Praticanti? No, dipendenti, se il tirocinio è finito

Gli apprendisti di uno studio professionale hanno diritto al riconoscimento come lavoratori subordinati dal momento in cui cessa il periodo di pratica e non da quando viene superato l'esame di Stato

Dipendenti a tutto tondo se il tirocinio è finito. Lo svolgimento delle stesse mansioni sotto le direttive del capo dello studio possono far diventare un praticante lavoratore subordinato. Secondo la Cassazione, infatti, gli apprendisti di uno studio professionale hanno diritto a essere inquadrati come lavoratori subordinati dal momento in cui è cessato il periodo di pratica e non da quello in cui hanno superato l'esame di Stato, purché abbiano continuato a svolgere gli stessi compiti sotto la direzione e il controllo del titolare dello studio. Con la sentenza 2904/06 - depositata il 10 febbraio e qui integralmente leggibile tra gli allegati - la sezione lavoro di piazza Cavour, infatti, ha accolto il ricorso di una consulente del lavoro che aveva chiesto di far riconoscere il proprio impegno professionale come dipendente dal momento in cui la pratica era finita e non da quando aveva conseguito l'abilitazione, cioè un anno più tardi. Nelle precedenti fasi di merito, i magistrati avevano detto no alla richiesta della ragazza perché a loro parere la causa dell'apprendimento professionale che sorregge il praticantato non era venuta meno con l'esaurirsi del periodo di tirocinio che la legge prevede per ogni tipo di professione. Per i Supremi giudici, invece, i colleghi del Tribunale hanno sbagliato nel valutare le carte non hanno tenuto conto che la ragazza aveva finito la pratica nell'87, come risultava dal certificato del Consiglio provinciale dell'Albo dei consulenti del lavoro, per cui l'attività prestata dall'attuale ricorrente nello studio professionale dal novembre '87 al marzo '88 con identiche modalità circostanza questa non risultata contestata dalla controparte non era più sorretta dalla causa dell'apprendimento professionale . In altre parole, in presenza della certificazione che attesta la data di compimento del periodo di pratica professionale non è possibile affermare che il praticantato può svolgersi anche per un periodo superiore ai due anni . Se, come in questo caso, l'aspirante professionista ha continuato a lavorare anche dopo il tirocinio sotto le direttive del dominus, osservando un preciso orario di lavoro con retribuzione fissa mensile e inserimento stabile nell'organizzazione dello studio professionale.

Cassazione - Sezione lavoro - sentenza 10 novembre 2005 - 10 febbraio 2006, n. 2904 Presidente Mileo - Relatore D'Agostino Ricorrente Carini Svolgimento del processo Con ricorso del 15 marzo 1993 al Pretore di Latina, Lorenzina Morelli, consulente del lavoro, proponeva opposizione al decreto ingiuntivo 193/93 con quale le era stato intimato il pagamento in favore di Patrizia Carini della somma di lire 19.023.000 a titolo di differenze retributive e Tfr in relazione ad un rapporto di lavoro subordinato asseritamene intercorso dal 15.1.1985 al 30.11.1992. Deduceva l'opponente che la Carini aveva frequentato il suo studio professionale come praticante, senza alcun vincolo di subordinazione, dal 1985 al 23.10.1991, data della stipula di un contratto di formazione e lavoro osservava che la Carini si era dimessa senza preavviso il 30.11.1992, per cui dalla somma pretesa andava detratta l'indennità di mancato preavviso proponeva domanda riconvenzionale di risarcimento per i danni che la Carini le aveva provocato svolgendo in modo non diligente le proprie mansioni. Costituitosi il contraddittorio ed espletata l'istruzione, il Pretore, con sentenza 1270/95, rigettava l'opposizione e Ia domanda riconvenzionale. Entrambe le parti proponevano appello. Il Tribunale di Latina, disposta una consulenza tecnico contabile, con sentenza non definitiva 48/2001, revocava il decreto ingiuntivo e condannava la Morelli al pagamento in favore della Carini della complessiva somma di lire 4.275.398 oltre accessori, per differenze retributive con sentenza definitiva 72/2002 condannava la Morelli al pagamento in favore della Carini a titolo di Tfr della somma complessiva di euro 2.574,81 oltre accessori. Per quanto qui ancora interessa, in ordine alla durata dei rapporto di lavoro subordinato il Tribunale, sulla scorta delle testimonianze raccolte, osservava che la Carini aveva sostenuto con esito positivo l'esame di Stato per l'abilitazione all'esercizio della professione di consulente del lavoro nella sessione 1987/88 e che la Morelli era venuta a conoscenza di tale circostanza solo nei marzo 1988 da tale data, e fino alla stipula dei contratto di formazione e lavoro, secondo il giudice del gravame era dunque intercorso tra le parti un rapporto dì lavoro subordinato, poiché la Carini svolgeva nello studio compiti ben precisi sotto la direzione ed il controllo della Morelli, era tenuta all'osservanza di un orario di lavoro, era retribuita mensilmente con stipendio fisso, ed era in definitiva stabilmente inserita nell'organizzazione dello studio professionale. Quanto alle differenze retributive dovute dalla Morelli, il Tribunale, assumendo che nel ricorso introduttivo la lavoratrice non aveva presentato un conteggio dettagliato e analitico, limitandosi ad una mera elencazione delle somme pretese, riteneva di poter liquidare alla Carini solo le somme riconosciute dalla Morelli lire 1.206.475 per due mesi di retribuzione lire 1.105.940 per ratei 13^ mensilità lire 278.000 per ratei ferie . Quanto al Tfr, il Tribunale, sulla scorta della disposta CTU, e tenuto conto della durata del rapporto di lavoro dall'aprile 1988 al novembre 1992, nonché dell'inquadramento nel quinto livello retributivo del CCNL dipendenti studi professionali riconosciuto dal datore di lavoro ed in mancanza di una domanda di inquadramento superiore , liquidava alla lavoratrice la somma di euro 2.574,81. Per la cassazione di tali sentenze Patrizia Carini ha proposto ricorso sostenuto da tre motivi. Lorenzina Morelli resiste con controricorso. Motivi della decisione Con il primo motivo, lamentando genericamente violazione di legge e vizi di motivazione, la ricorrente si duole che il Tribunale, con motivazione dei tutto illogica e contraddittoria, abbia fatto decorrere il rapporto di lavoro subordinato dall'aprile 1988, anziché dalla fine del praticantato, ultimato in data 29.3.1987, pur avendo dato atto di tale circostanza. Con il secondo motivo fa ricorrente si duole dei fatto che il Tribunale le ha riconosciuto l'inquadramento nel quinto livello del CCNL dipendenti studi professionali fattorini e uscieri , mentre l'esponente aveva svolto sempre le superiori mansioni proprie del terzo livello. Lamenta che il Tribunale ha determinato l'inquadramento senza tener conto delle mansioni effettivamente svolte dalla ricorrente e senza confrontare tali mansioni con quelle precisate nelle declaratorie contrattuali. Con il terzo motivo la ricorrente censura in primo luogo la sentenza impugnata per aver affermato che i conteggi allegati al ricorso introduttivo non erano utilizzabili perché del tutto generici. Sostiene la ricorrente che avendo indicato le mansioni svolte ed il contratto collettivo applicabile il Tribunale poteva superare ogni dubbio disponendo una CTU. Con un secondo profilo di censura contesta, infine, la liquidazione dei TFR, perché determinata sulla base di un periodo di lavoro inferiore a quello effettivo e sulla base di un errato inquadramento. Il primo motivo del ricorso, relativo alla data di decorrenza dei rapporto di lavoro subordinato, è fondato. Sul punto specifico la motivazione della sentenza impugnata si presenta, infatti, contraddittoria ed insufficiente. Sostiene il Tribunale che il rapporto di lavoro subordinato abbia avuto inizio dal marzo 1988, cioè da quando la Morelli venne a conoscenza del positivo superamento dell'esame di abilitazione professionale da parte della Carini, mentre l'attività prestata dalla Carini nello studio della Morelli prima dei conseguimento dell'abilitazione rientrava nell'addestramento professionale indispensabile per sostenere il relativo esame. Il giudice dei gravame, inoltre, riporta il contenuto delle deposizioni testimoniali dalle quali ha tratto la prova delle mansioni svolte dalla Carini nel corso della sua collaborazione presso lo studio professionale e conclude che dal momento in cui la Morelli venne resa edotta del conseguimento dell'abilitazione professionale l'attività della Carini non fu più impiegata quale necessario strumento perchè la stessa potesse acquisire le nozioni necessarie per conseguire il titolo professionale, ma divenne un elemento interno al sinallagma contrattuale mutando la causa dei contratto nel mero scambio tra prestazione e retribuzione . Il Tribunale, però, non ha tenuto conto del fatto che la Carini aveva cessato la pratica professionale in data 30.10.1987, come da certificato dal Consiglio Provinciale Albo Consulenti dei Lavoro del 3.4.1987, allegato al ricorso per decreto ingiuntivo, per cui l'attività prestata dall'attuale ricorrente nello studio professionale dal novembre 1987 al marzo 1988 con identiche modalità - circostanza questa che non risulta contestata da controparte - non era più sorretta dalla causa dell'apprendimento professionale. In presenza di tale certificazione del Consiglio dell'ordine, che attesta la data dì compimento del periodo di pratica professionale, non è sufficiente affermare che il praticantato può svolgersi anche per un tempo superiore a due anni. Sta di fatto che nel caso dì specie il praticantato è stato completato alla data indicata dal Consiglio dell'Ordine. Il giudice del gravame non ha spiegato perchè non ha ritenuto di tener conto di tale circostanza di fatto, risultante dalla documentazione versata in atti dalla Carini, né ha chiarito i motivi per i quali le prestazioni rese dopo il compimento dei praticantato e fino al marzo 1988 non configurassero esse stesse un rapporto di lavoro subordinato. Sono dunque fondate le doglianze espresse dalla ricorrente con il primo motivo di ricorso, che va dunque accolto. L'accoglimento del primo motivo comporta l'assorbimento del terzo, nella parte in cui la ricorrente lamenta che la liquidazione del TFR è stata effettuata sulla base dì un periodo di lavoro inferiore a quello effettivamente prestato. Sono invece infondati il secondo motivo ed il terzo motivo, quest'ultimo nella parte in cui la ricorrente lamenta la mancato utilizzazione dei conteggi contenuti nel ricorso per decreto ingiuntivo. Per quanto concerne l'inquadramento nel quinto livello del CCNL dipendenti studi professionali, oggetto dei secondo motivo, va rilevato che il Tribunale ha correttamente osservato che la Carini nell'atto introduttivo non aveva rivendicato un livello superiore, neppure per l'esercizio di fatto di mansioni superiori ex articolo 2103 Cc, né tale richiesta era stata avanzata successivamente, per cui alla lavoratrice andava attribuito il livello riconosciutole dalla datrice di lavoro, La ricorrente in modo del tutto infondato addebita in ricorso al Tribunale il mancato accertamento d'ufficio delle mansioni in concreto svolte dalla lavoratrice e del suo corretto inquadramento, dimenticando che anche nel rito del lavoro l'attività dei giudice è vincolata dalle domande delle parti. Per quanto concerne poi la mancata utilizzazione dei conteggi riportati nel ricorso per decreto ingiuntivo, oggetto parziale del terzo motivo di ricorso, il Tribunale ha dato adeguata motivazione della sua decisione rilevando che di detti conteggi non era possibile tener conto, perché privi della indicazione del contratto che si invocava come applicabile, e quindi dei parametri di riferimento, nonché della qualifica rivestita o rivendicata e delle somme già percepite. Trattasi di una valutazione in fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità, sia perché congruamente motivata, sia perché la ricorrente non ha riprodotto nell'impugnazione i conteggi allegati al ricorso introduttivo, sicchè la Corte, che non è abilitata all'esame diretto degli atti processuali, non è in condizione dì valutare la decisività delle doglianze. In definitiva, deve essere accolto il primo motivo, mentre il secondo motivo ed il primo profilo di censura dei terzo devono essere respinti, restando assorbito il secondo profilo di censura del terzo motivo. Di conseguenza le sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata ad altro giudice, designato in dispositivo, che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di cassazione. PQM La Corte accoglie il primo motivo dì ricorso, rigetta il secondo ed il primo profilo di censura del terzo dichiara assorbito il secondo profilo di censura dei terzo motivo cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione, alla Corte di Appello di Roma.