Benefici penitenziari, incostituzionale la ex Cirielli

Dichiarato illegittimo l'articolo 7 della legge 251/05 perché viola l'articolo 27 della Carta fondamentale e relega nell'ombra il profilo rieducativo dei detenuti che hanno già compiuto un percorso di recupero. Bocciata anche una norma dell'indultino

La legge ex Cirielli che ha limitato i benefici per i recidivi e tagliato i termini di prescrizione per gli incensurati, è in parte illegittima. A stabilirlo è stata la Corte costituzionale con la sentenza 257/06 depositata ieri, 4 luglio, redatta da Giovanni Maria Flick e qui leggibile nei documenti correlati . L'articolo 7 della legge 251/05 è incostituzionale, hanno dichiarato i giudici delle leggi, nella parte in cui non prevede che il permesso premio possa essere concesso ai condannati recidivi che prima del dicembre 2005, quando è entrata in vigore la nuove e più rigorosa legge, abbiano maturato i requisiti per ottenere il beneficio. Quella parte della ex Cirielli , ha aggiunto l'Alta corte, è illegittima per quel che riguarda il giro di vite sui benefici penitenziari perché, violando l'articolo 27 della Costituzione funzione rieducativa della pena , relega nell'ombra il profilo rieducativo dei detenuti ravveduti che abbiano già compiuto un percorso di recupero. Il legislatore, hanno detto ancora i giudici costituzionali, al di fuori di qualsiasi concreta ponderazione dei valori coinvolti , ha bruscamente interrotto il percorso di emenda , compiuto dai detenuti. È evidente infatti - ha argomentato la Consulta - che, accomunando fra loro le posizioni dei recidivi reiterati, senza alcuna valutazione delle qualità dei comportamenti, del tipo di devianza, della lontananza nel tempo fra le condanne ed altri possibili parametri individualizzanti , l'opzione repressiva finisce per relegare nell'ombra il profilo rieducativo . Profilo, ha concluso ancora la Consulta, che viene ad essere addirittura vanificato per quanti abbiano già raggiunto un grado di risocializzazione adeguato al godimento del beneficio, all'atto di entrata in vigore della nuova normativa . Questo è il primo verdetto dei giudici costituzionale sulla legge 251/05. Il prossimo 11 ottobre ci sarà la seconda e più attesa decisione dell'Alta corte sulla legittimità dell'articolo 10 della ex Cirielli nella parte in cui subordina la riduzione dei termini di prescrizione, per gli incensurati, alla condizione della mancata apertura del dibattimento nei processi penali pendenti all'entrata in vigore della tessa normativa. Si tratta della norma transitoria introdotta in extremis dall'Udc e che di fatto ha escluso che l'ex ministro Cesare Previti usufruisse della prescrizione breve nel processo Imi - Sir in Cassazione. La sentenza 255/06. Indultino, illegittima la norma che non prevede che il giudice di sorveglianza possa negare la sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva al condannato nel caso ritenga il beneficio non adeguato alle finalità previste dall'articolo 27 della Costituzione. Così la Corte costituzionale con la sentenza 255/06 depositata ieri, 4 luglio, redatta da Alfio Finocchiaro e qui leggibile nei documenti correlati ha dichiarato l'illegittimità dell'articolo 1 della legge 207/03. A sollevare la questione era stato il magistrato di sorveglianza di Venezia nella parte in cui prevede come automatica ed obbligatoria la concessione della sospensione condizionata dell'esecuzione della pena, non consentendo al giudice di sorveglianza alcuna valutazione di merito, pur essendo norma compresa in una legge non approvata secondo le modalità prescritte dalla Costituzione per l'emanazione di un provvedimento di indulto. La Consulta nel dichiarare fondata la questione ha ritenuto che la generalizzata applicazione del trattamento di favore previsto dalla disposizione censurata, nell'assegnare un identico beneficio a condannati che presentino fra loro differenti stadi di percorso di risocializzazione, compromette, ad un tempo, non soltanto il principio di uguaglianza, finendo per omologare fra loro, senza alcuna plausibile ratio, situazioni diverse, ma anche la stessa funzione rieducativa della pena, posto che il riconoscimento di un beneficio penitenziario che non risulti correlato alla positiva evoluzione del trattamento, compromette inevitabilmente l'essenza stessa della progressività, che costituisce il tratto saliente dell'iter riabilitativo .

Corte costituzionale - sentenza 21 giugno-4 luglio 2006, n. 257 Presidente Marini - Relatore Flick Ritenuto in fatto 1. - Con l'ordinanza indicata in epigrafe il Magistrato di sorveglianza di Livorno - chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di permesso premio avanzata da un condannato - ha sollevato, in riferimento all'articolo 25, comma 2, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 30quater della legge 354/75 Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà , introdotto dall'articolo 7 della legge 251/05 Modifiche al codice penale e alla legge 354/75, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione , nella parte in cui prevede che i nuovi limiti di pena, stabiliti per l'accesso al beneficio del permesso premio, si applichino anche ai condannati, recidivi reiterati, per delitti commessi prima dell'entrata in vigore della predetta legge 251/05. Ove non si ritenga di condividere - deduce il giudice a quo - l'interpretazione secondo la quale il principio di irretroattività della legge penale si applichi anche in tema di benefici penitenziari, viene sollevata questione di legittimità costituzionale della stessa norma in riferimento all'articolo 27, comma 3, Costituzione - alla luce di principi affermati da questa Corte nella sentenza 137/99 - nella parte in cui non prevede che il beneficio del permesso premio possa essere concesso in favore del condannati che, prima dell'entrata in vigore dell'articolo 7 della citata legge 251/05 introduttiva dei nuovi limiti di pena per l'accesso al permesso premio nei confronti dei condannati recidivi , abbiano raggiunto un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto. In punto di rilevanza, il giudice rimettente riferisce di essere chiamato a provvedere sull'istanza di permesso premio avanzata da una persona condannata alla pena di dodici anni di reclusione per delitto compreso nella rassegna operata dall'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario spaccio di sostanze stupefacenti, con l'aggravante del quantitativo ingente prevista dall'articolo 80 del Dpr 309/90 , con valutazioni molto positive circa il percorso penitenziario sinora compiuto e in assenza di elementi dai quali dedurre l'esistenza di collegamento con la criminalità organizzata, terroristica od eversiva. Dei dodici anni, che costituiscono la pena inflitta, l'interessato, tenendo conto del presofferto e delle riduzioni di pena per liberazione anticipata, risulta aver espiato la metà della pena stessa - vale a dire il limite di pena sufficiente per il riconoscimento del beneficio del permesso premio, secondo la normativa previgente - ma non ancora i due terzi limite, questo, invece previsto dalla normativa sopravvenuta per i recidivi, come nel caso del condannato in questione. Il giudice rimettente puntualizza che nei confronti di tale persona era stata contestata - nel giudizio cui si riferisce la condanna in oggetto - la recidiva specifica e reiterata a suo carico risultavano, infatti, lontani precedenti per rapina, detenzione e porto illegale di armi e detenzione a fini di spaccio di stupefacenti , ed essa era stata ritenuta sussistente dal giudice della cognizione, ancorché dichiarata equivalente nel giudizio di bilanciamento con le circostanze attenuanti generiche. La rilevanza della questione sarebbe, dunque, evidente, giacché - a seguito della applicazione retroattiva della nuova e più rigorosa disciplina - l'istanza formulata dall'interessato, per quanto ammissibile al momento della sua proposizione, non lo è più al momento della decisione, proprio per effetto del mutato quadro legislativo . Nel merito, il giudice rimettente evidenzia come nella giurisprudenza di legittimità sia assolutamente prevalente la tesi per la quale l'applicazione di disposizioni più restrittive in tema di benefici penitenziari non incontrerebbe limiti in forza del principio di irretroattività sancito dall'articolo 25 Costituzione, posto che quel principio si riferirebbe esclusivamente alle norme penali sostanziali vale a dire fattispecie e pene , ma non anche alle disposizioni inerenti alle modalità di esecuzione delle pene ed alla applicazione di quei benefici, per le quali varrebbe l'ordinaria discrezionalità legislativa. Malgrado ciò, il giudice a quo - nel rammentare come la tematica sia rimasta res integra nella giurisprudenza costituzionale, giacché nella sentenza 273/01 la questione proposta, che pur evocava ex professo quella tematica, fu risolta lasciando impregiudicato il problema - ritiene che tutte le disposizioni che prevedono quelli che vengono definiti benefici penitenziari e che, in realtà, descrivono modalità di esecuzione della pena, incidendo sulla quantità e qualità della stessa, non siano estranee alla sfera di applicazione dell'articolo 25, comma 2, della Costituzione, in quanto disposizioni intrinseche al sistema delle norme penali intese in senso lato, ossia in un senso che comprende anche le norme incidenti sulle modalità di esecuzione penale . Inoltre, ad avviso del rimettente, sarebbe rinvenibile un filo conduttore nella giurisprudenza della Corte costituzionale relativa all'articolo 4bis, comma 1, della legge 354/75 , secondo cui le disposizioni restrittive non si applicherebbero nei confronti dei condannati che, prima della data di entrata in vigore della disciplina più rigorosa, abbiano raggiunto - come si puntualizza nella sentenza 445/97, in tema di semilibertà, e nella sentenza 137/99, in materia di permessi premio - un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto. Come affermato in quest'ultima sentenza, infatti, non si può ostacolare il raggiungimento della finalità rieducativa, prescritta dalla Costituzione nell'articolo 27, con il precludere l'accesso a determinati benefici o a determinate misure alternative in favore di chi, al momento in cui è entrata in vigore una legge restrittiva, abbia già realizzato tutte le condizioni per usufruire di quei benefici o di quelle misure . Donde la relativa censura di costituzionalità, che il giudice a quo solleva, appunto, ove non si voglia condividere l'interpretazione più estensiva, di cui sopra si è detto, dell'articolo 25, comma 2, della Costituzione e del principio di irretroattività della legge penale ivi affermato . 2. - Nel giudizio ha spiegato atto di intervento il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque infondata. Con successiva memoria, l'Avvocatura erariale - nel precisare le proprie conclusioni sollecitando una declaratoria di rigetto, e dopo aver escluso che il divieto sancito dall'articolo 25, comma 2, della Costituzione operi anche in riferimento alle misure previste dall'ordinamento penitenziario - ha sottolineato come il legislatore, nel rendere più rigoroso l'accesso ai benefici penitenziari nei confronti dei recidivi, abbia operato una scelta di politica criminale esente da irragionevolezza. Considerato in diritto 1. - Il Magistrato di sorveglianza di Livorno - investito della richiesta di permesso premio formulata da un detenuto nei confronti del quale è stata ritenuta sussistente, in sede di condanna, la recidiva reiterata e specifica e dopo aver sottolineato come la richiesta fosse ammissibile alla luce del quadro normativo esistente all'atto della presentazione della relativa domanda - ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 30quater della legge 354/75 Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà , introdotto dall'articolo 7 della legge 251/05 Modifiche al codice penale e alla legge 354/75, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione , nella parte in cui prevede che i nuovi limiti di pena, stabiliti per l'accesso al beneficio del permesso premio, si applichino anche ai condannati, recidivi reiterati, per delitti commessi prima della entrata in vigore della citata legge 251/05. La norma si porrebbe in contrasto con l'articolo 25, comma 2, della Costituzione, giacché tutte le disposizioni che prevedono i cosiddetti benefici penitenziari - e che, in realtà, descrivono modalità di esecuzione della pena - incidono sulla quantità e qualità della stessa sicché non sarebbero estranee alla sfera di applicazione dell'indicato parametro, in quanto disposizioni intrinseche al sistema delle norme penali intese in senso lato, ossia in un senso che comprende anche le norme incidenti sulle modalità di esecuzione penale . Ove non si voglia condividere - sottolinea il giudice a quo - l'interpretazione più estensiva, di cui sopra si è detto, dell'articolo 25, comma 2, della Costituzione , viene dedotta questione di legittimità costituzionale dello stesso articolo 30quater dell'ordinamento penitenziario, nella parte in cui non prevede che il beneficio del permesso premio possa essere concesso nei confronti dei condannati che, prima dell'entrata in vigore dell'articolo 7 della citata legge 251/05, abbiano raggiunto un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto. La norma impugnata, infatti, si porrebbe in contrasto, in parte qua, con l'articolo 27, comma 3, della Costituzione, in quanto - come affermato da questa Corte nelle sentenze 445/97 e 137/99 - non si può ostacolare il raggiungimento della finalità rieducativa, prescritta dalla Costituzione nell'articolo 27, con il precludere l'accesso a determinati benefici o a determinate misure alternative in favore di chi, al momento in cui è entrata in vigore una legge restrittiva, abbia già realizzato tutte le condizioni per usufruire di quel beneficio o di quelle misure . 2. - La questione è fondata in riferimento all'articolo 27, comma 3, della Costituzione. Preliminarmente, occorre ribadire che tra le finalità che la Costituzione assegna alla pena - da un lato, quella di prevenzione generale e difesa sociale, con i connessi caratteri di afflittività e retributività, e, dall'altro, quelle di prevenzione speciale e di rieducazione, che tendenzialmente comportano una certa flessibilità della pena in funzione dell'obiettivo di risocializzazione del reo - non può stabilirsi a priori una gerarchia statica ed assoluta che valga una volta per tutte ed in ogni condizione v. la sentenza 306/93 . Le differenti contingenze, storicamente mutevoli, che condizionano la dinamica dei fenomeni delinquenziali, comportano logicamente la variabilità delle corrispondenti scelte di politica criminale che il legislatore è chiamato a compiere così da dar vita ad un sistema normativamente flessibile , proprio perché potenzialmente idoneo a plasmare i singoli istituti in funzione delle diverse esigenze che quelle scelte per loro natura coinvolgono. Da qui l'impossibilità di stabilire, ex ante, un punto di equilibrio dogmaticamente cristallizzato tra le diverse funzioni che il sistema penale, nel suo complesso, è chiamato a soddisfare nel quadro dei valori costituzionali e, quindi, la impossibilità, anche, di censurare, in astratto, opzioni normative, sol perché di tipo repressivo rispetto al quadro preesistente, o, all'inverso, perché ispirate ad un maggior favor libertatis. Il legislatore può cioè - nei limiti della ragionevolezza - far tendenzialmente prevalere, di volta in volta, l'una o l'altra finalità della pena, ma a patto che nessuna di esse ne risulti obliterata v. ancora la sentenza 306/93 . In tanto può concretamente parlarsi di una sostanziale non elusione delle funzioni costituzionali della pena, in quanto il sacrificio dell'una sia il minimo indispensabile per realizzare il soddisfacimento dell'altra, giacché soltanto nel quadro di un sistema informato ai paradigmi della adeguatezza e proporzionalità delle misure per mutuare principi tipici delle cautele personali è possibile sindacare la razionalità intrinseca e, quindi, la compatibilità costituzionale degli equilibri normativi prescelti dal legislatore. In tale cornice questa Corte ha sottolineato come, a proposito delle misure di rigore che, in tema di ordinamento penitenziario, furono adottate - dopo i tragici fatti di Capaci - con il Dl 306/92, dovesse ritenersi non in linea con la finalità rieducativa della pena la scelta di precludere l'accesso ai benefici penitenziari in ragione del semplice nomen juris per il quale era stata pronunciata la condanna. Ed infatti - si osservò - la tipizzazione per titoli di reato non appare consona ai principi di proporzione e di individualizzazione della pena che caratterizzano il trattamento penitenziario, mentre appare preoccupante - venne ancora puntualizzato - la tendenza alla configurazione normativa di tipi di autore , per i quali la rieducazione non sarebbe possibile o potrebbe non essere perseguita v. la già citata sentenza 306/93 . 3. - Tali rilievi valgono anche con riferimento alla disposizione oggetto di impugnativa la linea perseguita con essa dal legislatore ha chiaramente privilegiato - inasprendo i presupposti per la concessione dei permessi premio ai recidivi - una scelta general-preventiva, obliterando l'iter di risocializzazione già concretamente perseguito. È evidente, infatti, che, accomunando fra loro le posizioni dei recidivi reiterati - senza alcuna valutazione della qualità dei comportamenti, del tipo di devianza, della lontananza nel tempo fra le condanne ed altri possibili parametri individualizzanti - l'opzione repressiva finisce per relegare nell'ombra il profilo rieducativo quest'ultimo viene ad essere addirittura vanificato per quanti abbiano - come nella ipotesi dedotta dal giudice a quo - già raggiunto un grado di risocializzazione adeguato al godimento del beneficio penitenziario, all'atto della entrata in vigore della nuova e più restrittiva normativa. Un percorso di emenda, quindi, che il legislatore ha bruscamente interrotto, al di fuori di qualsiasi concreta ponderazione dei valori coinvolti. In tale quadro di riferimento risulta perciò pertinente il richiamo che il giudice rimettente opera alla sentenza 173/99, correttamente evocata quale precedente specifico , in considerazione del fatto che i relativi dicta appaiono sovrapponibili alla peculiare situazione generata dalla nuova disposizione oggetto del presente scrutinio di costituzionalità. Con tale sentenza, infatti, venne dichiarata la illegittimità costituzionale dell'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario, nella parte in cui non prevedeva che il beneficio del permesso premio potesse essere concesso nei confronti dei condannati che, prima dell'entrata in vigore dell'articolo 15, comma 1, del già citato Dl 306/92 - introduttivo del nuovo e più rigoroso testo dell'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario in tema di misure alternative, permessi premio e lavoro all'esterno per i condannati di reati lato sensu di criminalità organizzata - avessero realizzato le condizioni per usufruire del beneficio richiesto, e per i quali non fosse accertata la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. Nella pronuncia innanzi richiamata, la Corte sottolineò come il percorso compiuto dalla giurisprudenza costituzionale, a partire dalla più volte ricordata sentenza 306/93, fosse diretto a mantenere il rispetto del principio rieducativo nella fase della esecuzione penale, anche in presenza di leggi con le quali si era ritenuto di restringere gli accessi alle misure alternative alla detenzione o a determinati benefici penitenziari, per far fronte ai pericoli creati dalla criminalità organizzata. In tale cornice si era così iscritta la sentenza 445/97 in essa si era affermato che quando la condotta penitenziaria del detenuto ha consentito di accertare il raggiungimento di uno stadio del percorso rieducativo adeguato al beneficio da conseguire , la innovazione legislativa che vieta la concessione di misure alternative alla detenzione finisce per atteggiarsi alla stregua di un meccanismo a connotazioni sostanzialmente ablative, riproducendo così quei caratteri di revoca non fondata sulla condotta colpevole del condannato , che la stessa Corte aveva già censurato nella sentenza 306/93. Il punto di arrivo del percorso tracciato dalla giurisprudenza costituzionale, era così rappresentato - osservò la Corte - dalla affermazione secondo la quale non si può ostacolare il raggiungimento della finalità rieducativa, prescritta dalla Costituzione nell'articolo 27, con il precludere l'accesso a determinati benefici o a determinate misure alternative in favore di chi, al momento in cui è entrata in vigore una legge restrittiva, abbia già realizzato tutte le condizioni per usufruire di quei benefici o di quelle misure . Quindi, l'identico dispositivo tracciato per la semilibertà nella richiamata sentenza 445/97, venne esteso anche ai permessi premio. L'identica ratio decidendi deve, perciò, valere anche con riferimento alle misure di rigore stabilite per i condannati recidivi, posto che la preclusione alla fruizione di benefici scaturita dal nuovo regime, ove applicata nei confronti di quanti abbiano già raggiunto, all'atto della relativa entrata in vigore, uno stadio del percorso rieducativo adeguato al godimento dei permessi premio, finirebbe per tradursi in un incoerente arresto dell'iter trattamentale, in violazione del principio sancito dall'articolo 27, comma 3, della Costituzione. D'altra parte, la funzione pedagogico-propulsiva assolta dal permesso premio ha indotto questa Corte ad individuare - rimarcando il decisivo valore della computabilità del periodo trascorso in permesso nella durata della detenzione - una progressione nella premialità, cui fa da contrappunto una regressione nella medesima in ipotesi di gravi comportamenti da cui risulta che il soggetto non si è dimostrato meritevole del beneficio v. sentenza 504/95 . Così da rendere evidente come l'introduzione di una sostanziale regressione nella fruizione del permesso premio, non collegata ad una corrispondente regressione comportamentale da parte del condannato, si pone in evidente frizione rispetto alla stessa logica di progressività che, come si è detto, muove l'intero e individualizzato programma trattamentale. Resta conseguentemente assorbito il dubbio di costituzionalità che il giudice rimettente formula in riferimento all'articolo 25 della Costituzione, giacché, al di là della enunciazione formale, non si tratta di questione autonoma, né di censura correlata all'altra da vincolo di pregiudizialità logica o di subordinazione in senso tecnico, ma di semplice diverso profilo dell'unico quesito di legittimità. PQM La Corte costituzionale dichiara l'illegittimità costituzionale dell'articolo 30quater della legge 354/75 Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà , introdotto dall'articolo 7 della legge 251/05 Modifiche al codice penale e alla legge 354/75, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione , nella parte in cui non prevede che il beneficio del permesso premio possa essere concesso sulla base della normativa previgente nei confronti dei condannati che, prima della entrata in vigore della citata legge 251/05, abbiano raggiunto un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto. ?? ?? ?? ?? 5

Corte costituzionale - sentenza 21 giugno-4 luglio 2006, n. 255 Presidente Marini - Relatore Finocchiaro Ritenuto in fatto 1. - Con ordinanza del 28 settembre 2005 il Magistrato di sorveglianza di Venezia ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1, comma 1, della legge 1 agosto 2003, n. 207 Sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di due anni , in riferimento agli articoli 3, 27, comma 3, 79, comma 1, e 102, comma 1, della Costituzione, nella parte in cui prevede come automatica ed obbligatoria la concessione della sospensione condizionata dell'esecuzione della pena, non consentendo al giudice di sorveglianza alcuna valutazione di merito, pur essendo norma compresa in una legge non approvata secondo le modalità prescritte dalla Costituzione per l'emanazione di un provvedimento di indulto. Riferisce il rimettente che, nel procedimento sull'istanza di sospensione condizionata dell'esecuzione della pena presentata da Michele Minuzzo, sussistono tutti i requisiti di legittimità previsti dall'articolo 1 della legge 207/03 e che la norma è applicabile al condannato, che risultava trovarsi, al momento dell'entrata in vigore della legge, nelle condizioni previste dall'articolo 7 per essere ammesso al beneficio. L'odierno istante, con ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Venezia, è stato ammesso al beneficio della semilibertà. Con successiva ordinanza, lo stesso Tribunale ha revocato la semilibertà, per avere il condannato più volte violato le prescrizioni del programma di trattamento, dimostrando in tal modo il mancato raggiungimento di quel grado minimo di maturità che è indispensabile possedere per la corretta fruizione di una misura alternativa , nonché rendendo palese la propria inidoneità alla prosecuzione del trattamento . L'intervenuta revoca di una misura alternativa comporta la soggezione del condannato alle preclusioni stabilite dall'articolo 58-quater, comma 2, della legge 354/75 Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà , ovverosia l'impossibilità di accedere per un periodo minimo di tre anni ad altre misure alternative, nonché ai benefici penitenziari dei permessi premio e dell'ammissione al lavoro all'esterno. Secondo il rimettente, però, il fallimento del trattamento extramurario non può in alcun modo essere valorizzato ai fini della decisione sull'odierna istanza. Non è, infatti, applicabile al beneficio oggi richiesto la menzionata preclusione, in quanto la legge istitutiva del cosiddetto indultino ha espressamente richiamato le norme dell'ordinamento penitenziario che ha inteso estendere al nuovo beneficio, mentre non ha richiamato la norma di cui all'articolo 58quater, comma 2, della legge 354/75, che non può essere estesa in via interpretativa, trattandosi di norma di stretta interpretazione in quanto sfavorevole al reo. Prima della sentenza della Corte costituzionale 278/05, la giurisprudenza di legittimità considerava la norma di cui all'articolo 1, comma 3, lettera d , della legge 207/03 il fondamento normativo dell'efficacia preclusiva dell'intervenuta revoca di una misura alternativa ai fini della concessione della sospensione condizionata dell'esecuzione della pena. Dopo la declaratoria di illegittimità della predetta norma è venuto meno il fondamento normativo dell'orientamento prevalente e, pertanto, l'intervenuta revoca di una misura alternativa non può più essere considerata causa di inammissibilità dell'istanza di sospensione condizionata dell'esecuzione della pena. Nel procedimento a quo, la recentissima revoca e l'accertata inidoneità al trattamento extramurario, oltre a non integrare un presupposto ostativo, non possono neppure essere tenute in considerazione ai fini del rigetto dell'istanza, non essendo demandata al giudice di sorveglianza alcuna valutazione di merito dall'articolo 1 della legge 207/03, che prevede l'obbligatoria concessione del beneficio ove sussistano i requisiti di legittimità ivi previsti, in quanto la formulazione della norma, che testualmente dispone è sospesa per la parte residua la pena , anziché può essere sospesa , non lascia dubbi. Ritiene il rimettente che la disposizione attribuisce al sistema una connotazione estremamente criticabile, e che, pertanto, debba essere sollevata d'ufficio questione di legittimità costituzionale della norma, per contrasto con gli articoli 3, 27, comma 3, 79, comma 1, e 102, comma 1, della Costituzione, ravvisandosene la rilevanza e la non manifesta infondatezza. La questione è rilevante, ai fini della pronuncia del giudice a quo sull'istanza, essendo ineliminabile l'applicazione della norma nell'iter logico-giuridico che il rimettente deve percorrere per la decisione conclusiva dell'odierno procedimento, trovandosi il condannato nelle condizioni previste dall'articolo 1 della legge 207/03 per l'ammissione alla sospensione condizionata della pena, pur avendo subìto colpevolmente da brevissimo tempo, per lo stesso titolo esecutivo, la revoca della più restrittiva delle misure alternative, così dimostrando l'incapacità di gestire una misura ben più contenitiva del beneficio oggi richiesto. In punto di non manifesta infondatezza, si osserva che il nuovo istituto introdotto nel sistema dalla legge 207/03, di non facile inquadramento sistematico, è connotato dal tendenziale automatismo della concessione, non essendo demandato al giudice di sorveglianza alcun prudente apprezzamento sul raggiungimento da parte del condannato di un grado di rieducazione adeguato al beneficio richiesto e sulla conseguente idoneità rieducativa di quest'ultimo, né sulla idoneità a prevenire il pericolo di recidiva, ma esclusivamente l'accertamento della sussistenza dei requisiti di legittimità previsti dalla legge da qui le evidenti affinità della sospensione condizionata con la misura clemenziale dell'indulto, con la quale il nuovo beneficio ha anche in comune la disciplina della revoca a causa della commissione di un delitto non colposo entro il termine previsto dalla legge, nonché l'estinzione della pena nel caso opposto. Confermano tale assunto anche la natura di beneficio extra ordinem dell' indultino derivante dai limiti temporali stabiliti dall'articolo 7 della legge 207/03 e la ratio di deflazione carceraria, ampiamente resa nota dal dibattito parlamentare e politico che ha preceduto l'emanazione della predetta legge. Irrilevante, ai fini dell'inquadramento sistematico del nuovo istituto è, invece, ad avviso del giudice a quo, la circostanza che l' indultino abbia come contenuto una serie di obblighi e prescrizioni in gran parte mutuati dalla più ampia delle misure alternative, ovvero l'affidamento in prova al servizio sociale, misura con la quale il beneficio condivide altri aspetti di disciplina, quali la sottoscrizione del verbale delle prescrizioni, la competenza del magistrato di sorveglianza sulle modifiche delle prescrizioni e in ordine ai provvedimenti di cui agli articoli 51bis e 51ter della legge 354/75. L' indultino , infatti, nonostante tali richiami di disciplina nella fase esecutiva, non può essere considerato una misura alternativa alla detenzione stante il ricordato automatismo del procedimento di concessione e l'assenza di alcuno spazio per una valutazione in termini di meritevolezza del beneficio, elementi che lo rendono del tutto affine a una misura di clemenza. Quest'ultima, infatti, non ha alcuna efficacia rieducativa, ma risponde a scelte di politica criminale, e limita il ruolo del giudice a un mero accertamento dei requisiti di legittimità previsti dalla legge. Anche l'indulto, peraltro, può essere sottoposto a condizioni od obblighi, alla cui violazione consegue la revoca del beneficio. A ben vedere, il rapporto di affinità appare tale da configurare un'identità di ratio legis. L'introduzione di una misura di clemenza avrebbe, però, doverosamente richiesto un formale provvedimento di indulto, approvato con le forme previste dalla Costituzione, ovverosia con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale, requisito formale di cui la legge n. 207 del 2003 è, invece, priva, con conseguente contrasto con l'articolo 79, comma 1, della Costituzione. Anche a non voler considerare la sospensione condizionata della pena una misura di clemenza, tale da richiedere un formale provvedimento di indulto, la norma censurata non si sottrae, comunque, ai dubbi di legittimità costituzionale. L'introduzione del nuovo istituto rappresenta, infatti, un punto di rottura dell'armonia del vigente sistema dell'esecuzione penitenziaria, che prima dell'entrata in vigore della legge n. 207 del 2003 aveva una sua logica coerenza, in quanto incentrato sui principi del finalismo rieducativo della pena, dell'individualizzazione del trattamento e della progressività trattamentale. Conformemente a tali principi, ai quali è improntato tutto il settore dell'esecuzione penale, la concessione di ogni misura alternativa o beneficio premiale previsto dall'ordinamento penitenziario deve essere preceduta, oltre che dall'accertamento della sussistenza dei requisiti di legittimità di volta in volta prescritti dalla legge, anche da una valutazione del giudice sul raggiungimento da parte del condannato di uno stadio del percorso rieducativo adeguato al beneficio richiesto, e sulla conseguente idoneità rieducativa di quest'ultimo, nonché, nel caso di benefici comportanti l'uscita del detenuto dal carcere, sull'idoneità a prevenire il pericolo di fuga e di recidiva. Nelle proprie decisioni, il giudice di sorveglianza deve aver riguardo ai risultati del trattamento individualizzato e verificare la sussistenza delle condizioni per un adeguato reinserimento sociale, al fine di garantire la proporzionalità e l'individualizzazione del trattamento sanzionatorio, oltre che 1'ineludibile finalità rieducativa della pena. Ogni istituto previsto dal sistema ha, poi, una funzione pedagogico-propulsiva, quale incentivo per il condannato a migliorare la sua adesione al trattamento, nonché come momento di verifica per l'eventuale ammissione a benefici più ampi. Tale funzione degli istituti di risocializzazione consente di individuare una progressione nella premialità, cui fa da contrapposto una regressione nella medesima nel caso di mancato rispetto delle prescrizioni dei benefici già concessi o di altre irregolarità comportamentali . Espressione normativa della biunivoca correlazione che deve necessariamente stabilirsi tra la progressione o regressione nel trattamento rieducativo e la risposta conseguente sul piano dell'accesso agli istituti di risocializzazione è la menzionata norma di cui al comma 2 dell'articolo 58quater della legge 354/75, che prescrive, in caso di regressione di tale gravità da dare luogo alla revoca di una misura alternativa alla detenzione, il divieto di concessione di benefici per un periodo di tre anni dalla data del provvedimento di revoca. Con l'introduzione nel sistema penitenziario della sospensione condizionata della parte finale dell'esecuzione della pena detentiva, invece, ogni valutazione finalizzata all'individualizzazione del trattamento rieducativo è preclusa al giudice di sorveglianza, il quale, accertata la sussistenza dei requisiti di legittimità, deve automaticamente concedere il beneficio. Nel nuovo sistema, pertanto, può essere ammesso all' indultino , ovvero ad un beneficio di notevole portata, il condannato che non abbia mai ottenuto, per la mancata adesione al trattamento e la condotta irregolare tenuta nel corso dell'esecuzione, l'ammissione a una misura alternativa, neppure più blanda quale la detenzione domiciliare o la semilibertà , né alcun tipo di beneficio, pur se di minore portata, come la liberazione anticipata, l'ammissione ai permessi premio, al lavoro all'esterno. Il condannato che abbia subito colpevolmente la revoca di una misura alternativa, come l'istante nel giudizio a quo, deve essere obbligatoriamente scarcerato, in presenza dei requisiti di legge e su presentazione dell'istanza da parte dell'interessato, e ottenere, per tale via, una misura più ampia di quella che si è appena rivelata inidonea, nonché di quelle che gli sono precluse per tre anni ai sensi dell'articolo 58quater, comma 2, della legge 354/75, senza che il giudice di sorveglianza possa in alcun modo vagliare il comportamento tenuto nel corso della precedente misura, e neppure il comportamento successivo alla revoca, gli eventuali progressi nel trattamento, il grado di rieducazione nel frattempo raggiunto, i risultati del trattamento individualizzato, la sussistenza delle condizioni per il reinserimento sociale e la rieducazione del condannato, con particolare riguardo ai bisogni della personalità di quest'ultimo. Censurabile appare l'instaurazione di un sistema rigido che preclude al giudice di verificare il percorso rieducativo compiuto dal condannato, nell'ambito del quale la revoca di una misura alternativa non può non assumere indubbio rilievo. Ne consegue, per il giudice a quo, il contrasto della norma censurata con l'articolo 27, comma 3, della Costituzione per la lesione dei principi di proporzionalità e individualizzazione della pena, di progressività trattamentale e finalismo rieducativo della pena, del tutto ignorati dalla nuova legge, che non consente alcuna prognosi di idoneità rieducativa in relazione al grado di rieducazione raggiunto e ai progressi compiuti dal condannato nel corso del trattamento, né una prognosi di idoneità preventiva, e inoltre per il suo automatismo che svilisce l'efficacia pedagogico-propulsiva degli altri istituti previsti dall'ordinamento penitenziario, privando il sistema di efficacia deterrente in caso di violazioni o abusi commessi nel corso dell'esecuzione. Va, al riguardo, ricordato - secondo il rimettente - che la Corte costituzionale ha affermato che, pur potendo il legislatore, di volta in volta, nei limiti della ragionevolezza, far tendenzialmente prevalere l'una o l'altra delle finalità della pena afflittiva, retributiva, rieducativa , nessuna delle finalità assegnate alla pena dalla Costituzione deve, però, risultare obliterata sentenza 306/93 . Nella disposizione censurata, la prognosi di idoneità preventiva, generalmente demandata alla magistratura di sorveglianza, è sostituita da una valutazione legale di non pericolosità in base al tipo di reato commesso. Se tale tipizzazione, sia pure non condivisibile in quanto non esaustiva delle ipotesi di pericolosità sociale, che andrebbe valutata caso per caso e in concreto dal giudice, può essere ritenuta indicativa di una qualche preoccupazione del legislatore di non trascurare del tutto la finalità preventiva della pena intento che pare cogliersi anche nella previsione delle prescrizioni di cui all'articolo 4 e delle altre condizioni ostative previste alle lettere b e c del comma 3 dell'articolo l della legge 207/03 , risulta, invece, del tutto obliterata la funzione rieducativa della pena, e appaiono violati i canoni della proporzionalità e individualizzazione del trattamento, oltre che della progressività trattamentale. La stessa Corte costituzionale ha avuto modo di affermare sia pure con riferimento a diverse previsioni restrittive introdotte per i condannati per reati di particolare allarme sociale che la tipizzazione per titoli di reato non appare lo strumento più idoneo per realizzare appieno i principi di proporzione e individualizzazione della pena che caratterizzano il trattamento penitenziario sentenza 445/1997 . La previsione della obbligatoria concessione del beneficio sulla sola base dell'assenza di situazioni ritenute in astratto dal legislatore sintomatiche di pericolosità sociale, appare sottendere una presunzione legale di non necessità, per i condannati che si trovano nelle condizioni per godere del beneficio, di un trattamento rieducativo individualizzato, proporzionato e improntato a criteri di progressività, con lesione dell'articolo 27, comma 3, della Costituzione. Alla luce delle considerazioni che precedono, viene anche rilevata l'irragionevolezza di un sistema che, a fronte di determinati comportamenti del condannato, tali da determinare la revoca di una misura alternativa, gli preclude l'accesso per un certo tempo a determinati benefici, ma nel contempo gli consente, in presenza di requisiti formali, di accedere a un beneficio più ampio di quello appena dimostratosi inidoneo e dei benefici la cui concessione gli è preclusa, senza che possa essere in alcun modo valutato quello stesso comportamento precedentemente sanzionato con la revoca. L'automatismo del sistema introdotto dalla legge 207/03, non temperato da alcuna valutazione di merito del giudice, contrasterebbe, pertanto, con l'articolo 3 della Costituzione sotto il profilo della ragionevolezza e appare censurabile anche sotto il profilo della razionale uniformità del trattamento normativo, in quanto, in presenza dello stesso presupposto un fatto colpevole sanzionato con la revoca , l'ordinamento impone, da una parte, al giudice il divieto di concedere altri benefici per tre anni articolo 58quater, comma 2, della legge 354/75 , mentre, dall'altra, gli impedisce di tenere in debita considerazione lo stesso fatto, imponendogli, per converso, l'obbligo di concedere un beneficio extramurario della massima portata. La rinuncia dello Stato all'applicazione della pena, dopo la condanna irrevocabile, deve essere esercitata nelle forme previste dalla Costituzione, ovverosia con la maggioranza dei due terzi prevista dall'articolo 79 della Costituzione. Non è sottaciuto, infine, che il denunciato automatismo, che impone al giudice l'obbligo di ammettere una persona condannata a una pena detentiva legalmente inflitta a un ampio beneficio extramurario previa la mera verifica della sussistenza dei requisiti previsti dalla legge, senza alcuna valutazione di merito, priva l'attività del giudice chiamato a decidere sull'istanza di qualsivoglia contenuto giurisdizionale, con conseguente lesione dell'articolo 102, comma 1, della Costituzione. 2. - Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata inammissibile o infondata. Secondo la difesa erariale, infatti, l'ordinanza di rimessione si è semplicemente limitata ad affermare che sussistono tutti i requisiti di legittimità di cui all'articolo 1 della legge 207/03 per la concessione del beneficio, senza esplicitarli. Nel merito, secondo l'Avvocatura, la relazione al progetto di legge sull' indultino sarebbe chiara sui principi sottesi all'intervento legislativo risolvere l'insostenibilità del sovraffollamento carcerario, per migliorare le condizioni di detenzione - che attualmente non assicurano il rispetto della dignità della persona - e garantire, al contempo, le esigenze di tutela della collettività. La sospensione dell'esecuzione della pena è accompagnata da precise prescrizioni che, solo se adempiute dal condannato, porterebbero all'estinzione della pena. Dunque il c.d. indultino ha finalità di ovviare al sovraffollamento carcerario che rappresenta un grave ostacolo alla funzione rieducativa e punta alla salvaguardia della dignità della persona umana, senza però dimenticare il fine del recupero sociale del condannato questi, infatti, vede sostituito un trattamento penale scarsamente significativo detenzione non superiore a due anni con un altro trattamento di durata assai più lunga cinque anni che ha la funzione di stimolo all'astenersi dall'infrangere ulteriormente la normativa penale, con conseguente esclusione di qualsiasi irrazionalità che possa comportare una violazione dell'articolo 3 della Costituzione. La difesa erariale richiama poi la sentenza 278/05, secondo cui rientra nella discrezionalità del legislatore modulare in vario modo i benefici da concedere ai condannati, con l'unico limite della non manifesta irragionevolezza. Sarebbe infine escluso il contrasto con l'articolo 102 della Costituzione, in quanto l'attività del magistrato di sorveglianza, nell'applicazione del beneficio, mantiene pur sempre un contenuto giurisdizionale, perchè il giudice deve dapprima accertare la presenza dei presupposti per la concessione, e poi valutare se le prescrizioni sono state rispettate, al fine dell'eventuale revoca del beneficio. Considerato in diritto 1. - Il Magistrato di sorveglianza di Venezia dubita della legittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 207/03 Sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di due anni , nella parte in cui, al ricorrere dei requisiti di cui all'articolo 1, obbliga il magistrato di sorveglianza a concedere il beneficio della sospensione condizionata della pena anche nel caso in cui ritenga il condannato immeritevole di tale beneficio per violazione dell'articolo 3 della Costituzione, per l'irragionevolezza di un sistema basato su un automatismo che, a fronte di determinati comportamenti del condannato, tali da determinare la revoca di una misura alternativa e la preclusione per un certo tempo di determinati benefici, al contempo gli consenta, in presenza di requisiti formali, di accedere a un beneficio più ampio di quello appena dimostratosi inidoneo, senza che possa essere in alcun modo valutato quello stesso comportamento precedentemente sanzionato con la revoca per violazione dell'articolo 27, comma 3, della Costituzione, perché, ponendosi in contrasto con i principi del finalismo rieducativo della pena, dell'individualizzazione del trattamento e della progressività trattamentale, la pena non avrebbe alcuna funzione rieducativa o preventiva, non disponendo il giudice di sorveglianza di alcun potere di apprezzamento discrezionale sulla concessione del beneficio per violazione dell'articolo 79, comma 1, della Costituzione, in quanto la norma in questione, pur prevedendo nella sostanza un indulto perché attribuisce il beneficio della sospensione della pena indistintamente a tutti, purché ricorrano determinate condizioni e purché siano osservate determinate prescrizioni , non è stata deliberata con le relative forme previste dalla Costituzione, ovverosia a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale per violazione, infine, dell'articolo 102 della Costituzione, perché il denunciato automatismo, che impone al giudice l'obbligo di ammettere una persona condannata a una pena detentiva legalmente inflitta a un ampio beneficio extramurario previa la mera verifica della sussistenza dei requisiti previsti dalla legge, senza alcuna valutazione di merito, priva l'attività del giudice chiamato a decidere sull'istanza di qualsivoglia contenuto giurisdizionale. 2. - La questione è fondata. L'articolo 1 della legge 207/03, nella sua originaria formulazione, prevedeva, al comma 1, che nei confronti del condannato che ha scontato almeno la metà della pena detentiva è sospesa per la parte residua la pena nel limite di due anni, salvo quanto previsto dai commi 2 e 3 e stabiliva, fra l'altro, al comma 3, che la sospensione non si applica [ ] d quando la persona condannata è stata ammessa alle misure alternative alla detenzione . La disposizione determinava una irragionevole disparità di trattamento fra il condannato il quale, perché meritevole , fosse stato ammesso a misure alternative alla detenzione e il condannato il quale - o perché immeritevole o per il fatto di non versare nelle condizioni oggettive per avanzare la relativa richiesta - non fosse stato ammesso al godimento di tali misure, dal momento che il primo non poteva godere del beneficio della sospensione condizionata della pena residua, mentre il secondo otteneva prima la sospensione della pena, e poi, se non avesse commesso entro cinque anni delitti non colposi con una condanna non inferiore a sei mesi di detenzione, l'estinzione della pena stessa. Sulla base di tale irragionevolezza, questa Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1, comma 3, lettera d , non potendo la circostanza dell'ammissione o meno a misure alternative alla detenzione costituire un discrimine per il godimento del beneficio della sospensione condizionata della pena c.d. indultino , e ciò soprattutto ove si tenga presente che di quest'ultimo verrebbero a godere condannati ritenuti non meritevoli di misure alternative e non anche quelli che sono stati giudicati meritevoli di tali misure sentenza 278/05 . A seguito di questo intervento ablativo, la sospensione condizionata della parte finale della pena detentiva deve ora essere concessa a tutti i condannati purché rispondano a determinati requisiti, quali il non essere recidivi o il non essere stati condannati per determinati reati a prescindere da un giudizio di meritevolezza del beneficio da parte del magistrato di sorveglianza. È vero che l'articolo 4 della legge 207/03 attribuisce al magistrato di sorveglianza un significativo potere di graduare le prescrizioni cui il condannato deve ottemperare durante il periodo in cui la pena è condizionatamente sospesa in relazione alla personalità dello stesso ma è anche vero che tale potere incide solo sulle modalità di godimento del beneficio del c.d. indultino , e non anche sull'an della sua concessione, che è invece obbligatoria anche per soggetti che non abbiano dato prova di meritare un trattamento extramurario. Questa Corte, con giurisprudenza costante, ha affermato il principio secondo cui la tipizzazione per titoli di reato non è lo strumento più idoneo per realizzare appieno i principi di proporzionalità e di individualizzazione della pena che caratterizzano il trattamento penitenziario sentenze 445/97 504/95 306/93 e che a loro volta discendono dagli articoli 27, primo e comma 3, e 3 della Costituzione sentenze 203/91 e 50/1980 , nel senso che eguaglianza di fronte alla pena significa proporzione della medesima alle personali responsabilità ed alle esigenze di risposta che ne conseguono sentenze 349/93 e 299/92 . Per l'attuazione di tali principi, ed in funzione della risocializzazione del reo, è necessario assicurare progressività trattamentale e flessibilità della pena sentenze 445/97 e 306/93 e, conseguentemente, un potere discrezionale al magistrato di sorveglianza nella concessione dei benefici penitenziari sentenza 504/95 . È del tutto evidente, infatti, che la generalizzata applicazione del trattamento di favore previsto dalla disposizione censurata, nell'assegnare un identico beneficio a condannati che presentino fra loro differenti stadi di percorso di risocializzazione, compromette, ad un tempo, non soltanto il principio di uguaglianza, finendo per omologare fra loro, senza alcuna plausibile ratio, situazioni diverse, ma anche la stessa funzione rieducativa della pena, posto che il riconoscimento di un beneficio penitenziario che non risulti correlato alla positiva evoluzione del trattamento, compromette inevitabilmente l'essenza stessa della progressività, che costituisce il tratto saliente dell'iter riabilitativo. L'automatismo che si rinviene nella norma denunciata è sicuramente in contrasto con i principi di proporzionalità e individualizzazione della pena come precisati dalla richiamata giurisprudenza e va, pertanto, dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1, comma 1, della legge 207/03, in riferimento agli articoli 3 e 27, comma 3, della Costituzione, nella parte in cui non prevede che il giudice di sorveglianza possa negare la sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva al condannato quando ritiene il beneficio non adeguato alle finalità previste dall'articolo 27, comma 3, della Costituzione. L'accoglimento della questione di costituzionalità in riferimento ai rilevati parametri comporta l'assorbimento delle ulteriori censure. PQM La Corte costituzionale dichiara l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1, comma 1, della legge 207/03 Sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di due anni , nella parte in cui non prevede che il giudice di sorveglianza possa negare la sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva al condannato quando ritiene il beneficio non adeguato alle finalità previste dall'articolo 27, comma 3, della Costituzione. ?? ?? ?? ?? 8