettamente a verità vero che circolava senza casco su di un ciclomotore, compratogli dai genitori dopo il sequestro di quello precedentemente posseduto, vero che non obbedì alla intimazione dei poliziotti di fermarsi, vero che non frequentava più la scuola, vero che il padre gestiva supermercati - all'epocasotto sequestro falso che il ciclomotore non fosse coperto da assicurazione, falso che il ragazzo avesse precedenti penali ecc. . E allora sarebbe stato compito del giudice di merito non semplicemente rilevare, con precisione contabile , se e quali particolari fossero stati trascurati o travisati, ma valutare se tali pecche e omissioni fossero, di per sé, atte a tracciare un ritratto denigratorio dei querelanti in quanto genitori della vittima, tenuto conto che altre notazioni di segno certamente non positivo, ma rispondenti al vero cfr. l'elenco esemplificativo sopra riportato si accompagnavano a quelle riscontrate imprecise o false. Si tratta, ad evidenza, di un giudizio di merito, cui la Corte romana si è sottratta si tratta in sintesi di stabilire, se oltre al requisito della continenza che va, nel caso in esame, contestualizzata, dovendosi aver riguardo anche al fatto che le espressioni forti furono utilizzate con riferimento a genitori che avevano da poco tragicamente perso un figlio , il giornalista abbia rispettato, secondo i parametri sopra indicati, i limiti essenziali della verità del fatto presupposto e utilizzato per l'esercizio del diritto di critica. La sentenza impugnata va dunque annullata sia con riferimento al Pansa, che con riferimento all'Amselmi, la cui imputazione è indissolubilmente legata a quella che riguarda il giornalista, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Roma che procederà a nuovo esame. PQM La Corte annulla la impugnata sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Roma per nuovo esame.