Concorsi: un po' di ""immoralità"" (un solo precedente per droga) non chiude la strada nella polizia penitenziaria

di Teodoro Elisino

di Teodoro Elisino L'apprezzamento dei requisiti morali, con particolare riferimento all'assunzione di sostanze stupefacenti da parte dei soggetti aspiranti all'arruolamento nei corpi armati dello Stato, deve essere effettuata in modo tale da verificare l'effettivo comportamento del soggetto, nel senso di prendere in considerazione in concreto l'episodio o gli episodi che possono determinare la mancanza del requisito relativo alla moralità del soggetto interessato. È quanto stabilito dalla quarta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 5777/06 qui leggibile nei documenti correlati . I giudici di Palazzo Spada, con la pronuncia in esame, hanno confermato il costante orientamento giurisprudenziale sulla specifica questione. La indiscussa moralità è stata richiesta dal ministero della Giustizia per l'arruolamento nei ruoli della Polizia penitenziaria. La mancanza dei requisiti di moralità e condotta incensurabili avevano indotto la citata amministrazione a negare l'arruolamento all'interessato in quanto risultava in capo allo stesso un precedente penale per uso di sostanze stupefacenti e per la frequenza con persone dedite all'uso delle stesse sostanze. Nel giudizio di primo grado, avverso il predetto diniego, il Tar Sardegna, con la sentenza 18/1998, dà ragione al ricorrente. Il ministero della giustizia, tuttavia, nel 1998, anche in considerazione della particolare attività che avrebbe dovuto svolgere l'interessato è come dire qui custodiet custodies ricorre al Consiglio di Stato, ritenendo erronea la sentenza dei giudici sardi in quanto, in punto di fatto, il candidato era stato sorpreso dai carabinieri insieme con un amico ed aveva ammesso in tale circostanza di aver fumato una sigaretta di hashish il fatto, poi, che il Pretore avesse ritenuto improcedibile l'azione penale per l'uso personale della droga, non cancellava il fatto storico, il quale determinava il venir meno del requisito di quella moralità e condotta incensurabile di cui all'articolo 26 della legge 53/1989. La disposizione citata dall'amministrazione della giustizia dispone Per l'accesso ai ruoli del personale della polizia di Stato e delle altre forze di polizia indicate dall'articolo 16 della legge 121/81, è richiesto il possesso delle qualità morali e di condotta stabilite per l'ammissione ai concorsi della magistratura ordinaria . Il Collegio romano non ritiene di accogliere le tesi dell'amministrazione osservando che la giurisprudenza amministrativa ha, da tempo, rilevato che l'apprezzamento dei requisiti morali, con particolare riferimento all'assunzione di sostanze stupefacenti da parte dei soggetti aspiranti all'arruolamento nei corpi armati dello Stato, deve essere effettuata in modo tale da verificare l'effettivo comportamento del soggetto, nel senso di prendere in considerazione in concreto l'episodio o gli episodi che possono determinare la mancanza del requisito relativo alla moralità del soggetto interessato. In particolare - è detto in motivazione - la giurisprudenza si è soffermata su quella specifica fattispecie riconducibile ad un uso isolato di sostanze stupefacenti, fatto che di per sé è, pur, da considerare riprovevole, non determina inconfutabilmente quella dedizione all'uso di sostanze stupefacenti che, appunto per la sua ripetitività, determina sicuramente una mancanza di quella moralità minima che deve essere necessariamente posseduta da chi si appresta a tutelare gli interessi della collettività. Per i giudici di Palazzo Spada, la vicenda di cui è protagonista l'aspirante agente penitenziario si inquadra perfettamente nel filone giurisprudenziale che si è prima indicato, in quanto il fatto dell'assunzione di sostanze stupefacenti ha riguardato un solo, singolo episodio, non più ripetuto nel tempo, mentre la cosiddetta frequentazione con soggetti dediti all'uso di sostanze stupefacenti è relativa sempre allo stesso episodio, essendo stato trovato il soggetto a fumare in compagnia. D'altra parte, rileva infine il collegio, deve aggiungersi che pur non disconoscendosi il potere discrezionale di valutare fatti rilevanti ai fini della moralità e condotta incensurabile, nel caso di specie non vi è traccia alcuna di tale valutazione ai fini della moralità. Il Consiglio di Stato si è uniformato, quindi, al filone giurisprudenziale sulla specifica materia. Un filone giurisprudenziale solitamente nasce su materie non disciplinate in modo ottimale dalla legge, da norme cioè che lasciano ampi spazi interpretativi oppure ampia discrezionalità di agire a chi su quelle materie opera spesso per conto dello Stato, a discapito del malcapitato di turno che viene in contatto con l'amministrazione statale. Quando si forma un filone giurisprudenziale il legislatore dovrebbe intervenire per colmare quelle lacune che spingono la giurisprudenza ad intervenire frequentemente e con uniformità di giudizio. Il legislatore, invece, quasi mai interviene, lasciando che il costante orientamento diventi sempre più costante, fino a quando qualcuno, per puro gusto di contraddizione o perché più bravo di altri, contrasta l'orientamento costante, il tutto per buona pace del cittadino che non saprà mai che sorte gli spetterà, semmai ne avrà la possibilità, anche economica, di tentare quella sorte. Nella sentenza in esame si verte sulla moralità delle persone, e su questo argomento così delicato non abbiamo norme puntuali ed inequivocabili, norme che impediscano interpretazioni soggettive, conseguenti, quindi, alla moralità di chi valuta, o interpretazioni condizionate dal particolare momento storico-sociale. La nostra legislazione, ritenuta tra le migliori del mondo, si dimostra tale evidentemente solo da un punto di vista quantitativo, ma non da quello qualitativo, viste gli innumerevoli contenziosi basati solo sull'interpretazione delle norme. Nel caso in esame, il cittadino è stato fortunato due volte, la prima, perché ha ritenuto di rivolgersi ad un legale che evidentemente conosceva il famoso filone giurisprudenziale , la seconda, perché il Collegio ha ritenuto di confermare l'orientamento in materia. E chi, invece, nella stessa situazione non era a conoscenza del filone giurisprudenziale e, in mancanza di possibilità economiche, ha preferito non rischiare, per non perdere tutto? Si consideri, poi, che si verte in materia di concorsi pubblici, su questioni, quindi, di interesse soprattutto di giovani che per ricorrere alla giustizia devono avvalersi delle finanze altrui, finanze non sempre disponibili, soprattutto quando, come nel caso specifico, la causa del contenzioso è da addebitarsi solo ed esclusivamente al brutto e diffuso episodio di cui è stato protagonista il candidato.

Consiglio di Stato - Sezione quarta - decisione 9 maggio-2 ottobre 2006, n. 5777 Presidente Saltelli - Relatore Mele Ricorrente ministero di Grazia e giustizia Fatto È impugnata la sentenza del Tar della Sardegna indicata in epigrafe, con la quale è stato accolto un ricorso contro il diniego di arruolamento dell'appellato nei ruoli della Polizia penitenziaria, per mancanza dei requisiti di moralità e condotta incensurabili , in quanto risultava in capo allo stesso un precedente penale per uso di sostanze stupefacenti e per la frequenza con persone dedite all'uso delle stesse sostanze. Rileva l'appellante Amministrazione l'erroneità della sentenza appellata in quanto, in punto di fatto, l'Agus era stato sorpreso dai carabinieri in data 17 dicembre 1988 insieme con un amico ed aveva ammesso in tale circostanza di aver fumato una sigaretta di hashish il fatto, poi, che il pretore avesse ritenuto improcedibile l'azione penale per l'uso personale della droga, non cancellava il fatto storico, il quale determinava il venir meno del requisito di quella moralità e condotta incensurabile di cui all'articolo 26 della legge 53/1989. Ha chiesto, quindi, l'appellante l'accoglimento del presente appello. L'appellato si costituisce in giudizio e resiste all'appello, chiedendone la reiezione. La causa passa in decisione alla pubblica udienza del 9 maggio 2006. Diritto L'appello è infondato. La giurisprudenza amministrativa ha, da tempo, rilevato che l'apprezzamento dei requisiti morali, con particolare riferimento all'assunzione di sostanze stupefacenti da parte dei soggetti aspiranti all'arruolamento nei corpi armati dello Stato, deve essere effettuata in modo tale da verificare l'effettivo comportamento del soggetto, nel senso di prendere in considerazione in concreto l'episodio o gli episodi che possono determinare la mancanza del requisito relativo alla moralità del soggetto interessato. In particolare, la giurisprudenza si è soffermata su quella specifica fattispecie riconducibile ad un uso isolato di sostanze stupefacenti, fatto che di per sé è, pur, da considerare riprovevole, non determina inconfutabilmente quella dedizione all'uso di sostanze stupefacenti che, appunto per la sua ripetitività, determina sicuramente una mancanza di quella moralità minima che deve essere necessariamente posseduta da chi si appresta a tutelare gli interessi della collettività. Ora, nella specie, la vicenda che ha riguardato l'odierno appellante, sig. Agus, si è incentrata su un solo episodio di assunzione di hashish, relativamente al quale, proprio per la sua episodicità, non sono neppure intervenuti provvedimenti giudiziari punitivi. E poiché tale vicenda si inquadra perfettamente nel filone giurisprudenziale che si è prima indicato, in quanto il fatto dell'assunzione di sostanze stupefacenti ha riguardato un solo, singolo episodio, non più ripetuto nel tempo, mentre la cosiddetta frequentazione con soggetti dediti all'uso di sostanze stupefacenti è relativa sempre allo stesso episodio, essendo stato trovato il soggetto a fumare in compagnia, l'appello va, conseguentemente, rigettato, con conferma della sentenza di primo grado. D'altra parte, per completezza, deve aggiungersi che pur non disconoscendosi il potere discrezionale di valutare fatti rilevanti ai fini della moralità e condotta incensurabile, nel caso di specie non vi è traccia alcuna di tale valutazione ai fini della moralità. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale Sezione quarta , definitivamente pronunciando sull'appello in epigrafe, lo rigetta. Condanna l'amministrazione appellante al pagamento delle spese di giudizio, che si liquidano in complessivi euro 3.000,00 tremila . Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa. 1 - 2 - N.R.G. 4209/1998 TRG