Le irregolarità del Pm nella gestione delle indagini non danneggiano il procuratore

Confermato il non luogo a procedere per abuso d'ufficio per l'ex pubblico ministero di Perugia Silvia Della Monica. Eventuali inottemperanze nel troncone dell'inchiesta Sme non ledono posizioni giuridiche soggettive del capo dell'ufficio

La Cassazione ha confermato la pronuncia di non luogo a procedere per abuso di ufficio emessa, dal Gup di Firenze il 7 ottobre 2004, nei confronti dell'ex Pm della Procura di Perugia Silvia Della Monica che si occupò del filone toghe sporche dell'inchiesta milanese Sme, soprattutto della famosa intercettazione del bar Mandara di Roma tra Renato Squillante e Francesco Misiani. La contestazione a carico del giudice era stata formulata dal procuratore aggiunto di Firenze, Rosario Minna, e dal Pm Gianni Tei, su segnalazione dell'ex procuratore capo di Perugia Nicola Miriano il quale - lo scorso marzo - è stato ammonito dal Csm per aver denigrato Della Monica che aveva accettato la nomina governativa a componente della Commissione anticorruzione dell'Onu. Il verdetto della Suprema corte è contenuto nella sentenza 39259/05 della sesta sezione penale depositato il 25 ottobre e qui leggibile tra gli allegati. Contro la pronuncia del Gup ha fatto ricorso senza successo, in Cassazione, la Procura di Firenze, competente sulle notizie di reato che riguardano i magistrati umbri. Al giudice erano state imputate varie inottemperanze rispetto ai suoi doveri di ufficio omessa o ritardata trasmissione di atti relativi a procedimenti penali, interferenze con procedimenti assegnati ad altri magistrati, acquisizione di notizie coperte da segreto di ufficio, omessa astensione in procedimenti probatoriamente collegati a quelli in cui la Della Monica era indagata. Questi comportamenti avrebbero - questa la tesi dell'accusa - provocato un danno ingiusto a carico del procuratore della Repubblica di Perugia del quale la stessa avrebbe intralciato e inibito l'esercizio dei doveri e delle prerogative dell'ufficio . Questo punto di vista non è stato condiviso dagli ermellini che hanno dichiarato inammissibile il reclamo contro il proscioglimento. Sottolineano i Supremi giudici che l'abuso di ufficio ha natura plurioffensiva, pertanto anche volendo ammettere che l'immagine del Capo della procura perugina sia stata offuscata all'interno o anche all'esterno dalla censurata condotta dell'imputata, tale lesione si sarebbe prodotta comunque in danno non di una posizione giuridica soggettiva distinguibile dall'ufficio ma della stessa pubblica amministrazione attraverso il perturbamento dell'esercizio dei poteri organizzativi e direttivi riconducibili all'organo posto al vertice della stessa . Dallo scorso anno Della Monica è stata messa fuori ruolo dal Csm per far parte della Commissione che indaga sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Cassazione - Sezione sesta penale cc - sentenza 20 settembre-25 ottobre 2005, n. 39259 Presidente Sansone - Relatore Conti Ricorrente Procuratore della Repubblica in proc. Della Monica Fatto Con la sentenza in epigrafe, il Gup del Tribunale di Firenze, previa riunione dei procedimenti, dichiarava ex articolo 425 Cpp non luogo a procedere, perché il fatto non sussiste, nei confronti di Della Monica Silvia, nei confronti della quale il Pm aveva formulato due richieste di rinvio a giudizio entrambe in ordine al reato di cui agli articoli 81 cpv e 323 Cp, che sarebbe stato commesso dalla Della Monica nella sua qualità di Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Perugia tra il luglio 2002 e il luglio 2003 quanto ai fatti compresi nella imputazione di cui al proc. n. 18317/02 RGNR, e tra il 23 novembre 2002 e il 6 novembre 2003 quanto ai fatti compresi nella imputazione di cui al proc. n. 17051/03 RGNR. In particolare alla Della Monica erano state contestate varie inottemperanze rispetto ai suoi doveri di ufficio, in violazione degli articoli 70 e 73 ordinamento giudiziario, 16 RD.Lgs 511/46, 391bis Cpp, 52 Cpp omessa o ritardata trasmissione di atti relativi a procedimenti penali, interferenze con procedimenti assegnati ad altri magistrati, acquisizione di notizie coperte da segreto di ufficio, omessa astensione in procedimenti probatoriamente collegati a quelli in cui la Della Monica era indagata produttive di un danno ingiusto a carico del Procuratore della Repubblica di Perugia del quale la stessa avrebbe intralciato e inibito l'esercizio dei doveri e delle prerogative dell'ufficio. Il Gup ha ritenuto che non era configurabile il reato di cui all'articolo 323 Cp con riferimento ad alcuna delle varie condotte, per carenza degli elementi costitutivi sia della violazione di legge o di regolamento, sia del danno ingiusto sia del vantaggio patrimoniale ingiusto. Quanto all'estremo della violazione di legge o di regolamento, si osserva che le norme richiamate nelle imputazioni o sono di natura generale o di principio e quindi sfornitedi immediata portata precettiva di cui farsi carico alla imputata con specifico riferimento ai doveri dei magistrati della procura nei confronti del capo dell'ufficio articoli 70 e 73 ordinamento giudiziario articolo 16 RD.Lgs 511/46 , o non riguardanti il caso di specie articolo 391bis Cpp, che si riferisce alle indagini difensive e non alle funzioni del p.m. o implicanti mere facoltà discrezionalmente valutabili articolo 52 Cpp, in tema di astensione del Pm . Non si era poi prodotto un danno alla persona del Procuratore della Repubblica ma semmai, in ipotesi, un intralcio alla funzione pubblica dallo stesso esercitata, aspetto quest'ultimo che peraltro doveva essere in concreto escluso, posto che per il reato di cui all'articolo 340 Cp per il quale era stato iniziato procedimento penale a carico della Della Monica il Pm aveva presentato richiesta di archiviazione. Né d'altronde poteva ipotizzarsi, andando peraltro oltre il tenore della imputazione, che si fosse prodotto un nocumento alla immagine pubblica del Procuratore Capo, dato che quest'ultimo ben avrebbe potuto esercitare il potere di revoca della delega alla Della Monica della trattazione dei procedimenti, ricorrendo nella specie i presupposti di legge. Infine, non poteva sostenersi che l'imputata avesse conseguito un ingiusto vantaggio patrimoniale sotto il profilo della elisione degli effetti dannosi conseguenti agli esiti dei procedimenti penali e disciplinari a suo carico interessati dalle contestate sue interferenze un simile vantaggio si sarebbe potuto ipotizzare solo nel caso che dette procedure si fossero concluse in senso positivo per l'imputata per effetto di sue illecite condotte, ma quelle disciplinari non risultavano ancora definite e quelle penali erano state definite con provvedimenti di archiviazione o con richieste di archiviazione che si fondavano su presupposti del tutto indipendenti dagli effetti delle contestate condotte. In ogni caso, gli effetti patrimoniali vantaggiosi erano ipotetici e incerti. Ricorre per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Firenze, che deduce con un unico motivo l'erronea applicazione della legge penale mancata assunzione di una prova decisiva travisamento del fatto mancanza e manifesta illogicità della motivazione omesso esame di un punto decisivo violazione di legge , chiedendo l'annullamento con rinvio o senza rinvio della sentenza impugnata. Osserva l'Ufficio ricorrente 1 Il Gup non ha preso in considerazione varie richieste della Procura acquisizione degli atti relative alle procedure disciplinari audizione della persona offesa. 2 Erroneamente il Gup non ha riconosciuto il diritto del Procuratore Capo di consultare gli atti di un procedimento trattato da un magistrato del suo ufficio, senza alcuna considerazione dei precedenti giurisprudenziali delle Su civili e del Csm richiamati dall'accusa. 3 Il Gup non ha,adeguatamente motivato sui punti relativi alla incompetenza territoriale ex articolo 11 Cpp in capo al Procuratore aggiunto, che svolgeva indagini sui fatti per i quali a suo carico pendeva procedimento penale a suo carico avanti alla Procura della Repubblica di Firenze né sulla violazione dell'articolo 391bis Cpp, nella parte in cui, rinviando all'articolo 197 Cpp, richiama il divieto di interferenza fra parti pubbliche e private né sul dovere di astensione del Pm per gravi ragioni di convenienza, ex articolo 52 Cpp in particolare non prendendo in considerazione la giurisprudenza di legittimità e disciplinare richiamata al riguardo dall'accusa. 4 Erroneamente il Gup ha ritenuto che non sussisteva il danno ingiusto della persona offesa sulla base dell'assunto che il Procuratore aveva il potere di revocare la delega, senza considerare che tale potere può essere esercitato in casi estremi e presupponeva comunque la conoscenza degli atti inutilmente richiesti all'imputata inoltre non ha considerato affatto la giurisprudenza di legittimità richiamata dall'accusa circa la natura plurioffensiva del reato di cui all'articolo 323 Cp. Il Procuratore generale requirente ha sollecitato la conversione del ricorso in appello, ex articolo 569 comma 3 Cpp, atteso che l'atto di impugnazione conteneva censure, oltre che di violazione di legge, di vizio di motivazione. Ha depositato memoria l'avv. Guido Calvi, difensore dell'imputata, deducendo 1 Infondatezza della richiesta di conversione del ricorso in appello - al di là della formale indicazione contenuta nel motivo di ricorso, il gravame contiene esclusivamente censure relative alla violazione della legge sostanziale e processuale - lo stesso ricorrente esplicita la finalità del ricorso nella indicazione da parte della Suprema corte dei principi di diritto applicabili nel caso di specie, tanto che si sollecita l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, incompatibile con una prospettazione di vizi di motivazione - in ogni caso la regola della conversione non opera quando la parte intenda abbia di proposito scelto il mezzo del ricorso. 2 Infondatezza delle censure relative alla richiesta di integrazione probatoria - la mancata audizione di testi nella udienza preliminare non può mai integrare il vizio di cui all'articolo 606 comma 1 lettera d Cpp, che può predicarsi solo nel dibattimento e non nella udienza preliminare, lamentandosi che il giudice non aveva esercitato i suoi poteri discrezionali di integrazione probatoria per supplire alle carenze investigative dell'accusa, dato che ciò non integra la mancata assunzione di una prova decisiva ex articolo 495 comma 2 Cpp e che il Pm ha facoltà di assumere nel corso delle indagini, o eventualmente anche attraverso indagini integrative, ogni elemento utile a sostegno della sua richiesta di rinvio a giudizio - in ogni caso l'assunzione di prove da parte del giudice della udienza preliminare ex articolo 422 Cpp può essere disposta solo quando queste siano decisive ai fini della sentenza di non luogo a procedere e non a sostegno della tesi accusatoria. 3 Infondatezza delle doglianze relative alla violazione della legge penale, essendo ineccepibile il rilievo espresso nella sentenza impugnata secondo cui nessuna delle norme che si assumono violate hanno un contenuto precettivo in tema di rapporti tra i magistrati della Procura e il capo dell'ufficio, sicché esse non Potevano essere invocate a sostegno della configurabilità dell'articolo 323 Cp. Né incombeva alla dott.ssa Della Monica l'obbligo di astenersi dall'assumere informazioni testimoniali, posto che queste vertevano su fatti diversi da quelli oggetto della inchiesta a suo carico e comunque non può concepirsi un inderogabile dovere di astensione in capo a un magistrato solo in dipendenza del fatto che egli venga iscritto nel registro delle notizie di reato, perché diversamente si avallerebbero facili espedienti per rimuovere dalle sue funzioni un magistrato non gradito. In ogni caso non sarebbe sufficiente la mancata astensione per rendere configurabile il reato di abuso di ufficio se tale condotta non sia accompagnata, come era da escludere nel caso di specie per le ineccepibili considerazioni espresse nella sentenza impugnata, da una strumentalizzazione dell'ufficio ai fini della produzione di un ingiusto vantaggio patrimoniale o di un ingiusto danno. Diritto Ritiene il Collegio che nella specie non sia applicabile la regola della conversione in appello del ricorso per saltum, di cui all'articolo 569 comma 3 Cpp, la quale presuppone che il contenuto effettivo, e non solo formale, dell'atto di impugnazione renda riconoscibili le ipotesi di cui alle lettere d o e dell'articolo 606 comma 1 Cpp 1. Tra le censure proposte è formalmente evocata quella relativa alla mancanza e manifesta illogicità della motivazione articolo 606 comma 1, lettera e , Cpp . In concreto, dal tenore dell'atto di impugnazione si ricava che il ricorrente critica la sentenza impugnata sotto il profilo motivazionale sulla base-del rilievo che numerosi fatti inseriti nel capo di imputazione non sono stati per nulla valutati p. 2 . Non indica però quali siano questi fatti né sottopone a puntuale critica i passaggi argomentativi della sentenza sul punto, e non vale a superare tale carenza l'indistinto riferimento per relationem alla richiesta di rinvio a giudizio o ad istanze Prodotte davanti al Gip. Non è infatti compito del giudice di legittimità recuperare frammenti argomentativi di atti processuali il cui contenuto non sia stato inequivocabilmente reso individuabile dal ricorrente. La censura è dunque palesemente generica. 2. Il vizio di motivazione è evocato anche con riferimento al mancato accoglimento di richieste di integrazione del materiale Probatorio in udienza preliminare acquisizione di documenti audizioni testimoniali . Ma in realtà tale doglianza costituisce una mera replica, sotto altra veste, del parimenti denunciato vizio di mancata ammissione di una prova decisiva. Anche questo genere di censura inquadrabile nella ipotesi di cui all'articolo 606 comma 1, lettera d , Cpp determinerebbe di norma la conversione del ricorso in appello in base all'articolo 569 comma 3 Cpp. Ma, senza entrare nel merito, essa si rivela giuridicamente improponibile con riferimento all'ambito cognitivo e decisionale del giudice della udienza preliminare posto che, come sottolineato anche dal difensore della resistente, il vizio in questione presuppone che la prova decisiva sia stata richiesta a norma dell'articolo 495 comma 2 Cpp, previsione questa che ha la sua esclusiva sede applicativa nel dibattimento. 3. La reale portata delle doglianze sembrerebbe d'altro canto disvelata dalla parte conclusiva dell'atto di ricorso p. 17 , in cui superandosi, a quanto è dato comprendere, la precedente richiesta di annullamento con rinvio, si esplicita l'esigenza che ha indotto l'Ufficio di Procura a reagire contro la sentenza liberatoria del Gup quella di ottenere dalla Suprema corte una decisione che tracci la via per conoscere il diritto tanto che subito dopo p. 18 si sollecita un l'annullamento senza rinvio e la riaffermazione dei principi di diritto sin qui negati . Ma, a prescindere dall'opinabile questione della intelligenza della reale intenzione del ricorrente, deve comunque ribadirsi che le censure di vizio di motivazione e di mancata assunzione di una prova decisiva si rivelano, per quello che si è detto, o generiche o comunque per altro verso ictu oculi inammissibili, in quanto incompatibili con il regime giuridico-processuale dell'atto impugnato. 4. Il ricorso va dunque esaminato per la parte in cui con esso si deducono violazioni di legge. Le censure mosse al riguardo dal ricorrente appaiono manifestamente infondate. 5. L'Ufficio ricorrente assume che dalle norme di legge indicate nei capi di imputazione derivano precisi doveri comportamentali che non sarebbero stati rispettati dall'imputata. Secondo il Gup, invece, alcune di queste norme non hanno un contenuto immediatamente precettivo nei confronti dei magistrati di una procura della Repubblica, descrivendo solo i poteri organizzativi e direttivi del capo dell'ufficio articoli 70 e 73 ordinamento giudiziario 16 RD.Lgs 511/46 altre non riguardano affatto i doveri del magistrato della procura articolo 391-bis Cpp o implicano mere facoltà discrezionalmente valutabili articolo 52 Cpp . Ma l'argomento decisivo che rende ineccepibili le conclusioni adottate nella sentenza impugnata, e che consente di prescindere dall'esame della natura e della portata delle norme in questione, restando così impregiudicato ogni profilo attinente all'azione disciplinare, è che dall'allegata violazione di esse non è derivato né un danno ingiusto né un vantaggio patrimoniale ingiusto. 6. Il reato di cui all'articolo 323 Cp, quando commesso in danno , ha natura necessariamente plurioffensiva tra le altre, Cassazione, Sezione sesta, up, 25 novembre 1999, Cambi devono essere lesi gli interessi costituzionalmente tutelati articolo 97 Costituzione della pubblica amministrazione buon andamento e imparzialità e quelli di un extraneus, o anche di un dipendente della stessa Pa, purché questo sia toccato nella sua personale condizione giuridica derivante dal rapporto di impiego ad es., prospettive di carriera mansioni retribuzione v. ad es. Cassazione, Sezione sesta, up, 15 gennaio 2004, Ottaviano . Non si ha pluralità di offese e non sussiste dunque il reato quando l'effetto dannoso si riverberi solo sulla sfera della pubblica amministrazione. Anche volendo ammettere che l'immagine del Capo della Procura perugina sia stata offuscata all'interno o anche all'esterno dalla censurata condotta dell'imputata, come parrebbe essere stato sostenuto dal ricorrente davanti al Gup, tale lesione si sarebbe prodotta comunque in danno non di una posizione giuridica soggettiva distinguibile dall'ufficio ma della stessa pubblica amministrazione attraverso il perturbamento dell'esercizio dei poteri organizzativi e direttivi riconducibili all'organo posto al vertice della stessa diversamente, proprio in tema di abusi commessi da un magistrato del Pm, in danno però di un magistrato appartenente ad altro ufficio, Cassazione, sez. sesta, up, 26 giugno 2001, Ippolito . Giustamente è stato dunque escluso l'estremo del danno ingiusto. 7. Neppure può sostenersi che la condotta dell'imputata abbia procurato a questa un ingiusto vantaggio patrimoniale, sotto il profilo della elisione degli effetti dannosi conseguenti agli esiti dei procedimenti penali e disciplinari a suo carico interessati dalle contestate sue interferenze. Precisato che questo aspetto è esaurientemente trattato nella sentenza impugnata e che su di esso il ricorrente non spende parola, è il caso solo di riaffermare che il vantaggio deve avere un connotato di intrinseca patrimonialità o deve derivare dalla creazione di una condizione più favorevole sotto il profilo economico. non potendosi considerare sufficiente il determinarsi di una situazione solo indirettamente o eventualmente o potenzialmente valutabile economicamente v. fra le altre Cassazione, sez. sesta, up,10 marzo 2001, Palumbo 27 agosto 1999, Cianetti 25 marzo 1998, Urso . In altri termini, occorre che il risultato materiale o giuridico ottenuto tramite l'abuso determini di per sé un beneficio economicamente apprezzabile. Appare evidente che la contestata incidenza della condotta dell'imputata sull'esito dei procedimenti penali o disciplinari a suo carico non possa valutarsi in termini economici certi e immediatamente apprezzabili. 8. Va infine considerato che il ricorrente non affronta minimamente il tema del dolo intenzionale, escluso, ad abundantiam, dalla sentenza impugnata sulla base di considerazioni per nulla illogiche. Non essendovi doglianza sulla formula di proscioglimento, consegue che il ricorso si rivela per di più carente di interesse, poiché non potrebbe comunque incidersi da parte dì questa Corte sull'esito liberatorio. PQM Dichiara inammissibile il ricorso.