Nozione (penalistica) di rifiuto: atti alla Consulta. Sub iudice la norma restrittiva del Dl 138/02

di Aldo Natalini

di Aldo Natalini * Dopo un travaglio ermeneutico che non ha precedenti nella storia legislativo-giurisprudenziale del nostro Paese, la nozione penalistica di rifiuto - siccome ristretta autenticamente dalla norma sedicente interpretativa di cui all'articolo 14 Dl 138/02, convertito in legge 178/02 - approda al cospetto della Consulta, per ritenuta violazione degli articoli 11 e 117 Costituzione. La Terza sezione penale della Cassazione con l'ordinanza in commento - pubblicata nei correlati, - ha sollevato d'ufficio la questione di costituzionalità concernente l'esclusione dalla categoria dei rifiuti i residui di produzione o di consumo che siano semplicemente abbandonati dal produttore o dal detentore, ovvero che siano riutilizzati in qualsiasi ciclo produttivo o di consumo senza trattamento recuperatorio. Secondo gli ermellini di Piazza Cavour, infatti, una simile deroga all'applicazione del Decreto Ronchi, introdotta nel 2002, si pone in insanabile contrasto con la nozione di rifiuto stabilita dalla direttiva comunitaria 75/442/Cee, modificata dalla direttiva 91/156/Ce e dalla decisione della Commissione 96/350/Ce . Di qui la ritenuta lesione degli obblighi costituzionali di adeguamento all'ordinamento comunitario. LA NOZIONE PENALISTICA DI RIFIUTO NELLA GIURISPRUDENZA DI LEGITTIMITÀ Per la prima volta, dunque, dall'entrata in vigore del Dl 138/02, la Corte di legittimità ha rimesso gli atti al giudice delle leggi nella subiecta materia, ritenendo di non poter più optare tra la nozione ampia di rifiuto predicata dal diritto comunitario e l'applicazione fedele delle nuove clausole eccettuative ormai imposte dal diritto interno. Un'alternativa che - come noto - ha consolidato finora un variegato filone interpretativo all'interno della stessa terza sezione del Palazzaccio, classificabile, per semplicità, nell'ambito di due indirizzi. L'orientamento maggioritario la vincolatività dell'articolo 14 Dl 138/02. Secondo l'orientamento che è apparso prevalente, le deroghe al regime applicativo del Ronchi contenute nell'articolo 14 Dl 138/02 sono vincolanti per il giudice italiano, giacché la direttiva comunitaria sui rifiuti non è autoapplicativa self-executing , necessitando di contro un formale atto di recepimento da parte dello Stato nazionale Sezione terza, 4052/03, Passerotti, rv. 223532 Sezione terza, 4051/03, Ronco, rv. 223604 Sezione terza, 9057/03, Costa, rv. 224172 Sezione terza, 13114/03, Mortellaro, rv. 224721 Sezione terza, 32235/03, Agogliati e altri, rv. 226156 Sezione terza, 38567/03, De Fronzo, rv. 226574 . L'orientamento minoritario la disapplicazione dell'articolo 14 Dl 138/02. Altre pronunce di legittimità hanno sostenuto invece la necessità della disapplicazione rectius non applicazione della norma nazionale restrittiva in forza della prevalenza e immediata applicabilità del diritto comunitario Sezione terza, 2125/03, Ferretti, rv. 223291 Sezione terza, 14762/02, Amadori, rv. 221573 Sezione terza, 17656/03, Gonzales e altro, rv. 224716 . Segue il primato del diritto comunitario derivato. Nell'ambito della stessa giurisprudenza minoritaria, pur dandosi per scontato il carattere non autoapplicativo della direttiva 75/444/Ce, si è poi giunti ugualmente a non applicare il citato articolo 14 muovendo dall'argomento che, stante il primato del diritto comunitario sia originario che derivato , il giudice nazionale deve comunque dare applicazione alle sentenze della Corte di Giustizia europea, le quali a più riprese hanno offerto un'interpretazione ampia della nozione comunitaria di rifiuto e quindi contrastante con quella risultante dall'articolo 14 in particolare, devono dare attuazione alla citata sentenza Niselli pubblicata all'interno dell'inserto speciale di D& G n. 47/2004, p. XIII, con commento di Aldo Natalini, La Corte europea boccia l'Italia. La sentenza dei giudici di Lussemburgo cancella il Dl 138/02, cui si rinvia per approfondimenti , che espressamente ha statuito l'incompatibilità comunitaria di quest'ultima norma. Il dictum l'interpretazione della Cgce su direttive non autoapplicative. Secondo il dictum in commento, però, neppure questo assunto - apparentemente convincente - è accoglibile, poiché a rigore, la pronuncia della Corte di Giustizia che precisa o integra il significato di una norma comunitaria ha la stessa efficacia di quest'ultima, sicché la pronuncia è direttamente ed immediatamente efficace nell'ordinamento nazionale se e in quanto lo sia anche la norma interpretata v. Corte costituzionale, sentenza 389/1989 . Invero, nei casi in cui la Corte lussemburghese ha interpretato il significato di una norma comunitaria direttamente efficace in modo tale che una norma del diritto nazionale risulti incompatibile con essa, il giudice nazionale non deve più applicare la norma interna per la definizione dalla controversia al suo esame senza poter sollevare questione di costituzionalità così sentenza costituzionale 94/1995 . Laddove, invece, la Corte europea ha interpretato una norma comunitaria priva di efficacia diretta - come è la direttiva in parola - in modo tale che una norma interna risulti incompatibile con la prima, il giudice italiano non ha altra scelta che applicare la norma interna o sollevare sulla stessa l'eccezione di illegittimità costituzionale per violazione degli obblighi dello Stato italiano di conformarsi al diritto comunitario, consacrati negli articoli 11 e 117 Costituzione implicitamente in tal senso v. anche sentenza costituzionale 85/2002 . Ed è stato proprio in quest'ultimo senso che si è orientata oggi la Corte regolatrice, non volendo, da un lato, dare applicazione ad una legge interna di favore chiaramente in contrasto con la normativa e la giurisprudenza comunitaria. LA RILEVANZA NEL GIUDIZIO A QUO IL SINDACATO DI UNA NORMA PENALE DI FAVORE Oltre ad indugiare compiutamente sulla non manifesta infondatezza, l'ordinanza in parola motiva attentamente - e condivisibilmente - in ordine alla rilevanza, rispetto al caso di specie, della sollevata questione. Il processo a quo il siero di latte residuato. La fattispecie dedotta nel processo a quo concerneva il siero da latte prodotto in un caseificio e riutilizzato in diversa azienda. La sostanza, nell'ottica comunitaria, non poteva qualificarsi come sottoprodotto ma era considerare come vero e proprio rifiuto di cui il produttore si disfaceva perché fosse riutilizzato tal quale in altro processo produttivo in base all'articolo 14 Dl 138/02, invece, essa restava indiscutibilmente fuori dalla nozione di rifiuto non potendovi rientrare neppure in forza di un'interpretazione adeguatrice. Il vulnus comunitario e costituzionale. E proprio tale inopinata sottrazione alla disciplina sui rifiuti ha indotto la Cassazione a sollevare l'odierna questione di costituzionalità, perché in palese contrasto col diritto comunitario . Un vulnus comunitario e costituzionale ritenuto dalla Corte tanto più grave in considerazione del fatto che, dopo l'avvio della procedura di infrazione contro l'Italia da parte della Commissione di Bruxelles e poco dopo l'emanazione della citata sentenza Niselli della Corte di Giustizia, il Parlamento con la legge 308/04 ha addirittura espressamente mantenuto fermo il disposto dell'articolo 14 Dl 138/02 sulla questione di costituzionalità relativa alle ulteriori deroghe normative introdotte con la legge 308/04, v. Tribunale di Terni, ordinanza 2 febbraio 2005, in Rassegna giuridica umbra, 2005, p. 164, con nota adesiva di Aldo Natalini, Delega ambientale e rottami ferrosi il partito del non rifiuto approda finalmente alla Consulta . L'ammissibilità del sindacato sulla norma penale di favore. Gli ermellini sono consapevoli del fatto che l'eventuale accoglimento della sollevata eccezione di illegittimità costituzionale, in quanto relativa a norma penale più favorevole, avrebbe l'effetto di ampliare l'area dell'illecito. E per questo tengono a precisare che ciò, in ogni caso, non contrasterebbe col principio di irretroattività della legge penale, poiché - nella specie - il fatto contestato era antecedente all'emanazione del Dl 138/02, dunque è da considerarsi fatto pregresso e non già concomitante rispetto al periodo di vigenza della norma penale di favore ciò in conformità alla sentenza costituzionale 51/1985. Il richiamo alla sentenza costituzionale 148/1983. Inoltre - ricorda ancora la Cassazione - oramai un simile sindacato è consentito giurisprudenza costituzionale, che ha avuto modo di precisare come la rilevanza e l'ammissibilità delle questioni di legittimità delle norme penali di favore è consentita in base al duplice argomento secondo cui l'accoglimento della questione a verrebbe comunque a incidere sulle formule di proscioglimento o sui dispositivi della sentenza penale e si rifletterebbe sullo schema argomentativo della relativa motivazione b avrebbe comunque un effetto di sistema la cui valutazione spetta ai giudici comuni e non al giudice costituzionale. E ciò perché, senza vanificare la garanzia dell'articolo 25 Costituzione, anche le norme penali di favore devono sottostare al sindacato di costituzionalità, a pena di istituire zone franche del tutto impreviste dalla Costituzione, all'interno delle quali la legislazione ordinaria diverrebbe incontrollabile sentenza costituzionale 148/1983 . I possibili scenari. Nell'attesa di conoscere l'esito dell'odierno incidente di costituzionalità, è la stessa Cassazione a preannunciare i possibili scenari. Tra questi, assume particolare rilievo l'inciso in cui la Corte prospetta in motivazione l'eventualità, in caso di declaratoria di incostituzionalità del citato articolo 14 Dl 138/02, di un suo annullamento senza rinvio della gravata sentenza di condanna per difetto di elemento soggettivo della contravvenzione contestata, avendo gli imputati fatto affidamento incolpevole sulla portata normativa di una disposizione articolo 14 successivamente caducata dall'ordinamento . Insomma - sembrano dire i supremi giudici - ci potremmo trovare di fronte al tipico caso di ignoranza inevitabile e quindi, come tale, scusabile ex articolo 5 Cp così come dichiarato parzialmente illegittimo dalla famosa sentenza costituzionale 364/1988 in tema di colpevolezza. * Dottorando di ricerca in diritto penale dell'economia e dell'ambiente Università di Teramo ?? ?? ?? ??

Cassazione - Sezione terza penale - ordinanza 14 dicembre 2005-16 gennaio 2006, n. 1414 Presidente De Maio - Relatore Onorato Pm Passacantando - ricorrente Rubino ed altro [Omissis] Motivi della decisione [Omissis] 3 - Va anzitutto precisato che la fattispecie de qua non è sussumibile nella disciplina di cui al D.Lgs 508/1992 che ha attuato la direttiva 90/667/Cee in materia di norme sanitarie per l'eliminazione, la trasformazione e l'immissione sul mercato di rifiuti di origine animale e al regolamento Ce 1774/2002 recante norme sanitarie relative ai sottoprodotti di origine animale non destinati al consumo umano , che ha espressamente abrogato la predetta direttiva Cee 90/667. Infatti la condotta contestata agli imputati consisteva nel trasporto e nello smaltimento del siero di latte derivante dal processo produttivo di un caseificio, mentre entrambe le normative succitate prevedono norme di polizia sanitaria e veterinaria per il trasporto, la trasformazione, l'uso o l'eliminazione di rifiuti articolo 1 D.Lgs 508/1992 . È chiaro che il latte cessa di essere un sottoprodotto di origine animale quando viene impiegato come materia prima nella produzione casearia, e che il siero di latte che residua da questa produzione va qualificato come rifiuto speciale ex articolo 7 del D.Lgs 22/1997 senza che possa più definirsi di origine animale. Manca quindi qualsiasi presupposto ex articolo 8 D.Lgs 22/1997 per escludere dal regime generale dei rifiuti il siero di latte derivante dalla produzione casearia, non soltanto perché la polizia sanitaria e veterinaria, oggetto del D.Lgs 2219/92 e del regolamento Ce 1774/2002, è eterogenea, e non speciale, rispetto alla disciplina ambientale della gestione di rifiuti come ritiene Cassazione, sezione terza, 8520/2002, Leuci , quanto piuttosto perché l'oggetto della disciplina il citato siero di latte non rientra in nessuna delle categorie che il predetto articolo 8 esclude dalla disciplina generale dei rifiuti e in particolare non rientra nella categoria delle carogne o dei rifiuti di origine animale . Va pertanto disatteso il primo motivo di ricorso n. 2.1 . [Omissis] 5.1 - In ordine alla qualificazione giuridica del fatto, la sentenza impugnata ha colto nel segno laddove ha ritenuto che il siero di latte residuato dal processo produttivo del caseificio di Umberto Rubino rientrava nella categoria dei rifiuti speciali, di cui all'articolo 6 e 7 D.Lgs 22/1997, e che la cessione e il trasporto del siero, senza alcuna autorizzazione dal predetto caseificio all'azienda zootecnica di Vito Rubino, integrava il reato di cui all'articolo 51 dello stesso decreto legislativo in senso conforme, Cassazione, Sezione terza, 33295/2004, Cioffi, rv. 229011 . La sentenza è incorsa invece in errore giuridico laddove ha ritenuto che la norma interpretativa di cui all'articolo 14 del Dl 138/2002, convertito in legge 178/2002, in quanto restringe indebitamente la nozione comunitaria di rifiuto, debba essere direttamente disapplicata rectius non applicata dal giudice nazionale. 5.2 - Che la norma dell'articolo 14, pur autoqualificandosi come interpretativa, modifichi in senso restrittivo la nozione di rifiuto precisata dall'articolo 6 D.Lgs 22/1997, e quindi sia incompatibile con la nozione di rifiuto stabilita dalla direttiva comunitaria 75/442/Cee, modificata dalla direttiva 91/156/Cee, di cui la disposizione nazionale è sostanzialmente la riproduzione, è indubbio, ed è riconosciuto dalla dottrina e dalla giurisprudenza pressoché unanimi. Invero, per l'articolo 6 D.Lgs 22/1997 e per l'articolo 6 e 7 della direttiva 75/442/Cee costituisce rifiuto qualsiasi sostanza o oggetto che rientri in una delle sedici categorie elencate in allegato di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi . L'elenco delle categorie, di cui all'allegato A, è un elenco aperto , perché la prima categoria Q1 comprende tutti i residui di produzione o di consumo in appresso non specificati, e la sedicesima Q16 qualunque sostanza, materia o prodotto che non rientro nelle altre categorie. L'articolo 14 legge 178/2002, invece, nel suo primo comma, identifica il concetto di disfarsi con quello di smaltimento o di recupero, stabilendo che le parole si disfi devono essere interpretate come qualsiasi comportamento attraverso il quale in modo diretto o indiretto una sostanza, un materiale o un bene sono avviati o sottoposti ad attività di smaltimento o di recupero, secondo cui gli allegati B e C del D.Lgs 22/1997. Attraverso questa identificazione, però, la norma sedicente interpretativa restringe la nozione comunitaria di rifiuto, escludendone ogni sostanza o materiale di cui il detentore si disfi mediante semplice abbandono , posto che nella direttiva comunitaria e nel D.Lgs 22/1997 l'abbandono è nettamente distinto dallo smaltimento e a maggior ragione dal recupero per il diritto nazionale, v. articolo 14 D.Lgs 22/1997, su cui Cassazione, sezione terza, 21024/2004, Eoli, rv. 229225-6 per il diritto comunitario v. articolo 4, comma 2, direttiva 75/442/Cee, su cui Corte di giustizia, sezione seconda, 11 novembre 2004, causa C-457/02, Niselli, paragrafo 38, 39 e 40 . In sostanza, secondo il diritto comunitario e il legislatore nazionale del 1997, ci si può disfare di un rifiuto, con l'obb1igo di sottostare alla relativa disciplina non solo avviandolo allo smaltimento o al recupero ma anche semplicemente abbandonandolo secondo il legislatore nazionale del 2002, invece, chi abbandona una sostanza rientrante nelle anzidette categorie di rifiuti è esente dalla disciplina imposta in materia per assicurare la tutela della salute pubblica e della qualità ambientale. Ma dove la norma dell'articolo 14 assume una portata ancora più socialmente innovativa è nel secondo comma, in forza del quale non ricorrono le fattispecie della decisione di disfarsi e dell'obbligo di disfarsi ove si tratti di sostanze e materiali residuali di produzione o di consumo che possono essere e sono effettivamente e oggettivamente utilizzati nel medesimo o in analogo ciclo produttivo o di consumo a senza subire alcun intervento preventivo di trattamento e senza recare pregiudizio all'ambiente ovvero b dopo aver subito un trattamento preventivo senza che si renda necessaria alcuna operazione di recupero tra quelle individuate nell'allegato C del D.Lgs 22 . Invero, secondo la definizione comunitaria di rifiuto, letteralmente trasfusa nell'articolo 6 D.Lgs 22/1997, un residuo di produzione o di consumo di cui il detentore abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi costituisce sempre rifiuto. Per l'articolo 14, invece, questo residuo perde la qualità di rifiuto se è o può essere oggettivamente utilizzato tal quale nel medesim0 o in analogo ciclo di produzione o di consumo, o più esattamente se è riutilizzato senza trattamento preventivo e senza pregiudizio per l'ambiente ovvero con trattamenti preventivi che non comportano operazioni di recupero per esempio attraverso atti di prelievo, cernita, separazione, compattamento, frantumazione merceologica o chimica dei materiali . È quindi innegabile che anche sotto questo profilo 1'articolo 14 restringe la nozione comunitaria di rifiuto, giacché per il diritto comunitario la volontà o l'obbligo di disfarsi di un residuo di produzione o di consumo costituisce quest'ultimo come rifiuto, mentre per la norma nazionale sedicente interpretativa quel residuo diventa semplice materia prima ove ricorra la condizione della sua attuale o potenziale riutilizzazione. Concludendo, l'articolo 14 ha introdotto una doppia deroga alla definizione comunitaria di rifiuto, sia laddove ha identificato l'attività di disfarsi della sostanza con quella di smaltimento o di recupero della medesima escludendo così l'attività di abbandono , sia laddove ha escluso la volontà o l'obbligo di disfarsi di residui di produzione o di consumo quando questi sono o possono essere riutilizzati tal quali senza trattamenti recuperatori e senza pregiudizio per l'ambiente. In tal modo ha esonerato dal controllo amministrativo e dalla disciplina sui rifiuti attività con cui il detentore si disfa di residui di produzione o di consumo creando pericolo per l'ambiente. Con ciò il legislatore italiano è venuto meno ai suoi obblighi di leale cooperazione di cui all'articolo 10 ex 5 del Trattato CE, pregiudicando gli obiettivi comunitari di salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell'ambiente e di protezione della salute umana di cui all'articolo 174 ex 130 R dello stesso Trattato. 6.1 - Tale è del resto la convinzione della Commissione della Comunità europea la quale ha avviato contro lo Stato italiano una procedura di infrazione ai sensi dell'articolo 226 ex 169 del Trattato in seguito all'approvazione dell'articolo 14 del Dl 138/2002. Ma tale è, soprattutto, la decisione della Corte di Giustizia europea, che investita in via pregiudiziale dal Tribunale di Terni della questione della compatibilità comunitaria dell'articolo 14, con la sentenza della Sezione II dell' 11 novembre 2004, causa C-457/2002, Niselli, sviluppando il filone giurisprudenziale consacrato nelle precedenti sentenze Zanetti del 10 maggio 1995, C-422/1992, Tombesi del 25 giugno 1997, C-304/1994, e Palin Granit Oy del 18 aprile 2002, C-9/00, ha cosi statuito a la nozione di rifiuto dipende dal significato del verbo disfarsi , il quale deve essere interpretato alla luce della finalità della direttiva 75/442, che, ai sensi del suo terzo considerando è la tutela della salute umana e dell'ambiente [ ] ma anche alla luce dell'articolo 174 n. 2 CE, secondo il quale la politica della Comunità in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela ed è fondata in particolare sui principi della precauzione e dell'azione preventiva paragrafo 33 . Una sostanza o un materiale non soggetto a obbligo di smaltimento o di recupero e di cui il detentore si disfi mediante semplice abbandono è considerato rifiuto ai sensi della direttiva 75/442 paragrafo 38 . E poiché l'abbandono non può essere considerato una modalità di smaltimento del rifiuto, ma è ben distinto dallo smaltimento paragrafo 39 , la definizione comunitaria di rifiuto non può essere interpretata nel senso di ricomprendere soltanto le sostanze e i materiali destinati o soggetti alle operazioni di smaltimento o di paragrafo 40 . b per l'articolo 14 del Dl 138/2002 affinché un residuo di produzione o di consumo sia sottratto alla qualifica di rifiuto sarebbe sufficiente che esso sia o possa essere riutilizzato in qualunque ciclo di produzione o di consumo, vuoi in assenza di trattamento preventivo e senza arrecare danni all'ambiente, vuoi previo trattamento ma senza che occorra tuttavia un'operazione di recupero ai sensi dell'allegato II B della direttiva 75/442 paragrafo 50 . Ma un'interpretazione del genere si risolve manifestamente nel sottrarre alla qualifica come rifiuto residui di produzione o di consumo che invece corrispondono alla definizione sancita dall'articolo 1, lettera a , comma 1, della direttiva 75/442 paragrafo 51 . Pertanto, la nozione comunitaria di rifiuto non può essere interpretata nel senso di escludere l'insieme dei residui di produzione o di consumo che possono essere o sono riutilizzati in un ciclo di produzione o di consumo senza trattamento preventivo o con trattamento non recuperatorio paragrafo 53 . Tuttavia - secondo la sentenza Niselli, che riprende sul punto la precedente sentenza Palin Granit Oy del 18 aprile 2002 - può esulare dalla nozione comunitaria di rifiuto un materiale derivante da un processo di fabbricazione o di estrazione che non è principalmente destinato a produrlo, che il produttore riutilizza, senza trasformazione preliminare, nel corso dello stesso processo produttivo in tal caso non si tratta di un residuo, bensì di un sottoprodotto , che non ha la qualifica di rifiuto proprio perché il produttore non intende disfarsene , ma vuole invece riutilizzarlo nel medesimo ciclo produttivo paragrafi 44-52 . Per distinguere il sottoprodotto dal rifiuto è comunque necessario che il riutilizzo sia certo, che avvenga nel medesimo processo produttivo e senza trasformazioni preliminari, cioè senza modificazioni del carattere chimico o merceologico della sostanza paragrafo 47 . Che il ciclo produttivo debba essere il medesimo risulta chiaramente dal paragrafo 52 della sentenza. Del resto, se il riutilizzo avvenisse in un diverso ciclo produttivo vorrebbe dire che il produttore ha inteso disfarsi del residuo per commercializzarlo o comunque cederlo ai terzi per la riutilizzazione. 6.2 - La sentenza Niselli è stata emessa ai sensi dell'articolo 234 ex 177 del Trattato Ce e quindi si è limitata a interpretare la norma del diritto comunitario che definisce la nozione di rifiuto mentre solo procedendo ex articolo 226 ex 169 , in esito alla procedura di infrazione attivata dalla Commissione, avrebbe potuto direttamente interpretare la norma nazionale denunciata come lesiva degli obblighi comunitari. I diversi poteri della Corte di giustizia nell'ambito delle diverse procedure sono chiaramente enunciati dalla stessa Corte, che ha avuto modo di chiarire il principio secondo cui essa non può, ai sensi dell'articolo 177 ora 234 del Trattato, statuire sulla validità di una norma di diritto interno con riguardo al diritto comunitario, come le sarebbe consentito fare nell'ambito di un ricorso ex articolo 169 ora 226 del Trattato Ce peraltro essa è tuttavia competente a fornire al giudice nazionale tutti gli elementi di interpretazione, che rientrano nel diritto comunitario, atti a consentirgli di pronunciarsi su tale compatibilità sentenza Tombesi citata del 25 giugno 1997, paragrafo 36 . 7.1. Resta ora da esaminare quale innegabile vulnus che l'articolo 14 del Dl 138/2002 ha recato al diritto comunitario. Al riguardo, la sentenza impugnata e alcune pronunce di questa corte hanno sostenuto la necessità della disapplicazione rectius non applicazione della norma nazionale in forza della prevalenza e immediata, applicabilità del diritto comunitario Sezione terza, 2125/03, Ferretti, rv. 223291 Sezione terza, 14762/02, Amadori, rv. 221573 Sezione terza, 17656/03, Gonzales e altro, rv. 224716 . Un altro orientamento, che appare prevalente, sostiene invece che l'articolo 14 è vincolante per il giudice italiano giacché la direttiva comunitaria sui rifiuti non è autoapplicativa self-executing in quanto necessita di atto di recepimento da parte dello Stato nazionale Sezione terza, 4052/03, Passerotti, rv. 223532 Sezione terza, 4051/03, Ronco, rv. 223604 Sezione terza, 9057/03, Costa, rv. 224172 Sezione terza, 13114/03, Mortellaro, rv. 224721 Sezione terza, 32235/03, Agogliati e altri, rv. 226156 Sezione terza, 38567/03, De Fronzo, rv. 226574 . 7.2 - Le succitate sentenze Ferretti e Amadori, stilate peraltro dallo stesso relatore, riconoscono che la direttiva 75/442/Cee, come modificata dalla direttiva 91/156/Cee, non ha efficacia diretta nell'ordinamento nazionale, ma sostengono ugualmente la diretta applicabilità della nozione comunitaria di rifiuto, in base al fatto che essa è stata richiamata dal regolamento comunitario 259/93, che ha indubbiamente carattere self-exsecuting. Ma tale singolare argomento, benché condiviso da qualche autore, non può accettarsi. Invero, il regolamento Cee 259/93, relativo alla sorveglianza e al controllo delle spedizioni di rifiuti all'interno della Ce, nonché in entrata e in uscita dal suo territorio , all'articolo 2, lettera a , stabilisce che ai sensi del presente regolamento si intendono per rifiuti i rifiuti quali definiti nell'articolo 1, lettera a , della direttiva 75/442/Cee. Orbene, è sufficiente osservare come la norma del regolamento, che come tale è direttamente applicabile nell'ordinamento italiano, recepisca la nozione di rifiuto definita dalla direttiva 75/442/Cee soltanto ai fini della specifica materia disciplinata dal regolamento, ovverosia limitatamente alle spedizioni di rifiuti che a scopo di sorveglianza devo essere previamente notificate e munite di un documento di accompagnamento. Questa nozione regolamentare quindi non è direttamente applicabile né per l'attività di abbandono né per tutte le attività di gestione dei rifiuti elencate nell'articolo 6, lettera g , D.Lgs 22/1997, che sono ben diverse dall'attività di spedizione e cioè raccolta, trasporto, recupero e smaltimento. Anche una risalente sentenza della Corte di Giustizia ha avuto modo di stabilire che la nozione regolamentate di rifiuti, che è stata istituita al fine dì garantire che i sistemi nazionali di sorveglianza e controllo delle spedizioni di rifiuti rispettino criteri minimi, si applica direttamente anche alle spedizioni di rifiuti all'interno di qualsiasi Stato membro ma non ha affatto esteso la diretta applicabilità della nozione alle altre tradizionali attività di gestione o all'attività di abbandono, comunque diverse dalla spedizione Corte di Giustizia, sezione sesta, 25 giugno 1997, Tombesi e altri, v. massima e paragrafi 44. 45 e 46 . Non si può quindi parlare a tale riguardo di una novazione della fonte del diritto comunitario da direttiva a regolamento in senso generale e illimitato. Inoltre, come è stato opportunamente sottolineato in dottrina, l'argomento da una parte non è stato mai considerato dalla stessa Corte lussemburghese, che, chiamata più volte a interpretare in via pregiudiziale la nozione comunitaria di rifiuto, ha sempre focalizzato il suo esame solo sulla direttiva 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156 dall'altra non è stato utilizzato neppure dalla Commissione Ue nella menzionata procedura di infrazione aperta contro lo Stato italiano, quanto meno per informare il nostro Governo che il tentativo di restringere la nozione di rifiuto era del tutto velleitario, attesa la immediata applicabilità nell'ordinamento nazionale del regolamento 259/93/Cee. In conclusione, si tratta di argomento che appare ormai abbandonato sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza, le quali non mettono più in discussione l'inapplicabilità diretta della nozione comunitaria di rifiuto al di fuori della materia delle spedizioni disciplinata dal menzionato regolamento . 7.3 - L'orientamento giurisprudenziale minoritario, pur dando per scontato il carattere non autoapplicativo della direttiva 75/444/Ce, modificata dalla direttiva 91/156/Ce, giunge ugualmente a non applicare l'articolo 14 del D 138/02, in base all'argomento che, in ossequio al principio della prevalenza del diritto comunitario, sia originario, sia derivato, il giudice nazionale deve comunque dare applicazione alle sentenze della Corte di Giustizia europea, che a più riprese hanno offerto una interpretazione della nozione comunitaria di rifiuto contrastante con quella risultante dall'articolo 14 in particolare devono dare attuazione alla citata sentenza Niselli, che espressamente ha statuito la incompatibilità comunitaria di quest'ultima norma. Ma anche questo argomento, apparentemente convincente, non è accoglibile. A rigore, la pronuncia della Corte di Giustizia che precisa o integra il significato di una norma comunitaria ha la stessa efficacia di quest'ultima, sicché la pronuncia è direttamente ed immediatamente efficace nell'ordinamento nazionale se e in quanto lo sia anche la norma interpretata. In tal senso è l'insegnamento costante della Corte costituzionale. Basti ricordare la sentenza 389/1989 in cui la Consulta, trattando del principio di applicazione diretta di norme comunitarie immediatamente efficaci nel diritto interno, ha avuto modo di precisare che quando questo principio viene riferito ad una norma comunitaria avente effetti diretti [ ] non v 'è dubbio che la precisazione o l'integrazione del significato normativo compiute attraverso una sentenza dichiarativa della Corte di Giustizia abbiano la stessa immediata efficacia delle disposizioni interpretate . Invero, nei casi in cui la Corte lussemburghese ha interpretato il significato di una norma comunitaria direttamente efficace in modo tale che una norma del diritto nazionale risulti incompatibile con essa, il giudice nazionale non deve più applicare la norma interna per la definizione dalla controversia al suo esame senza poter sollevare questione di costituzionalità v. Corte costituzionale, 94/1995 . Nei casi invece in cui La Corte lussemburghese ha interpretato una norma comunitaria priva di efficacia diretta in modo tale che una norma interna risulti incompatibile con la prima, il giudice italiano non ha altra scelta che applicare la norma interna o sollevare sulla stessa l'eccezione di illegittimità costituzionale per violazione degli obblighi dello Stato italiano di conformarsi al diritto comunitario, consacrati negli articoli 11 e 117 Costituzione è implicitamente in tal senso anche la recente sentenza n. 85/2002 Corte Costituzionale . 7.4 - Più di recente, un'altra pronuncia di legittimità, seguendo il principio indicato dalla Corte costituzionale con sentenza 190/2000, ha correttamente sostenuto la necessità per il giudice italiano di interpretare la normativa nazionale in termini tali che essa non risulti in contrasto con la normativa comunitaria Cassazione, sezione terza, 746/05, Colli . A questa stregua, ha ritenuto, sulla scia della citata sentenza Niselli, che l'articolo 14 in questione non contrasta con la nozione comunitaria di rifiuto solo laddove esclude dall'ambito della relativa disciplina i c.d. sottoprodotti, cioè quei residui di produzione esclusi i residui di consumo dei quali il produttore non abbia intenzione di disfarsi e che siano riutilizzati in modo certo, senza previa trasformazione, nell'ambito dello stesso processo produttivo. I sottoprodotti , infatti, in quanto riutilizzati nello stesso ciclo produttivo come materie prime, non presentano rischi per 1'ambiente sicché per essi non ha ragion d'essere applicare la disciplina dei rifiuti. La fattispecie dedotta nel presente processo, però, esula da ogni possibile interpretazione adeguatrice, giacché il siero di latte residuato dalla produzione casearia veniva trasportato e ceduto a un'altra azienda, esercente attività zootecnica, che lo destinava ad alimento per gli animali. Alla luce del diritto comunitario come autoritativamente interpretato dalla Corte di Giustizia europea, non poteva quindi classificarsi come sottoprodotto , ma era invece un vero e proprio rifiuto di cui il produttore si disfaceva perché fosse riutilizzato tal quale in altro processo produttivo. Per la norma nazionale di cui si discute, invece, il siero di latte prodotto nel caseificio e riutilizzato in diversa azienda zootecnica resta indiscutibilmente escluso dalla nozione di rifiuto, e non vi può rientrare in forza di una interpretazione adeguatrice. Esso resta perciò sottratto alla disciplina sui rifiuti, in palese contrasto col diritto comunitario. 8 - L'unico rimedio possibile per rimediare al vulnus perpetrato da una legge nazionale contro una direttiva comunitaria non direttamente applicabile è, quindi, il ricorso al giudice delle leggi. Invero, la norma in questione, escludendo dalla categoria dei rifiuti di produzione o di consumo che siano semplicemente abbandonati dal produttore o dal detentore, ovvero che siano riutilizzati in qualsiasi ciclo produttivo o di consumo senza trattamento recuperatorio, si pone in insanabile contrasto con la nozione di rifiuti stabilita dalla direttiva comunitaria 75/442/Ce, modificata dalla direttiva 91/156/Ce e dalla decisione della Commissione 96/350/Ce. Nel caso di specie, quindi, va sollevata d'ufficio questione di legittimità costituzionale dell'articolo 14 Dl 138/2002, convertito in legge 178/2002, perché in contrasto a con l'articolo 11 Costituzione, laddove questo stabilisce che lo Stato italiano deve osservare la limitazione di sovranità derivante dalla sua partecipazione a ordinamenti internazionali, quale quello della Comunità europea b nonché, ancor più esplicitamente, con il novellato articolo 117 Costituzione, che nel suo primo comma impone allo Stato di esercitare la sua potestà legislativa nel rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario. L'ipotizzato vulnus comunitario e costituzionale appare tanto più grave in quanto, dopo che la Commissione di Bruxelles aveva aperto la menzionata procedura di infrazione, e poco dopo che la Corte di Giustizia europea aveva emanato la citata sentenza Niselli, il legislatore nazionale, con la legge 308/2004 delega al Governo per il riordino, il coordinamento e l'integrazione della legislazione in materia ambientale e misure di diretta applicazione , ha ribadito la sua volontà normativa al riguardo, stabilendo al comma 26 dell'articolo 1 Fermo restando quanto disposto dall'articolo 14 del Dl 138/2002, convertito, con modificazioni, dalla legge 178/2002 . La non manifesta infondatezza della questione risulta dalle considerazioni svolte in precedenza, secondo le quali la norma denunciata è incompatibile nei limiti anzidetti con il diritto comunitario e per conseguenza lede gli obblighi costituzionali di adeguamento all'ordinamento comunitario stesso. 9.1 - Dalle considerazioni precedenti risulta altresì evidente la rilevanza della questione, atteso che il processo non può essere definito prescindendo dall'applicabilità del denunciato articolo 14 e quindi dalla risoluzione della relativa eccezione di illegittimità costituzionale. Se la norma resistesse al vaglio di costituzionalità, infatti, la sentenza impugnata dovrebbe essere annullata senza rinvio perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato, avendo l'articolo 14 sottratto alla disciplina dei rifiuti il siero di latte riutilizzato senza trattamenti preventivi in altro ciclo produttivo. Se invece la norma fosse dichiarata costituzionalmente illegittima e quindi inapplicabile al caso di specie, al giudice a quo si aprirebbe la duplice possibilità di rigettare il ricorso, con la conferma della condanna degli imputati, o di annullare senza rinvio la sentenza impugnata per difetto dell'elemento soggettivo della contravvenzione contestata, avendo gli imputati fatto affidamento incolpevole sulla portata normativa di una disposizione l'articolo 14 successivamente caducata dall'ordinamento. Nella prima, ma - sia pure in misura minore - anche nella seconda ipotesi, la sentenza di accoglimento della Corte costituzionale avrebbe un effetto in malam partem. Emerge qui il noto problema del sindacato di costituzionalità sulle norme penali di favore, cioè delle norme che, per determinati soggetti o ipotesi, abrogano o modificano in senso favorevole al reo precedenti disposizioni incriminatrici. Tale appare indubbiamente la norma dell'articolo 14, giacché essa si configura come disposizione extrapenale integratrice della fattispecie penale di cui agli articoli 6 e 51 D.Lgs 22/1997, che, restringendo l'ampiezza dell'oggetto materiale del reato i rifiuti , finisce per derogare o abrogare parzialmente, ovvero modificare in senso favorevole al reo, la precedente norma incriminatrice. 9.2 - Com'è noto, muovendo dalla considerazione che l'eventuale accoglimento dell'eccezione di illegittimità costituzionale della norma penale più favorevole non potrebbe influire sull'esito del giudizio a quo per il principio di irretroattività di cui all'articolo 25, comma 2, Costituzione e all'articolo 2, comma 1, Cp, si è tratta in passato la conclusione che le eccezioni di incostituzionalità delle norme penali di favore sono tipicamente irrilevanti, con la conseguenza che dette norme restano sottratte al controllo costituzionale. Peraltro, occorre al riguardo precisare che nel caso di specie il fatto contestato è stato commesso sino al 14 novembre 2000, cioè sotto il vigore della norma incriminatrice di cui agli articoli 6 e 51 D.Lgs 22/1997, sicuramente conformi al diritto comunitario, e prima dell'entrata in vigore dell'articolo 14 Dl 138/2002, che, escludendo alcune categorie di rifiuti, ha ridotto l'area del penalmente illecito, in contrasto col diritto comunitario. Orbene, è doveroso osservare che in un caso siffatto, se la Corte dichiarasse costituzionalmente illegittima la norma più favorevole di cui all'articolo 14, la conferma della responsabilità degli imputati in base alla norma più sfavorevole di cui ai suddetti articoli 6 e 51 a non violerebbe il principio di irretroattività di cui al secondo comma dell'articolo 25 Costituzione, posto che la norma dell'articolo 51 era entrata in vigore prima del fatto contestato b non violerebbe neppure il principio di retroattività dell'abolitio criminis di cui al secondo comma dell'articolo 2 Cp, giacché la norma dell'articolo 14, entrata in vigore dopo il fatto, con l'effetto di depenalizzarlo attraverso l'abrogazione parziale dell'articolo 6 D.Lgs 22/1997, non potrebbe essere applicata proprio in quanto resa inefficace dalla pronuncia di illegittimità costituzionale in altri termini, la retroattività della norma parzialmente depenalizzatrice non potrebbe operare per la caducazione della norma stessa dall'ordinamento. Questa conclusione è indubbiamente in linea con la nota sentenza 51/1985 della Consulta, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'ultimo comma dell'articolo 2 Cp, nella parte in cui prevedeva la retroattività ai fatti pregressi della norma penale favorevole contenuta in un decreto legge non convertito, per contrasto con l'articolo 77, ultimo comma, Costituzione secondo cui i decreti legge non convertiti perdono efficacia sin dall'inizio . Esaminando il problema se il principio di irretroattività della norma penale sfavorevole fosse d'ostacolo al risultato normativo derivante dalla pronuncia di illegittimità costituzionale, la Corte ha precisato che detto principio sarebbe applicabile soltanto ai fatti concomitanti , commessi cioè sotto il vigore del decreto legge non convertito, ma non per i fatti pregressi , commessi cioè prima che il decreto legge entrasse in vigore. Anche nel presente processo, il fatto è pregresso e non già concomitante rispetto al periodo di vigenza della norma penale di favore. 9.3 - Comunque, il problema è ora risolto dalla sentenza 148/1983, che ha argomentato la rilevanza e l'ammissibilità delle questioni di costituzionalità delle norme penali di favore in base al duplice argomento secondo cui l'accoglimento della questione a verrebbe comunque a incidere sulle formule di proscioglimento o sui dispositivi della sentenza penale e si rifletterebbe sullo schema argomentativo della relativa motivazione b avrebbe comunque un effetto di sistema la cui valutazione spetta ai giudici comuni e non al giudice costituzionale. E ciò perché, senza vanificare la garanzia dell'articolo 25 Costituzione, anche le norme penali di favore devono sottostare al sindacato di costituzionalità, a pena di istituire zone franche del tutto impreviste dalla Costituzione, all'interno delle quali la legislazione ordinaria diverrebbe incontrollabile . Questo approdo ermeneutico non è scalfito dalle numerose statuizioni della Consulta che hanno ribadito l'inammissibilità delle sentenze additive contra reum per rispetto dell'articolo 25, comma 2, Costituzione, stante la strutturale diversità delle due ipotesi. Infatti, quando è dedotta la questione di costituzionalità di una norma penale di favore, la sentenza di accoglimento ha carattere ablativo della deroga oggettiva o soggettiva introdotta, con l'effetto di ripristinare la piena portata normativa di una norma incriminatrice preesistente. Al contrario, la sentenza additiva di accoglimento che dichiara incostituzionale la norma sospettata nella parte in cui non prevede ecc. ha l'effetto di creare ex novo una norma incriminatrice o di ampliare la portata di una fattispecie penale preesistente, usurpando in entrambi i casi una prerogativa spettante alla discrezionalità del legislatore. Diverso sembra il caso della sentenza 440/1995, in cui, con un meccanismo di tipo ablatorio, il giudice delle leggi, in forza del principio di uguaglianza, ha esteso il reato di bestemmia della divinità anche a tutela delle religioni non cattoliche, creando così una nuova figura di reato, che però non era applicabile al fatto contestato nel processo a quo . Per diversa ragione l'approdo della sentenza 148/1983 non appare intaccato neppure dalla recente sentenza 161/2003 Corte Costituzionale, la quale ha escluso la possibilità di estendere l'ambito di applicazione della norma incriminatrice di cui all'articolo 2621 Cc false comunicazioni sociali , come sostituito dall'articolo 1 D.Lgs 61/2002, attraverso la rimozione delle soglie minime di punibilità ivi previste. Qui infatti la Corte ha escluso la possibilità di ampliare o aggravare la figura di reato già esistente attraverso la demolizione delle soglie di punibilità, sul rilievo che queste integrano i requisiti essenziali di tipicità del fatto ovvero condizioni di punibilità, e cioè sono comunque un elemento che 'delimita' l'area di intervento della sanzione prevista dalla norma incriminatrice, e non già 'sottrae' determinati fatti all'ambito di applicazione di altra norma, più generale . Tale essendo la ratio decidenti, essa non può essere applicata ai casi - come quello presente - in cui la norma denunciata per incostituzionalità è norma penale di favore, la quale sottrae determinate ipotesi nel caso specifico, la gestione dei residui di produzione utilizzati in altri cicli produttivi a una norma incriminatrice generale gli articoli 6 e 51 D.Lgs . In altri termini, facendo cadere per incostituzionalità l'articolo 14 si ripristinerebbe la portata originaria di una norma incriminatrice già presente nell'ordinamento, che l'articolo 14 aveva parzialmente derogato facendo cadere le soglie di punibilità previste dall'articolo 2621 Cc, invece, si amplierebbe la portata penale della stessa norma al di là dei limiti in cui il legislatore l'aveva configurata. 9.4 - Analogo problema si è presentato alla Corte di Giustizia europea, chiamata a interpretare la nozione comunitaria di rifiuto dal giudice del processo Niselli, posto che la sua ricostruzione ermeneutica poteva avere effetti tali da entrare in rotta di collisione con il principio di legalità e irretroattività dei reati e delle pene, che è ritenuto parte integrante anche del diritto comunitario. Al riguardo la sentenza Niselli, premesso che una direttiva non può avere l'effetto, di per sé e indipendentemente da una norma giuridica di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o di aggravare la responsabilità penale di coloro che agiscono in violazione delle sue disposizioni , preso atto che il fatto contestato all'imputato era stato commesso sotto il vigore delle disposizioni incriminatrici di cui al D.Lgs 22/1997, e prima dell'entrata in vigore dell'articolo 14 Dl 138/2002, ha concluso che non vi era motivo di esaminare le conseguenze che potrebbero discendere dal principio di legalità delle pene per l'applicazione della direttiva 75/442 paragrafi 29 e 30 . Non occorre qui sottolineare l'analogia fattuale tra il caso Niselli e il caso presente riguardo al rapporto tra tempus commissi delicti e successione di leggi penali nel tempo. Diverso è il caso affrontato più di recente dalla stessa Corte europea, Grande Sezione, chiamata a risolvere in via pregiudiziale la questione se il trattamento sanzionatorio più favorevole previsto dai novellati articoli 2621 false comunicazioni sociali e 2622 false comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori Cc fosse o meno adeguato in relazione all'articolo 6 della prima direttiva comunitaria sul diritto societario sentenza 3 maggio 2005, Cause riunite C-387/2002, C-391/2002 e C-403/2002, Berlusconi ed altri . La sentenza ha osservato che il principio dell'applicazione retroattiva della pena più mite fa parte integrante delle tradizioni costituzionali degli Stati membri e dei principi generali del diritto comunitario paragrafi 68 e 69 e ha concluso che la prima direttiva sul diritto societario non può essere invocata in quanto tale dalle autorità di uno Stato membro, nei confronti di imputati nell'ambito di procedimenti penali, poiché una direttiva non può avere come effetto, di per sé e indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o aggravare la responsabilità penale degli imputati paragrafo 78 e dispositivo . Basti rilevare in proposito che, nel caso esaminato dalla Corte europea, né gli originari articoli 2621 e 2622 Cc, che prevedevano un trattamento sanzionatorio più severo, e sotto la vigenza dei quali erano stati commessi i reati contestati, né i nuovi 2621 e 2622 Cc, che hanno introdotto un trattamento più mite, costituiscono attuazione di direttive comunitarie sicché si comprende l'affermazione secondo cui una direttiva comunitaria, per se stessa e senza la mediazione di leggi nazionali di attuazione, non possa determinare o aggravare una responsabilità penale nella soggetta materia. Mentre nel caso della disciplina sui rifiuti, la direttiva comunitaria è stata trasposta nell'ordinamento nazionale attraverso il D.Lgs 22/1997, che ha previsto in aggiunta un sistema sanzionatorio a presidio della disciplina stessa, sicché né la previsione della responsabilità penale, né la sua limitazione derivano direttamente dalla direttiva comunitaria, essendo, invece, state introdotte, la prima dall'articolo 51 del D.Lgs 22/1997, e la seconda dall'articolo 14 del Dl 138/2002. Nella presente vicenda processuale, quindi, non può farsi ricorso al principio statuito nella suddetta sentenza comunitaria del 3 maggio 2005, proprio perché presupposto di questo principio è la mancanza di norme nazionali attuative della direttiva comunitaria. 9.5 - Per tutte queste ragioni non sembra dubitabile la rilevanza della dedotta questione. A conforto di questa tesi, peraltro, militano le numerose sentenza di questa Corte, che, proprio in materia di rifiuti, hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale di varie leggi regionali che avevano depenalizzato lo stoccaggio provvisorio non espressamente autorizzato di rifiuti tossici e nocivi 306/1992 437/1992 194/1993 o l'accumulo temporaneo di rifiuti tossici e nocivi sentenza 213/1991 , o che avevano escluso dagli impianti di smaltimento di rifiuti gli impianti di depurazione per conto terzi di rifiuti liquidi, così esonerando la loro gestione dall'obbligo di autorizzazione sentenza 173/1998 . Qui la caducazione delle norme legislative regionali per contrasto con le fonti normative gerarchicamente superiori, costituzionali e comunitarie, è perfettamente sovrapponibile alla richiesta caducazione dell'articolo 14 Dl 138/2002 ed ha gli stessi effetti sul trattamento penale degli imputati nell'ambito dei processi principali. PQM La Corte di Cassazione, terza sezione penale, visti gli articoli 134 Costituzione e 23 legge 87/1953, solleva d'ufficio questione di legittimità costituzionale dell'articolo 14 Dl 138/2002, convertito in legge 178/2002, per violazione degli articoli 11 e 117 della Costituzione, dichiarandola rilevante e non manifestamente infondata sospende il giudizio in corso e ordina la immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale ordina che, a cura della cancelleria, la presente ordinanza sia notificata agli imputati e al loro difensore, nonché al Presidente del Consiglio dei Ministri dà altresì mandato alla cancelleria di comunicare la presente ordinanza ai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.