Infiltrazioni mafiose, l'interferenza è sufficiente per sciogliere il Consiglio comunale

Bocciato il ricorso degli ex amministratori municipali di Crispano, nel Napoletano, anche se per il loro coinvolgimento in affari illeciti non sono stati riscontrati gli estremi di reato

Infiltrazioni mafiose, il sospetto giustifica lo scioglimento del Comune. Se poi è supportato da striscioni inneggianti un capo clan le cui missive vengono lette durante la festa più importante del paese non ci sono attenuanti che reggono il condizionamento della malavita è certo. A chiarirlo è stato il Tar Campania con la sentenza 1622/06 depositata lo scorso 6 febbraio e qui leggibile nei documenti correlati . Il Tar ha respinto il ricorso dell'ex Consiglio comunale di Crispano di Napoli, un paesino dell'hinterland partenopeo, contro il decreto del Capo dello Stato dello scorso 25 ottobre che ne aveva decretato lo scioglimento. L'ex primo cittadino e la sua Giunta sostenevano, infatti, che l'istruttoria non era sufficiente a dimostrare pressioni o condizionamenti da parte della criminalità organizzata. I collegamenti indiretti con la malavita, del resto, hanno spiegato i giudici partenopei, si verificano anche quando il coinvolgimento degli amministratori negli affari illeciti non concretizza gli estremi di un reato. Quello che conta è l'interferenza dei clan camorristici sul Consiglio comunale, nonostante la presenza di politici del tutto estranei al condizionamento. Resta il fatto, però, che malgrado lo spostamento delle competenze relative alla gestione dell'ente, locale, il vertice politico-amministrativo ha comunque compiti pregnanti di pianificazione, di impulso, di vigilanza e di verifica che impongono l'esigenza di intervenire ed apprestare tutte le misure e le risorse necessarie per difendere l'interesse pubblico dalla possibile ingerenza della criminalità organizzata. Inoltre, eventuali parentele o amicizie scomode insieme a striscioni inneggianti un capo clan le cui lettere vengono lette pubblicamente alla presenza del sindaco in occasione della festa più importante del paese, inducono a sospettare che vi sia un'infiltrazione camorristica. Infine, se a tutto ciò si aggiunge che il Consiglio comunale di Crispano ha affidato l'appalto del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani ad un'impresa, nonostante il prefetto di Napoli avesse comunicato ai vertici politici il possibile condizionamento da parte della malavita organizzata, l'infiltrazione da sospetta diventa quasi certa. Ma non solo, il Consiglio comunale aveva fatto molto di più, superando l'interdizione della Prefetto di Napoli attraverso l'acquisizione dell'informativa dal collega di Roma che escludeva, invece, qualsiasi possibilità di infiltrazione mafiosa. Per cui, l'anomalo interessamento degli amministratori dell'ente locale alla ditta che gestiva il servizio di raccolta dei rifiuti urbani insieme a tutte le altri ipotesi di condizionamento da parte di clan camorristici giustificano lo scioglimento del Consiglio comunale di Crispano di Napoli. cri.cap

Tar CampaniaNapoli - Sezione prima ter - sentenza 21-27 dicembre 2005 - 6 febbraio 2006, n. 1622 Presidente Coraggio - Relatore Donadono Fatto All'esito degli accertamenti effettuati dalla Commissione di accesso nominata con decreto prefettizio del 30/9/2004 ai sensi dell'articolo 1, comma. 4, del decreto legge 629/82, il Prefetto di Napoli disponeva, con proprio decreto del 22/10/2005, la sospensione in via cautelare del Consiglio comunale di Crispano, da ultimo rinnovato nella tornata elettorale del 26 maggio 2002. Con decreto del Presidente della Repubblica del 25 ottobre 2005, l'organo elettivo veniva sciolto per 18 mesi in applicazione dell'articolo 143 del D.Lgs 267 del 2000 e veniva insediata la Commissione straordinaria per la gestione dell'ente. Avverso tali determinazioni insorgevano, con ricorso notificato il 7/11/2005, i sig.ri Esposito Carlo, Galante Raffaele, Mazzara Enrico, Galante Giuseppe, Frezza Giuseppe, Esposito Salvatore, Gallo Angelo, Casaburi Sossio e Imitazione Gregorio. L'amministrazione dello Stato si costituiva in giudizio resistendo all'impugnativa. Con ordinanza presidenziale 149 del 9 novembre 2005 venivano disposti incombenti istruttori, ai quali il Ministero e l'Utg -Prefettura davano esecuzione esibendo i documenti richiesti. Diritto 1. Preliminarmente la difesa erariale eccepisce l'inammissibilità dell'impugnativa in quanto i ricorrenti non avrebbero allegato la qualità da cui deriverebbe il loro interesse a ricorrere. L'eccezione va disattesa nella domanda incidentale cautelare proposta con il ricorso in esame viene espressamente precisato che i ricorrenti agiscono per la tutela del proprio mandato elettivo. Inoltre è depositata in giudizio la copia del decreto di scioglimento notificata ad uno dei ricorrenti nella sua qualità di assessore. Non vi è dubbio, pertanto, che il ricorso vada esaminato nel merito. 2. Il primo e gli ultimi due motivi di ricorso riguardano problematiche di carattere generale sull'esercizio del potere di scioglimento degli organi elettivi degli enti locali, per cui è opportuno esaminare le relative censure congiuntamente e con precedenza, al fine di delineare il quadro normativo generale che regola i presupposti e le modalità per l'applicazione delle misure previste dall'articolo 143 del d. lgs. n. 267 del 2000. In particolare, i ricorrenti lamentano che - l'istruttoria sarebbe carente in quanto non sarebbe sufficiente dimostrare presunte illegittimità infatti mancherebbe la prova, il cui onere incomberebbe sull'amministrazione, che le eventuali irregolarità sarebbero causate da pressioni o da condizionamenti della criminalità organizzata - nel complesso i provvedimenti impugnati non sarebbero sorretti da elementi oggettivi, coerenti, gravi, precisi e concordanti, secondo le statuizioni dettate in materia dalla sentenza della Corte costituzionale n. 103 del 1993 infatti nemmeno uno degli addebiti formulati negli atti impugnati sarebbe sussistente o rilevante ai fini della determinazione di scioglimento dell'organo elettivo - le norme in materia di scioglimento degli organi elettivi degli enti locali, elaborate in un periodo in cui la competenza della gestione attiva era riservata in particolare al Sindaco ed alla Giunta, andrebbero interpretate in senso coerente con la successiva evoluzione legislativa del sistema di amministrazione degli enti locali, che ha portato ad una nuova distribuzione delle competenze tra gli organi politici e quelli dirigenziali pertanto gli eventuali collegamenti dell'apparato burocratico con la camorra non potrebbero essere imputati agli organi elettivi. 2.1. Secondo il dettato dell'articolo 143 del D.Lgs 267 del 2000 derivante dall'articolo 15-bis della legge n. 55 del 1990 , i consigli comunali e provinciali sono sciolti quando [ ] emergono elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o su forme di condizionamento degli amministratori stessi, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi e il buon andamento delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi alle stesse affidati ovvero che risultano tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica . La Corte costituzionale, investita del giudizio di legittimità costituzionale della suddetta disposizione, con la sentenza 103 del 1993 richiamata dagli stessi ricorrenti ha escluso la violazione di precetti costituzionali, sulla base di una puntuale analisi interpretativa della norma, alla quale occorre ovviamente attenersi nella presente sede giudiziale. In particolare il Giudice delle leggi ha chiarito che - nel quadro dei valori costituzionali coinvolti dall'azione amministrativa, nello spirito degli obiettivi perseguiti dal legislatore e nell'ambito dei principi regolatori dell'esercizio di funzioni autoritative, l'applicazione delle misure straordinarie va motivato con riferimento a risultanze obiettive circa la sussistenza dei collegamenti o delle forme di condizionamento e va argomentato in modo plausibile sulle conseguenze che da esse siano derivate o possano derivare sul piano delle funzionalità e della imparzialità degli organi o su quello della sicurezza pubblica - la relativa valutazione è rimessa all'apprezzamento latamente discrezionale degli organi istituzionali di vertice dell'autorità amministrativa, sotto il controllo del Parlamento, ed è soggetta al sindacato di legittimità demandato al giudice amministrativo sulla sussistenza dei presupposti di fatto e sulla ragionevolezza e coerenza, sotto il profilo logico, del significato attribuito agli elementi di fatto e delle conclusioni che se ne fanno derivare. Va, nel contempo, sottolineato che - non è necessario che i fatti considerati assumano la consistenza di un comportamento illecito, penalmente rilevante, in quanto i collegamenti indiretti e le forme di condizionamento possono verificarsi anche quando il coinvolgimento degli amministratori negli affari della criminalità organizzata non concretizzi gli estremi, oggettivi e/o soggettivi, di una condotta delittuosa - neppure è richiesto che di tali fatti sia raggiunto la pienezza del riscontro probatorio, essendo per contro espressamente previsto dalla disposizione di legge che è sufficiente la acquisizione di elementi , e quindi di circostanze che hanno un grado di significatività inferiore rispetto alle prove che determinano l'applicazione di sanzioni penali o di misure di sicurezza personali - come pure non è richiesto che gli addebiti coinvolgano tutti, o la gran parte, o la maggioranza dei singoli amministratori, poiché ciò che interessa è l'interferenza esercitata dalla criminalità organizzata sull'organo inteso nel suo complesso, nonostante la presenza di soggetti del tutto incolpevoli della situazione determinatasi. In definitiva, la disposizione in esame presenta profili sostanzialmente coerenti con l'impostazione che va assumendo il complesso del sistema normativo emanato per fronteggiare e combattere il fenomeno mafioso. L'esigenza di creare strumenti adeguati per difendere l'ordinamento, le istituzioni e la collettività dall'inquinamento dell'influenza mafiosa nella società civile, nella vita economica e nelle attività delle pubbliche amministrazioni, ha comportato l'introduzione, accanto alla repressione penale, di articolate misure di tutela preventiva. Nella valutazione della legislazione antimafia la Corte costituzionale ha, in più occasioni, sottolineato l'esigenza di salvaguardare beni di primaria e fondamentale importanza per lo Stato, quali l'ordine e la sicurezza pubblica, la libera determinazione degli organi elettivi, nonché il buon andamento e la trasparenza delle amministrazioni pubbliche, contro i pericoli di inquinamento derivanti dalla criminalità organizzata. A fronte della situazione di emergenza determinata da tale minaccia, è stata riconosciuta la costituzionalità di strumenti anche eccezionali di reazione, in difesa degli interessi dell'intera collettività nazionale, purché commisurati alla gravità del pericolo, al rango dei valori tutelati, alle necessità da fronteggiare cfr., tra le principali, Corte costituzionale, 407/92 118/94 184/94 25/2002 . 2.2. Il principio della separazione tra funzione di gestione, devoluta ai dirigenti dell'apparato burocratico degli enti, e funzione di indirizzo e di controllo, rientrante nelle attribuzioni degli organi elettivi, non esclude le responsabilità che fanno capo a questi ultimi, attraverso l'esercizio dei poteri a loro devoluti, qualora emergano azioni od omissioni tali da manifestare l'inidoneità dell'organo collegiale, considerato nel suo complesso, ad assicurare l'indipendenza dell'attività amministrativa da pressioni o condizionamenti della criminalità mafiosa. Infatti, nonostante lo spostamento delle competenze relative alla gestione dell'ente, gli organi di vertice politico-amministrativo hanno comunque compiti pregnanti di pianificazione, di direttiva, di impulso, di vigilanza e di verifica che impongono l'esigenza di intervenire ed apprestare tutte le misure e le risorse necessarie per una effettiva e sostanziale cura e difesa dell'interesse pubblico dalla compromissione derivante da ingerenze estranee. 3. Tanto premesso, occorre quindi passare, qui di seguito, al vaglio le ulteriori censure con le quali sono contestati gli aspetti particolari posti a sostegno degli atti impugnati. 3.1. Ad avviso dei ricorrenti, sarebbero generici gli elementi posti a base della asserita interferenza della malavita nella operatività dell'ente le presunte parentele, inevitabili in una piccola comunità di paese, non sarebbero neppure precisate, né sarebbero dimostrati i condizionamenti che ne sarebbero derivati la frequentazione di pregiudicati potrebbe capitare a chiunque, come accaduto in altri casi, e non dimostrerebbe nulla. Nella memoria difensiva i ricorrenti precisano che - un assessore sarebbe stato visto in compagnia di persone non collegate alla camorra Edm, fratello del candidato sindaco sconfitto alle elezioni e del caporedattore di un noto quotidiano Gda, le cui uniche colpe deriverebbero dalla tossicodipendenza AA cui verrebbero addebitati imprecisati indizi di vicinanza alla camorra - i precedenti di altro assessore riguarderebbero reati di corruzione e non di camorra, tant'è che un incarico di natura fiduciaria sarebbe stato riconfermato al medesimo dalla gestione commissariale di altro Comune - i dipendenti comunali indicati negli atti impugnati non sarebbero stati assunti dalla disciolta amministrazione comunale, sarebbero in servizio da lungo tempo, anche al servizio di passate gestioni commissariali, comunque non avrebbero collegamenti con la camorra, tant'è che uno degli interessati sarebbe impiegato come autista degli attuali commissari prefettizi - le espressioni contenute nella relazione della Commissione di accesso dimostrerebbero un acritico e pedissequo recepimento delle informative degli organi di polizia. Giova premettere che il lessico utilizzato nella relazione di accesso, con la testuale riproduzione del gergo caratteristico delle informative di polizia, non è circostanza idonea ad inficiare la legittimità della istruttoria compiuta. Come si è detto, la determinazione di scioglimento del consiglio comunale rappresenta la risultante di una valutazione essenzialmente discrezionale di circostanze che, pur non raggiungendo la soglia di rilevanza nell'ambito di un giudizio penale o di prevenzione, nondimeno assumono, in base ai dati dell'esperienza, valore sintomatico dei canali attraverso i quali si attua, nella concreta realtà contingente, la pressione della criminalità organizzata. Nella specie il riferimento nella relazione ministeriale alle frequentazioni ed alle parentele di amministratori e dipendenti, serve essenzialmente a delineare il contesto in cui si inseriscono specifici fatti, che evidenziano l'efficacia condizionante dei suddetti canali. Nella relazione prefettizia ed in quella commissariale di accesso sono poi specificamente indicati i soggetti, le situazioni e gli episodi dalle quali è desunto il convincimento di una permeabilità dell'ente alla criminalità organizzata. Al riguardo le doglianze dedotte dai ricorrenti non demoliscono la sostanza di tutti gli accertamenti investigativi, tratti anche da indagini della Direzione distrettuale antimafia, che compongono un quadro, per quanto indiziario, comunque sufficientemente dettagliato delle persone più vulnerabili all'interno dell'ente, con particolare riferimento alla figura e ai trascorsi di due assessori. 3.2. I ricorrenti deducono inoltre che l'amministrazione comunale, contrariamente a quanto asserito negli atti impugnati, avrebbe immediatamente e pubblicamente censurato gli episodi verificatisi durante la Festa dei gigli del giugno 2004 esposizione di un telo inneggiante ad un noto capo-clan locale lettura pubblica da parte del presidente del comitato organizzatore alla presenza del Sindaco di una missiva di saluto inviata dal carcere dal medesimo capo-clan inoltre le attività di prevenzione di siffatti accadimenti spetterebbe agli organi di polizia dello Stato e non al Comune, che peraltro disporrebbe di soli 4 vigili urbani gli organi locali non avrebbero responsabilità ma sarebbero le vittime delle carenze nella lotta alla camorra, che sarebbe compito primario dello Stato. Nella memoria difensiva i ricorrenti precisano che - il citato capo-clan sarebbe stato di recente assolto - gli amministratori non avrebbero conosciuto l'esposizione del telo avvenuta ad un chilometro di distanza - la festa avrebbe una tradizione secolare che nulla avrebbe a che fare con la camorra, tant'è che il presidente della locale paranza sarebbe stato ricevuto in Municipio anche dalla terna commissariale in carica - né sarebbero ipotizzabili collegamenti con la malavita del presidente del comitato organizzatore della festa, visto che quest'ultimo avrebbe di recente ottenuto dalla Questura di Napoli il rilascio del porto d'armi - la lettura delle lettere durante la festa, alla presenza non solo del Sindaco ma anche delle forze dell'ordine, rientrerebbe nella tradizione della festa e si svolgerebbe in clima di grande confusione, che non avrebbe consentito, al Sindaco e neppure ai carabinieri presenti, di rendersi conto della provenienza della lettera in questione - la stampa avrebbe riportato le dichiarazioni di condanna del Sindaco, il quale avrebbe ricevuto espressioni di apprezzamento da parte di due noti esponenti della Commissione parlamentare antimafia. Le contestazioni dedotte dai ricorrenti non escludono il valore, attribuito ai fatti dalle relazioni impugnate, come emblematico di una oggettiva contaminazione della festa tradizionale. Né possono assumere rilevanza nella presente sede giudiziale le notizie di stampa sulla successiva assoluzione del capo-clan locale in uno specifico procedimento penale, essendo per il resto incontroverso il ruolo di spicco svolto dal medesimo soggetto nella criminalità organizzata e la sua influenza fortemente radicata sul territorio, manifestatasi appunto in maniera eclatante nella citata occasione. Peraltro, secondo quanto riferito dalle amministrazioni resistenti, risulterebbe tuttora a carico del suddetto personaggio la pendenza di procedimenti penali per delitti di camorra. Del resto la gravità degli episodi è colta dallo stesso Sindaco della disciolta amministrazione nelle dichiarazioni all'epoca rese alla stampa locale. Sennonché, a parte la deplorazione all'epoca manifestata, rimane incontestata la sostanziale inerzia dell'amministrazione comunale, la cui decisione di prendere contromisure concrete è stata adottata solo in coincidenza con l'insediamento della Commissione di accesso. Come pure è pacifico l'aumento del contributo economico elargito dall'ente per la manifestazione. Sotto altro profilo è evidente che le dichiarazioni rese alla stampa da singoli esponenti politici, per quanto impegnati sul fronte della lotta alla criminalità organizzata, non possono assumere il valore di attestazioni di estraneità, ma riflettono unicamente l'espressione di una opinione personale e contingente dei medesimi, avulsa peraltro dal quadro complessivo di tutti gli altri elementi raccolti negli atti istruttori delle determinazioni impugnate. Come pure è da escludere che le lamentate carenze nell'opera svolta da altri organi dello Stato possono offrire una valida giustificazione all'inadeguatezza e alla incapacità o, tanto meno, alla tolleranza ed alla accondiscendenza nell'azione, essenziale anche a livello degli enti più immediatamente a contatto con le comunità locali, di contrapposizione alla criminalità organizzata e di difesa della legalità. Del tutto irrilevante risulta, altresì, l'atteggiamento assunto nei confronti degli organizzatori della Festa dei gigli del 2006 dalla neo-insediata Commissione straordinaria, tant'è che il contributo comunale risulta al contrario negato secondo quanto riferito dalle amministrazioni resistenti . 3.3. I ricorrenti lamentano che il riferimento negli atti impugnati alle carenza di correttezza, trasparenza e controllo nell'erogazione di benefici economici sarebbe generico e comporterebbe semmai la mera illegittimità degli atti, senza dimostrare alcuna forma di condizionamento della malavita. Sull'argomento il significato degli addebiti mossi nella relazione ministeriale trova adeguata spiegazione nella relazione commissariale elaborata a conclusione dell'accesso. Infatti emerge da tale documento la destinazione di risorse pubbliche con un sistema di tipo clientelare. Tant'è che le anomalie troverebbero conferma anche nelle successive verifiche eseguite dalla Commissione straordinaria, dalle quali è anche emerso un sistema tendente a privilegiare i nuclei familiari di soggetti in regime di carcerazione. 3.4. Con il ricorso si deduce che le anomalie riscontrate nell'appalto del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani sarebbero inconsistenti in quanto - le proroghe reiterate risulterebbero assentite dal Commissario di Governo per l'emergenza rifiuti nella Regione - le informative antimafia rilasciate dal Prefetto di Napoli e da quello di Roma sarebbero in contrasto - le informative prefettizie sarebbero comunque meramente indicative, per cui il Comune avrebbe in teoria la possibilità discrezionale di disattenderle in presenza di adeguate ragioni, riscontrabili nella specie per la natura essenziale del servizio pubblico - le determinazioni attinenti alla gestione ordinaria dell'ente non sarebbero di competenza del Sindaco o della Giunta, ma spetterebbero ai funzionari responsabili dei relativi procedimenti - a seguito dell'esito sfavorevole sulla verifica antimafia effettuata dalla Prefettura di Napoli, il Comune avrebbe successivamente richiesto l'informativa alla Prefettura di Roma, competente in relazione al trasferimento della sede della società aggiudicataria da Frattamaggiore a Roma - l'Ufficio territoriale romano, con la nota in data 27/5/2004, avrebbe rappresentato la potestà della stazione appaltante di stipulare il contratto nei casi previsti dall'articolo 11, comma 2, del Dpr 252 del 1998 - il rapporto per l'effetto instaurato sarebbe stato comunque risolto a seguito della sentenza di rigetto del giudice amministrativo sull'impugnativa dell'informativa antimafia resa dal Prefetto di Napoli. Al riguardo giova premettere che l'informativa prefettizia sulla sussistenza di elementi relativi a tentativi di infiltrazione mafiosa a carico di una impresa costituisce condizione ostativa alla stipula del contratto. Ciò esclude alcun potere discrezionale della stazione appaltante di affidare l'appalto del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani ad una ditta per la quale il Prefetto di Napoli aveva comunicato l'esistenza di elementi interdittivi antimafia. Sennonché, eludendo la doverosa osservanza di tale divieto, l'amministrazione comunale chiedeva l'informativa ad altra autorità prefettizia, manifestandosi acquiescente ad una operazione il trasferimento della sede sociale attuato dall'impresa in quel frangente con grande probabilità ispirata proprio dall'intento di aggirare le preclusioni normative. È da notare, anche con riferimento alle doglianze dedotte dai ricorrenti in ordine alla separazione di poteri tra organi dirigenziali ed organi elettivi dell'ente, che in tale iniziativa si registra il diretto coinvolgimento di un amministratore del Comune che ha gestito i contatti con l'impresa a seguito della comunicazione di avvio del procedimento scaturita dall'informativa sfavorevole , nonché dello stesso Sindaco che ha provveduto in prima persona a chiedere una nuova liberatoria ad altro Utg . Orbene è evidente che tale seconda richiesta non eliminava certamente la prima informativa negativa, che non era né sospesa né annullata nelle forme previste dall'ordinamento, trovando al contrario successiva conferma nelle pronunce, in primo grado ed in appello, del giudice amministrativo. Pertanto la stipula del contratto con un'impresa già interdetta non può essere giustificata dalla lettera indirizzata dalla Prefettura di Roma, che si limita peraltro a riportare il contenuto di una disposizione normativa riferibile unicamente ad un soggetto ancora in attesa della pronuncia sulla sussistenza dei tentativi di infiltrazione mafiosa. Il che non è nella specie, quantunque, evidentemente, la prefettura romana si sia dimostrata all'oscuro della circostanza, ben nota invece ai diretti interessati. L'interessamento manifestato dagli amministratori per assecondare l'affidamento dell'appalto in questione nonostante l'interdittiva antimafia, rende plausibili le considerazioni svolte nelle relazioni impugnate in ordine non solo alla denunciata violazione delle disposizioni in materia, ma anche all'ipotesi che le anomalie riscontrate, risalenti fin dalla risoluzione nel 2001, sempre per motivi di infiltrazione mafiosa, dell'appalto per la gestione del servizio in questione, siano riconducili ad un pressante condizionamento mafioso esercitato sull'amministrazione locale. 3.5. Relativamente all'affidamento del servizio di refezione scolastica, i ricorrenti lamentano che le anomalie riscontrate negli atti impugnati riguarderebbero unicamente presunti vizi di legittimità, senza rivelare compromissioni, che sarebbero comunque imputabili unicamente ai dirigenti comunali la gara sarebbe stata regolare le informative di legge sarebbero state acquisite. Analoghe contestazioni sono mosse con riferimento all'appalto per i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria di un edificio scolastico. Inoltre, per quanto riguarda altri lavori di edilizia scolastica appaltati, la stazione committente, contrariamente a quanto supposto dall'autorità ministeriale, non avrebbe titolo a contestare le percentuali irrisorie di ribasso offerte dalle concorrenti. Nella memoria difensiva i ricorrenti precisano che - l'aggiudicataria del servizio di refezione scolastica avrebbe un regolare certificato di nulla-osta, rilasciato ai sensi dell'articolo 10 della legge antimafia, e svolgerebbe servizi analoghi in molti comuni della provincia di Napoli - anche l'appaltatrice dei lavori relativi alla scuola elementare avrebbe regolare certificato antimafia, per un contratto sotto soglia comunque gli indizi di infiltrazione mafiosa sarebbero inconsistenti, basandosi sulla cessione dell'azienda ad una società amministrata da tale SDP imparentato con persone accusate unicamente di aver gettato nelle ore notturne cemento presso manufatti abusivi - relativamente all'appaltatrice del servizio di pubblica illuminazione non sarebbe dimostrata alcuna infiltrazione camorristica degli atti impugnati emergerebbe unicamente che la sede della società sarebbe in un negozio di vendita di telefonini nel quale sarebbe stato visto un noto pregiudicato - per l'appaltatore dei lavori l'unico addebito consisterebbe nella parentela della moglie con soggetti coinvolti in fatti di corruzione, ma non di camorra. Anche tali censure vanno nel complesso disattese. Per quanto riguarda il servizio di refezione scolastica, è da osservare che, secondo quanto emerge dagli atti impugnati, l'appalto è stato affidato ad una ditta, unica partecipante alla gara con un ribasso peraltro irrisorio, dopo un susseguirsi di proroghe disposte in favore della stessa ditta, subentrata all'aggiudicataria di un precedente appalto. Tale affidamento, pur se assistito da una certificato camerale munito del nulla-osta antimafia, non è preceduto dalla richiesta della informativa prefettizia, prescritta dall'articolo 10 del Dpr 252 del 1998 in ragione dell'ammontare del servizio, contrariamente a quanto riferito nel contratto all'uopo stipulato. Anche per tale appaltatrice è emersa la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa. Così come per la precedente aggiudicataria riconducibile peraltro ad una stessa famiglia del servizio in questione, del pari affidato in base ad un mero certificato camerale e senza la necessaria richiesta di informativa prefettizia. Per quanto riguarda l'appalto di manutenzione straordinaria dell'edificio adibito a scuola elementare, l'appalto dei lavori relativi alla scuola media statale, nonché l'appalto del servizio di manutenzione ed esercizio dell'impianto di pubblica illuminazione, gli atti istruttori hanno evidenziato una serie circostanziata di anomalie che pur non essendo direttamente collegabili con sicuri elementi di controindicazione mafiosa, giustificano comunque l'apprezzamento, nel complesso, di una grave vulnerabilità dell'amministrazione nel settore degli appalti al pericolo di condizionamenti. 3.6. Con il ricorso si deduce che l'inerzia contestata dagli atti impugnati, relativamente all'attività di vigilanza e repressione dell'abusivismo edilizio, sarebbe generalizzata nelle amministrazioni locali di tutto il Mezzogiorno essa, nella specie, dipenderebbe dalle carenze di organico della polizia municipale l'abusivismo sarebbe piuttosto incentivato dalle sanatorie previste dal legislazione nazionale. Per quanto riguarda le autorizzazioni commerciali, le contestazioni degli atti impugnati sarebbero generiche e comunque le eventuali illegittimità non sarebbero connesse a condizionamenti camorristici. Nella memoria difensiva i ricorrenti precisano altresì che, nell'istruttoria posta a base delle determinazioni impugnate, non sarebbe indicato alcun atto illegittimo, ma si farebbero solo generiche allusioni ai destinatari dei provvedimenti, senza considerare che l'attività concessoria in materia edilizia e commerciale avrebbe carattere vincolato. Al riguardo è da rilevare che su questi punti la sintetica motivazione espressa nella relazione ministeriale allegata al decreto di scioglimento trova più articolata e circostanziata precisazione nella relazione prefettizia ed in quella commissariale, con riferimento anche ai soggetti che in concreto hanno beneficiato delle disfunzioni amministrative. La natura degli addebiti mossi coinvolge profili attinenti l'assetto organizzativo e dei controlli, rispetto ai quali le carenze e le inerzie sono direttamente imputabili agli organi istituzionali dell'ente. 4. In conclusione, gli atti impugnati risultano sorretti da una pluralità di elementi che, nel loro complesso, si rivelano sufficienti a giustificare le determinazioni adottate, in base ad una valutazione che non è censurabile nel merito in sede giudiziale e che risulta immune dai vizi dedotti sul piano della legittimità. Infatti l'istruttoria compiuta e la motivazione enunciata rendono adeguatamente conto del convincimento maturato dall'autorità amministrativa, che non risulta scalfito, per gli aspetti di maggior rilievo, dalle contestazioni dei ricorrenti. Del resto, è da soggiungere che tale apprezzamento va considerato, non solo nella sede procedimentale amministrativa, ma anche nella presente sede processuale, nella sua globalità e non potrebbe essere certamente inficiato dall'imprecisione di alcuni particolari di dettaglio marginale, che non risultano sostanzialmente determinanti né ai fini della emanazione degli atti impugnati, né ai fini della loro resistenza al vaglio giudiziale. 5. Il ricorso va dunque respinto. Sussistono, tuttavia, giusti motivi per la compensazione delle spese di causa. PQM Il Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sezione prima, respinge il ricorso n. n. 7600/05. Spese compensate.