Separazioni e famiglie ricomposte: l'assetto giuridico dopo la nuova legge sull'affido condiviso

di Maria Grazia Scacchetti

di Maria Grazia Scacchetti * Le famiglie ricomposte si tratta di nuove unioni, formate da coniugi o conviventi, di cui almeno uno proveniente da precedenti esperienze di vita familiare comune e dalla eventuale presenza di figli dell'uno e/o dell'altro coniuge o convivente sorte successivamente alla morte di uno dei coniugi o conviventi ovvero alla separazione o al divorzio oppure in seguito alla rottura di una convivenza more uxorio. Secondo l'Istituto Nazionale di Statistica in Italia le famiglie ricostituite nel 2002/2003 ammontavano a circa 1.500.000 e costituivano il 4,8% delle coppie contro il 4,1% della media del 1994/1995. A questi dati è sicuramente da sommersi un numero oscuro considerevole di famiglie ricostituite di fatto e quindi difficilmente censibile. È pertanto evidente come anche nel nostro paese la famiglia ricostituita sia un fenomeno talmente diffuso, ed in via di ulteriore espansione, che né il legislatore né gli operatori del diritto possono continuare ad ignorarla. Nel nostro ordinamento la famiglia ricomposta è considerata lecita e non contraria all'ordine pubblico alla stregua delle altre formazioni sociali tutelate dall'articolo 2 della Costituzione ma non è stata né espressamente riconosciuta come istituto di diritto familiare né tantomeno regolata. Al fine di individuare correttamente il complesso di norme e di istituti giuridici applicabili a tali unioni è opportuno fare una prima, fondamentale distinzione tra famiglie ricomposte legittime ovvero fondate sul matrimonio e famiglie ricomposte di fatto ovvero fondate su una convivenza more uxorio stabile e duratura . 1. FAMIGLIA RICOMPOSTA LEGITTIMA 1. Rapporti tra i nuovi coniugi. In limine occorre individuare quali siano i rapporti che si instaurano tra i nuovi coniugi e tra questi e l'ex partner . Ai sensi del nuovo articolo 155quater Cc introdotto dalla legge 54/2006, entrata in vigore il 16 marzo 2006 , chi si risposa perde ipso iure il diritto alla casa coniugale se ne era assegnatario. Non si possono non rilevare la contraddittorietà interna e la illegittimità costituzionale del novellato articolo 155 Cc. Il primo comma proclama che il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli in modo del tutto incoerente il secondo comma prevede che il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio senza fare più alcun riferimento all'interesse del minore, interesse che continua certamente ad essere quello di conservare il proprio habitat domestico indipendentemente dalle scelte del genitore biologico con il quale convive. Il terzo comma, inoltre, prevede che nel caso in cui uno dei coniugi cambi la residenza o il domicilio, l'altro coniuge può chiedere, se il mutamento interferisce con le modalità dell'affidamento, la ridefinizione degli accordi o dei provvedimenti adottati, ivi compresi quelli economici . Il combinato disposto di questi tre commi porta, nella pratica, a tali conseguenze in caso di nuove nozze o di convivenza , perso ipso iure il diritto di godimento sulla casa familiare ed avvenuto, di conseguenza, il cambio obbligato di residenza o di domicilio, l'ex coniuge o l'ex convivente è ulteriormente penalizzato dal diritto dell'altro genitore biologico di chiedere la riduzione dell'assegno di mantenimento nonchè la modifica delle modalità di affidamentoi. È pertanto evidente come con la nuova norma venga penalizzata gravemente la posizione del genitore che si risposa o che inizia a convivere e, in prospettiva, si finisca con il sanzionare la composizione di nuove famiglie, in evidente violazione del diritto di libertà costituzionalmente garantito. L'ex coniuge che contrae nuove nozze perde inoltre ipso iure anche il diritto all'assegno divorzile articolo 5 legge 1.12.1970, Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, d'ora in poi citata come l.div. , con conseguente perdita del diritto al 40% del TFR ex articolo 12 bis l.div. , del diritto alla pensione di reversibilità o ad una quota di essa ex articolo 9, comma 3, l.div. , nonché ad un assegno periodico a carico dell'eredità ex articolo 9 bis l.div. . 2. RAPPORTI TRA I NUOVI CONIUGI ED I FIGLI NATI DALLA PRECEDENTE UNIONE Il matrimonio tra il genitore biologico ed il nuovo partner determina il sorgere di un vincolo di affinità ai sensi dell'articolo 78, comma 1, Cc tra il nuovo coniuge ed il figlio dell'altro coniugeii. Le conseguenze giuridiche principali di tale legame sono gli impedimenti matrimoniali di cui all' articolo 87 numero e n. 5 Cc, e la legittimazione a proporre l'istanza di interdizione e di inabilitazione articolo 417 Cc , nonchè quella per la istituzione di un amministratore di sostegno articolo 406 Cc . Se dal nuovo matrimonio nascono dei figli, questi, a seconda delle circostanze, diventano fratelli uterini o consanguinei dei figli nati dalla precedente unione. La distinzione non è solo nominalistica l'articolo 570 Cc prevede, infatti che, in caso di successione legittima tra fratelli e cioè in assenza di prole, genitori od altri ascendenti questi succedano in parti uguali ma che ai fratelli ed alle sorelle unilaterali spetti la metà della quota che conseguono i fratelli germani. È pertanto indiscutibile come il vincolo di affinità non rappresenti affatto una adeguata forma di riconoscimento legale, né del legame di fatto che sorge tra il figlio di prime nozze ed il genitore sociale acquisito tramite le seconde nozze del genitore biologico, nè di quello che si instaura tra il primo ed i di lui fratelli nati nella famiglia ricostituita in cui egli stesso è inserito. 3. ADOZIONE L'istituto dell'adozione rappresenta attualmente il solo strumento idoneo a legalizzare la relazione affettiva e la comunanza di vita tra il figlio di un coniuge ed il genitore acquisito. Il nostro ordinamento prevede infatti a favore del genitore acquisito tramite matrimonio la possibilità di procedere all'adozione sia del figlio minore sia del figlio maggiorenne dell'altro coniugeiii. Secondo il combinato disposto degli articoli 300 Cc e 55 legge 184/83 Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori riformata dalla legge 149/2001 emblematicamente titolata Diritto del minore ad una famiglia , d'ora in poi citata come l. ad. , l'adottato non acquista lo status di figlio legittimo dell'adottante, sia che l'adottato sia minorenne sia che sia maggiorenne, e l'adozione non induce alcun rapporto di parentela tra l'adottante e la famiglia dell'adottato né tra l'adottato ed i parenti dell'adottante salve le eccezioni previste per gli impedimenti matrimoniali . All'adottato spettano tutti i diritti propri del rapporto di filiazione e, quindi, innanzitutto, il diritto al mantenimento nonché all'educazione e all'istruzione sanciti dall'articolo 147 Cc ed espressamente richiamati dall'articolo 48, 2 comma, l. ad. Inoltre, con l'adozione non cessano i rapporti dell'adottato con la famiglia d'origine, e quindi tantomeno quelli con il genitore biologico. Quanto ai diritti successori, l'articolo 55 l. ad. rinvia all'articolo 304 Cc il quale esclude ogni reciprocità tra adottante e adottato sul piano successorio ed attribuisce soltanto all'adottato la qualità di erede dell'adottante con specifico riguardo, tra l'altro, alla successione necessaria ed a quella legittima. Tali diritti successori si sommano a quelli che l'adottato continua a mantenere nei confronti dei propri parenti biologiciiv. Quanto alla rappresentazione, la dottrina prevalente esclude che, in caso di adozioni non legittimanti -quali sono, appunto, l'adozione di maggiori di età e quella di minori in casi particolarisorga un diritto di rappresentazione in capo all'adottato non nascendo alcun rapporto di parentela tra questi ed i parenti in linea retta collaterale dell'adottantev. Questi i tratti in comune tra l'adozione di minore e quella di maggiorenne. Passiamo ad esaminare le differenze tra i due istituti. 3a. L'adozione particolare del figlio minore ex articolo 44, comma 1, lettera b l.ad. L'adozione particolare del figlio minore del proprio coniuge articolo 44, 1 comma, lettera b l.ad. , a differenza di quella del maggiore di età articolo 291 ss. Cc vi, è consentita anche in presenza di figli legittimi dell'adottante. I presupposti per procedere a questa forma di adozione sono la minore età del figlio ed il matrimonio del genitore, anche adottivo, con l'adottante prevale l'interpretazione restrittiva secondo la quale l'adozione è consentita solo al coniuge del genitore affidatario convivente con il figlio poiché la convivenza confermerebbe l'esistenza di un valido rapporto affettivo tra l'adottando e l'adottantevii. Altro presupposto imprescindibile è rappresentato dal consenso dell'adottante e dell'adottando che abbia compiuto il quattordicesimo anno di età ai sensi dell'articolo 45, comma 1, l.ad., il quale stabilisce che l'adottando se dodicenne deve essere personalmente sentito, se di età inferiore deve essere sentito in considerazione della sua capacità di discernimento, se infraquattordicenne l'adozione deve essere disposta dopo che sia stato sentito il suo legale rappresentante . Ne consegue che, in caso di minore in affido condiviso, deve essere sentito anche l'altro genitore biologico. Ma il ruolo di quest'ultimo non si esaurisce qui. Ai fini dell'adozione in casi particolari è richiesto infatti, quale presupposto necessario, anche l'assenso dei genitori e del coniuge dell'adottando qualora l'adottando, se pure minore, sia già sposato articolo 46, comma 1, l. ad. . Il diniego dell'assenso da parte dei genitori esercenti la potestà, o del coniuge convivente con l'adottando, preclude l'adozione. Quid iuris nel caso di diniego del genitore non affidatario? Sino ad ora la dottrina maggioritaria aveva ritenuto che, nel caso di affidamento esclusivo, il dissenso del genitore non affidatario, e quindi non esercente la potestà, quantunque non colpito da provvedimento di decadenza dalla stessa, non avesse valore ostativoviii, in quanto, in base al combinato disposto del vecchio articolo 155, comma 3 Ccix, dell'articolo 317bis Ccx e dell'articolo 46, comma 2, l.ad., tale dissenso poteva essere superato dall'autorizzazione giudiziale quando l'adozione risultava essere rispondente agli interessi del minorexi. Con l'entrata in vigore della legge n. 54/06, le soluzioni potrebbero essere due a seconda dell'interpretazione che si dà al nuovo istituto dell'affido condiviso. L'odierno legislatore, infatti, non ha chiarito il rapporto tra affidamento ed esercizio della potestà, né ha regolato il contenuto dell'affido esclusivo, istituto che pure permane. Se si ritiene che l'affido esclusivo coincida con l'esercizio esclusivo della potestà vale la soluzione interpretativa sopra esposta. Nell'ipotesi contraria, e cioè se si ritiene che pure in caso di affido esclusivo ad uno dei due genitori, la potestà genitoriale debba continuare ad essere esercitata da entrambi, allora si deve concludere che anche il dissenso del genitore biologico non affidatario, non decaduto, precluda l'adozione. È pertanto evidente come la legalizzazione del rapporto di fatto costituitosi nella famiglia ricomposta tra il minore nato da una precedente unione e il genitore acquisito sia da considerarsi oggi subordinata all'assenso dell'altro genitore biologico nella quasi totalità dei casi stante il carattere eccezionale conferito dal legislatore del 2006 all'affido esclusivo. 3b. L'adozione di maggiore di età Per l'adozione di maggiore di età l'articolo 291 Cc recita l'adozione è permessa alle persone che non hanno discendenti legittimi o legittimati , rispecchiando la funzione arcaica della adozione, sorta sin dall'epoca romana come rimedio alla sterilità e come strumento di trasmissione del nome e del patrimonio. La Corte costituzionale, più volte investita della questione di legittimità della norma, ha sancito che l'adozione è consentita anche in presenza di figli legittimi o legittimati maggiorenni dell'adottante, purchè consenzientixii -anche se con lui non conviventixiiied anche in presenza di figli naturali riconosciuti dell'adottante minorenni o se maggiorenni non consenzienti xiv. Anche la Corte Suprema è intervenuta a più riprese sul tema, ogni volta ammettendo l'adozione in casi nei quali la stessa sarebbe stata impedita da una rigida applicazione del tenore letterale dell'articolo 291 Cc, motivando la propria interpretazione estensiva con la necessità di riconoscere e tutelare rapporti affettivi consolidatisi nell'ambito di famiglie ricomposte. Con la sentenza 354/99 la Corte di Cassazione ha ritenuto che il giudice, previo attento esame della circostanza del caso concreto [consistente nel fatto che l'adottando era orfano dell'altro genitore, aveva un fratello germano minorenne, adottabile ai sensi dell'articolo 44, comma 1, letterab ,l.ad., ed era stabilmente inserito, insieme a tale fratello, e ad altri due fratelli consanguinei minori, nella famiglia costituita dal padre e dall'adottante] può accordare una ragionevole riduzione della differenza minima di età di 18 anni tra adottante e adottando, sempre che tale divario rientri nell'ambito dell' imitatio naturae, in tal modo riconoscendo ammissibile l'adozione, pur in presenza di una differenza di età tra adottante ed adottando inferiore a quella stabilita dall'articolo 291 Cc Nella medesima pronuncia la Corte ha altresì giudicato non ostativa la contestuale presenza di figli legittimi minorenni dell'adottante, osservando che questi ultimi beneficeranno dei riflessi morali, sociali ed affettivi dell'intervenuto vincolo personale tra la loro madre e gli altri figli dello stesso padre in quanto i rapporti derivanti dall'adozione sono da porsi ad ogni effetto sullo stesso piano delle relazioni della famiglia biologica ove hanno importanza prominente solo i vincoli personali e affettivi . Tale principio è stato anche recentemente ribadito dalla Suprema corte con la sentenza 2426/06, con la quale ha statuito che la presenza di figli minori legittimi, legittimati o naturali dell'adottante, come tali incapaci di esprimere un valido consenso, non costituisce un impedimento alla richiesta di adozione qualora questa riguardi un soggetto maggiorenne, figlio del coniuge dell'adottante e che già appartenga, insieme al proprio genitore naturale ed ai fratelli minorenni ex uno latere, al contesto affettivo della famiglia di accoglienza dell'adottantexv. Quello che qui interessa è soprattutto la motivazione della pronuncia che appalesa come, in aggiunta alla tradizionale funzione svolta dall'adozione di persone maggiori di età, questa assolve oggi anche alla ratio del consolidamento dell'unità familiare attraverso la formalizzazione di un rapporto di accoglienza già sperimentato e concretamente vissuto. In definitiva la Cassazione, con queste sentenze, ha riconosciuto il valore della famiglia ricostituita, ed ha dato veste giuridica ad una unità familiare già realizzatasi in fatto. Non solo a ben vedere la Suprema Corte ha anche introdotto un nuovo tipo di adozione l'adozione di maggiorenne nel caso particolare di famiglia legittima ricostituitaxvi. Come per l'adozione del minore, anche per quella del maggiore di età è richiesto, oltre al consenso di adottante ed adottato, anche l'assenso dei genitori e del coniuge dell'adottando articolo 296 Cc . Le conseguenze del diniego dell'assenso dei genitori dell'adottando non sono però ostative dell'adozione l'articolo 297, comma 2, Cc infatti prevede che il Tribunale possa pronunciare ugualmente l'adozione ove ritenga il loro rifiuto ingiustificato o contrario all'interesse dell'adottando e la differenza a ben vedere soltanto apparente di disciplina sul punto rispetto a quanto previsto per l'ipotesi di adozione speciale di minore, non è che la logica conseguenza del fatto che, in questo caso, stante la maggiore età dell'adottando, non ci sono genitori esercenti la potestàxvii. 3c. La potestà sul minore adottato In caso di adozione di minore regolata dall'articolo 44,1 comma, lettera b l. ad., la mancanza di una disciplina specifica della famiglia ricomposta pone delicati problemi riguardo ai ruoli spettanti, rispettivamente, ai genitori genetici ed al nuovo coniuge con riferimento alla potestà ed all'esercizio della stessa. L'articolo 48 l. ad. dispone che se il minore è adottato dal coniuge di uno dei genitori, la potestà sull'adottato ed il relativo esercizio spettano ad entrambi , senza precisare se l'altro genitore genetico debba considerarsi decaduto dalla potestà o se ne perda soltanto l'esercizio, oppure se lo mantenga immutato. Non mi pare condivisibile la tesi interpretativa secondo cui l'adozione comporta la decadenza dalla potestà, posto che l'articolo 330 Cc prevede che essa possa pronunziarsi solo quando il genitore viola o trascura i doveri che la caratterizzano o abusa dei relativi poteri, con grave pregiudizio del minore. Secondo alcuni autori l'adozione disciplinata dall'articolo 44, comma 1, lettera b l. ad., comporta soltanto la perdita dell'esercizio della potestà, come si ricaverebbe dall'articolo 50 l. ad., che contempla la possibilità, in caso di cessazione dell'esercizio della potestà da parte dell'adottante, che il Tribunale per i minorenni disponga che detto esercizio venga ripreso dai genitori biologicixviii. Aderendo a questa tesi si potrebbe ritenere che nell'ipotesi di cui all'articolo 44, 1 comma, lettera b , l. ad., in caso di minore di età in affidamento esclusivo, il genitore non affidatario perda l'esercizio della potestà a vantaggio del genitore sociale adottivo il che rafforzerebbe l'unità della nuova famiglia e conservi un mero potere di vigilanza sull'esercizio della potestà da parte della nuova coppia -con il relativo potere di adire il giudice in caso di decisioni pregiudizievoli per il minoreed il potere di intrattenere rapporti con il figlioxix. Si è obiettato che, accogliendo questa interpretazione, si determina, di fatto, la rottura del rapporto tra il minore ed il genitore biologico non affidatario cui si riconoscono un misero diritto di visita e generici poteri di vigilanza , e che sia preferibile ritenere che le decisioni relative alla vita quotidiana spettino, disgiuntamente, al genitore affidatario ed a quello adottivo, mentre quelle più importanti debbano essere assunte di comune accordo, anche con la partecipazione del genitore non affidatario, demandando al giudice la risoluzione di eventuali contrasti insortixx. L'individuazione di una soluzione corretta e completa è poi oggi ulteriormente complicata dal fatto che, come già detto, la nuova legge sull'affido condiviso non chiarisce se titolarità ed esercizio della potestà coincidano. Se si ritiene che coincidano, allora nel caso in cui il minore adottato sia affidato congiuntamente ad entrambi i genitori biologici, in virtù del combinato disposto dell'articolo 48, 1 comma, l.ad. e del nuovo articolo 155, 3 comma, Cc, da un lato risulterebbe il diritto del minore alla trigenitorialità e dall'altro il diritto dei tre genitori ad una multipotestà pro indiviso sul minore da esercitarsi congiuntamente a tre e per la quota di 1/3 ciascuno sia sull'ordinaria che sulla straordinaria amministrazione. La titolarità della potestà, così come il suo esercizio, spetterebbero, infatti, a madre e padre biologico ed, in aggiunta, al genitore adottivo. E se è ingestibile l'affidamento condiviso tra genitori biologici separati e/o divorziati, figuriamoci come possa essere in concreto attuato l'affidamento a tre! Qualora invece si ritenesse che titolarità ed esercizio della potestà non coincidano, ci si dovrebbe innanzitutto domandare quale sia il contenuto dell'affidamento esclusivo visto che l'istituto continua ad essere previsto pur se l'odierno legislatore si è ben guardato dal disciplinarlo. Se la giurisprudenza colmasse la lacuna rifacendosi al testo previgente dell'articolo 155 Cc, allora si potrebbe concludere che l'amministrazione straordinaria del minore adottato in affido esclusivo spetta a tutti e tre, mentre l'ordinaria amministrazione compete congiuntamente solo al genitore in seconde nozze ed all'adottante. Nella stessa situazione ci si troverebbe nel caso in cui il giudice o i coniugi , in sede di separazione o di divorzio, avessero previsto un affidamento condiviso ma con l'esercizio esclusivo della potestà al coniuge convivente con il minore per le decisioni di ordinaria amministrazione. Per concludere è poi doveroso annotare che se anche l'altro genitore biologico decidesse di risposarsi, il suo nuovo coniuge non potrebbe adottare il figlio nato in prime nozze che sia già stato adottato dal coniuge dell'altro genitore biologico ciò comporterebbe senz'altro una grave disparità di trattamento dal punto di vista legale, disparità che sarebbe, tuttavia, ampiamente giustificata, in linea di fatto, dalla necessità di evitare le impossibili ricadute giuridiche e pratiche di una duplice adozione. 3d. Amministrazione dei beni del minore adottato ed usufrutto legale sugli stessi L'articolo 48, 3 comma, l.ad., prevede che se l'adottato ha beni propri, l'amministrazione di essi durante la minore età dell'adottato stesso, spetta all'adottante, il quale non ne ha l'usufrutto legale ma può impiegarne le rendite per le spese di mantenimento, istruzione ed educazione del minore con l'obbligo di investirne l'eccedenza in modo fruttifero. Si applicano le disposizioni dell'articolo 382 del Cc xxi. In relazione ai genitori biologici il nuovo articolo 155 Cc, a differenza di quello previgente, nulla prevede riguardo all'amministrazione ed all'usufrutto sui beni dei figli. In presenza di questo vuoto normativo si potrebbe arrivare al paradosso per cui tutto il potere di amministrazione dei beni del minore spetta in via esclusiva al solo genitore sociale mentre l'usufrutto legale sugli stessi non spetta ad alcuno. Per colmare la lacuna ci si potrebbe rifare alle disposizioni del previgente articolo 155, comma 5, Cc, ai sensi del quale i genitori biologici devono attenersi alle decisioni del giudice della separazione o del divorzio circa l'amministrazione ed hanno il godimento dell'usufrutto legale per quote stabilite anch'esse dal giudice. Ma come conciliare queste disposizioni con i poteri conferiti all'adottante? Il ricorso all'articolo 324 Cc, che prevede che i genitori esercenti la potestà abbiano in comune l'usufrutto dei beni del figlio e che i frutti percepiti sono destinati al mantenimento della famiglia e all'istruzione ed educazione dei figli , non pare corretto posto che la fattispecie dallo stesso normata è quella dei genitori in costanza di convivenza. Si potrebbero richiamare gli articoli 327 e 328 del Cc i quali offrono però una soluzione che era stata approntata dal legislatore del 1975 per il solo caso -oggi residualedi esercizio esclusivo della potestà, prevedendo, il primo, che Il genitore che esercita in modo esclusivo la potestà è il solo titolare dell'usufrutto legale ed il secondo che Il genitore che passa a nuove nozze conserva l'usufrutto legale, con l'obbligo tuttavia di accantonare in favore del figlio quanto risulti eccedente rispetto alle spese per il mantenimento, l'istruzione e l'educazione di quest'ultimo . Come possono essere conciliate tutte queste norme, e soprattutto, quid iuris in caso di adozione di minore in affido condiviso ai genitori biologici? Una coamministrazione congiunta a tre dei beni del minore con uguali poteri in capo ai due genitori biologici ed a quello adottivo? Un diritto di usufrutto legale spettante esclusivamente e congiuntamente ai genitori biologici ma limitato sia dall'obbligo, a carico esclusivo del genitore che si risposa, di utilizzare i frutti per le necessità del figlio e di accantonare in suo favore l'eccedenza, sia dall'analogo obbligo gravante sul genitore adottivo e non titolare dell'usufrutto? L'impraticabilità di tali soluzioni - che pure paiono essere le uniche inferibili dal complesso di regole vigenti - è di solare evidenza. È inoltre da rilevare, ai fini che qui interessano, che i poteri del genitore adottivo e quelli del genitore biologico passato a nuove nozze sono più limitati rispetto a quelli del genitore biologico non risposatosi e non convivente con il figlio. All'adottante non è attribuito l'usufrutto legale, ma solo la possibilità di impiegarne le rendite per le spese di mantenimento, istruzione ed educazione del minore, con l'obbligo di investire l'eccedenza in modo fruttifero. Il genitore coniugato conserva la contitolarità del diritto di usufrutto ma, rispetto all'utilizzo dei frutti, è soggetto agli stessi limiti dell'adottante. Se ne potrebbe allora dedurre il paradosso che il genitore biologico non risposatosi possa impiegare le rendite dei beni del figlio con lui non convivente anche per i capitoli di spesa non riguardanti il minore, mentre la nuova coppia genitoriale non possa destinare i frutti medesimi al mantenimento della nuova famiglia, all'educazione e all'istruzione degli altri figlixxii. È vero che la ratio dell'articolo 48, comma 3, l.ad. risiede nella volontà del legislatore condivisa dalla dottrinaxxiii di impedire l'instaurarsi di rapporti adottivi non disinteressati, ed è altrettanto vero che questa disposizione si coordina con l'assenza dell'obbligo, a carico dell'adottato, di contribuzione alla vita familiare con il reddito proprio e le proprie sostanze non trova infatti applicazione, a suo carico, l'articolo 315 Cc . È tuttavia evidente come le ricadute del combinato disposto dall'articolo 48, comma 3, l. ad. e dell'articolo 328 Cc finiscano, in concreto, con il penalizzare la famiglia ricostituita a favore non solo del minore inseritovi ma anche dell'altro genitore biologico con lui non più convivente. La necessità di una diversa disciplina normativa è più che evidente, vieppiù in considerazione del fatto che una regolamentazione contrattuale tra i genitori legalmente coinvolti e spesso di fatto affiancati dal genitore sociale coniugato o convivente con il genitore biologico presso il quale il minore non convive più, seppure auspicabile, è in concreto difficilmente realizzabile. 3e.Effetti patrimoniali dell'adozione Dal punto di vista patrimoniale, l'obbligo di mantenimento e quello di prestare gli alimenti gravano sia sul genitore adottante ex articoli 48, comma 2, l. ad. e 147 Cc sia sui genitori biologici . Tuttavia la Corte di cassazionexxiv, in merito ad un caso di adozione di un minore ex articolo 44, 1 comma,lettera b l. ado. figlio di genitori divorziati con affidamento esclusivo del minore alla madre, ha statuito che l'adottante assume in via primaria l'obbligo del mantenimento del minore, con conseguente venir meno di tale obbligo per il genitore naturale. Ciò deriva dal fatto che la potestà sull'adottato, ed il connesso obbligo di mantenimento, giusto disposto degli articolo 147 Cc, 48 e 50 l. n. 183 del 1984, spetta, ormai, in via principale, al genitore adottivo ed al di lui coniuge, pur non rivestendo la cessazione dell'obbligo di mantenimento da parte del padre biologico carattere incondizionato ed assoluto, in quanto tale dovere sussidiario è potenzialmente idoneo a riacquistare attualità nella ipotesi di cessazione dell'esercizio della potestà da parte dell'adottante, ovvero in correlazione con la eventuale insufficienza di mezzi del predetto e del suo coniuge per il fatto che non si interrompono i rapporti con la famiglia di origine e l'adottato mantiene di essa tutti i diritti e gli obblighi, salve le eccezioni previste dalla legge. Ne consegue la cessazione dell'obbligo di corresponsione dell'assegno di mantenimento per il figlio minore - obbligo stabilito, in sede di pronuncia di divorzio, a carico del padre non affidatario - qualora il nuovo coniuge della ex moglie passata a seconde nozze abbia adottato il minore stesso, e qualora manchi la prova di una situazione di carenza economica della nuova famiglia tale da comportare la reviviscenza, in capo al genitore biologico, dell'obbligo di mantenimento, in parte qua , del minore adottato . La dottrina, per parte sua, ha tentato di fissare dei parametri che potrebbero essere d'aiuto ai giudici qualora si tratti di determinare la ripartizione dell'obbligo di mantenimento tra genitori biologici e genitore sociale. A tale proposito occorrerebbe considerare le risorse del debitore, ovvero del genitore obbligato al mantenimento, ed i bisogni del minore. In relazione al primo parametro, occorrerà verificare se e fino a che punto le nuove nozze per esempio della madre con un soggetto benestante possano influire sull'assegno di mantenimento dovuto dall'altro coniuge non affidatario del figlio. Infatti, se è vero che le migliori condizioni di uno dei genitori non accrescono di per se stesse il suo reddito, d' altra parte è anche vero che, magari, ne diminuiscono le spese e quindi, in sostanza, determinano un miglioramento della sua situazione patrimoniale con un vantaggio almeno indiretto a favore del figlio. Quanto ai bisogni del minore, scartata la possibilità che gli stessi siano standardizzati o standardizzabili, sorge l'interrogativo se, in considerazione di un principio di uguaglianza tra i figli, i genitori abbiano il dovere di garantire ai figli delle due famiglie lo stesso livello di benessere materiale. Escluso che si possa esigere dal genitore biologico tenuto al mantenimento, di condividere una spesa per lui non sostenibile, il punto di equilibrio dovrebbe trovarsi in una condivisione proporzionale così come previsto per i genitori biologici dall'articolo 148 Cc xxv Per l'adozione del maggiorenne è espressamente previsto solo un obbligo alimentare a carico dell'adottante articolo 433, n. 3,Cc anche se, secondo l'articolo 147 Cc, l'obbligo di mantenere l'adottato maggiorenne permane finchè l'adottato non sia in grado di realizzare un'effettiva indipendenza economicaxxvi. Va inoltre rammentato che il legislatore, con la legge 154/2001 recante Misure contro la violenza nelle relazioni familiari , ha introdotto una nuova misura di carattere patrimoniale. Infatti il nuovo articolo 282 bis, 3 comma,Cc, dispone che, qualora il convivente o coniuge sia allontanato dalla casa familiare ai fini della protezione morale e fisica dei conviventi, il giudice possa porre a carico del responsabile della violenza il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto della misura cautelare disposta, rimangano prive di mezzi adeguati con eventuale obbligo di pagamento diretto a carico del datore di lavoro dell'obbligato. Per ciò che qui interessa, è da rilevare che l'ingiunzione di questa misura patrimoniale non richiede necessariamente l'esistenza di un rapporto di coniugio, essendo sufficiente la convivenza more uxorio e prescinde dalla maggiore o minore età della persona offesa. Perciò, qualora, in costanza di matrimonio o di convivenza, il genitore biologico o quello sociale tenuti al mantenimento subissero un ordine di allontanamento dalla casa familiare, saranno obbligati a corrispondere per tale causale un assegno periodico a favore del figlio, minorenne o maggiorenne, inserito nel nucleo familiare oggetto di protezione. Quanto ai diritti successori, sia per il maggiore che per il minore di età, dato il richiamo contenuto nell'articolo 55 l. ad., trovano applicazione gli articoli 300 e 304 Cc Ai sensi dell'articolo 300 Cc l'adottato conserva tutti i diritti e doveri verso la sua famiglia di origine l'adozione non induce alcun rapporto civile tra l'adottante e i parenti dell'adottante salve le eccezioni stabilite dalla legge . L'articolo 304 Cc prevede invece che l'adozione non attribuisce all'adottante alcun diritto di successione . 3f.Il cognome dell'adottato Un effetto specifico dell'adozione non legittimante riguarda, infine, la disciplina del cognome dell'adottato. Ai sensi dell'articolo 299 Cc l'adottato assume il cognome dell'adottante e lo antepone al proprio. Tale norma si applica anche all'adozione in casi particolari in forza dell'articolo 55 l.ad Ne consegue che sia il figlio maggiorenne che quello minorenne adottati dal nuovo coniuge del genitore biologico assumono il cognome dell'adottante e lo antepongono al proprio. 4.Il cognome del figlio inserito nella famiglia ricomposta ma non adottato Circa il cognome è a dire che, con molteplici interventi, la Corte Costituzionale, il Consiglio di Stato e la giurisprudenza di legittimità hanno ricondotto il diritto al cognome alla tutela dell'identità personale sottolineando come il cognome sia segno distintivo della persona nella sua complessità, ribadendo che la funzione del cognome, quale strumento identificativo della persona , è prevalente su quella di segno identificativo della discendenza familiare , e dichiarando che l'interesse pubblico alla certa e costante identificazione delle persone non impone la necessaria coincidenza tra cognome e discendenza familiare. Ciò premesso, laddove l'adozione non sia possibile, o non sia voluta, la tutela, ed ancor più il riconoscimento sociale della famiglia ricostituita e delle relazioni affettive che legano i suoi componenti, può avvenire anche attraverso la sostituzione o l'aggiunta al proprio cognome del cognome del genitore acquisitoxxvii. Il Consiglio di Stato, che da anni ha recepito e fatto propria la nuova funzione del cognome, già con sentenza 1049/93, aveva statuito che è ammissibile e fondata la richiesta avanzata da due coniugi con prole e diretta ad ottenere che il figlio naturale della donna, nato prima del matrimonio da partner diverso dal marito e solo dalla madre riconosciuto, possa aggiungere al proprio cognome originario il cognome del marito della madre, se il minore figlio naturale è da lungo tempo felicemente inserito nella famiglia legittima della madre, anche ai sensi ed ai fini di cui all'articolo 252 Cc, e conosciuto col cognome maritale di quest'ultima assai più di quanto non lo sia con il proprio cognome d'origine, sottolineando come, da un lato, l'aggiunta e non la sostituzione a quest'ultimo del cognome coniugale della genitrice evita certamente confusione di status , e dall'altro, sussistono indubbi, strettissimi legami di sangue e di affetto tra il figlio naturale ed i fratelli uterini, e concludendo che l'aggiunta del cognome, conforme peraltro ad un tractatus e ad una fama certi e consolidati, evitano in vero al minore un non lieve pregiudizio d'ordine psicosociale, senza peraltro alcuna contropartita negativa d'ordine individuale, familiare e comunitario considerando prioritario il diritto all'identità personale tutelato dall'articolo 2 Costituzione rispetto alla funzione, che il cognome ha, di identificare la discendenza familiarexxviii. II. FAMIGLIA RICOMPOSTA DI FATTO Poiché la convivenza more uxorio non fa sorgere alcun diritto tra i partners, l'ex convivente more uxorio che forma una nuova famiglia di fatto non perde alcun diritto iure proprio, a meno che non fosse assegnatario della casa uxoriale in quanto affidatario del figlio minore o convivente con il figlio maggiorenne ma economicamente non autosufficiente in quest'ultima ipotesi egli perde il diritto al godimento ex articolo 155 quater Cc L' ex coniuge che inizia una convivenza more uxorio perde ipso iure il diritto al godimento della casa coniugale se ne era assegnatario ex articolo 155 quater Cc e può inoltre subire la perdita o la riduzione dell'assegno di separazione o di divorzioxxix. Il convivente non può procedere all'adozione particolare del figlio minorenne del proprio partner poiché essa, ex articolo 44, comma 1,letterab,l.ad., è riservata al titolare dello status di coniuge. Il convivente può, invece, procedere all'adozione del figlio maggiorenne del convivente, posto che l' articolo 291 Cc e ss., non riserva l'istituto al coniuge ma la consente anche ai singles. In mancanza di adozione il figlio del convivente potrà chiedere di aggiungere o sostituire il proprio cognome originario a quello del genitore sociale acquisito soltanto di fatto. Qualora il nuovo partner del genitore di sangue lo desideri, potrà riconoscere come proprio il figlio altrui non riconosciuto, attraverso quello che nella prassi si definisce riconoscimento di compiacenza . Tale riconoscimento crea esclusivamente un rapporto di filiazione naturale che, seppur costituzionalmente equiparata alla filiazione legittima, non ne ha, nella realtà, tutti i crismi poiché, ad esempio, non crea legami di parentela nei confronti degli altri parenti. Ovviamente il minore, in questo caso, si troverebbe sempre esposto alla possibilità di una eventuale azione di disconoscimento della paternità da parte del genitore naturale compiacente ed egualmente, nei confronti di quest'ultimo, potrebbe essere promossa azione di disconoscimento di paternità da parte del genitore biologico. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE Quello della famiglia ricomposta è un tema singolarmente complesso e di difficile soluzione. Dall'excursus che precede emerge la estrema difficoltà di definire e contemperare i diritti-doveri delle figure genitoriali nella stessa coinvolte e, ancorpiù, di tutelare in modo adeguato gli interessi del minore che vi è inserito. Le petizioni di principio che si potrebbero fare a chiusura del presente contributo, quali la indiscutibile opportunità di riconoscere legalmente il ruolo del genitore sociale e la necessità di salvaguardare il diritto del minore a conservare un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore biologico e sociale, nonchè con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, sia biologico che sociale , sono sin troppo ovvie. Volendo evitarle, due conclusioni meno scontate mi sembra invece si possano trarre dall'analisi svolta. Contrariamente a quanto auspicava il Biancaxxx, l'avvento dell'affidamento condiviso e delle nuove disposizioni in materia di separazione e divorzio - causa le gravi lacune della legge e le ricadute concrete dell'esercizio congiunto della potestà - non agevola, anzi, ostacola e penalizza sia il genitore affidatario che va a comporre un nuovo nucleo familiare, sia gli altri componenti di quest'ultimo. Da un legislatore che non vuole e/o non è in grado di dare rango giuridico alla famiglia di fatto è irragionevole aspettarsi attenzione alla famiglia ricomposta. È pertanto auspicabile che la giurisprudenza, di merito e di legittimità, continui a darle riconoscimento e tutela così come ha già iniziato a fare, cogliendo le istanze emergenti da una realtà sociale e familiare in continua evoluzione. * Professore associato di diritto romano all'Università di Modena e Reggio Emilia, avvocato i Il tentativo di salvare la norma cfr. COTTONE, Via libera all'affido condiviso, in Il sole 24 ore, 25.1.2006 adducendo che il venir meno del diritto di godimento sulla casa non è automatico ma subordinato ad una richiesta in tal senso da parte dell'altro coniuge e ad una valutazione dell'interesse del minore a che l'assegnatario non abbandoni la casa coniugale, demandata al giudice, è priva di ogni fondamento il testo dell' articolo infatti prevede il venir meno del diritto al godimento della casa familiare non subordinandolo, come invece esplicitamente fa il terzo comma, ad una richiesta giudiziale proposta dall'altro coniuge. ii Qualora a contrarre matrimonio siano i genitori, il figlio naturale diviene automaticamente figlio legittimato articolo 283 Cc . Affinché ricorra tale forma di legittimazione è necessario che il figlio sia stato riconosciuto da entrambi i genitori, oppure nei confronti di entrambi sia stata dichiarata giudizialmente la paternità o la maternità naturale, e che i medesimi abbiano contratto matrimonio successivamente alla nascita del figlio. Se sussistono questi due requisiti, la legittimazione avviene come effetto automatico del matrimonio, a prescindere dalla volontà o dall'accordo dei genitori di legittimare il figlio. Quanto agli effetti ed alla decorrenza della legittimazione, l'articolo 283 Cc dispone che i figli legittimati per susseguente matrimonio, acquistano i diritti dei figli legittimi dal giorno del matrimonio, se il figlio naturale era già stato riconosciuto da entrambi i genitori prima del matrimonio, o all'atto del matrimonio, oppure dal giorno del riconoscimento, se questo è avvenuto dopo il matrimonio. Tuttavia il minore si troverà sempre esposto alla possibilità di una eventuale azione di disconoscimento di paternità da parte del genitore biologico. iii Ad esclusione dei figli naturali non riconosciuti di uno dei coniugi. Vige, infatti, il divieto di cui all'articolo 293 Cc, richiamato dall'articolo 55 l. 184/1983 per l' adozione di minore, secondo cui i figli nati fuori dal matrimonio non possono essere adottati dai loro genitori . Anche se tale limitazione, peraltro non contemplata dalla norma, non tiene conto dell'effettivo interesse del minore di crescere nel proprio ambiente familiare, interesse che può restare attuale anche in assenza di un pregresso riconoscimento così ZINI, in ALPA-ZATTI, Dell'adozione in casi particolari, articoli 44-50, in Commentario breve al codice civile. Leggi complementari,I, Torino 1999,146. Non sarebbe possibile ricorrere all'istituto dell'adozione nemmeno per i figli incestuosi dei quali l'articolo 253 Cc vieta il riconoscimento, creando così un'ingiustificata discriminazione in contrasto con la finalità di tutela del minore proclamata dall'articolo 1 della legge 184/1983. Alcuni autori ROSSI CARLEO, L'affidamento e le adozioni, in Trattato Rescigno,IV,Persone e famiglia,III,Torino 1997,462 TOMMASINI, Adozione in casi particolari e tutela dei minori, in Scritti in onore di Falzea ,II, 2,Milano 1991,488 BIANCA, Diritto civile,2, La famiglia e le successioni, Milano 2005, 399 hanno ritenuto sufficiente, in presenza del divieto di riconoscimento, che la qualità di figlio venga accertata attraverso l'effettiva realizzazione del diritto del figlio ad essere mantenuto, istruito ed educato a prescindere dall'ulteriore problema della spettanza al genitore naturale del diritto alla potestà contra DOGLIOTTI, L'adozione in casi particolari, in Codice dei minori, a cura di DOGLIOTTI, FIGONE, MAZZA, GALANTI, Torino 1999, 354. iv DOGLIOTTI, Affidamento e adozione, in Trattato CICU-MESSINEO, VI, 3, Milano 1990, 326. v Sull'argomento vedi amplius TERENGHI, Rappresentazione e adozione,in Famiglia,Persone e Successioni, 3, 2006, 241 ss. vi Pur con i temperamenti apportati dalla Corte Costituzionale e dalla Cassazione che saranno illustrati infra. vii Cfr. COLLURA L'adozione in casi particolari, in Tratt. Zatti,II, Filiazione, Milano 2002,754. viii Cfr. ex pluribus ROSSI CARLEO, Adozione dei minori, in Enc.dir., Aggiornamento, I, Milano 1997, 4 ss. secondo l'autrice infatti il minore di cui alla lettera b ha un solo genitore esercente la potestà ed è quello il cui coniuge, nel pieno rispetto dell'accordo di uno dei momenti più rilevanti della vita famigliare, chiede l'adozione . ix Laddove precisava che Il coniuge cui sono affidati i figli ha l'esercizio esclusivo della potestà su di essi . x Il quale, in tema di filiazione naturale, prevedeva che se i genitori non convivono l'esercizio della potestà spetta al genitore con il quale il figlio convive .Allo stato non è dato capire se l'articolo 317 bis Cc sia da considerarsi tacitamente abrogato dall'articolo 4, 2 comma, della legge 8.2.2006, numero . xiV. Cass. 26.11.1992 n. 11604, in Giur.it.,1993, I,1,2150, che così motiva solo la comunanza di vita e la conseguente conoscenza degli interessi e delle esigenze del minore rendono rilevante il dissenso . xii Corte Costituzione 19 maggio 1988, n. 557,in Vita not. 1988, 639. xiii La dottrina è infatti unanime nel ritenere che l'assenso della prole legittima maggiorenne sia vincolante sempre e senza eccezioni. A differenza di quanto è previsto per l'assenso dato dal coniuge - che, ai sensi dell'articolo 297 Cc, può essere più o meno decisivo a seconda della effettiva convivenza -, quello dei figli legittimi si risolve infatti sempre in un potere di veto non essendo questo condizionato dalla esistenza della convivenza ma connesso alla pura e semplice qualità di discendente legittimo o legittimato maggiorenne. Ne consegue che il rifiuto di assenso opposto dalla prole legittima costituisce un ostacolo assolutamente impeditivo della pronuncia di adozione, ostacolo che non può in alcun modo essere superato dal Tribunale ex articolo 297, 2 comma, Cc, con un giudizio vertente sulla giustificazione del rifiuto o sulla sua conformità all'interesse dell'adottando in tal senso DOGLIOTTI, Affidamento e adozione, cit., 361 DOGLIOTTI, L'adozione di maggiorenni, in Trattato di diritto privato, diretto da BESSONE, vol. IV, tomo 3, Il diritto di Famiglia, Torino, 1999, p. 442 PROCIDA MIRABELLI DI LAURO, Dell'adozione di persone maggiori di età, in Commentario del codice civile SCIALOJA-BRANCA, Bologna-Roma 1995,479 GIUSTI, L'adozione di persone maggiori d'età,in Tratt. Bonilini-Cattaneo, III,Torino 1997, 478 s. COLLURA, L'adozione dei maggiorenni, cit., 886 . xiv Corte Costituzione 20 luglio 2004, n. 245 in Foro it. 2005, I, 664 in Dir. famiglia 2005, 9 con nota di BALLARANI in Familia 2005, 557 con nota di RENDA , sentenza che tuttavia, per allargare il campo di applicabilità dell'istituto, ha introdotto una nuova disparità di trattamento tra figli naturali riconosciuti e figli legittimi o legittimati. xv Fermo restando il potere-dovere del giudice di merito di procedere all'audizione personale dei figli minorenni e del loro curatore speciale ai fini della formulazione del complessivo giudizio di convenienza dell'adozione nell'interesse dell'adottando ai sensi dell'articolo 312, primo comma, n. 2, Cc xvi Testualmente nella succitata sentenza n. 2426/06 si legge l'adottanda maggiorenne è non solo figlia del coniuge dell'adottante ma parte integrante del nucleo familiare ove è stata inserita, sin da quando l'adottante e la di lei madre si sono uniti in matrimonio. In un caso siffatto l'adozione ordinaria viene chiamata a svolgere quella stessa funzione espressamente prevista dall'articolo 44,comma1,lettera b della legge 184/1983 . xvii Dopo la l. n. 184 del 1983, l'inciso di cui al 2 comma dell'articolo 297 Cc salvo che si tratti dell'assenso dei genitori esercenti la potestà , deve ritenersi tacitamente abrogato GIUSTI, op.cit.,489 COLLURA, L'adozione dei maggiorenni,cit., 886 . xviiiMARICONDA, Dell'adozione in casi particolari, in Le adozioni nella nuova disciplina. Legge 28 marzo 2001, n. 149, a cura di Autorino-Stanzione, Milano 2001,356,ritiene, invece, che ai genitori dell'adottato non rimane affatto la titolarità della potestà ed anzi proprio dall'articolo 50 l. ad., si evince un sistema per il quale cessando l'esercizio della potestà da parte dell'adottante o degli adottanti, il Tribunale per i minorenni, può emettere i provvedimenti opportuni circa la cura della persona dell'adottato, la sua rappresentanza e l'amministrazione dei suoi beni, anche se ritiene conveniente che l'esercizio della potestà sia ripreso dai genitori . xixA meno che gravi ragioni lo impediscano v. App. Perugia, 25 maggio 1992, in Dir.fam.pers.,1994,154. xx Si realizzerebbe in questo modo, nel rapporto interno della potestà , una sorta di cogestione tra genitore di sangue non affidatario ed adottante. Così AULETTA, La famiglia rinnovata problemi e prospettive, in Bianca, Malagoli Togliatti, Micci a cura di , in Interventi di sostegno della genitorialità nelle famiglie ricomposte. Giuristi e psicologici a confronto,Milano 2005, 48 ss. In giurisprudenza v. Trib.minori Torino, 3 agosto 1993, in Dir.fam.pers. 1994, 655 in relazione ad un caso di adozione di una minore da parte del marito della madre naturale premorta tale pronuncia ha distinto tra lato esterno della potestà che si estrinseca nella rappresentanza del minore per gli atti civili e per l'amministrazione del patrimonio e lato interno della potestà , includente il dovere di cura e di educazione, che non si estingue in capo al genitore naturale salvo il caso di abbandono, incapacità e decadenza dalla potestà e và coordinato con la potestà dell'adottante attraverso un'attività di guida e controllo. xxiIl richiamo all'articolo 382 Cc contenuto nell'articolo 48, 3 comma, Cc comporta che l'adottante deve amministrare il patrimonio del minore con la diligenza del buon padre di famiglia ed è responsabile di ogni danno a lui cagionato se viola i propri doveri. Sull'adottante grava poi l'onere di predisporre l'inventario dei beni del minore adottato ex articolo 49 l. ad. Dato il rinvio contenuto nella norma alle disposizioni codicistiche relative all'esercizio della tutela, si è paragonata la posizione dell'adottante a quella del tutore pur sottolineando come l'assimilazione debba considerarsi limitata al solo obbligo di inventario dei beni del minore stante la profonda e radicale differenza tra la posizione del tutore e quella del genitore adottivo così A.FINOCCHIARO, in A. e M. FINOCCHIARO, Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori, Milano, 1983, 475 ss xxiiGIUSTI, L'adozione dei minori in casi particolari, in Trattato Bonilini-Cattaneo, III, Torino 1997, 463 ZINI, op.cit., 154. xxiiiDOGLIOTTI, Affidamento e adozione, cit., 330 TOMMASINI,op.cit.,488 ROSSI CARLEO, op.cit., 417 A.FINOCCHIARO, op.cit.,475 ss. Anche la Corte Costituzione, 24 gennaio 1991, n. 27,[in Cons. Stato 1991, II,61 in Giust. civ. 1991, I,1403 in Giur. it. 1991, I,1,615 in Dir. Famiglia, in Giur. Costituzione 1991, 1751],ha ritenuto legittima la limitazione, sottolineando che l'adozione deve essere scevra da interessi di natura economica. xxiv Cass. 30.1.1998, n. 978, in Giust .civ.,1998,I,1955, con nota di DI GAETANO, L'adozione del minore da parte del coniuge genitore. La fortuna o il dramma di avere tre genitori. xxv MARCHIO, Famiglie ricomposte e responsabilità per il mantenimento dei minori, in Interventi di sostegno alla genitorialità nella famiglie ricomposte, cit.,45 ss. xxvi Tale assunto è fatto proprio dalla dottrina e dalla giurisprudenza maggioritarie. Per la giurisprudenza più risalente vedi, tra le altre, Cass.,17 gennaio 1977, n. 210, in Giust. civ.,1977,I,1604 con nota adesiva di DOGLIOTTI, Ancora sull'obbligo del genitore al mantenimento del figlio maggiorenne Cass., 7 novembre 1981,n. 5874, in Giust .civ.,1981,I,2837. Più recentemente Cass. 23 gennaio 1996, n. 496 in Giust. civ., 1996,I,954, in Vita not.,1996,862 ed in Fam. dir. 1996, 364 Cass. 7 maggio 1998, n. 4616, in Giur.it.,1999,252, con nota di AMATO Cass. 16 febbraio 2001, n. 2289, in Fam. dir.,2001,3,275.In dottrina LANDOLFI, Prorogabilità dell'obbligo di mantenimento dei figli?in Riv .dir. matr.,1961,277 DE CUPIS, Brevi osservazioni sulla durata dell'obbligo di mantenimento del figlio, in Riv.dir.civ.,1967,II,67 BESSONE,Diritto al mantenimento del figlio maggiorenne e direttive dell'articolo30, comma 1, Costituzione, in Giur.it.,1975,I,2,621. xxvii L'articolo 84 del D.p.r. 3.11.2000, n. 396 ordinamento stato civile consente, a chiunque voglia cambiare il cognome od aggiungere al proprio un altro cognome, di fare richiesta in tal senso al Ministero dell'Interno esponendo le ragioni della domanda con presentazione della richiesta al Prefetto della provincia in cui il richiedente ha la residenza. Se la richiesta è meritevole il richiedente è autorizzato a fare affiggere per trenta giorni consecutivi all'albo pretorio del comune di nascita e del comune di sua residenza un avviso contenente il sunto della domanda. Chiunque crede di avervi interesse può fare opposizione non oltre trenta giorni dalla data dell'ultima affissione/notificazione. Al fine dell'emanazione del decreto il richiedente, trascorso il termine senza che sia stata fatta opposizione, presenta alla Prefettura un esemplare dell'avviso con la relazione che attesta la eseguita affissione e la sua durata e la prova delle eseguite notificazioni quando prescritte. xxviiiCorte Costituzione, 3 febbraio 1994 n. 13 [in Cons. Stato 1994, II, 137 in Dir. famiglia 1994, 526 in Giur. Costituzione, 1994, 95 con nota di PACE in Giust. civ.,1994,I,867,2435 con nota di BONAMORE in Foro it. 1994, I,1668,in Fam. e dir., 1994, 135 con nota di SERVELLO]. Una volta certi i rapporti di famiglia della persona non assume rilevanza al fine dell'interesse pubblico che questi mantenga il nome precedentemente portato al pari di qualsiasi omonimo. Del resto l'eventualità che il cognome possa essere diverso dalla paternità accertata non è un'ipotesi estranea all'ordinamento essa è già prevista dall'articolo 262 Cc il quale consente al figlio tardivamente riconosciuto dal padre di scegliere se conservare o meno il cognome originario, nonostante il riconoscimento sia rispondente a verità con ciò tutelando proprio il diritto del soggetto all'identità personale fino a quel momento posseduta . xxixEx pluribus, Cass. 11 aprile 1996 n. 2569 Cass. 4 aprile 1998, n. 3503 e Cass. 24 novembre 1999, n. 13053. Per fortuna non ha trovato sequela la sentenza 10 aprile 2003 del Tribunale di Brescia, in Fam. Dir., 2003, n. 5, 476, secondo la quale la stabile convivenza more uxorio del coniuge separato con altra persona comporta di per sé la quiescenza dell'obbligo di mantenimento da parte dell'altro coniuge nei suoi confronti anche in considerazione della sostanziale omogeneità tra il livello reddituale del convivente e quello del marito . xxx In Interventi di sostegno alla genitorialità ,cit., 10. 1