Servizio sanitario penitenziario: i trasferimenti urgenti dei detenuti in ospedale

di Luigi Morsello

di Luigi Morsello * Prima di crocifiggere il personale di polizia penitenziaria adibito al piantonamento presso gli ospedali civili ed altri luoghi esterni di cura, quando si siano verificati inconvenienti meno gravi dell'evasione - nel quale caso interviene il P.M., occorre fare alcune precisazioni. La prima, la più importante, è che quasi tutti gli ospedali civili sono privi di un reparto detentivo basterebbero da due a cinque stanze, con le caratteristiche minime della sicurezza necessaria per la detenzione in ospedale. Gli ospedali civili, che sono privi di reparto detentivo, non sono idonei alla ricezione di detenuti pericolosi, anche per disperazione, come nei casi di autolesionismo per ingestione di corpi estranei, che rappresentano un estremo gesto di protesta di soggetti detenuti che non trovano, per difetto delle istituzioni, altro modo di attirare su di sé l'attenzione anche della pubblica opinione. Moltissimi sono stati i casi, registrati dalla cronaca, di gravi inconvenienti dovuti alla presenza di detenuti in reparti destinati alla degenza degli altri pazienti liberi nella persona. Le direzioni sanitarie ed amministrative degli ospedali civili, che non lo hanno già fatto, devono porsi come obiettivo primario urgente ed inderogabile la realizzazione di reparti detentivi, come unico strumento atto a scongiurare gli inconvenienti che la presenza di pazienti detenuti in reparti destinati ai pazienti liberi possono riservare alla struttura sanitaria che li accoglie. Non v'è chi non veda come episodi sporadici, ma in genere clamorosi se non addirittura eclatanti, possano arrecare danno grave alla comunità degli altri detenuti, quelli che in ospedale sono ricoverati non per arginare gesti autolesionistici di protesta ma per curare malattie effettive, essendo inevitabile la resistenza dei nosocomi ad ospitare altri soggetti, mentre il danno più grave è quello prodotto presso la pubblica opinione. Non è possibile far carico al personale di sorveglianza, addetto al piantonamento, alcuna responsabilità generica nei casi di cui si sta trattando, dovendosi solo investigare se vi sono state inosservanze delle norme che presiedono alla traduzione ed al piantonamento dei detenuti in ospedali civili od altri luoghi esterni di cura. Ciò in conseguenza delle peculiarità negative delle strutture ospedaliere, già illustrate. L'altra precisazione riguarda le modalità del ricovero in ospedale. La legge penitenziaria prevede che nei casi di assoluta urgenza, determinata da motivi di salute, il direttore provvede direttamente al trasferimento, informandone immediatamente l'autorità competente art. 85, comma 7, d.P.R. n. 230/00 . Dunque il ricovero in ospedale nei casi di assoluta urgenza deve essere disposto dal direttore del carcere, su proposta motivata del medico incaricato o, in sua assenza, del servizio integrativo di assistenza sanitaria del carcere art. 11 L. 354/75 . Poiché i ricoveri urgenti avvengono tramite il servizio di Pronto Soccorso dell'Ospedale, Il medico del carcere non si deve limitare a certificare l'assoluta urgenza, ma deve anche dichiarare di rimettersi alle valutazioni dei sanitari del Pronto Soccorso circa le terapie d'urgenza da praticare, certificazione e dichiarazione che deve essere convalidata dal direttore del carcere che provvede in via d'urgenza. Pur mancando tale significativo dettaglio, tuttavia la proposta di ricovero in reparto del detenuto da parte del Pronto Soccorso dell'Ospedale non significa ricovero automatico, dovendosi la stessa sottoporre al vaglio del servizio sanitario penitenziario prima e del direttore del carcere dopo. I detenuti molto spesso inscenano direttamente nelle aule di giustizia il gesto di protesta, solo apparentemente clamoroso, di ingoiare corpi estranei. È evidente che si tratta di corpi estranei che hanno con sé eludendo la vigilanza del personale di custodia addetto alla traduzione nelle aule di giustizia, oggetti che quasi sempre celano all'interno della propria bocca. Gesti del genere sono stati compiuti innumerevoli volte. I detenuti, per proteste le più svariate, ingoiano di tutto lamette - quelle classiche prima e poi le moderne lamette da barba, pile, cucchiai, forchette, coltelli ecc. . Rari, se non rarissimi, sono i casi in cui si rende necessario operare per estrarre dallo stomaco corpi estranei di dimensioni tali da non poter essere espulsi per via naturale senza grave rischio per la salute o la vita, tramite una rigida dieta ricca di fibre che può essere assicurata anche in carcere, soprattutto in quelli che sono dotati di infermeria detenuti. L'unico accertamento valido è quello di una radioscopia, che attesti la veridicità di quanto affermato dal detenuto 'fachiro'. È difficile pensare, e meno che mai credere, che chi voglia veramente mettere in pericolo la propria vita o salute lo preannunci con un gesto teatrale. Quindi, i corpi estranei sono sempre, sistematicamente privati della loro pericolosità potenziale sono smussati e ridotti in pezzi che possono essere espulsi per via naturale, senza grave pericolo. Se ne deduce che la proposta del Pronto Soccorso, di ricovero del detenuto in reparto, deve essere vagliata dal medico e dal direttore del carcere, al quale ultimo spettava la disposizione di ricovero, sembrando di tutta evidenza che l'invio al Pronto Soccorso aveva lo scopo di accertare se veramente un corpo estraneo fosse stato ingoiato e di quali dimensioni e null'altro. Altri casi di protesta eclatante sono individuabili allorquando un detenuto, salito sul davanzale di una finestra ad altezza pericolosa o fatale, minaccia suicidio. Nella cronaca degli ultimi 30-40 anni rare volte detenuti saliti sui tetti per protesta collettiva, non individuale, negli anni '70 sono scivolati accidentalmente perdendo la vita. Mai detenuti saluti su tetti e davanzali, interni od esterni, del carcere, hanno messo in pratica, a memoria dell'autore, le loro minacce. All'autore è accaduto una sola volta, nel 1981, nell'ambito di una missione estiva presso il carcere di S. Vittore, in sostituzione del titolare in ferie, che un detenuto salisse, servendosi di una scala utilizzata da una ditta per lavori in corso, sul davanzale esterno di un finestrone di un corridoio di sezione, protetto da inferriata, che dava su una delle porte carraie, attraverso la quale non passavano i mezzi dei Vigili del Fuoco per stendere un mezzo di protezione dalla caduta, anche accidentale. Il detenuto che protestava rifiutava di scendere perché voleva restare a S. Vittore ! , dove era stato temporaneamente trasferito per motivi di giustizia. La protesta durò due giorni, in pieno mese di agosto, ma alla fine del primo giorno non fu difficile capire che dall'interno i compagni passavano cibo ed acqua. Ciò fu impedito ed alla fine del secondo giorno il detenuto scese spontaneamente. A conclusione di questo breve 'excursus' nella quotidianità della vita in un carcere, che non si conosce ancora oggi mai abbastanza, va ugualmente detta una ovvietà, che è anche una amara realtà, e cioè che ogni gesto di protesta è un fallimento dell'istituzione carcere. Ma va anche detta un'altra ovvietà, e cioè che le risorse ormai sono a livello così basso che è praticamente impossibile prevenire gesti di protesta individuale clamorosi, che talvolta fanno registrare interventi indesiderati di supplenza di altre forze di polizia prive di qualsiasi legittimazione ad agire, posto che anche nel corso del ricovero ospedaliero il paziente detenuto è ancora e sempre in regime di detenzione e sotto la responsabilità dell'autorità carceraria, anche nell'ipotesi di commissione di reati, che devono essere affrontati dalla Polizia penitenziaria, unica competente, ad intervenire sia dentro che fuori del carcere per reati commessi durante lo stato di detenzione, salvo diversa disposizione del P.M. *Ispettore generale dell'Amministrazione penitenziaria ?? ?? ?? ??