Magistrati, per la violazione del dovere di diligenza contano anche le concrete condizioni di lavoro

di Sergio Beltrani

di Sergio Beltrani * 1. IL FATTO A seguito di una ispezione scaturita dalle dichiarazioni di una curatrice fallimentare autoaccusatasi di essersi appropriata di ingenti somme, sottratte da procedure fallimentari, attraverso la predisposizione di falsi mandati di pagamento, l'omesso versamento di somme derivanti dalla liquidazione di beni e l'effettuazione di una serie di prelievi non giustificati ed al conseguente accertamento di numerose disfunzioni organizzative che avevano in concreto reso impossibile il controllo dell'operato dei curatori , ad un giudice delegato è stata contestata la violazione dell'articolo 18 Rdl 511/46 c.d. legge sulle guarentigie della magistratura , d'ora in poi semplicemente l. guar. , per avere esercitato le funzioni, in relazione a specifiche vicende riepilogate in 10 capi di incolpazione, con modalità tali da porsi, di fatto, nell'impossibilità di esercitare i delicati controlli previsti dalla disciplina del settore, abdicandovi passivamente, e non considerando peraltro che già la mera astratta possibilità di verifica della condotta dei curatori e dei coadiutori fallimentari avrebbe potuto dissuaderli dall'intraprendere iniziative criminose . All'esito dell'istruzione sommaria nel corso della quale l'incolpato aveva protestato la correttezza del suo operato, dovendo tenersi necessariamente conto delle concrete condizioni di lavoro , il Procuratore Generale aveva chiesto non farsi luogo al dibattimento per la maggior parte delle incolpazioni risultate in fatto insussistenti , e sollecitato la discussione orale soltanto in relazione ad alcuni profili, in ordine ai quali aveva concluso nel medesimo senso la Sezione disciplinare del Csm, all'esito dell'udienza fissata per la discussione orale, aveva deciso in conformità la sentenza era impugnata dal ministero della Giustizia, il cui ricorso è stato rigettato dalle Su civili della Cassazione, con la sentenza 20119/05 depositata il 18 ottobre 2005 e qui integralmente leggibile tra gli allegati. 2. Gli addebiti in contestazione la violazione del dovere di diligenza per culpa in vigilando e l'inosservanza di norme processuali. Come più volte osservato dalle colonne di questa rubrica, a norma dell'articolo 18 l. guar., vigente all'epoca di commissione del fatto anni 1993-1996 , il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga in ufficio o fuori una condotta tale, che lo renda immeritevole della fiducia o della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'Ordine Giudiziario, è soggetto a sanzioni disciplinari . Questa scarna previsione è stata completata dalla giurisprudenza, necessariamente anche creativa, della Sezione disciplinare del Csm consultabile, in massime sistematicamente raggruppate, nei Quaderni del Csm v., in particolare, 52/1992, 58/1993, 85/1996, 100/98, 112/00, 124/02 e 143/04, rispettivamente per le decisioni fino al 1990, ed a seguire dell'anno 1991, del quadriennio 1992-95, e dei bienni 1996-97, 1998-99, 2000-01, 2002-03 e delle Su civili della Corte di cassazione, che hanno, in particolare, enucleato, per quello che più direttamente in questa sede rileva, l'esistenza, a carico dei magistrati, dei doveri di diligenza e vigilanza nell'esercizio delle funzioni, naturalmente configurabili anche in relazione all'applicazione di norme processuali. Secondo l'orientamento assolutamente consolidato ed univoco, la mera inosservanza di norme processuali non integra di per sé, automaticamente, gli estremi dell'illecito disciplinare, per la cui sussistenza, oltre alla violazione di una norma processuale di condotta, che si concretizzi nell'adozione di un atto o provvedimento abnorme indicativo di un comportamento del tutto arbitrario , o comunque viziato da inesattezza tecnico-giuridica elemento oggettivo , occorrono anche - la sua commissione per dolo o colpa grave, ovvero per effetto di limitata diligenza, che evidenzi scarsa ponderazione, approssimazione, frettolosità elemento soggettivo Cassazione Su, 12268/04, in questa rivista _______ - Osservatorio disciplinare n. 10 - un evento esterno, consistente nel fatto che i predetti atti o provvedimenti scorretti e/o contrari alla legge risultino idonei ad incidere negativamente sulla fiducia e considerazione, sulla credibilità, di cui il magistrato deve godere, ovvero a compromettere il prestigio dell'Ordine Giudiziario Cassazione Su, 6214/05, e 1052/00 . Costituisce ius receptum l'affermazione che le carenze organizzative dell'ufficio non possono ricadere sul magistrato che risulti privo di poteri direttivi ed autonomia decisionale sebbene le risultanze istruttorie evidenzino indubbie carenze organizzative sotto il profilo del dovere di vigilanza e controllo, nulla può addebitarsi al magistrato che non abbia la responsabilità dell'ufficio ed al quale non competano decisioni in ordine all'organizzazione ed all'andamento del servizio, bensì risultino deferiti meri incombenti di collaborazione con dirigente dell'ufficio Csm, Sez. discipl., sentenza 41/2000 reg. dep. ciò vale a maggior ragione nei casi in cui il magistrato incolpato risulti essersi anche attivato per segnalare agli organi competenti le carenze di personale e le disfunzioni dei servizi di cancelleria Csm, Sez. discipl., sentenza 24 maggio 1985, in proc. n. 20/85 . Il giudice delegato è indiscutibilmente titolare di un obbligo giuridico di vigilanza sui comportamenti dei curatori fallimentari, ma, in linea con quanto in precedenza affermato in astratto, non basta la semplice omissione di esso ad integrare gli estremi del difetto colpevole di diligenza, disciplinarmente rilevante deve essere esclusa la responsabilità disciplinare del giudice delegato ai fallimenti che non sia intervenuto nonostante il grave ritardo del curatore fallimentare nel deposito della relazione, qualora si accerti che il mancato intervento sia dovuto ad una serie concomitante di fattori tali da operare sicuramente quale causa esimente dell'illecito Csm, Sez. discipl., sentenza 22.12.2000, n. 180/2000 reg. dep. . Possono assumere rilievo esimente circostanze oggettive quali - le condizioni ambientali nelle quali il magistrato è chiamato ad operare - la mole di lavoro svolto, che può indurre a considerare il difetto di vigilanza non dovuto a negligenza ed incuria la sussistenza di un tal circostanza esimente è stata ritenuta in favore di un giudice delegato cui si contestava l'omissione di una assidua vigilanza sull'operato dei curatori il quale, oltre a tali funzioni - con titolarità di 143 fallimenti in un solo anno - svolgeva quelle di giudice delle esecuzioni immobiliari, e doveva partecipare a quattro udienze penali al mese, oltre che ad udienze settimanali civili, sia istruttorie che collegiali, onde era venuto a trovarsi in una situazione insostenibile Csm, Sez. discipl., sentenza 7.4.1972, in proc. n. 232 - l'avere assunto da poco tempo le funzioni di giudice delegato, incontrando immediatamente la necessità di esaminare più istanze di fallimento, ed al tempo stesso di trattare le procedure già pendenti da tempo - il mancato evidenziarsi di particolari ragioni di urgenza che segnalassero l'esigenza o l'opportunità di sollecitare un determinato atto ovvero circostanze soggettive, legate a vicende squisitamente personali, quali, ad es., la precarietà delle condizioni di salute del magistrato o dei suoi diretti congiunti Csm, Sez. discipl., sentenza 11.11.1983, in proc. n. 16/83 , o l'inesperienza si è, ad es., ritenuto insussistente l'illecito disciplinare contestato ad un uditore giudiziario in servizio soltanto da due mesi, con funzioni promiscue, presso un Tribunale che presentava gravi carenze di organico il quale, in assenza di una delega formale, aveva trattato un'istanza di fallimento erroneamente assegnatagli dalla cancelleria, dichiarando, senza provvedimento collegiale, l'estinzione della procedura a seguito di desistenza dell'unico creditore instante Csm, Sez. discipl., sentenza 12.10.1987, in proc. n. 31/87 . Diversamente, il difetto di vigilanza sull'operato del curatore fallimentare è ritenuto disciplinarmente rilevante a nei casi in cui esso derivi dalla lacunosa conoscenza degli atti di una procedura commette illecito disciplinare il giudice delegato ai fallimenti che, omettendo il dovuto controllo sull'attività del curatore fallimentare, in particolare a fronte di due successive e contrastanti stime dei valori di alcuni immobili, fa sì che questi vengano venduti ad un prezzo di molto inferiore al loro valore reale Csm, Sez. discipl., sentenza 13.12.1993, in proc. nn. 40/92 e 77/92 b nei casi in cui una determinata procedura fallimentare presenti connotazioni tali da doverla senz'altro imporre all'attenzione del giudice delegato ad es., in presenza di autorizzazione all'esercizio provvisorio, situazione non comune e comunque tale da imporre uno specifico e costante dovere di vigilanza Csm, Sez. discipl., sentenza 12.2.1988, in proc. n. 26/87, relativa a fattispecie nella quale il g.d. è stato ritenuto disciplinarmente responsabile per non aver accertato l'avvenuta formazione dell'inventario, e non aver sollecitato notizie in merito alla riscossione di somme da parte del curatore, pur essendo in corso l'esercizio provvisorio , soprattutto in presenza di carichi di lavoro non tanto gravosi da escludere la possibilità di svolgere con qualche efficacia una vigilanza sistematica ad intervalli di tempo non troppo lontani tra loro sentenza 12.2.1988 cit., in relazione a carico di lavoro nel triennio pari stimato in n. 237, 239 e 278 procedure fallimentari, e n. 324, 365, 486 procedure di esecuzione immobiliare . Può ritenersi pacifica la efficacia esimente delle prassi degli uffici, se non connotate da abnormità, così come l'insindacabilità delle scelte discrezionali del giudice delegato si è affermata, ad es., l'insindacabilità, in sede disciplinare, della scelta del giudice delegato di conferire al curatore fallimentare mandato ad attuare l'esecuzione dei pagamenti riguardanti il piano di riparto mediante autorizzazione al prelievo delle somme necessarie dal libretto vincolato intestato alla curatela, non essendo ipotizzabile un controllo continuo del giudice delegato sull'attività dei curatori fallimentari, e trattandosi di scelta demandata al giudice, conforme a prassi diffusa nel Tribunale e non abnorme. Pertanto, non potrà essere addebitato al giudice delegato il difetto di diligenza sulla condotta criminosa del curatore che si sia indebitamente appropriato di ingenti somme di denaro sottraendole alle masse attive dei fallimenti Csm, Sez. discipl., sentenza 16.2.2001, n. 131/2000 reg. dep. . Né potrebbe muoversi al giudice delegato un rimprovero di scarsa diligenza in relazione alla scelta, successivamente rivelatasi improvvida, di un curatore fallimentare, quando all'atto della nomina non risultasse accertata alcuna circostanza ostativa, o comunque tale da lasciar ritenere anche soltanto inopportuna la designazione, poiché il giudizio di opportunità non può esser formulato a posteriori alla luce di avvenimenti successivi, bensì alla stregua degli elementi disponibili al momento della nomina Csm, Sez. discipl., sentenza 26.6.1998, n. 81/1998 reg. dep. . 3. La decisione. Le Su hanno ribadito, in premessa, il proprio consolidato orientamento, per il quale la mera violazione di una norma di legge non integra di per sé gli estremi dell'illecito disciplinare di cui all'articolo 18 l. guar., occorrendo all'uopo il concorrere degli ulteriori due elementi del dolo, o della colpa grave che evidenzi un comportamento di scarsa ponderazione, approssimazione, frettolosità o limitata diligenza e la possibilità che il comportamento dell'incolpato, globalmente valutato, incida negativamente, in concreto, sulla sua credibilità, ovvero sul prestigio dell'Ordine Giudiziario. Tanto premesso, e dopo aver ritenuto che, nel caso di specie, dovesse ritenersi accertata la sussistenza di alcune violazioni della legge fallimentare, la Suprema Corte ha condiviso le conclusioni della Sezione disciplinare del Csm, confermando l'esclusione del necessario elemento psicologico. A tal fine, si è, in primo luogo, valorizzato il dato certo che non era emersa l'esistenza di rapporti illeciti o non trasparenti tra l'incolpato e la curatrice autoaccusatasi della sottrazione di ingenti somme di denaro appartenenti a masse fallimentari in verità, la circostanza non era stata neanche contestata, e, se in ipotesi riscontrata, non avrebbe potuto legittimare l'affermazione di responsabilità dell'incolpato . Si è, inoltre, ritenuto che correttamente i giudici del merito avessero ricollegato, in un rapporto di effetto a causa, il non efficiente controllo dell'operato dei curatori fallimentari alle gravi carenze strutturali dell'ufficio . Quanto alle accertate disfunzioni, inoltre, si è osservato che l'organizzazione dei servizi della cancelleria fallimentare e dello svolgimento dei compiti da parte degli ausiliari, in un ufficio di medie dimensioni dove non risultava costituta la sezione fallimentare, non competeva all'incolpato, che non aveva mai ricoperto funzioni direttive peraltro, l'incolpato risultava aver segnalato, in tempi non sospetti circa sei anni prima dei fatti , sia al Presidente del tribunale che al locale Consiglio giudiziario, la situazione di allarmante carenza strutturale riflettentesi sull'organizzazione dell'ufficio , ma invano, con ciò adempiendo all' obbligo di denuncia che deontologicamente incombe sul magistrato che si renda conto, nell'esercizio delle funzioni, di determinate anomalie. Né poteva ritenersi la sussistenza di una macroscopica e perciò, in ipotesi, imperdonabile culpa in vigilando, atteso che le malefatte della curatrice erano venute alla luce solo dopo che la stessa autrice le aveva rivelate, a riprova della loro non agevole rilevabilità. Quanto ai carichi di lavoro gravanti sull'incolpato, anche gli ispettori ministeriali avevano preso atto che il carico di lavoro pro capite, in relazione al rapporto tra il movimento degli affari trattati e la dotazione di personale magistrati ed amministrativi eccedeva la capacità operativa dell'ufficio l'incolpato - per molto tempo unico g.d. dell'ufficio - si era sempre contraddistinto per una produttività molto elevata, ed era stato, inoltre, chiamato a gestire un ruolo civile di 1.500 cause, nonché a periodi di applicazione presso il locale Tribunale del riesame. Ed in premio del lavoro svolto si era trovato sotto procedimento disciplinare. Per quanto, infine, riguarda le violazioni di legge specificamente contestate a quella concretizzatasi nella mancata intestazione all'ufficio fallimentare del deposito delle somme articolo 34, comma 2, legge fallimentare è stata soggettivamente giustificata con il rilievo che essa seguiva la prassi, da tempo risalente adottata nell'ufficio, ed in ordine alla quale non erano stati sollevati specifici rilievi nelle pregresse relazioni ispettive ciò non poteva non aver persuaso l'incolpato sulla legittimità, o meglio sulla non illegittimità a fini disciplinari, del suo operato b quelle riguardanti il conferimento da parte del g.d., e non del collegio cfr. artt. 163, comma 1, n. 3 e 182 l. fall , in una procedura di concordato preventivo, dell'incarico di commissario e di liquidatore ad uno stesso soggetto, nonostante la diversità di ruoli e funzioni di ciascuno, sono state ritenute disciplinarmente insindacabili in verità, se effettivamente la nomina del medesimo soggetto quale commissario prima, e liquidatore poi, appare inopportuna, ma non illegittima nessuna norma la vieta , e conseguentemente insindacabile in sede disciplinare, desta perplessità l'affermazione dell'insindacabilità disciplinare in relazione alla violazione delle norme che attribuiscono il potere di nomina di entrambi, al collegio di tal che la nomina da parte del monocratico g.d. appare senz'altro abnorme, poiché resa in carenza assoluta del relativo potere . La condotta poteva essere ugualmente considerata priva di autonomo rilievo disciplinare, non essendone derivato o, quantomeno, non essendovene prova in atti , il necessario evento-lesione della credibilità del magistrato o del prestigio dell'Ordine Giudiziario. *Magistrato

Cassazione - Sezioni unite civili - sentenza 6-18 ottobre 2005, n. 20119 Presidente Ianniruberto - Relatore Proto Pm Iannelli - conforme - ricorrente ministero della Giustizia - controricorrente Cossu Svolgimento del processo Il 22 maggio 2002 la dott.ssa Gabriella Ottaviani Donti, commercialista alla quale erano stati affidati numerosi incarichi fallimentari dal Tribunale di Perugia, si autoaccusò di essersi appropriata, in concorso con il coniuge Vinicio Donti, di oltre otto miliardi di lire di pertinenza di alcune procedure concorsuali, sia mediante la predisposizione di falsi mandati di pagamento, sia omettendo di versare somme derivanti dalla liquidazione dei relativi beni, sia attraverso ingiustificati prelievi. Disposta un'inchiesta amministrativa, questa rilevò l'esistenza di un'organizzazione talmente fatiscente da avere comportato la costante e totale assenza della possibilità stessa di controlli ad opera dei giudici delegati circa l'operato dei curatori e dei coadiutori in genere. Il Pg presso questa Corte promosse. quindi, l'azione disciplinare nei confronti del dott. Sandro Cossu, incolpato, ai sensi dell'articolo 18 del Rd 511/46, di avere gravemente mancato ai propri doveri, avendo, in particolare, svolto le funzioni di giudice delegato ai fallimenti presso il Tribunale perugino con modalità tali da porsi, di fatto, nella impossibilità di esercitare i delicati controlli previsti dalla disciplina del settore, abdicandovi passivamente, non considerando peraltro che già la mera astratta possibilità di verifica della condotta dei curatori e dei coadiutori fallimentari avrebbe potuto dissuaderli dall'intraprendere iniziative criminose, quali quelle poste in essere, nella specie, dalla Ottaviani Donti. In sede di interrogatorio il dott. Cossu contestò la sussistenza degli addebiti. All'esito dell'istruttoria sommaria il Pg chiese che la Sezione disciplinare del Csm dichiarasse in camera di consiglio non farsi luogo a dibattimento per tutti i capi di incolpazione, ad eccezione di alcuni profili, in ordine ai quali sollecitò la discussione orale. All'udienza del 7 settembre 2004, la Sezione dichiarò, conformandosi alla richiesta dell'inquirente, non farsi luogo a dibattimento , essendo risultati esclusi gli addebiti, in relazione ai capi di incolpazione 1, 2, 3 prima parte , 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10 al fallimento Salumificio Bettona, al concordato preventivo Blue Team, ai fallimenti Petrini Giancarlo, Umbria Costruzione meccaniche, Ovodoro Spa capi di incolpazione concernenti, nell'ordine, la mancata formazione nei fascicoli fallimentari di un indice con un cronologico l la mancata puntuale osservanza dell'obbligo degli istituti bancari depositari di restituire alla cancelleria copia dei mandati di pagamento 2 , della relazione cui è tenuto il curatore a norma dell'articolo 33 legge fallimentare 3 , della verifica dei libri giornali tenuti dai curatori e dei libretti dei depositi bancari 4 le insufficienti modalità nel deposito dei rendiconti 5 la mancanza di riscontro nei fascicoli fallimentari dell'attività di liquidazione 6 la frequente intestazione dei libretti di deposito ai curatori e ai commissari anziché alle procedure 7 la custodia dei libretti presso i curatori, anziché presso l'ufficio 8 l'emissione dei mandati di pagamento a favore dei curatori personalmente 9 il mancato deposito delle firme autografe del g.d. e del cancelliere 10 nonché nell'ambito di tali fatti quello di aver conferito alla Ottaviani, in una procedura di concordato preventivo, cumulativamente la duplice funzione di commissario giudiziale e di liquidatore. La Sezione disciplinare - rilevato che la stessa relazione ispettiva aveva escluso ipotesi di illeciti o di non trasparenti rapporti tra l'incolpato e la Ottaviani ed aveva poi concluso che il carico di lavoro eccedeva la capacità operativa dell'ufficio in funzione delle attribuzioni del personale - concluse, dopo l'esame dei singoli addebiti, che non appariva profilabile una responsabilità dell'incolpato, considerando, da un lato, la produttività molto elevata del dott. Cossu che da solo aveva svolto per circa 16 anni le funzioni di giudice delegato unitamente ad al-tre funzioni, e, affiancato soltanto nel 1996 da altro giudice, aveva mantenuto l'assegnazione di circa 250 procedure, un ruolo di circa 1500 cause e l'applicazione al tribunale della libertà dall'altro, che il dott. Cossu aveva segnalato da più tempo la situazione di assoluta carenza dell'ufficio nei mezzi e nel personale. Avverso questa sentenza il ministero della Giustizia ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi, cui ha resistito con controricorso il dott. Cossu, che ha eccepito in via pregiudiziale la inammissibilità e la improponibilità del ricorso. Motivi della decisione 1. L'eccezione di inammissibilità del ricorso per difetto di legittimazione del Ministro - sollevata dal resistente - si basa sul rilievo che il potere di impugnativa del Ministro avanti alle Su, ai sensi dell'articolo 17 legge 195/58, e 60 Dpr 916/58, sia esperibile soltanto quando, esercitata l'azione disciplinare, la Sezione disciplinare abbia 4~nesso una decisione in contrasto con tale indirizzo, decisione che il Pg non intenda impugnare, e non quando lo stesso Pg, ancorché sulla richiesta del Ministro, abbia opinato in senso contrario fin dal primo momento. Il rilievo è privo di consistenza, alla stregua del 1 'orientamento di questa Corte, secondo cui il disposto dell'articolo 60 del Dpr 916/58 deve essere interpretato nel senso che il ministro della Giustizia è direttamente legittimato a proporre davanti alle sezioni unite della Corte di cassazione ricorso avverso le decisione del Csm sentenza 539/00 . È stato, infatti, osservato che, nel porre una scissione fra titolarità dell'azione disciplinare e il suo esercizio attribuito al Pg l'articolo 59 Dpr 916/58 persegue l'esigenza di evitare che l'esercizio di tale azione sia attribuito ad un organo amministrativo. Ma, venuta meno con l'emanazione della sentenza disciplinare tale esigenza, al ricorso innanzi a queste sezioni a norma dell'articolo 17 legge 195/58, resta legittimato, in conformità al precetto di cui all'articolo 107, comma 2, della costituzione, direttamente il Ministro, senza necessità di richiesta al Pg, secondo le regole dell'ordinario giudizio di cassazione, anche riguardo alla rappresentanza ex lege dell'avvocatura generale dello Stato sentenza 12750 e 12751/97 . 2.Infondata è, altresì, l'eccezione di decadenza dell'azione disciplinare dedotta dal resistente nella considerazione che l'esercizio dell'azione sia avvenuto soltanto il 7 aprile 2004, pur risalendo la conoscenza della sottrazione dei fondi fallimentari da parte del Ministro al giorno 11 ottobre 2002, data apposta sulla relazione dell'Ispettorato diretta al Ministro, contenente la proposta di iniziativa disciplinare decadenza che si sarebbe verificata anche per il Pg, avendo questi appreso i fatti a seguito della richiesta del ministro in epoca non rilevabile dalla requisitoria datata 9 giugno 2004, ma sicuramente coeva o immediatamente successiva alla trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Firenze 20 novembre 2002 da parte dell'Ispettorato ovvero molto più probabilmente con la obbligatoria trasmissione dell'avviso del procedimento penale nel settembre 2002. Dall'esame diretto degli atti risulta, infatti, che la richiesta del Ministro al Pg e la comunicazione del Pg al Consiglio superiore che determinano a tutti gli effetti l'inizio del procedimento ai sensi dell'articolo 59, comma 7, Dpr 916/58 risalgono rispettivamente al 24 settembre 2003 e al 30 settembre 2003 che la nota del Procuratore della Repubblica di Firenze di avvio del procedimento penale ai titolari dell'azione è del 24 settembre 2003 e che come afferma lo stesso resistente la data apposta dalla segreteria dell'Ispettorato sulla relazione diretta al Ministro della giustizia contente la proposta di procedimento disciplinare è del 11 ottobre 2002. Col primo motivo del ricorso il ministero della Giustizia denuncia omessa contraddittoria e insufficiente motivazione, in quanto la Sezione disciplinare, anziché pronunciarsi sul complessivo modus operandi del dott. Cossu, postosi nella impossibilità di esercitare i delicati controlli previsti dalla disciplina del settore, abdicandovi passivamente, avrebbe operato uno scrutinio parcellizzato delle singole omissioni, erroneamente considerate alla stregua di singoli addebiti né avrebbe considerato che gli ammanchi verificatisi sarebbero riconducibili alla sistematica mancanza di controlli dell'operato del curatore da parte del giudice delegato. 4.Con il secondo motivo denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione ai singoli addebiti, in riferimento all'articolo 60 Cpc, avendo la decisione impugnata ritenuto erroneamente il dott. Cossu privo di poteri di vigilanza sul personale, nonché agli articoli 33 e 34 legge fallimentare, per la frequente inosservanza della presentazione della relazione da parte dei curatori, la riscontrata inadempienza, da parte dell'istituto di credito, nella restituzione alla cancelleria della copia dei mandati di pagamenti, e la mancata intestazione all'ufficio fallimentare dei depositi bancari. 5.Col terzo motivo deduce, infine, contraddittorietà di motivazione, sostenendo che i rilievi ispettivi sulle effettive carenze di risorse del Tribunale di Perugia, avrebbero richiesto l'esercizio di un controllo anche maggiore da parte dell'organo cui esso competeva e non potevano essere ritenuti, invece, ragione sufficiente per giustificare l'omissione di vigilanza. 6.I motivi possono essere esaminati congiuntamente perché si risolvono, sostanzialmente, in un'unica censura l'avere, il dott. Cossu gravemente mancato ai propri doveri, compromettendo con il proprio comportamento omissivo il prestigio dell'ordine giudiziario. 6.1.La Sezione disciplinare, esaminati i singoli addebiti, ha escluso tale compromissione, considerando, per un verso, che alcuni addebiti 1, 2, 3, 4 e 5 e 6 si erano rilevati insussistenti o comunque non direttamente imputabili all'incolpato per altro verso, che le anomalie riscontrate 7-10 nella gestione di alcune procedure concorsuali, effettivamente concretatesi nella mancanza di adeguati controlli sull'operato di alcuni curatori e commissari, erano rapportabili alle gravi carenze strutturali dell'ufficia, tempestivamente segnalate agli organi competenti dal dott.Cossu, il cui abnorme carico di lavoro era stato evidenziato anche nella relazione ispettiva, ovvero come nella riscontrata mancata intestazione all'ufficio fallimentare del deposito delle somme a norma dell'articolo 34, comma secondo, legge fallimentare giustificabili sul piano soggettivo in quanto basati sulla prassi giudiziaria risalente di quel Tribunale, in ordine alla quale non erano stati sollevati specifici rilievi nelle pregresse relazioni ispettive. 6.2. In questo quadro motivazionale tutte le censure si rivelano infondate, in quanto, alla stregua dell'orientamento di queste Su, la ricorrenza di un illecito disciplinare ai sensi dell'articolo 18 del RD.Lgs 511/46 non è configurabile per effetto di semplici violazioni di una norma di legge, come quelle riscontrate nelle fattispecie, richiedendosi invece, altresì, che l'inosservanza della norma sia frutto di dolo o colpa grave - tale cioè da evidenziare un comportamento di scarsa ponderazione, approssimazione, frettolosità - e sia idoneo ad incidere negativamente, in concreto, per le modalità e nel contesto considerato, sulla credibilità del magistrato ovvero sul prestigio dell'ordine giudiziario Cassazione 12268/04 7/2001 1161/00 278/99, ex plurimis . 6.3. Nella fattispecie, infatti, la Sezione disciplinare - premesso, in via generale, che è compito del giudice delegato svolgere le funzioni tutorie che la legge gli assegna, e che egli deve perciò porsi nella concreta condizione di esercitare di esercitare quel potere direttivo e di guida costante della procedura, essendo previsto, proprio in funzione di questo ruolo, l'obbligo del curatore di dare al giudice un minimo di informazione scritta continua e di giustificare costantemente o quantomeno in occasione delle obbligatorie rese del conto il suo operato gestionale - in punto di fatto ha rilevato a che era stata esclusa qualsiasi ipotesi di illeciti o non trasparenti rapporti tra l'incolpato e la Ottaviani b che non poteva farsi carico all'incolpato dell' organizzazione dei servizi del Tribunale e, in particolare, di quelli relativi alla cancelleria e allo svolgimento dei compiti tipici degli ausiliari, non avendo egli mai presieduto una sezione fallimentare non istituita a Perugia c che secondo la stessa relazione ispettiva dal rapporto tra il movimento degli affari trattati e la dotazione di personale di magistratura e amministrativo emergeva un carico di lavoro pro capite eccedente la capacità operativa dell'ufficio d che nel periodo esaminato il dott. Cossu aveva svolto l'incarico di unico giudice delegato congiuntamente ad altre funzioni, con una produttività molto elevata, e, affiancato nel '96 da altro giudice, aveva mantenuto l'assegnazione di 250 procedure, oltre ad un ruolo civile di 1500 cause e alla applicazione presso il tribunale della libertà e che la situazione di allarmante carenza strutturale riflettentesi sulla organizzazione dell'ufficio era stata segnalata tempestivamente ma vanamente dall'incolpato al Presidente del Tribunale e al consiglio giudiziario con lettera del 30 maggio 1996 f quanto al conferimento in una procedura di concordato preventivo ad uno stesso soggetto dell'incarico di commissario e di liquidatore, che la opinabilità - in dipendenza delle diversità delle funzioni e dei ruoli a ciascuno assegnati articoli 165 e 182 legge fallimentare - della nomina non rendeva in sé e per sé sindacabile sul piano disciplinare la nomina stessa che la legge riserva, ex articoli 163 e 182 legge fallimentare, in realtà, al tribunale . 6.4. In definitiva, la valutazione espressa anche con riferimento alla appurata riconducibilità degli ammanchi riscontrati alla falsificazione delle firme del giudice delegato e del cancelliere dalla decisione impugnata, con motivazione immune da vizi logici, non è suscettibile di sindacato da parte di questa Corte, in quanto idonea per la sua congruità ed adeguatezza a sorreggere il decisum. Infine, nel contesto esaminato, non è conferente il riferimento nel secondo motivo del ricorrente all'articolo 60 Cpc, attenendo la disposizione richiamata alla responsabilità del cancelliere e dell'ufficiale giudiziario. 6.5. Alla stregua delle considerazioni svolte il ricorso deve essere, dunque, rigettato. Sussistono giusti motivi per disporre la compensazione delle spese del giudizio di cassazione. PQM La Corte rigetta il ricorso e dispone la compensazione delle spese del giudizio di cassazione.