Sui delitti determinati da motivi di lucro e sugli effetti di un precedente patteggiamento

di Giuseppe Santalucia

La condizione personale dell'essere stato condannato per delitti determinati da motivi di lucro o per contravvenzioni concernenti la prevenzione di delitti contro il patrimonio, richiesta dagli articoli 707 e 708 Cp per l'integrazione delle relative fattispecie criminose del possesso ingiustificato di strumenti atti allo scasso o di valori, non ricorre nel caso in cui il soggetto abbia in precedenza patteggiato la pena per l'imputazione di tentativo di furto, perché la sentenza di patteggiamento è soltanto equiparata alle sentenze di condanna quanto agli effetti e la condizione soggettiva di già condannato non è un mero effetto della condanna, con la conseguenza che il reato contravvenzionale non è integrato. È quanto emerge dalla sentenza 21423/06 della seconda sezione penale della Cassazione, depositata il 20 giugno scorso e qui leggibile integralmente tra i documenti allegati. di Giuseppe Santalucia* Le fattispecie incriminatrici degli articoli 707 e 708 Cp richiedono per la loro integrazione che il soggetto attivo abbia la specifica condizione richiesta, e cioè sia stato condannato in precedenza per delitti determinati da motivi di lucro o per contravvenzioni concernenti la prevenzione dei delitti contro il patrimonio. Tale condizione ricorre nel caso in cui il soggetto abbia a suo carico una sentenza di patteggiamento per n tentativo di furto? La Corte risponde negativamente richiamando innanzitutto Su, 17781/06 ric. Diop , che ha riconosciuto alla sentenza di patteggiamento l'idoneità a costituire titolo per la revoca di diritto, ex articolo 168, comma 1, n. 1 , Cp della sospensione condizionale precedentemente concessa, ed in particolare alcune affermazioni ivi contenute. Le Sezioni unite hanno ragionato sul fatto che la legge equipara la sentenza di patteggiamento alle sentenze di condanna per dedurre logicamente che non sussiste tra i due tipi di sentenze una relazione di identità. Ciò però hanno fatto per valorizzare pienamente il significato precettivo della relazione di equiparazione, negando legittimità ad operazioni interpretative dirette a limitare la portata contenutistica della regola dell'equiparazione. Fatte salve le espresse previsioni di legge in deroga, la relazione di equiparazione esplica tutti gli effetti possibili, non potendosi ritenere che abbia a patire limiti strutturali, per così dire ontologici, desumibili dall'assenza di un contenuto di pieno accertamento di responsabilità. La Corte richiama poi le precedenti sentenze delle Sezioni unite sentenze De Leo, Bahrouni, Soriani , che hanno costantemente negato alla sentenza di patteggiamento la natura della sentenza di condanna. Su, n. 11/1996 ricorrente De Leo ha affermato che la sentenza di patteggiamento non è una sentenza di condanna in senso proprio, ma è dalla legge solo equiparata ad una sentenza di condanna a determinati fini, ritenendo così che l'equiparazione si arresti al solo punto per il quale essa è giustificata, e cioè l'applicazione della pena. La differenza tra i due tipi di sentenza è che nel rito ordinario la condanna è legata ad un previo giudizio di colpevolezza, mentre nel rito del patteggiamento la pena non segue ad un giudizio, che manca del tutto. Su, n. 3600/97 ricorrente Bahrouni ha ribadito che l'equiparazione della sentenza di patteggiamento alla sentenza di condanna rileva soltanto nell'ambito degli aspetti positivi dell'affinità, e quindi soltanto per l'applicazione della pena, dissolvendosi in riferimento all'altra componente essenziale della sentenza di condanna, che è l'accertamento della responsabilità. Su, n. 31/2000 ricorrente Soriani ha chiarito che la natura della sentenza di patteggiamento, potendo discutersi se sia o non sia una sentenza che accerti e affermi la responsabilità, non incide in alcun modo sull'impossibilità della reiterazione del beneficio della sospensione, avendo tale impossibilità la sua causa non nell'accertamento della responsabilità ma nell'applicazione della pena, e quindi proprio nella pena. Tutte le tre decisioni appena richiamate hanno quindi conformato interpretativamente il significato della relazione di equiparazione, restringendone la portata applicativa in ragione di una premessa che la sentenza Diop ha infine abbandonato, e cioè che l'equiparazione possa valere per gli aspetti dell'affinità, quelli relativi all'applicazione della pena, e non possa valere per gli aspetti di diversità, relativi ai contenuti di accertamento della responsabilità. Il dato centrale della questione, invero, consiste nello stabilire se la situazione soggettiva di condannato per taluno dei reati indicati nell'articolo 707 Cp rappresenti un effetto penale della sentenza di condanna o invece sia altro, perché se si riconosce la natura di effetto penale non può negarsi alla sentenza di patteggiamento, proprio in ragione di quanto affermato dalla sentenza Diop, l'idoneità a costituire tale effetto ai fini dell'integrazione della fattispecie contravvenzionale di cui agli articoli 707 e 708 Cp. La sentenza ora in commento, per intenderci la sentenza Maggio ed altro, laconicamente nega che la situazione soggettiva di condannato, sì come descritta negli articoli 707 e 70 Cp, costituisca un effetto penale della condanna, ma non spiega le ragioni di siffatta affermazione. Si osserva allora che gli effetti penali della condanna sono, come ha precisato Sezioni unite, n. 7/1994, ric. Volpe, le conseguenze della sentenza irrevocabile di condanna, derivanti ope legis ed aventi natura sanzionatoria, pur se incidono in ambito diverso da quello del diritto sostanziale o processuale. In particolare la sentenza, secondo la massima estratta, ha chiarito che gli effetti penali della condanna, dei quali il codice penale non fornisce la nozione nè indica il criterio generale che valga a distinguerli dai diversi effetti di natura non penale che pure sono in rapporto di effetto a causa con la pronuncia di condanna, si caratterizzano per essere conseguenza soltanto di una sentenza irrevocabile di condanna e non pure di altri provvedimenti che possono determinare quell'effetto per essere conseguenza che deriva direttamente, ope legis, dalla sentenza di condanna e non da provvedimenti discrezionali della pubblica amministrazione, ancorché aventi la condanna come necessario presupposto per la natura sanzionatoria dell'effetto, ancorché incidente in ambito diverso da quello del diritto penale sostantivo o processuale . Alla luce di questa definizione, anche la condizione soggettiva di condannato per taluno dei reati di cui agli articoli 707 e 708 Cp potrebbe costituire un effetto penale della condanna, e quindi, in assenza di un'espressa previsione di legge in deroga, collegarsi alla pronuncia di una sentenza di patteggiamento secondo le indicazioni da ultimo provenienti dalla sentenza Diop delle Su. *Magistrato

Cassazione - Sezione seconda penale - sentenza 5 maggio-20 giugno 2006, n. 21423 Presidente Rizzo - Relatore Pagano Fatto e diritto Maggio Maurizio ed il difensore di Keka Ferdinant ricorrono avverso la sentenza sopra indicata che ha accertato la responsabilità dei prevenuti in ordine alla contravvenzione di cui all'articolo 707 Cp ed ha irrogato a ciascuno la pena di mesi 4 di arresto. Maggio deduce violazione dell'articolo 133 Cp per essere stata inflitta sanzione non proporzionata alla sua personalità di giovane tossicodipendente, che ha in corso un programma terapeutico e svolge attività lavorativa. Il difensore del Keka eccepisce che l'unico precedente dell'imputato è costituito da una sentenza a pena patteggiata per un tentativo di furto, precedente che non ha natura di condanna e non può costituire presupposto il ricorso di Maggio è inammissibile in quanto il giudizio sulle circostanze e sulla quantificazione della sanzione deve ritenersi esaurientemente compiuto con il porre in risalto anche una sola delle circostanze suscettibili di valutazione. Nel caso specifico la motivazione è stata esposta con riguardo ai numerosi precedenti, non essendo il giudice comunque tenuto a considerare in maniera analitica i singoli elementi di cui all'articolo 133 Cp esponendo per ciascuno di questi le rispettive ragioni che lo hanno indotto a formulare il proprio conclusivo giudizio Cassazione 9387/00, ud. 15.6.00, rv. 216924 . Il ricorso della difesa del Keka è invece fondato, in quanto la condizione personale indicata negli articoli 707 e 708 Cp è l'essere stato condannato per delitti determinati da motivi di lucro o per contravvenzioni concernenti la prevenzione di delitti contro il patrimonio , condizione insussistente per il prevenuto che ha come precedente una applicazione di pena su richiesta ex articolo 444 Cpp. La fonte normativa relativa alla presente fattispecie per qualificare la natura delle sentenze di patteggiamento è l'articolo 445 comma 1bis Cpp, introdotto dall'articolo 2 lettera a legge 134/03, che nel secondo periodo dispone Salve diverse disposizioni di legge, la sentenza è equiparata a una pronuncia di condanna . Sul punto, con riferimento a questa disposizione di legge, recentemente le Su della Corte sentenza 23/2005 depositata il 23 maggio 2006, ricorrente Diop hanno rilevato Il fatto stesso che il legislatore si esprima in termini di mera equiparazione, omettendo, quindi, di istituire una vera e propria identificazione, tra sentenza che applica la pena e sentenza di condanna rende necessario ricorrere ad un modello interpretativo che non trascuri le applicazioni giurisprudenziali che hanno coinvolto le conseguenze direttamente derivanti da una sentenza di condanna e, di volta in volta, ritenute riferibili anche alla sentenza che applica la pena su richiesta . Questa decisione, che ha esaustivamente rivisitato l'istituto della pena a richiesta alla luce della normativa del patteggiamento allargato, ha concluso per l'assetto unitario del sistema normativo cosi come risultante anche per effetto della introduzione delle novelle del 479/99, della legge 97/2001 e della legge 134/03, che non incidono sulla struttura e sulla funzione della pena patteggiata. La sentenza ha statuito che il sistema introdotto dalla normativa complementare non consente di rifuggire dall'applicazione di tutte le conseguenze penali della sentenza di condanna che non siano categoricamente escluse . Le Su hanno quindi affermato che la sentenza di patteggiamento, equiparata ad una sentenza di condanna, è titolo per la revoca di sospensione condizionale precedentemente concessa. Questa Corte rileva poi che la costante giurisprudenza di legittimità vedi tra l'altro Su, 8.5.96, Di Leo Su 26.2.97, Bahrouni Su 22.11.00, Soriani , in forza della struttura negoziale del rito, ha sempre escluso per le sentenze di pena a richiesta la natura di sentenze di condanna, essendovi solamente un regime di equiparazione, come dispone testualmente il sopra riportato articolo 44,5 comma 1bis Cpp. Va ricordato anche che la giurisprudenza della Corte costituzionale, nel riconoscere la natura di accertamento giurisdizionale di questo tipo di decisione, ne evidenzia la compatibilità con l'articolo 101 comma 2 della Costituzione pur escludendo che la sentenza di patteggiamento contenga un accertamento pieno della responsabilità sentenza 499/95 sentenza 251/91 e riconosce che la decisione richiede comunque un accertamento negativo circa la possibilità di pronunciare sentenza di proscioglimento per una delle cause di non punibilità ex articolo 129 Cpp. Tanto non equivale ad una pronuncia positiva di ,colpevolezza, pur in qualche modo presupponendo la responsabilità sentenza 155/96 . La Corte costituzionale è quindi in linea con una qualificazione di equiparazione e'non di identificazione della sentenza di pena a richiesta come una sentenza di condanna. Alla luce di queste considerazioni, si conclude affermando che la qualità soggettiva di persona condannata per delitti determinati da motivi di lucro è nella fattispecie insussistente in quanto la mancata identificazione normativa di questo tipo di sentenze come una sentenza di condanna, cui solamente sono equiparate quanto agli effetti, non consente di fare acquisire questa condizione soggettiva che non è un mero effetto, una conseguenza della sentenza di applicazione di pena a richiesta. La sentenza nei confronti del Keka deve essere annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste, mentre l'impugnazione di Maggio Maurizio è inammissibile a norma dell'articolo 606 comma 3 Cpp alla relativa declaratoria consegue, per il disposto dell'articolo 616 Cpp la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa delle ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in euro 600. PQM Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Keka Ferdinant perché il fatto non sussiste. Dichiara inammissibile il ricorso di Maggio Maurizio che condanna al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di euro 600 alla Cassa delle Ammende.