Il ""rifornimento"" del ristorante è indice di reddito

Le materie prime acquistate dal titolare fanno fede a fronte di pochi coperti fatturati

Tanti ingredienti acquistati da un ristoratore, a fronte di pochi coperti fatturati, possono essere sintomo di un maggior reddito. In questi casi può scattare un accertamento induttivo da parte del fisco. È quanto affermato dalla Cassazione nella sentenza 25001/06, depositata il 24 novembre e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati. La vicenda vede coinvolta una pizzeria che aveva comprato molti ingredienti e che poi aveva emesso scontrini fiscali per pochissimi coperti. Così l'Ufficio delle imposte di Agrigento aveva notificato degli avvisi di accertamento per la maggiore imposta dovuta, fondati esclusivamente su un accertamento induttivo. E cioè sul un calcolo basato sulle spese sostenute per gli ingredienti molto superiori agli incassi. L'uomo aveva impugnato i documenti di fronte alla Commissione tributaria provinciale sostenendo l'illegittimità dell'accertamento. Il giudice di primo grado aveva respinto. La decisione era stata poi capovolta in secondo grado. Infatti la Commissione regionale aveva annullato gli avvisi e aveva dato torto all'ufficio. Questa decisione è stata impugnata dal fisco. E la tesi ha trovato il loro favore, tanto che il ricorso è stato accolto in pieno. La percezione dei ricavi maggiori di quelli denunciati , hanno messo nero su bianco i giudici di legittimità, costituiva, per la sua gravità, una circostanza tale da legittimare l'accertamento ai sensi dell'articolo 39 del Dpr 600/73 . deb.alb.

Cassazione - Sezione tributaria - sentenza 9-24 novembre 2006, n. 25001 Presidente Paolini - Relatore Tirelli Pm Caliendo - conforme - Ricorrente ministero delle Finanze Motivi della decisione Riconosciuta innanzitutto la validità della notificazione del ricorso per cassazione nel domicilio eletto dalla Taddeo presso il difensore Carbone Ciro, osserva il Collegio che l'intimata, esercente l'attività di ristorante - self service in Agropoli, dichiarava un reddito imponibile di lire 26.660.000 per l'anno 1988, lire 32.403.000 per il 1989 e lire 30.320.000 per il 1990. Acquisite le scritture contabili della contribuente, già o segnalata per quattro violazioni all'obbligo -di emissione delle ricevute e degli scontrini fiscali, l'Ufficio emetteva però avvisi di accertamento con i quali ricordava. innanzitutto che nel periodo in questione la Taddeo aveva acquistato merce per complessive 125.311.141 nel 1988, lire 132.014.051 nel 1989 e 114.869.000 nel 1990. Elencati dettagliatamente. i vari generi di cui si componeva la merce, l'Ufficio dava poi ampiamente conto delle quantità d'ingredienti mediamente necessarie per la preparazione dei piatti, delle bevande normalmente ordinate dai clienti e dei prezzi risultanti dalle ricevute fiscali emesse. Considerato che dalla moltiplicazione di tali prezzi per le probabili consumazioni si ottenevano dei ricavi largamente superiori a quelli dichiarati dalla interessata e rilevato, altresì, che costei non aveva esibito tutti i bollettari delle ricevute fiscali per gli anni 1988 e 1989, aveva registrato poco più della metà dell'importo indicato nelle ricevute relative ai mesi di ottobre/novembre 1988 e, nel 1990, aveva emesso una sola ricevuta per pizze e nessuna per contorni e pizzette , l'Ufficio concludeva per l' inattendibilità delle scritture contabili e, per l'effetto, rideterminava induttivamente il. reddito d'impresa, elevandolo a lire 96.000.000 per il 1988, lire 105.000.000 per il 1989 e lire 130.000.000 per il 1990. La contribuente impugnava gli accertamenti davanti alla Commissione Tributaria di Primo Grado, che in parziale accoglimento dei ricorsi, riduceva gli imponibili e le pene pecuniarie. Entrambe le parti si gravavano al giudice superiore, che con la sentenza in epigrafe indicata respingeva l'appello dell'Ufficio ed accoglieva quello della Taddeo, rilevando innanzitutto che a carico di quest'ultima erano state accertate soltanto piccole differenze fra la somma del registro dei corrispettivi e quella delle ricevute fiscali , nonché 114,quattro violazioni nella emissione delle ricevute e scontrini commesse nel triennio 1988/90 . Tanto puntualizzato, la Commissione osservava poi che in un contesto del genere, l'Ufficio non avrebbe potuto procedere ai sensi dell'articolo 39, comma 2, semmai, dell'articolo 39, comma 1, del Dpr 600/73 che, tuttavia, prevedeva per l'accertamento dei limiti ben precisi che, nel caso di specie, non era,no stati invece rispettati. Tenuto conto - di quanto sopra, - annullava perciò gli avvisi, compensando integralmente le spese di lite fra le parti. Il ministero delle Finanze e l'Ufficio II. DD. di Agropoli hanno proposto ricorso per violazione e falsa interpretazione dell'articolo 39, comma 2, del Dpr 600/73, nonché per insufficiente motivazione su punto decisivo della controversia in quanto gli accertamenti erano stati emessi nel pieno rispetto della normativa vigente. Così riassunte le doglianze di parte ricorrente, osserva il Collegio che chiamata a pronunciarsi in una fattispecie in cui l'Ufficio aveva dedotto il conseguimento di più alti guadagni dal valore attribuito dall'UTE agli appartamenti venduti dalla società verificata, questa Sc ha stabilito che la percezione come sopra desunta di ricavi maggiori di quelli denunciati costituiva, per la sua gravità, una circostanza tale da legittimare l'accertamento ai sensi dell'articolo 39, comma 2, lettera d del Dpr 600/73 Cassazione 1991/05 . Sempre questa Sc, poi, ha stabilito che una volta calcolata la quantità normale di materie prime necessarie per la preparazione dei pasti, è ragionevole presumere che ne sia stato servito un numero pari al complesso dei generi alimentari acquistati diviso per le quantità di essi occorrenti per ciascun posto Cassazione 1999/51 . In applicazione di tali principi, che il Collegio condivide e ribadisce, deve pertanto affermarsi che avendo addebitato alla Taddeo la mancata registrazione di consistenti ricavi sulla base dei piatti e delle bevande vendute in ciascuno degli anni in questione, l'Ufficio poteva legittimamente procedere ai sensi dell'articolo 39, comma 2, lettera d del Dpr 600/73, trattandosi di omissioni e falsità che per il loro numero e gravità minavano la credibilità dell'intera documentazione contabile. In accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata dev'essere pertanto cassata con rinvio degli atti, anche per le spese del presente giudizio, ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale della Campania. PQM La Corte, accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, ad altra Sezione della Ctr della Campania.