Irap, la spada di Damocle dell'illegittimità ""pesa"" 150 miliardi di euro

Riaperta la fase orale della causa, l'Italia si difende lamentando la lunga inazione che ha preceduto le contestazioni comunitarie. In ogni caso l'eventuale condanna dovrebbe essere limitata per non sbancare il fisco italiano

Non sarà certamente il pensiero di una catastrofe incombente sul fisco italiano a condizionare i giudici comunitari nel giudizio sulla legittimità dell'Irap Imposta regionale sulle attività produttive, tuttora viva e vegeta . Tuttavia le toghe di Strasburgo dovranno tener conto che, in caso di condanna dell'Italia, secondo stime - probabilmente pessimiste ma non lontane dalla realtà - il rimborso dell'imposta eventualmente dichiarata illegittima costerebbe alle casse italiane è inutile dire del Fisco , perché tanto da qualche parte i conti dovrebbero tornare qualcosa come 150 miliardi di euro. Una cifra che le finanze nazionali non possono permettersi in alcun modo, neppure come crediti di imposta che in ogni caso equivarrebbero ad una colossale perdita di gettito. Nondimeno la statuizione sull'illegittimità dell'Irap, reputata una brutta copia dell'Iva in quanto imposta sulla cifra d'affari e dunque vietata perché l'unica consentita di tale genere è l'Iva aleggia da tempo. Vero è che la riapertura della fase orale nel procedimento di fronte alla Corte di Giustizia, dopo che già erano state presentate nel marzo scorso le conclusioni dell'Avvocato generale Jacobs vedere nella sezione Arretrati nell'edizione del 18 marzo 2005 in senso sfavorevole all'Italia, ha riacceso qualche speranza circa una possibile assoluzione o, quanto meno, per una condanna con una fortissima limitazione degli effetti nel tempo circostanza peraltro prevista quando tali effetti possono mettere a repentaglio situazioni di stabilità finanziaria anche delle imprese e dunque in particolar modo degli Stati . La fase orale della causa si è riaperta ieri vedere anche nella sezione Arretrati nell'edizione del 4 novembre 2005 e la difesa dell'Italia ha incassato la posizione di numerosi Stati, intervenuti con memorie a sostegno dell'imposta controversa, in particolare Francia e Ungheria, che temono - come molti altri, oltre una decina - gli effetti di una pronuncia sfavorevole. Roma, dal canto suo, oltre a sostenere la non assimilabilità dell'Irap all'Iva, ha puntato su una visione differente della questione, sostenendo la contradditorietà dell'Unione che nel '77 aveva di fatto accettato la misura italiana salvo poi, sette anni dopo, risvegliarsi ritenendola contraria al diritto comunitario. Per contro è altrettanto vero che dal momento delle contestazioni ad oggi l'Italia ha più volte sostenuto di volersi sbarazzare dell'Irap ma ciò non è mai avvenuto anche se l'ipotesi è tornata più volte nelle promesse, appunto, di natura politica. Ora c'è solo da attendere la decisione dei giudici di Lussemburgo che, in ogni caso, non potranno trascurare la spaventosa pesantezza, tutt'altro che virtuale, della spada di Damocle incombente sul fisco italiano e dunque, nei fatti, su tutti gli italiani. m.c.