La rendita catastale resta legate (per sempre) al responso del giudice

Enunciato un nuovo principio di diritto secondo cui per effetto dell'intervenuto passaggio in giudicato della decisione , la misura determinata sarà l'unica a far fede con effetto retroattivo

La rendita catastale è indissolubilmente legata al responso del giudice. Infatti se è stata determinata a seguito di un contenzioso sarà l'unica a far fede con effetto retroattivo e cioè avrà validità al primo gennaio dell'anno di riferimento dell'imposta. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 13069 del 1 giugno 2006 qui leggibile tra i correlati, ha enunciato un nuovo principio di diritto secondo cui per effetto dell'intervenuto passaggio in giudicato della decisione concernente la rendita catastale, ai fini di stabilire l'ammontare dell'Ici dovuta dal contribuente, deve tenersi conto esclusivamente della rendita irreversibilmente determinata da quel giudice tributario perché solo tale rendita dev'essere considerata quella legittimamente risultante in catasto al primo gennaio dell'anno di riferimento dell'imposta a norma del secondo comma dell'articolo 5 del d.lgs. n. 504 del 1992 . La ragione di ciò, hanno spiegato i giudici della quinta sezione, sta nel fatto che gli effetti di ogni provvedimento giurisdizionale, come una sentenza passata in giudicato, retroagiscono al momento della domanda, se a tale momento esistevano già le condizioni richieste per l'emanazione del provvedimento. In altre parole, la misura della rendita catastale, anche se intervenuta durante il giudizio relativo all'Ici, dovuta dal contribuente, spiega i suoi effetti su tale entità perché la rendita definitivamente stabilita è il solo e unico dato del quale sia il contribuente che il Comune possono e debbono tener conto . Inoltre, costituisce sempre e comunque indefettibile condizione della misura del tributo effettivamente dovuto per l'immobile al quale inerisce la rendita divenuta, ormai, definitiva. Il caso nasce da un avviso di accertamento ai fini Ici, notificato da un Comune a una società nel 1991, perché quest'ultima si era rifiutata di corrispondere l'imposta commisurandola a una rideterminazione della rendita fatta dall'Ute e, oltre ad aver impugnato tale rendita, aveva autoliquidato il tributo facendo riferimento agli immobili appartenenti alla categoria D opifici . La sentenza concernente la determinazione della rendita era passata in giudicato solo nel 1999. Così il Comune aveva chiesto che la società pagasse l'Ici secondo la rendita attribuita dal giudice, superiore rispetto a quella calcolata dalla società e inferiore rispetto a quella calcolata dall'ufficio tecnico. I giudici di merito gli avevano dato torto mentre la Cassazione ha ritenuto la sentenza retroattiva e quindi la maggiore imposta andava corrisposta dal 1991. deb.alb.

Cassazione - Sezione quinta civile - sentenza 11 aprile-1 giugno 2006, n. 13069 Presidente Papa - Relatore D'Alonzo Pm Matera - parzialmente conforme - Ricorrente Comune di Alberobello - Controricorrente Spa Luigi Lippolis Svolgimento del processo Con ricorso notificato alla Spa Luigi Lippolis il 4 aprile 2002 depositato il 17 aprile 2002 il Comune di Alberobello - premesso che 1 il primo marzo 1999 aveva notificato alla detta società un avviso di accertamento per il recupero dell'imposta comunale sugli immobili Ici dovuta per l'anno 1996 in relazione a quattro unità immobiliari urbane situate in Via Cavour ed in Via Mazzini, contraddistinte, in riferimento alla mappa particellare urbana, da diversi numeri principali e subalterni, ed, in relazione alla diversa destinazione ed alle diverse caratteristiche censuarie, dalle categorie catastali D/7, A/1, A/2 e C/6 con distinte rendite catastali nonché in relazione ad un'area fabbricabile, situata in Via Mazzini in quanto la società aveva dichiarato solo il fabbricato D/7, corrispondendo la relativa imposta, pure autoliquidata in modo errato, solo per gli anni 1993 e 1994, ed omettendo, invece, per gli altri fabbricati e per l'area fabbricabile sia la dichiarazione di imposta che il relativo versamento 2 il 23 aprile 1999 la società aveva proposto ricorso giurisdizionale avverso detto avviso 3 nelle sue controdeduzioni aveva eccepito, tra l'altro, l'inammissibilità dei ricorsi ex articolo 18, comma 4 D.Lgs 546/92 perché non sottoscritti dal difensore del contribuente, tanto nell'originale quanto nelle copie dello stesso notificate alle altre parti pur trattandosi di controversia di valore superiore ai cinque milioni, in forza tre motivi chiedeva, con la refusione delle spese processuali anche dei precedenti giudizi, di cassare la sentenza 141/03/00 depositata il 24 settembre 2001 con la quale la Ctr della Puglia aveva respinto il gravame da esso proposto contro la decisione 243/05/99 della Ctp di Bari che, di contro, aveva accolto il ricorso della contribuente. Nel controricorso notificato il giorno 8 luglio 2002 depositato il 24 luglio 2002 la società intimata instava per il rigetto dell'avversa impugnazione e per la condanna del Comune ricorrente alla rivalsa delle spese di questo grado del giudizio. All'udienza del 5 maggio 2004 la causa veniva rinviata a nuovo ruolo in attesa della decisione delle Su in ordine alla questione, oggetto del primo motivo dell'impugnazione per cassazione, relativa all'ammissibilità o meno del ricorso, diretto al giudice tributario, non sottoscritto da difensore tecnico nelle controversie da valore superiore ai cinque milioni di lire. Il Comune e la società contribuente depositavano memorie ex articolo 378 Cpc rispettivamente il 30 aprile 2004 ed il 6 aprile 2006. Motivi della decisione 1. Con la sentenza gravata la Ctr - dopo avere esposto che il giudice di primo grado aveva accolto il ricorso avendo ritenuto a infondata la richiesta di declaratoria di inammissibilità del ricorso in quanto lo stesso risultava regolarmente sottoscritto da un difensore e b ininfluente la modificazione della rendita a seguito di revisione degli esami del catasto edilizio urbano, in relazione alle determinazioni di una sentenza definitiva emessa da un potere giurisdizionale nell'ambito del rapporto tributario - ha respinto l'appello del Comune osservando - la mancanza di firma del difensore nel ricorso introduttivo può ritenersi sanata dall'istanza di riunione dei ricorsi relativi agli accertamenti degli anni dal 1993 al 1997 sottoscritta dal dott. Liuni nella qualità di difensore, come risulta da mandato riportato a margine della istanza stessa a firma del legale rappresentante della società - in ordine alla legittimità dell'imposizione, che alla data dell'1 gennaio 1992 l'immobile destinato all'opificio industriale non può ritenersi provvisto di rendita catastale in quanto quella di lire 149.600.000 attribuita dall'Ute a seguito delle modifiche derivanti dalla revisione degli estimi del catasto edilizio urbano e notificata in data 2 novembre 1991, aveva formato oggetto di impugnazione davanti ai giudici tributari a seguito della quale era stata rideterminata in lire 78.000.000 con decisione di secondo grado passata in giudicato il 13 febbraio 1999 per cui 1 è solo da tale data, in presenza di un valore catastale divenuto definitivo anche se a seguito di sentenza, che può applicarsi il criterio di tassazione ai fini Ici con riferimento alla rendita catastale e 2 legittimo deve ritenersi l'operato della società che per gli anni precedenti ha autoliquidato l'imposta facendo riferimento alle modalità di calcolo di determinazione della base imponibile previste dal comma 3 dell'articolo 5 del D.Lgs 504/92 per i fabbricati classificabili nel gruppo catastale D e non iscritti in catasto con attribuzione di rendita. 2. Con il primo motivo di ricorso il Comune denunzia nullità della sentenza e del procedimento adducendo che il giudice di secondo grado, in aperta violazione dell'articolo 18 comma 3 e 4, del D.Lgs 546/92, ha omesso di dichiarare la inammissibilità, rilevabile d'ufficio, in ogni stato e grado del giudizi, dei presentati ricorsi, per assenza di sottoscrizioni degli stessi da parte di difensore abilitato, quale presupposto processuale, riferito alla domanda di valore superiore a lire 5.000.000, per l'instaurazione di un valido processo. Il motivo deve essere respinto perché destituito di fondamento. A. Sulla questione dell'ammissibilità o meno del ricorso diretto al giudice tributario non sottoscritto da difensore tecnico nelle controversie di valore superiore ai cinque milioni di lire, invero, va applicato il condivisibile principio affermato dalle Su di questa Corte in attesa della cui specifica decisione il presente giudizio è stato rinviato a nuovo ruolo all'udienza detta del 5 maggio 2004 nella sentenza 22601/04, laddove - seguendo la via indicata dalla sentenza della Corte costituzionale 189/00 la cui ratio decidendi è stata riaffermata dalla stessa Corte costituzionale nella sentenza 520/02 e, quindi, dalla sentenza della sezione tributaria che si è adeguata a tale interpretazione - ha statuito che l'inammissibilità del ricorso deve intendersi riferita soltanto all'ipotesi in cui sia rimasto ineseguito l'ordine del presidente della commissione, della sezione o del collegio, rivolto alle parti diverse dall'amministrazione, di munirsi, nel termine fissato, di assistenza tecnica, conferendo incarico a difensore abilitato dovendosi adottare un'interpretazione corrispondente al significato delle norme del D.Lgs 546/92 e delle modifiche apportata dal Dl 331/93, convertito nella legge 427/93, in armonia con un sistema processuale volto a garantire la tutela delle parti evitandosi irragionevoli sanzioni d'inammissibilità e ai principi contenuti nella legge delega 413/91. B. Nel caso, l'ordine di munirsi nel termine fissato, di assistenza tecnica è reso del tutto superfluo dal fatto che la contribuente ha spontaneamente provveduto a nominare un difensore tecnico abilitato già prima della trattazione della causa innanzi al giudice di primo grado. 3. Con il secondo motivo il Comune censura la riprodotta affermazione del giudice a quo secondo cui alla data dell'1 gennaio 1992 l'immobile destinato all'opificio industriale non può ritenersi provvisto di rendita catastale in quanto quella di lire 149.600.000 attribuita dall'Ute a seguito delle modifiche derivanti dalla revisione degli estimi del catasto edilizio urbano e notificata in data 2 novembre 1991 aveva formato oggetto di impugnazione davanti ai giudici tributari e denunzia, in ordine alla stessa, violazione e falsa applicazione di norme di diritto adducendo che, costituendo fatto incontestato la circostanza che l'Ufficio tecnico erariale ha revisionato la rendita catastale dell'immobile in cat. D/7 come risulta da una semplice lettura della visura catastale versata in atti ed essendo stata la predetta revisione notificata il 2 novembre 1991 al contribuente che la ha opposta in sede contenziosa il 20 novembre 1991 , la suddetta affermazione del giudice di secondo grado che ha equiparato il caso della assenza di rendita a quello ben diverso di rendita attribuita e contestata, in violazione dell'articolo 34 comma 3 del Dpr 917/87 è illegittima in quanto l'impugnativa di tale revisione non ha effetto sospensivo dell'iscrizione in catasto della nuova rendita e, quindi, come precisato dal ministero delle Finanze con risoluzione del 27 novembre 1997 n. 226/E si rende applicabile la regola, di carattere generale, contenuta nel primo periodo del comma 2 dell'articolo 5 del D.Lgs 504/92, in forza del quale, dovendosi assumere, per ciascun anno di imposizione, le rendite quali risultanti in catasto al primo gennaio dell'anno di imposizione medesimo, le modifiche di rendita hanno effetto soltanto a decorrere dall'anno di tassazione successivo a quello nel corso del quale le modifiche medesime risultano essere state annotate negli atti catastali cosiddetta messa in atti atteso che la decorrenza degli effetti della revisione delle rendite è stabilita dal legislatore e non dal giudice tributario, la cui sentenza di riduzione del valore catastale, rispetto a quello accertato dall'Ute, può solo costituire titolo per il cosiddetto mutamento, a decorrere dall'anno di imposta successivo a quello di messa in atti. Il motivo deve essere accolto per quanto di ragione. A. Sul problema posto dal motivo - costituito, essenzialmente, dalla verifica degli effetti, sulla determinazione dell'Ici, prodotti 1 dall'impugnazione della rendita catastale da parte del contribuente e 2 dalla successiva sentenza definitiva del giudice tributario in ordine a tale rendita, invero, vanno affermate 1 l'erroneità in diritto della tesi sostenuta dal giudice a quo nella sentenza impugnata per la quale, come riportato, alla data dell'1 gennaio 1992 l'immobile destinato all'opificio industriale non può ritenersi provvisto di rendita catastale in quanto quella di lire 149.600.000 attribuita dall'Ute a seguito delle modifiche derivanti dalla revisione degli estimi del catasto edilizio urbano e notificata in data 2 novembre 1991, aveva formato oggetto di impugnazione davanti ai giudici tributari a seguito della quale era stata rideterminata in lire 78.000.000 con decisione di secondo grado passata in giudicato il 13 febbraio 1999, avente effetti solo da tale data e 2 la irrilevanza, già al momento della pronuncia della sentenza qui gravata, della tesi sostenuta dal Comune ricorrente, per la quale l'impugnativa di tale revisione non ha effetto sospensivo dell'iscrizione in catasto dalla nuova rendita. Entrambe le tesi, infatti, nella sostanza, obliterano la forza del generale principio secondo cui Cassazione, Sezione prima, 6322/83 gli effetti di ogni provvedimento giurisdizionale retroagiscono al momento della domanda, se come indubitabile nella specie a tale momento esistevano già le condizioni richieste per l'emanazione del provvedimento. La definitività della visura della rendita catastale, invero, quand'anche intervenuta, come nel caso, in pendenza del giudizio relativo a quella dell'Ici dovuta dal contribuente, 1 spiega i suoi effetti su tale entità perché la rendita catastale definitivamente stabilita è il solo ed unico dato del quale sia il contribuente che il Comune possono e debbono tenere conto ai fini dell'Ici e 2 costituisce, sempre comunque, indefettibile condicio iuris della visura dell'imposta Ici effettivamente dovuta per l'immobile al quale inerisce la rendita divenuta definitiva. B. La tesi, propugnata dal Comune, dell'inefficacia dell'impugnazione della nuova rendita da parte del contribuente a sospendere l'iscrizione in catasto della rendita stessa, invero, a prescindere dagli effetti dei quali non occorre interessarsi perché non dedotti nella specie dell'eventuale sospensione nel concorso dei requisiti di legge dell'atto di attribuzione della rendita ex articolo 47 D.Lgs 546/92 ha una valenza esclusivamente provvisoria perché limitata sino al momento in cui la statuizione giudiziale sulla rendita non divenga definitiva atteso che, giusta il principio di diritto richiamato all'inizio, la determinazione del giudice passata in cosa giudicata costituisce l'unica rendita valida ed efficace a partire dall'attribuzione e, quindi la sola sulla quale deve e può essere calcolata l'imposta effettiva dovendosi considerare la rendita giudizialmente determinata come quella messa in atti sin dal momento della determinazione da parte dell'ufficio erariale. C. Dalle considerazioni che precedono discende il principio di diritto per il quale, per effetto dell'intervenuto passaggio in cosa giudicata dalla decisione concernente la rendita catastale, ai fini di stabilire l'ammontare dell'Ici dovuta dal contribuente, deve tenersi conto esclusivamente della rendita irreversibilmente determinata da quel giudice tributario perché solo tale rendita è quella da considerare legittimamente risultante in catasto ovverosia messa in atti al primo gennaio dell'anno di riferimento dell'imposta a norma del comma 2 dell'articolo 5 D.Lgs 504/92. 4. Con il terzo ed ultimo motivo l'ente ricorrente impugna l'affermazione del giudice a quo secondo cui legittimo deve ritenersi l'operato della società che per gli anni precedenti ha autoliquidato l'imposta facendo riferimento alle modalità di calcolo di determinazione della base imponibile previste dal comma 3 dell'articolo 5 del D.Lgs 504/92 per i fabbricati classificabili nel gruppo catastale D e non iscritti in catasto con attribuzione di rendita e denunzia, anche per la stessa, violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto adducendo essere incontestato come risulta da una semplice lettura della visura catastale versta in atti il fatto che l'ufficio tecnico erariale ha revisionato la rendita catastale dell'immobile in cat. D/7 ai sensi dell'articolo 9 del Dpr 604/73 per effetto del Dm 20 gennaio 1999 in quanto come da visura in atti tale immobile risultava iscritto in catasto, con attribuzione di rendita, sin dal 30 giugno 1987 e tale rendita era stata revisionata con decorrenza 1 gennaio 1992 per cui detto fabbricato, siccome già attributario di rendita, non può rientrare nell'ambito di applicazione della disciplina recata dall'articolo 5 comma 3 del D.Lgs 504/92. Il motivo di censura, intuitivamente, deve considerarsi assorbito dall'accoglimento del precedente la questione posta con la doglianza de qua, infatti, giusta il principio di retroazione degli effetti del provvedimento giurisdizionale al momento della domanda, può interessare solo la fase, divenuta ormai irrilevante per l'intervenuto giudicato, anteriore al momento in cui diviene definitiva la sentenza del giudice tributario sulla visura della rendita catastale. Il motivo, peraltro, presenta profili di revocazione laddove il giudice a quo sembra sostenere l'esatto contrario nonché di inammissibilità in quanto il Comune denunzia unicamente un errore di diritto e non pure una qualche carenza motivazionale della sentenza. 5. Per effetto delle considerazioni svolte sui vari motivi di ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata e la causa va rinviata alla stessa Ctr, ma a sezione diversa da quella che la ha omessa, perché 1 nell'esame dell'appello del Comune, faccia applicazione del principio di diritto innanzi posto - per il quale, per effetto dell'intervenuto passaggio in cosa giudicata della decisione concernente la rendita catastale, ai fini di stabilire l'ammontare dell'Ici dovuta dal contribuente, deve tenersi conto esclusivamente della rendita irreversibilmente determinata da quel giudice tributario perché solo tale rendita deve essere considerata quella legittimamente risultante in catasto ovverosia messa in atti al primo gennaio dell'anno di riferimento dell'imposta a norma del secondo comma dell'articolo 5 D.Lgs 504/92 e 2 statuisca sulle spese processuali di questo giudizio di legittimità, tenendo conto, per tali spese, della inammissibilità in applicazione dei principi generali del processo civile relativi all'inosservanza di termini inerenti ad atti processuali con i quali la parte porta a conoscenza del giudice e dell'avversario le proprie difese Cassazione, Sezione terza, 2805/00 del solo controricorso della contribuente a cagione del suo deposito oltre il termine fissato dall'articolo 370 Cpc. PQM La Corte rigetta il primo motivo di ricorso accoglie il secondo per quando di ragione dichiara assorbito il terzo motivo cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di legittimità, ad altra sezione della Ctr della Puglia.