Il socio, istruttore di Taekwondo, recede e vuole la sua quota: ma il rapporto con gli altri due soci non è chiaro

La liquidazione della quota è un effetto, non una condizione del recesso da una società di fatto. La natura societaria del rapporto deve essere correttamente dimostrata il rapporto associativo non deve essere confuso con la prestazione d’opera svolta dai soci quali istruttori sportivi, né l’apporto iniziale di denaro è elemento esclusivo della società.

Così si è espressa la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5836, depositata l’8 marzo 2013. Dissidi in un’associazione sportiva. Un membro fondatore di un gruppo polisportivo decide di cambiare aria, vuole andarsene, essendo in dissidio con gli altri due soci fondatori. Si porta via, quale istruttore di Taekwondo, 40 allievi ed esprime la propria volontà di dimettersi previo pagamento del valore della sua quota. Poiché il pagamento non avviene chiede al Tribunale che venga riconosciuta la natura di società di fatto dell’associazione, vista la finalità di lucro, e chiede quindi il pagamento della quota degli utili maturati durante i 5 anni di rapporto. Gli altri due soci, convenuti, chiedono il rigetto della domanda ed in via riconvenzionale il risarcimento per il danno d’immagine ed economico, essendosi portato via, il socio recedente, tutti gli allievi di Taekwondo. I giudici di merito respingono le domande, ma riconoscono una società di fatto. Il Tribunale rigettando entrambe le domande, accerta semplicemente l’avvenuto recesso dall’associazione. La Corte d’Appello, modifica in parte la decisione rilevando l’esistenza di una società irregolare tra i tre, visto che la ripartizione degli utili risulta dalla presenza di un conto cointestato dal quale i tre prelevavano, formalmente a titolo di rimborso spese, le somme spettanti per le ore lavorate nella palestra. Il socio recedente non ha poi in alcun modo dimostrato che quanto ricevuto negli anni fosse inferiore a quanto gli sarebbe spettato. La società ci sarebbe, ma il socio ha sbagliato domanda. Vista la causa societatis il socio avrebbe diritto a ricevere il pagamento della propria quota, ex art. 2289 c.c., che prevede appunto la liquidazione della quota del socio uscente, ma non vi si può provvedere data l’assenza della domanda. Il socio recedente ha infatti chiesto il pagamento di 50mln di lire nel caso in cui gli altri due soci avessero mostrato l’intenzione di rilevare la sua quota. Tale domanda ha per oggetto il corrispettivo di una cessione volontaria, non la liquidazione della quota a seguito di recesso . La perdita di atleti è naturale conseguenza del recesso. Gli altri due soci non possono peraltro chiedere il risarcimento danni per la perdita degli atleti di Taekwondo, perché è da considerarsi una normale conseguenza dell’uscita del socio che era l’unico ad occuparsi della disciplina. Il socio ricorre per cassazione. Al ricorso resistono gli altri due, chiedendo in via incidentale che sia annullata la sentenza in merito al riconoscimento della società di fatto. Il socio recedente lamenta che erroneamente siano state dichiarate efficaci le sue dimissioni, visto che le aveva condizionate al pagamento della quota da parte degli altri due e che non erano state accettate. La liquidazione è effetto, non condizione del recesso. La S.C. rigetta il ricorso principale del socio, evidenziando che, in base all’art. 2289 c.c., la liquidazione, ed il conseguente pagamento, non è condizione bensì un effetto stabilito dalla legge del recesso, ove si tratti di recesso da società di fatto . Recesso che peraltro costituisce un atto unilaterale recettizio che non richiede alcuna accettazione. Gli elementi del rapporto societario è necessaria la ripartizione degli utili. La Corte accoglie invece il ricorso incidentale. Ricorda infatti che ciò che caratterizza la società, secondo l’art. 2247 c.c., è che lo svolgimento in comune tra i soci di un’attività economica sia prevista a scopo di lucro, il quale consiste non solo nel perseguimento di un utile ma anche nella volontà di ripartirlo tra i soci . L’esercizio di un’attività economica, come la vendita di tute e bevande, da parte di un’associazione non riconosciuta non costituisce di per sé elemento sufficiente ad attribuire a tale organismo collettivo la natura giuridica di società , nel caso in cui non sia prevista la ripartizione degli utili e che l’attività economica sia finalizzata al perseguimento degli scopi associativi, nella specie contribuire alla pratica della educazione fisica e sportiva tra gli associati . Rapporto associativo e prestazione d’opera due elementi diversi. La Corte territoriale erroneamente ha dedotto la divisione degli utili dai rimborsi spese, confondendo il rapporto associativo con quello di prestazione d’opera, e valorizzando un dato non decisivo come quello dell’apporto iniziale di danaro che non costituisce elemento esclusivo della società . Per questo motivo, rispetto alla rilevazione di un rapporto societario, la Corte di Cassazione annulla la sentenza impugnata e rinvia per un nuovo giudizio.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 20 novembre 2012 8 marzo 2013, n. 5836 Presidente Fioretti Relatore Scaldaferri Svolgimento del processo Nel novembre 1997, M R. , deducendo che, dal 1992, era stato associato insieme a F.P M. ed a Ma.Fa. nell'Associazione Sportiva Runner's Club occupandosi dell'allenamento di Taekwondo degli atleti iscritti all'Associazione, che nel dicembre 1996, per dissidi con gli altri due associati, aveva comunicato la propria volontà di dimettersi previo pagamento del valore della sua quota da parte degli altri due - volontà confermata nel luglio e nel settembre 1997 -, e che tuttavia nessuna effettiva liquidazione era poi avvenuta, convenne in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma la suddetta Associazione Sportiva, in persona del Presidente Ma. , nonché quest'ultimo in proprio unitamente al M. , per sentir accertare a che l'Associazione convenuta era in realtà una società di fatto con finalità di lucro, proprietaria di attrezzature e di altri beni mobili, tra i soci Ma. , M. e R. b che egli era socio della società stessa in ragione di un terzo c che in quanto socio aveva diritto alla corrispondente quota degli utili maturati dal 1992 al 1997 e maturandi o in subordine, qualora gli altri due soci intendessero rilevare tale quota, condannarli a pagare in suo favore la somma di lire 50 milioni, oltre svalutazione monetaria ed interessi. I convenuti, costituendosi in giudizio, chiesero il rigetto delle domande e, in via riconvenzionale, la condanna del R. al risarcimento del danno, economico e di immagine, causato dalla perdita, dal settembre 1997, di quaranta atleti della disciplina di Taekwondo, nonché, nell'ipotesi in cui fosse riconosciuta la sussistenza di una società di fatto, al pagamento della sua quota delle spese sostenute. dalla Associazione in ulteriore subordine, chiedevano che fosse considerato come utile, e quindi detratto dagli importi eventualmente riconosciuti a suo credito, quanto percepito dal R. nel corso del rapporto a titolo di rimborso spese come insegnante ed addetto alla segreteria. Il Tribunale, espletata prova per interrogatorio formale e per testi, rigettò sia le domande del R. sia la domanda riconvenzionale di risarcimento danni assorbite le domande subordinate , e accertò l'intervenuto recesso del R. dalla Associazione convenuta in data 25 settembre 1997. La Corte d'appello di Roma, investita del gravame proposto dal R. , oltre che dell'appello incidentale proposto in subordine dalle controparti, ha, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarato l'esistenza di una società irregolare tra R. , Ma. e M. confermando l’intervenuto recesso dalla stessa del R. il 25 settembre 1997 e respinto le ulteriori domande del R., oltre che l’appello incidentale. Dioversamente dal primo giudice, la Corte d’appello ha ritenuto che l’elemento essenziale della ripartizione degli utili risulti dalle stesse dichiarazione delle parti, in tal senso dovendo intendersi e qualificarsi il fatto pacifico che ciascuno di essi prelevava direttamente dal conto cointestato, formalmente a titolo di rimborso spese, le somme corrispondenti alle ore rispettivamente lavorate nella palestra, non essendovi d’altra parte prova che era onere del R. fornire - che quanto dal medesimo ricevuto fosse inferiore al dovutogli. Individuata quindi in concreto la causa societatis in tale comune apporto di attività lavorativa, in aggiunta all'apporto iniziale di capitale per l'acquisto della Associazione con la palestra impiantata dai suoi fondatori, la Corte ha rilevato come all'incontroverso recesso accettato del R. dalla società conseguirebbe il diritto del medesimo a percepire dagli altri due soci il pagamento del valore della sua quota a norma dell'articolo cod.civ., ma sul punto non può provvedersi in assenza di domanda, dal momento che la domanda, proposta in via subordinata dal R. , di pagamento della somma di lire 50 milioni ove gli altri due soci intendessero rilevare la sua quota ha ad oggetto il corrispettivo di una cessione volontaria, non la liquidazione della quota a seguito di recesso. Quanto infine all'appello incidentale relativo al rigetto della domanda riconvenzionale di risarcimento danni, la Corte ha ritenuto meritevole di conferma tale statuizione, essendo la perdita degli atleti di Taekwondo naturale conseguenza della uscita del R. , unico ad occuparsi di tale settore. Avverso tale sentenza, depositata il 10 febbraio 2005, il R. ha proposto ricorso a questa Corte, cui resistono con controricorso e ricorso incidentale il M. ed il Ma. . L'intimata Associazione sportiva non ha svolto difese. Il R. ha depositato memoria ex articolo c.p.c Motivi della decisione 1. Deve innanzitutto disporsi, a norma dell'articolo c.p.c., la riunione dei ricorsi avverso la medesima sentenza. 2. Il ricorso proposto dal R. si fonda su tre motivi. Con il primo si censura, sia sotto il profilo della violazione e falsa applicazione di norme di diritto articolo e 230 cod.proc.civ., 2730 e 1353 cod.civ. sia sotto quello del vizio di motivazione, l'accertamento dell'intervenuto recesso da parte del ricorrente a decorrere dal 25 settembre 1997. Il R. sostiene che - nonostante le dichiarazioni rese dalle controparti in sede di interrogatorio formale, prive di valore probatorio in quanto ad essi non sfavorevoli - egli ha sempre sottoposto le sue dimissioni alla condizione sospensiva del pagamento da parte degli altri due soci del costo, da lui affrontato pro quota, del valore pro quota dell'attività e delle attrezzature di proprietà dell'Associazione Sportiva Runner's pagamento mai avvenuto sì che, in difetto di verificazione della condizione, le sue dimissioni non erano efficaci ed egli aveva diritto a percepire gli utili. Con il secondo motivo, il R. deduce la violazione e falsa applicazione dell'articolo cod.civ., lamentando che la Corte, preso atto dell'intervenuto recesso, avrebbe dovuto ordinare agli altri due soci di produrre i libri sociali in loro possesso e disporre la liquidazione della sua quota. Con il terzo motivo, il R. deduce la violazione e falsa applicazione dell'articolo cod.civ., osservando che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte d'appello, le sue dimissioni - oltre che essere condizionate non risultavano esser mai state accettate dagli altri due soci, si che non si era verificato il mutuo consenso alla scioglimento del contratto. 3. Tali censure sono prive di fondamento, atteso che a quanto alla prima, va evidenziato che, a norma dell'art. 2289 cod.civ., la liquidazione, ed il conseguente pagamento, della quota non è condizione bensì un effetto stabilito dalla legge del recesso, ove si tratti di recesso da società di fatto in caso di associazione il recedente non può chiedere la A/M/I divisione del fondo comune b la seconda censura non intercetta la ratio decidendi della sentenza impugnata, che ha ritenuto non essere stata proposta dal R. una domanda di liquidazione della sua quota, e quindi non ha provveduto ad alcun accertamento, a prescindere dall'assenza, in atto di appello, di richieste istruttorie di ordine di esibizione c il recesso costituisce, nella normativa speciale regolante le società di persone così come in quella della associazione , atto unilaterale recettizio cfr. ex multis Sez. 1^ n. 12/1998 n. 5548/2004 , che come tale non richiede alcuna accettazione in tal senso deve correggersi la motivazione della sentenza d'appello. 4. Con il ricorso incidentale, Ma. e M. censurano l'accertamento della sussistenza di una società di fatto tra le parti, lamentando che la Corte di merito abbia, in contrasto con l'art. 2247 cod.civ. e senza indicare idonei elementi di riscontro, ravvisato nella specie lo svolgimento di una attività commerciale a scopo di lucro e la suddivisione di utili tra le parti. Sostengono invece che, come rettamente accertato dal primo giudice, l'Associazione non risulta aver mai prodotto utili, né aver svolto attività commerciale a scopo di lucro, tenendo presente che l'attività, svolta nella palestra, di vendita occasionale di tute o di materiale sportivo o di bevande è strumentale a quella principale di esercizio dell'attività sportiva e che la tesi esposta dalla Corte di merito secondo la quale sarebbe ravvisabile nella specie una suddivisione di utili mediante il meccanismo del rimborso delle ore lavorate dai tre soci, si mostra ingiustificata e non suffragata da prove. La censura è fondata. Ciò che caratterizza la società, secondo la nozione espressa dall'art. 2247 cod.civ., è che lo svolgimento in comune tra i soci di un'attività economica sia previsto a scopo di lucro, il quale consiste non solo nel perseguimento di un utile ma anche nella volontà di ripartirlo tra i soci cfr. ex multis Sez. 1^ n. 13234/11 . Ne deriva che l'eventuale esercizio di un'attività economica da parte di un'associazione non riconosciuta non costituisce di per sé elemento sufficiente ad attribuire a tale organismo collettivo la natura giuridica di società, ai fini della applicazione delle norme di legge regolanti i rapporti tra i soci, ove non sia prevista la divisione dei relativi utili tra gli associati e quindi l'attività economica si ponga in funzione meramente accessoria o strumentale - e comunque non prevalente - rispetto al perseguimento degli scopi dell'associazione, nella specie contribuire alla pratica della educazione fisica e sportiva tra gli associati cfr. ex multis Sez. 1^ n. 5770/79 n. 9589/93 Sez. L n. 17971/06 . Di tali principi normativi la Corte di merito non ha fatto retta applicazione, là dove ha desunto lo scopo di dividersi gli utili la cui esistenza è rimasta peraltro non accertata della intera attività della associazione e non quindi della sola attività non prevalente di vendita di abbigliamento sportivo e di bibite all'interno della palestra dal fatto pacifico che i tre fondatori , i quali avevano sborsato una somma iniziale per l'acquisto della attività già impiantata, ricevevano un compenso mensile per le prestazioni lavorative che essi svolgevano quotidianamente nella palestra. In tal modo, confondendo il rapporto associativo con quello di prestazione d'opera, e valorizzando un dato non decisivo come quello dell'apporto iniziale di danaro che non costituisce elemento esclusivo della società , la verifica compiuta dalla Corte di merito si mostra del tutto insufficiente perché basata su elementi di fatto difformi da quelli indicati dall'art. 2247 cod.civ., secondo l'interpretazione sopra esposta. La cassazione sul punto della sentenza impugnata ne deriva di necessità, con rinvio della causa alla Corte territoriale, la quale procederà ad un nuovo esame della questione relativa alla qualificazione del rapporto tra le parti, regolando anche le spese di questo giudizio di cassazione. P.Q.M. La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta il ricorso principale, accoglie l'incidentale, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d'appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese di questo giudizio di cassazione.