L'evoluzione dell'ordinamento forense

di Agostino Equizzi

A due settimane dalla conclusione del XVIII Congresso nazionale forense pubblichiamo di seguito per un approfondimento la relazione del consigliere del Cnf, l' avvocato Agostino Equizzi dal tema I profili generali dell'ordinamento forense tra passato e futuro per gli altri contributi si veda il quotidiano dello scorso 30 settembre . di Agostino Equizzi 1. Da Palermo a Roma spinte di innovazione dall'Avvocatura e delusioni della politica. Cari Colleghi, nel salutare tutti coloro che hanno voluto presenziare a questa sessione che il Consiglio nazionale forense ha inteso dedicare alle nuove regole che dovranno disciplinare la professione forense, ringrazio il Presidente Alpa ed i colleghi del Consiglio per l'incarico che hanno avuto l'amabilità di affidarmi. La relazione vuole essere una ricognizione sintetica dei maggiori nodi sui quali l'Avvocatura italiana dovrà prendere posizione e che dovranno inevitabilmente rappresentare il fulcro di proposte e contributi per un nuovo ordinamento forense. In questo senso sarà necessario ed imprescindibile accennare a temi sui quali ritorneranno poi i colleghi che mi seguiranno, ai quali non intendo in alcun modo togliere spazio ma, anzi, fornire un'introduzione ed una connessione forte con la più generale istanza, che promana dal Consiglio e dall'Avvocatura tutta, di un cambiamento e di un processo di riforma. Di riforma dell'ordinamento professionale mi trovai a parlare anche nella scorsa assise dell'Avvocatura italiana, a Palermo, il 3 ottobre del 2003. Da quella data molto è cambiato nel panorama politico, economico e sociale nazionale, mentre - purtroppo - gran parte delle istanze degli avvocati italiani, che si trovano limpidamente espresse e documentate negli atti di quel Consesso, sono state in generale sottovalutate, quando non addirittura contraddette dall'azione della politica. Il dibattito congressuale, a Palermo come nelle sessioni precedenti, è sempre stato contraddistinto da una precisa opzione metodologica, quella del dialogo tra Avvocatura e potere politico, per la ricerca di una formula ordinamentale vantaggiosa per la collettività, senza pregiudiziali né resistenze preconcette. Tra le proposte che il Congresso nazionale forense ha elaborato al suo interno, non ve n'è alcuna, nemmeno una, che avesse come cardine lo status dell'avvocato, oppure vantagg piccoli o grandi da conseguire a favore della categoria o da raggiungere mediando con la controparte politica. All'opposto, l'Avvocatura italiana si è espressa a favore di scelte improntate alla garanzia della qualità della prestazione professionale e della tutela del cittadino, cliente o consumatore che dir si voglia. Purtroppo le vicende istituzionali che hanno seguito l'assise palermitana hanno arrecato agli avvocati italiani notevole delusione. Una categoria che chiedeva e chiede costantemente un dialogo costruttivo con le istituzioni sui temi del proprio ordinamento è stata ascoltata troppo poco, sorprendentemente meno di coloro che hanno fatto pressione sul Governo, con mezzi più o meno leciti, per conservare le proprie posizioni. Una categoria che da anni anela il cambiamento e la riforma delle proprie regole, che percepisce un forte disagio nel lavorare quotidianamente con delle regole che sono quelle dettate dai brandelli di un regio decreto-legge del 1933 ossia di settantatre anni fa è stata sbrigativamente etichettata come conservatrice, amante del vecchio e dei passati privileg . Io penso sia nostro dovere continuare a batterci per affermare dei princip , che distinguano la professione forense da ogni altra, per le sue funzioni - peraltro costituzionalmente riconosciute - di difesa del cittadino e di insostituibile collaborazione nell'amministrazione della giustizia. Tutto questo comporta che ogni riforma, della quale parleremo in questo Congresso, dovrà essere portata a termine con gli avvocati italiani, e non contro di loro, alla luce del sole anziché con improvvisate leggine o decreti-legge annunciati all'improvviso per elidere ogni possibilità di dibattito. E credere nei valori di qualità della professione significa anche, a mio avviso, rifiutare la degenerazione del dibattito sulle riforme, che verte oggi soprattutto sul tema delle categorie sociali da premiare e di quelle da punire crinale peraltro all'evidenza molto pericoloso per la pace sociale , pretendendo di discutere di contenuti, cioè dei cardini della professione, quali la deontologia, la formazione, l'aggiornamento, la trasparenza nell'informazione del cittadino-cliente. In questo senso mi preme fornire alla platea dei colleghi una chiave di lettura dell'azione che il Consiglio nazionale forense ha svolto negli scorsi anni e che intende svolgere nel futuro la tentazione di scendere nell'arena delle polemiche quotidiane sulle riforme e di cercare compromessi è placata dalla consapevolezza che solo continuando a porre al centro i princip e la specialità che elevano la nostra professione potremo continuare a dire che essa non è affatto un'attività commerciale come tante altre e che non può quindi essere abbandonata alla concorrenza selvaggia nella consapevolezza di affermare il vero. 2. I contributi per la riforma dell'ordinamento professionale la necessità di una proposta organica e speciale per l'Avvocatura. Una prima testimonianza della attitudine propositiva e della grande volontà di riforma che sono presenti oggi diffusamente nell'Avvocatura italiana è venuta, permettetemi di compiacermene, dall'accoglienza e dal seguito che ha avuto la proposta di riforma dell'ordinamento presentata dal C.N.F. al Congresso di Palermo. Non solo essa ha svolto la propria funzione di stimolo al dibattito congressuale e di guida nell'identificazione dei problemi centrali dell'ordinamento forense, ma è stata adottata per modello proposte avanzate da formazioni interne all'Avvocatura, che vi hanno apportato cambiamenti in sintonia con le proprie sensibilità, ma senza mai stravolgerne l'impianto fondamentale. Oltre a recare un'innegabile soddisfazione per il riconoscimento del lavoro svolto, ciò significa anche che tra gli avvocati italiani vi è sintonia sui valori e le istituzioni da promuovere e da difendere, pur residuando significativi spaz per discutere sulle concrete soluzioni da adottare e sulle disposizioni di dettaglio. A livello istituzionale si è registrato un dibattito variegato, all'interno del quale uno spazio rilevante è stato occupato dal dibattito sui principali disegni di legge parlamentari in materia di riforma delle professioni penso soprattutto alle proposte cosiddette Cavallaro-Federici e Vietti , delle quali a lungo si è discusso. Si trattava di testi senz'altro perfettibili, e in alcuni casi e sotto certi aspetti anche chiaramente carenti, ma che hanno avuto il merito di evidenziare la necessità di un approccio di riforma complessiva delle professioni, essendo ad oggi impensabile e miope procedere per mezzo di interventi di dettaglio o tramite emendamenti alla legislazione attuale, la quale - oltre ad essere evidentemente antiquata - è divenuta nel corso del tempo anche molto frammentaria. D'altronde, il C.N.F. ha costantemente ritenuto necessario ed imprescindibile riformare l'ordinamento forense con una legge professionale ad hoc, ancorché eventualmente affiancata ad una legge-quadro che disciplini i princip generalissimi delle professioni liberali. Perché una legge per l'Avvocatura? Su questo punto pare necessario richiamare costantemente l'attenzione degli esponenti di governo sulla circostanza che la professione forense è ontologicamente differenziata rispetto ad altre professioni liberali. Ciò è imposto dalla stessa Carta costituzionale, non solo perché si tratta dell'unica attività libero-professionale da Essa contemplata artt. 104, 106, 135 , ed è quindi, da un punto di vista costituzionalistico, una funzione costituzionalmente necessaria, ma anche e soprattutto perché, per i Padri della Costituente, l'opera dell'avvocato è funzionale alla difesa ed al concreto dispiegarsi della funzione giurisdizionale artt. 24 e 111 . Non può, allora, davvero dubitarsi che, in sede di revisione dell'ordinamento professionale, il legislatore sia tenuto a salvaguardare nella misura più ampia possibile gli interessi pubblici perseguiti tramite la funzione dell'avvocato. Questo può ragionevolmente avvenire solo tramite un provvedimento legislativo ad hoc per l'Avvocatura, atteso che la pretesa di regolare in modo identico tutte le attività libero-professionali, più volte affacciatasi, porterebbe inevitabilmente a ignorare tali particolarità, che - è bene ribadirlo - sono rese intangibili dalla Costituzione. Dunque organicità e specialità nella riforma dell'ordinamento professionale sono obiettivi da perseguire e da difendere senza remore, e soprattutto senza cedere alla tentazione di accettare interventi parziali che garantiscano all'Avvocatura il conseguimento di un qualche, pur positivo, risultato parziale. Un esempio calzante in questo senso potrebbe essere quello della riforma dell'accesso il decreto-legge 112/2003 convertito con modificazioni nella l. 180/2003 ha compiuto alcuni dei passi auspicati dall'Avvocatura in direzione di una maggior equità nel giudizio sull'abilitazione, ma un pieno appagamento potrebbe venire solo da una sistemazione seria ed organica della materia, la cui sede deve necessariamente essere La Legge dell'Avvocatura. Il perdurante ritardo della riforma complessiva della professione forense comporta un ulteriore perniciosa conseguenza si tenta, da parte di alcuni parlamentari, di ripresentare proposte svilenti per la professione, all'insegna della mera captatio benevolentiae di piccoli gruppi d'interesse. Un chiaro esempio è la riproposizione, al termine della passata legislatura come all'inizio della corrente, di disegni di legge che mirano a reintrodurre la figura del dipendente pubblicoavvocato part-time, una forma gravissima di negazione della professionalità e di svalutazione del ceto forense, alla quale l'Avvocatura si era unanimemente opposta, dando battaglia fino al 2003, quando una legge ha finalmente posto un limite al fenomeno in parola. È chiaro a tutti noi che, se si varasse finalmente un progetto di ordinamento nuovo ed organico, questi tentativi di introdurre modifiche parziali e di comodo avrebbero poca, o nessuna, cittadinanza. Su questo punto, sull'auspicio di un intervento serio ed organico di revisione della normativa professionale, permettetemi solo di sottolineare quanto sia avvilente vedere che con un decreto-legge, il cosiddetto decreto Bersani dello scorso 4 luglio, si sono contraddetti pressoché tutti i valori ed i princip che si sono fin qui ricordati, apportando un'abrogazione incoerente e a tratti oscura di alcune norme che disciplinano la professione forense, per di più negando in radice qualsiasi ruolo d'interesse pubblico all'avvocato, con conseguenze potenzialmente assai gravi per il prossimo futuro. 3. Gli Ordini attualità e valore di un modello. Negli ultimi mesi si è assistito ad un florilegio di propositi politici molto incisivi, talvolta presentati addirittura come rivoluzionar . Ciò non è sorprendente, posto che è noto a tutti noi come l'Italia si trovi in un momento di difficoltà economica e di crisi di alcuni modelli, cosicché è del tutto naturale che, per uscire dalla difficoltà, si propongano le cure più varie. Spesso, e questo ci amareggia come cittadini oltre che come giuristi, nel dibattito politico si è arrivati ad attaccare gli Ordini professionali, conferendo al sistema ordinistico un'arbitraria etichetta di inefficienza o, addirittura, di ostacolo al libero mercato. Una posizione di questo genere rappresenta, a mio avviso, un assurdo logico, oltre che una falsità. All'Ordine professionale, infatti, è attribuito un ruolo essenzialmente di garanzia dei diritti del cittadino, di controllo sull'operato dei professionisti nell'interesse dell'utente. I compiti degli ordini vengono svolti in maniera non ottimale? Gli ordini non hanno gli strumenti per garantire appieno la qualità della prestazione professionale? Ebbene, questi dovrebbero, a rigor di logica, essere argomenti per proporsi di rafforzare gli ordini stessi, per rivederne la struttura o le garanzie di indipendenza, ma non certamente per indebolirli o per negarne la funzione. Mi pare che affermare il contrario non sia meno irragionevole che ritenere che il Ministero della Giustizia o la Magistratura debbano abolirsi perché i Tribunali funzionano male. L'Ordine è, per sua natura, garante dei diritti dei cittadini, e ciò è testimoniato dal fatto che, nella legislazione vigente, tra i compiti svolti da tale Ente, quasi nessuno è svolto nell'interesse della categoria e, viceversa, la pressoché totalità delle attribuzioni basti pensare ai pareri di congruità rispetto a parcelle eccessive, alla funzione di cura e tenuta degli albi, al potere disciplinare è preordinata a proteggere il cliente da forme di esercizio della professione abusive, vessatorie o sleali. Senza la garanzia della qualità professionale, che ad oggi è apprestata dagli Ordini, il mercato dei serviz professionali, che ci si propone di tutelare con così forte determinazione, è un mercato che in realtà non esiste, perché la merce la prestazione d'opera professionale può essere scadente o del tutto manchevole, senza che vi sia modo per porre rimedio all'arbitrio. Ad oggi, infatti, non esiste alcun altro meccanismo che possa venire in soccorso del cittadino a fronte di prestazioni d'opera intellettuale insufficienti o di comportamenti altrimenti scorretti, né è mai stato ipotizzato di esercitare queste fondamentali funzioni in altro modo. Mi parrebbe utile, nell'ambito dei nostri lavori congressuali, ribadire anche la validità dell'opzione pubblicistica per gli Ordini professionali, poiché il loro agire con le forme e le garanzie del diritto amministrativo si pone come corollario e complemento della loro missione di servizio, e preclude qualsiasi critica che li voglia accostare ad organismi di parte o a gruppi di interesse che si pongano in concorrenza con l'interesse generale. D'altronde vorrei ricordare che, per ciò che concerne l'inquadramento comunitario dell'ordinamento professionale italiano, la giurisprudenza della Corte di Giustizia non si è dimostrata affatto contraria al sistema ordinistico in quanto tale, di talché l'argomento che indebolendo gli ordini ci si avvicini agli altri paesi europei è del tutto infondato. Al contrario, se togliessimo ai nostri ordini la struttura pubblicistica e la sottoposizione alle norme di diritto pubblico li priveremmo di buona parte della loro autorevolezza e del loro ruolo di garanzia, perché a quel punto potrebbero essere, a buon diritto, additati come associazioni di categoria, il cui scopo può anche essere quello di procacciare vantagg per i propr associati, anziché quello di svolgere un servizio alla collettività. A questo proposito può essere significativo ricordare che, nel corso degli ultimi anni, si siano verificati continui tentativi delle associazioni di professioni non regolamentate di conseguire un riconoscimento pubblico, con lo scopo di poter certificare la competenza di questo o di quel soggetto. Si vorrebbe, cioè, ottenere funzioni di garanzia della fede pubblica da parte di soggetti del tutto privati, che non sono controllati da nessuno e la cui legittimazione democratica non esiste. Ecco dunque che è dimostrato, stavolta a contrario, che la struttura pubblicistica ed il carattere obbligatorio dell'attività dell'ordine professionale rimangono, ad oggi, l'unica via credibile per garantire la qualità nelle professioni, ed in quelle legali in particolare. D'altronde, anche le più recenti proposte di legge sull'ordinamento delle professioni intellettuali presentate in Parlamento, nonostante la ventata di liberismo e spontaneismo che sembra attraversare la politica italiana, sono incentrate sulla caratterizzazione pubblica dell'Ordine professionale per tutti v. l'art. 18 del p.d.l. Mantini . 4. Le istituzioni dell'Avvocatura. Un dato che mi pare importante sottolineare è che in tutte le proposte di riforma dell'ordinamento professionale che si sono avanzate in questi anni vi è la consapevolezza di quanto sia importante riaffermare il ruolo e la centralità delle istituzioni forensi per poter sostenere la specialità della professione. In particolare ritengo che il raccordo tra Ordini e Consiglio nazionale abbia dato frequentemente prova di essere un'eccezionale forma di democrazia interna alla categoria nei momenti più significativi vi è stato, anche di recente, un intenso rapporto di consultazione e di condivisione delle decisioni riguardanti i principali problemi della professione. Ciò, sia ben chiaro, non osta ad un costante dialogo con le associazioni, una forma di sussidiarietà che il Consiglio nazionale ritiene assolutamente imprescindibile. Perciò, e concludo questo rapido riferimento alle istituzioni forensi, ritengo che nella nostra futura legge professionale debba esserci un forte sostegno alla struttura istituzionale dell'Avvocatura, dando l'opportuna centralità a quelle funzioni penso alla presenza di avvocati nei Consigli giudiziari e nel Consiglio direttivo della Cassazione come previste dal recente d.lgs. 25/2006, alla presenza forense nelle cerimonie giudiziarie oppure alle funzioni consultive del C.N.F. che permettono all'Avvocatura stessa di dialogare con le Istituzioni dello Stato, godendo, oltre che della evidente competenza nelle problematiche inerenti la professione, anche di questa fortissima legittimazione democratica interna, sia che la si voglia chiamare rappresentanza istituzionale , come nella quasi totalità delle proposte finora presentate, sia la si voglia indicare in altro modo. 5. Formazione, accesso ed aggiornamento professionale. L'accesso alla nostra professione è divenuto uno dei temi centrali del dibattito sulla riforma dell'ordinamento, ed è diffusa nella categoria la percezione che, stante la crescita esponenziale dei nuovi iscritti, una riforma dell'accesso sia urgente ed imprescindibile. Tuttavia l'aspetto quantitativo del numero dei nuovi avvocati rappresenta solo una faccia della problematica più complessa della formazione del giurista pratico. Il Consiglio nazionale, sia nella redazione della proposta presentata a Palermo, sia nel prosieguo della sua azione di dialogo con le istituzioni statali, ha sempre difeso l'idea di una formazione dell'avvocato più razionale perché separata rispetto a quella degli aspiranti ad altre carriere e perché dotata di un maggior contenuto professionalizzante rispetto al passato. La razionalizzazione non può, peraltro, non coinvolgere anche la fase dell'esame di Stato per l'accesso. Molto si è fatto per eliminare lo spostamento di massa di candidati verso sedi di esame ritenute più clementi nel giudizio il fenomeno è stato quasi del tutto debellato, anche se il meccanismo di correzione delle prove delineato dal decreto-legge 112/2003 non ha eliminato le disparità di valutazione tra le commissioni dei vari distretti. Per affrontare questo problema sono state avanzate svariatissime soluzioni, tutte astrattamente possibili commissione unica nazionale, distribuzione dei compiti sul territorio nazionale in forma anonima, pre-selezione per mezzo di test e altro ancora , ma è essenziale che da questo Congresso emerga un impulso unitario dell'Avvocatura per una soluzione condivisa, idonea a coniugare le ragioni dell'equità con quelle del giusto rigore nella valutazione dei candidati. Un grande impegno è stato, poi, profuso sulla tematica della formazione continua e dell'aggiornamento professionale degli iscritti su questo punto l'avv. Pierluigi Tirale darà, nel suo intervento, una testimonianza concreta di quanto è stato fatto. Per non sottrarre al Collega nulla dello spazio che gli spetta, mi limito a sottolineare come la formazione permanente sia difficile da attuare nel dettaglio, e come presenti, oltretutto, alcuni aspetti che risulteranno senz'altro impopolari agli occhi di colleghi anziani ed esperti, che si vedranno comunque costretti ad attivarsi nel frequentare momenti formativi. Cionondimeno quest'impegno è fondamentale per dimostrare fattivamente che l'Avvocatura italiana intende raccogliere la sfida della qualità, e non è immaginabile che la professione legale non riesca ad attuare ciò che il notariato e le professioni contabili hanno già realizzato anche se con numeri di iscritti sensibilmente inferiori . Sulle modalità di concreta attuazione dell'aggiornamento ci potrà e dovrà essere un serrato dibattito sulla scelta in favore della qualità permanente della prestazione professionale, invece, penso ci troviamo di fronte ad un passo obbligato e, in realtà, ad una scelta già compiuta. Da ultimo mi pare rilevante sottolineare l'opportunità di dare maggiore impulso, e ciò evidentemente anche con apposita previsione nella futura legge professionale, ai rapporti tra Ordini ed Università. L'Avvocatura ha oggi propr rappresentanti nel corpo docente e nella gestione delle scuole di specializzazione per le professioni legali istituite con le cd. leggi Bassanini , ma si tratta solo di un primo passo di un cammino volto a fornire all'università la possibilità concreta di offrire itinerar di apprendimento ed esperienze veramente professionalizzanti. Sulla possibilità di stringere legami convenzionali significativi tra Ordini ed Università, così come sull'opportunità di integrare i consigli di facoltà con rappresentanti dell'Avvocatura, il progetto di riforma presentato dal C.N.F. prevedeva specifiche disposizioni artt. 19 e 20 ed è auspicabile che un siffatto intendimento si riproponga anche per il futuro che sia un opportuno passo da compiere lo dimostra anche la circostanza che la più recente legge professionale, quella dell'Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili, risultante dalla fusione di dottori e ragionieri commercialisti, prevede convenzioni proprio di questa natura. 6. Il codice deontologico e il giudizio disciplinare. Al precedente tema della formazione continua è legato, nell'ottica comune della garanzia di qualità della prestazione professionale, quello della deontologia e del relativo giudizio di responsabilità. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha costantemente riconosciuto alle istituzioni ordinistiche la facoltà di emanare norme deontologiche, affermandone - pur tra varie incertezze - il valore giuridico e l'idoneità a rappresentare parametro di giudizio in sede disciplinare. La stessa Corte ha anche precisato che tale competenza è esclusiva e che nessuno, nemmeno la Cassazione stessa, può sostituirsi al C.N.F. nella tipizzazione delle condotte disciplinarmente rilevanti si tratta dunque di un sistema normativo che ha acquisito nell'ordinamento nazionale una posizione ed un valore rilevante, ma del quale non vi è traccia nella legge professionale, se non lo si ricava da essa per via interpretativa. Non si tratta di una mancanza secondaria, e lo si è visto con le recenti vicende in tema di cosiddette liberalizzazioni il legislatore dell'emergenza, quello poco avveduto e, all'evidenza, all'oscuro delle dinamiche dell'avvocatura, si concede la libertà di calpestare il potere normativo deontologico e l'autonomia degli ordini forensi se questi invece avesse dinanzi a sé il riconoscimento, da parte del Parlamento, del fondamentale ruolo svolto in questo campo dagli Ordini e dal C.N.F., e - ancor di più - dell'autonomia che lo Stato deve necessariamente garantire loro per esercitare queste funzioni, allora forse, e dico forse, si creerebbe qualche scrupolo in più a rovesciare l'ordinamento per raggiungere questo o quell'altro risultato contingente. La deontologia rappresenta, nella storia dell'Avvocatura italiana, un valore aggiunto, uno di quegli elementi che hanno fatto la nobiltà della professione forense prendo qui a prestito il titolo di un pregevole scritto del Presidente Alpa, pubblicato nel 2004 . Vi sono, non vi è dubbio, margini di significativo miglioramento nel concreto esercizio della potestà disciplinare, e non possiamo non considerare le critiche, che pervengono anche da diversi settori dell'Avvocatura, circa l'utilizzo troppo modesto dello strumento disciplinare, specialmente in alcune realtà locali. Tuttavia questa insufficienza non può in alcun modo generare rassegnazione o inerzia, deve al contrario essere di sprone all'Avvocatura, ed al Congresso nazionale quest'oggi, a confrontarsi su soluzioni pratiche e procedure che, senza sconvolgere la natura del giudizio disciplinare, siano idonee ad aumentarne l'incisività. Da una parte si è prospettata l'opportunità di svolgere l'attività disciplinare, in tutto o in parte, al di fuori dell'ordine di appartenenza dell'interessato, così da garantire un maggior distacco tra giudicante e giudicato, un'esigenza che può manifestarsi soprattutto in contesti di minori dimensioni. Più in particolare vi è la proposta di svolgere a livello distrettuale, in seno ad apposita commissione, la fase istruttoria del procedimento disciplinare, lasciando poi il giudizio all'Ordine locale dell'interessato, sulla base delle risultanze istruttorie. Nella proposta del C.N.F. del 2003 si prevedeva, con la medesima finalità di garantire una più compiuta obiettività del collegio giudicante, la assegnazione dell'istruttoria ad un consigliere delegato, che poi non partecipava alla decisione sulla responsabilità art. 50, comma 4 . Accanto a queste proposte se ne sono registrate, in questi ultimi anni, anche di più radicali, quali quelle che propugnano l'affidamento della funzione disciplinare a collegi specifici, esterni alla struttura dei Consigli dell'Ordine. Sarebbe, peraltro, altamente auspicabile che l'Avvocatura riuscisse a raggiungere un consenso su norme che garantiscano forme di controllo più incisive sui provvedimenti di archiviazione una di queste potrebbe essere rappresentata dalla facoltà di appello dell'esponente o della parte lesa dal comportamento che si assume deontologicamente scorretto, o comunque di un potere di intervento o di stimolo di questi ultimi a fronte del provvedimento di archiviazione. Si tratta di una scelta che darebbe un segnale di grande trasparenza e di civiltà giuridica. Qualunque sia l'indirizzo che il Congresso vorrà esprimere, intendo sottolineare come la deontologia sia un terreno eccellente per dare una concreta dimostrazione della volontà dell'Avvocatura italiana di perseguire in ogni forma l'elevazione e la qualità della prestazione professionale solo così dovrà tacere chi lavora per l'assimilazione e l'appiattimento commerciale del ceto forense. 7. La continuità dell'esercizio della professione come presupposto per l'iscrizione negli albi. L'Avvocatura sconta una tradizione assai risalente, quella dell'iscrizione all'albo degli avvocati di intellettuali e notabili di vario genere, persone che poi non esercitavano la professione in concreto. Anche oggi solo una parte degli oltre 160.000 iscritti negli albi italiani sono avvocati che quotidianamente varcano le soglie dei Tribunali. La sfida della specializzazione e della garanzia del cittadino ci impone di trovare rimedio a questa vistosa scollatura tra Avvocatura reale ed avvocatura virtuale. Nell'Assise palermitana il C.N.F. presentò la proposta di considerare l'esercizio continuativo della professione come condizione indispensabile per conservare la propria iscrizione nell'albo, unita ad una verifica dell'idoneità alla reiscrizione per coloro che volessero rientrare nella comunità dei professionisti dopo tre anni di assenza art. 14 . Lo stesso principio si dovrebbe riferire, in termini anche più rigorosi, all'iscrizione all'albo dei cassazionisti art. 15 . L'elevato numero degli iscritti all'Albo Speciale richiede interventi indifferibili per porre freno all'inflazione. Si tratta di un obiettivo che è nell'interesse dell'Avvocatura e che, a mio avviso, deve essere perseguito senza remore. L'utilizzo della qualifica professionale di avvocato a mo' di titolo onorifico non giova a coloro che ogni giorno, con impegno nel lavoro, si conquistano la qualifica e la qualificazione sul campo, e non è agevole giustificare una seria barriera all'ingresso se poi non si garantisce che chi è iscritto nell'albo sia, per davvero, un avvocato. Al contrario, l'elefantiasi degli iscritti porta argomenti a coloro che, magari sotto le insegne della concorrenza, vorrebbero abolire ogni forma di controllo sull'esercizio della professione, osservando che tanto, comunque, l'iscrizione all'albo degli avvocati non garantisce che ci si trovi davanti ad un vero professionista forense. 8. Conclusioni Oggi più che mai il Congresso ha l'opportunità di riaffermare autorevolmente quanto essenziale ed imprescindibile sia il ruolo dell'Avvocatura che, ben conscia delle prerogative riconociutele dalla Carta Costituzionale, rinnova, con forza, la richiesta di una organica disciplina della professione, senza ulteriori remore né rinvii motivati con la necessità di attendere una legge quadro sulle professioni. L'urgenza della riforma dell'ordinamento professionale, avvertita da tutta l'Avvocatura, deve trovare momento di definitiva sintesi nelle conclusioni congressuali. Ed è con questo auspicio, fortemente sentito, che rinnovo l'invito già formulato al Congresso di Palermo nell'Ottobre 2003.