Politica estera e beni ambientali, l'ultima parola è dello Stato

Dichiarati illegittimi gli articoli 3, 4, 5 e 7 della legge della Provincia autonoma di Trento 4/2005 e l'articolo 2 della legge della Regione Umbria 8/2004

Politica estera e valorizzazione dei beni ambientali la competenza è rispettivamente esclusiva dello Stato e concorrente con le Regioni. Così la Corte costituzionale con le sentenze 211 e 212 del 2006 depositate lo scorso 1 giugno, redatte rispettivamente da Luigi Mazzella e Annibale Marini e qui leggibile nei documenti correlati ha dichiarate illegittimi gli articoli 3, 4, 5 e 7 della legge della Provincia autonoma di Trento 4/2005 che riguarda Azioni e interventi di solidarietà della Provincia autonoma di Trento e l'articolo 2 lettere b e c della legge della Regione Umbria 8/2004 sul tema delle Ulteriori modificazioni e integrazioni della legge regionale 6/1998 sulla disciplina della raccolta, coltivazione, conservazione e commercio dei tartufi . La sentenza 211/06. A sollevare la questione di legittimità degli articoli 3, 4, 5 e 7 della legge della provincia autonoma di Trento 4/2005 era stato il Governo nella parte in cui stabilendo delle cooperazioni internazionale finisce per incidere sulla politica estera. Una materia che, secondo Palazzo Chigi, rientra nelle prerogative esclusive dello Stato. La Consulta nel dichiarare fondata la questione ha chiarito che la politica estera concerne l'attività internazionale dello Stato unitariamente considerata in rapporto alle finalità e al suo indirizzo. La sentenza 212/06. A sollevare la questione di legittimità dell'articolo 2 lettere b e c della legge della Regione Umbria 8/2004 era stata la presidenza del Consiglio dei ministri nella parte in cui consente la libera raccolta dei tartufi in parchi, oasi, zone di ripopolamento e addestramento dei cani. La Consulta nel dichiarare fondata la questione ha chiarito che tale norma vìola l'articolo 117 della Costituzione. Del resto, secondo il legislatore statale coessenziale all'affermazione di tale libertà è la sua limitazione al solo ambito dei boschi e dei terreni non coltivati, nell'ottica di un ragionevole bilanciamento tra le esigenze di quella parte della popolazione che nella ricerca e raccolta dei tartufi trova un motivo di distensione e anche di integrazione del proprio reddito e la necessità di difendere il patrimonio ambientale dal rischio di danni irreparabili e di tutelare altresì i diritti dei proprietari dei fondi. cri.cap

Corte costituzionale - sentenza 17 maggio-1 giugno 2006, n. 211 Presidente Marini - Relatore Mazzella Ritenuto in fatto 1. Con il ricorso indicato in epigrafe il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall' Avvocatura generale dello Stato, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in via principale, degli articoli 3, 4, 5 e 7 della legge della Provincia autonoma di Trento 4/2005 Azioni ed interventi di solidarietà internazionale della Provincia autonoma di Trento , denunciando la violazione dell' articolo 117, comma 2, lettera a , della Costituzione e degli articoli 8 e 9 dello statuto della Regione Trentino-Alto Adige/S dtirol approvato con Dpr 670/72 Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige , in relazione alla legge statale 49/1987 Nuova disciplina della cooperazione dell' Italia con i Paesi in via di sviluppo . 1.1. Afferma il ricorrente che la Provincia autonoma di Trento, con il prevedere iniziative di solidarietà internazionale rivolte prioritariamente ai paesi che, in base agli indici di sviluppo e qualità della vita, versino in condizioni di particolare disagio , ha inteso legiferare nella materia della cooperazione decentrata che attiene direttamente a quella della cooperazione allo sviluppo, a sua volta attinente alla cooperazione internazionale quale parte integrante della politica estera dell' Italia e, dunque, in un campo di competenza esclusiva dello Stato, in violazione dell' articolo 117, comma 2, lettera a , della Costituzione. Secondo il ricorrente, inoltre, la legge provinciale ricadrebbe in una materia che esula palesemente da quelle che per competenza statutaria sono attribuite alla Provincia autonoma di Trento e si porrebbe in aperto contrasto con il predetto sistema di disciplina centralizzata della materia. In particolare, il combinato disposto degli articoli 3 e 5 - in cui si stabiliscono i modi di intervento nell' ambito della cooperazione internazionale in relazione ai soggetti coinvolti e alla tipologia delle azioni previste - e l' articolo 4 - che individua i Paesi destinatari delle iniziative di solidarietà - si porrebbero in aperto contrasto con l' articolo 1, comma 2, della legge 49/1987, la quale rimette al ministro degli Affari esteri la scelta delle priorità delle aree geografiche e dei singoli Paesi, nonché dei diversi settori nel cui ambito dovrà essere attuata la cooperazione allo sviluppo e la indicazione degli strumenti di intervento . 1.2. Inoltre, prosegue l' Avvocatura dello Stato, l' articolo 7, nel prevedere contenuto e modi di attuazione dei programmi di cooperazione decentrata, non terrebbe conto di quanto stabilito dall' articolo 3 della ricordata legge statale 49/1987 la politica della cooperazione allo sviluppo è competenza del ministro degli Affari esteri per la determinazione degli indirizzi generali e le conseguenti funzioni di programmazione e coordinamento è istituito nell' ambito del CIPE il Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo , né di quanto affermato nell' articolo 5 della stessa legge, che attribuisce alla competenza del ministro degli Affari esteri la funzione di promuovere e coordinare ogni iniziativa in materia di cooperazione allo sviluppo. 2. Con atto depositato in data 21 giugno 2005, fuori termine, si è costituita in giudizio la Provincia autonoma di Trento, chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile o infondato. Considerato in diritto 1. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in via principale, degli articoli 3, 4, 5 e 7 della legge della Provincia autonoma di Trento 4/2005 Azioni ed interventi di solidarietà internazionale della Provincia autonoma di Trento , denunciando la violazione dell' articolo 117, comma 2, lettera a , della Costituzione, nonché degli articoli 8 e 9 dello statuto della Regione Trentino-Alto Adige/S dtirol approvato con Dpr 670/72 Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige , perché, in contrasto con la legge statale 49/1987 Nuova disciplina della cooperazione dell' Italia con i Paesi in via di sviluppo , introducono una disciplina attinente ad una materia che appartiene alla competenza esclusiva dello Stato. 2. Il ricorso è fondato. 2.1. L' articolo 117, comma 2, lettera a , nel delineare la competenza legislativa spettante in via esclusiva allo Stato, sottolinea una dicotomia concettuale tra meri rapporti internazionali da un lato e politica estera dall' altro, che non si ritrova nel terzo comma dello stesso articolo 117, che individua la competenza regionale concorrente in materia internazionale. La politica estera, pertanto, viene ad essere una componente peculiare e tipica dell' attività dello Stato, che ha un significato al contempo diverso e specifico rispetto al termine rapporti internazionali . Mentre i rapporti internazionali sono astrattamente riferibili a singole relazioni, dotate di elementi di estraneità rispetto al nostro ordinamento, la politica estera concerne l' attività internazionale dello Stato unitariamente considerata in rapporto alle sue finalità ed al suo indirizzo. 2.2. Le attività di cooperazione internazionale disciplinate negli articoli impugnati della legge della Provincia autonoma di Trento, sono destinate ad incidere nella politica estera nazionale, che è prerogativa esclusiva dello Stato, come espressamente sancito dall' articolo 1 della legge 49/1987 Nuova disciplina della cooperazione dell' Italia con i Paesi in via di sviluppo , laddove si dispone che la cooperazione allo sviluppo è parte integrante della politica estera dell' Italia e persegue obiettivi di solidarietà tra i popoli e di piena realizzazione dei diritti fondamentali dell' uomo, ispirandosi ai principi sanciti dalle Nazioni Unite e dalle convenzioni CEE-ACP . La legge impugnata prevede, invero, un potere di determinazione degli obiettivi di cooperazione solidale e di interventi di emergenza nonché dei destinatari dei benefici sulla base dei criteri, per l' individuazione dei progetti da adottare, fissati dalla stessa Provincia. Implicando l' impiego diretto di risorse, umane e finanziarie, in progetti destinati a offrire vantaggi socio-economici alle popolazioni e agli Stati beneficiari ed entrando in tal modo pienamente nella materia della cooperazione internazionale, la legge provinciale finisce con l' autorizzare e disciplinare una serie di attività tipiche della politica estera, riservata in modo esclusivo allo Stato. 2.3. D' altra parte, la semplice affermazione di principio, contenuta nell' articolo 1 della legge impugnata, in base alla quale le iniziative di cooperazione dovranno sempre avvenire in conformità con la Costituzione e nel rispetto degli indirizzi di politica estera della Repubblica e della legislazione statale di attuazione dell' articolo 117 della Costituzione, nono comma , non vale ad escludere la lesione della sfera di competenza statale. La normativa statale richiamata nella citata clausola di salvaguardia è, infatti, quella dettata dall' articolo 6 della legge 131/03 Disposizioni per l' adeguamento dell' ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 3/2001 , che, lungi dal porsi in contrasto con la riserva esclusiva di competenza statale in materia di politica estera, detta, proprio sul presupposto della inderogabilità della ripartizione delle competenze legislative di cui al Titolo V, specifiche e particolari cautele per lo svolgimento concreto della sola condotta internazionale delle Regioni. 3. Tutte le norme censurate, dunque, per il solo fatto di intervenire nella sfera della politica estera, riservata in via esclusiva allo Stato, sono in contrasto con il riparto di competenze legislative delineato nel Titolo V della Costituzione senza peraltro essere in alcun modo legittimanti delle previsioni di cui agli articoli 8 e 9 del Dpr 670/72. Deve pertanto dichiararsi l' illegittimità costituzionale degli articoli 3, 4, 5 e 7 della legge della Provincia autonoma di 4/2005 Azioni ed interventi di solidarietà internazionale della Provincia autonoma di Trento , per violazione dell' articolo 117, comma 2, lettera a , della Costituzione. PQM La Corte costituzionale dichiara l' illegittimità costituzionale degli articoli 3, 4, 5 e 7 della legge della Provincia autonoma di Trento 4/2005 Azioni ed interventi di solidarietà internazionale della Provincia autonoma di Trento . ?? ?? ?? ?? 3

Corte costituzionale - sentenza 17 maggio-1 giugno 2006, n. 212 Presidente Marini - Relatore Marini Ritenuto in fatto 1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri, con ricorso ritualmente notificato e depositato, ha impugnato gli articoli 2 e 4 della legge della Regione Umbria 8/2004 Ulteriori modificazioni ed integrazioni della legge regionale 6/1994 - Disciplina della raccolta, coltivazione, conservazione e commercio dei tartufi , per contrasto con l'articolo 117, commi secondo, lettere l e s , e terzo, della Costituzione. Premette la parte ricorrente che la legge impugnata non indica quale sia la materia sulla quale la Regione ha inteso intervenire ed assume che tale omissione di per sé costituisca un vizio di legittimità costituzionale dell'intera legge. Con specifico riferimento alle singole norme impugnate, rileva quindi l'Avvocatura che l'articolo 2 della legge, che individua gli ambiti territoriali in cui la raccolta dei tartufi è libera, incide - come si desume anche dalla giurisprudenza di questa Corte - sulla materia della tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, di esclusiva competenza statale, ai sensi dell'articolo 117, comma 2, lettera s , della Costituzione. Ma se anche - prosegue l'Avvocatura - la raccolta dei tartufi potesse essere ricondotta ad una delle materie di competenza concorrente di cui all'articolo 117, comma 3, della Costituzione, comunque la legge regionale avrebbe dovuto rispettare i principi fondamentali fissati dalla legge statale. E se è vero che la libertà di raccolta costituisce un principio fondamentale fissato dalla legge 752/85 Normativa quadro in materia di raccolta, coltivazione e commercio dei tartufi freschi o conservati destinati al consumo , detto principio non può che ritenersi comprensivo anche dei limiti che a tale libertà vengono posti dalla stessa legge statale. Sarebbero proprio tali limiti ad essere invece modificati in maniera significativa dalla norma impugnata, che consente la libera raccolta non solo - come già dispone la legge statale - nei boschi e nei campi non coltivati, ma anche nei parchi che trovano la loro disciplina nella legge statale 394/91, ed in particolare nell'articolo 11 , nelle aree naturali protette disciplinate dagli articoli 22 e seguenti della stessa legge 394/91 , nelle aziende faunistico-venatorie e nelle aree demaniali, senza alcuna distinzione tra demanio statale e demanio regionale o sub-regionale, con conseguente violazione della richiamata norma costituzionale. Ancora più evidente sarebbe poi l'illegittimità costituzionale della norma impugnata se si ritenesse che essa intende disciplinare la libertà di raccolta anche nei confronti dei proprietari dei fondi, in quanto, in tal caso, ne risulterebbe investito il regime della proprietà privata e, di conseguenza, la materia dell'ordinamento civile, di esclusiva competenza statale ai sensi dell'articolo 117, comma 2, lettera l , della Costituzione. Da analoghi vizi sarebbe affetto anche l'articolo 4 della legge regionale, che da un lato incide sulla individuazione delle tartufaie controllate, attraverso la definizione del concetto di presenza diffusa, e dall'altro fissa un limite massimo alla loro estensione, in tal modo derogando ai principi fissati dall'articolo 3 della legge statale 752/85. Inoltre, poiché ai sensi del medesimo articolo 3 la proprietà dei tartufi prodotti nelle tartufaie controllate non spetta ai proprietari dei terreni ma a coloro che le conducono, anche questa norma - secondo l'Avvocatura - verrebbe in definitiva ad interferire nella materia dell'ordinamento civile, riservata allo Stato. 2. Si è costituita in giudizio la Regione Umbria, concludendo per il rigetto del ricorso. Osserva, preliminarmente, la Regione, quanto alla lamentata difficoltà di individuazione della materia cui le norme censurate si riferiscono, che la legge 8/2004 contiene disposizioni integrative della disciplina dettata dalla precedente legge 6/1994 Disciplina della raccolta, coltivazione, conservazione e commercio dei tartufi , il cui titolo contiene tutti i riferimenti utili ad una precisa ed inequivocabile identificazione della materia in cui si è voluto intervenire . Per quanto riguarda poi le censure specificamente riferite agli articoli 2 e 4 della legge, deduce, preliminarmente, la resistente la contraddittorietà ed incoerenza del ricorso, in quanto le disposizioni impugnate sono meramente attuative del principio recato dall'articolo 1 della legge, non impugnato, secondo cui la Regione tutela e valorizza il patrimonio tartuficolo naturale e ne favorisce la ricerca libera ai sensi dell'articolo 2 , e appaiono altresì coerenti con l'articolo 6, primo comma, della legge-quadro statale, secondo cui le regioni provvedono a disciplinare la tutela e la valorizzazione del patrimonio tartufigeno pubblico . Nel merito, la Regione, in primo luogo, assume che la materia in considerazione deve ricondursi alla competenza esclusiva residuale delle Regioni, sia perché non espressamente ricompresa nell'elencazione di cui ai commi secondo e terzo dell'articolo 117 della Costituzione, sia perché strettamente connessa con materie di esclusiva competenza regionale, quali la tutela del patrimonio agricolo e l'utilizzazione del territorio agro-silvo-pastorale, ovvero concorrente, quale l'alimentazione. Seppure si volesse accedere alla tesi dell'Avvocatura, secondo la quale la materia sarebbe quella della tutela ambientale, dovrebbe comunque tenersi conto della peculiarità di tale materia, più volte sottolineata dalla stessa Corte costituzionale, in quanto l'ambiente è un valore costituzionalmente protetto che, in quanto tale, delinea una materia trasversale, in ordine alla quale si manifestano competenze diverse, anche regionali, spettando allo Stato il solo compito di fissare uno standard di tutela uniforme sull'intero territorio nazionale. Il legislatore umbro - secondo la Regione - nell'estendere gli ambiti di raccolta libera, tenuto conto della specificità del territorio regionale, ha tenuto fermo il riferimento alle aree non coltivate, da considerarsi, in ipotesi, come standard minimo di tutela della risorsa ambientale, e ciò varrebbe ad escludere la violazione dei principi fondamentali posti dalla legge-quadro del 1985, peraltro anteriore alla riforma del Titolo V della Costituzione. La Regione Umbria, del resto, anche prima della modifica costituzionale aveva esteso, con l'articolo 2 della legge 6/1994, l'ambito dei luoghi in cui praticare la ricerca libera, senza che l'autorità statale sollevasse al riguardo alcun dubbio di costituzionalità. Del tutto infondata - ad avviso ancora della Regione - è invece la tesi secondo cui costituirebbe principio fondamentale la limitazione della raccolta libera alle sole aree non coltivate ed ai boschi. Se così fosse, la potestà normativa concorrente delle Regioni resterebbe irrilevante, null'altro essendo loro consentito, sul punto, se non riprodurre la norma statale. Per quanto specificamente concerne la lettera b dell'articolo 2 impugnato, la Regione osserva che la norma va interpretata nel senso che l'estensione della ricerca libera deve essere riferita - per ciò che riguarda parchi, oasi e aree demaniali - ai soli ambiti territoriali di competenza regionale, mentre l'inclusione delle zone di ripopolamento e cattura e addestramento cani è legittimata dal fatto che la disciplina di tali aree ricade nella competenza concorrente, se non addirittura residuale, delle Regioni. Non vi sarebbe lesione alcuna dei principi dettati dalla legge statale 394/91 in materia di aree protette, in quanto l'articolo 11, comma 3, della legge prevede unicamente divieti nei confronti di attività che possono compromettere paesaggi ed ambienti tutelati con particolare riguardo alla flora e alla fauna protette e ai rispettivi habitat , mentre è evidente che il tartufo non rientra in tali categorie, e l'articolo 22 della stessa legge, pure richiamato dall'Avvocatura, si riferisce esclusivamente alla materia dei prelievi venatori. La legge regionale 9/1995, attuativa della richiamata legge statale, all'articolo 15, lettera c , stabilisce, del resto, che le attività agro-silvo-pastorali e la raccolta delle specie vegetali, quali tartufi, funghi ed asparagi, sono consentite in tutte le zone dell'Area naturale protetta . Quanto alla lettera c del richiamato articolo 2, osserva la resistente che, con sentenza 328/90, questa Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale di una norma l'articolo 6 della legge Regione Umbria 47/1987 del tutto sovrapponibile a quella ora impugnata, in quanto interpretata nel senso di escludere ogni possibile sconfinamento in materie, quali l'ordinamento civile, esclusivamente riservate allo Stato. Destituite di qualsiasi fondamento sarebbero infine, secondo la Regione, anche le censure riferite all'articolo 4 della legge 8/2004, considerato che il legislatore statale non ha indicato i presupposti quantitativi, uniformi su tutto il territorio nazionale, per l'individuazione delle tartufaie, cosicché la relativa competenza non può che spettare all'autorità regionale. 3.- Nell'imminenza dell'udienza pubblica la Regione Umbria ha depositato una memoria illustrativa, nella quale ribadisce gli argomenti svolti nell'atto di costituzione a sostegno della richiesta di rigetto del ricorso. Considerato in diritto 1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato gli articoli 2 e 4 della legge della Regione Umbria 8/2004 Ulteriori modificazioni ed integrazioni della legge regionale 6/1994 - Disciplina della raccolta, coltivazione, conservazione e commercio dei tartufi , per contrasto con l'articolo 117, commi secondo, lettere l e s , e terzo, della Costituzione. Secondo l'Avvocatura la legge regionale sarebbe, innanzitutto, illegittima nella sua interezza per la mancata individuazione della materia in cui la Regione ha inteso esercitare la potestà legislativa. L'articolo 2 della legge, ampliando - rispetto a quanto previsto dalla legge-quadro statale 752/85 Normativa quadro in materia di raccolta, coltivazione e commercio dei tartufi freschi o conservati destinati al consumo - gli ambiti territoriali in cui la raccolta è libera, inciderebbe nella materia della tutela dell'ambiente, di esclusiva competenza statale, e comunque - se anche si volesse ricondurre la disciplina regionale ad una delle materie di competenza concorrente - violerebbe i principi fondamentali dettati dalla richiamata legge-quadro. L'articolo 4 della medesima legge, indicando limiti minimi di presenza del tartufo per ettaro, ai fini della sussistenza del requisito della presenza diffusa, e limiti massimi di estensione delle tartufaie controllate, derogherebbe, a sua volta, ai principi fondamentali fissati dall'articolo 3 della legge statale ed inciderebbe nella materia dell'ordinamento civile, di esclusiva competenza statale, venendo indirettamente ad alterare il regime della proprietà dei tartufi, che - per quanto riguarda quelli prodotti nelle tartufaie coltivate o controllate - non segue la proprietà del fondo ma spetta a coloro che le conducono. 2.- Va, in primo luogo, disatteso l'assunto, del tutto privo di motivazione, dell'Avvocatura dello Stato secondo cui la mancata indicazione nella legge regionale della materia nella quale è stata esercitata la potestà legislativa comporterebbe l'incostituzionalità dell'intera legge. L'indicazione richiesta dalla difesa erariale non solo risulta, infatti, priva di qualsiasi base normativa, ma, provenendo dallo stesso legislatore regionale, si risolverebbe in una sorta di autoqualificazione carente in quanto tale di giuridica rilevanza. 3.- La questione di legittimità costituzionale dell'articolo 2 della legge regionale 8/2004 è fondata, nei limiti di seguito indicati. Va, innanzitutto, precisato che la materia nella quale si inserisce la normativa regionale impugnata in tema di raccolta dei tartufi è quella della valorizzazione dei beni ambientali, di competenza concorrente. Il patrimonio tartuficolo costituisce, infatti, una risorsa ambientale della Regione, suscettibile di razionale sfruttamento, la cui valorizzazione compete perciò alla Regione medesima, ai sensi dell'articolo 117, comma 3, della Costituzione, nel rispetto dei principi fondamentali dettati dal legislatore statale. Tali principi fondamentali sono allo stato enucleabili dalla legge 752/85, e in particolare - per ciò che in questa sede rileva - dall'articolo 3, primo comma, secondo il quale la raccolta dei tartufi è libera nei boschi e nei terreni non coltivati . La tesi della Regione - secondo cui il principio fondamentale desumibile da tale norma sarebbe solamente quello della libertà di raccolta - non può essere condivisa, essendo evidente che, secondo il legislatore statale, coessenziale all'affermazione di tale libertà è la sua limitazione al solo ambito dei boschi e dei terreni non coltivati, nell'ottica di un ragionevole bilanciamento tra le esigenze di quella parte della popolazione che nella ricerca e raccolta dei tartufi trova un motivo di distensione ed anche di integrazione del proprio reddito sentenza 328/90 e la necessità di difendere il patrimonio ambientale dal rischio di danni irreparabili e di tutelare altresì i diritti dei proprietari dei fondi. La norma impugnata non viola siffatto principio fondamentale per quanto riguarda la lettera a , in quanto le sponde e gli argini dei corsi d'acqua classificati pubblici dalla vigente normativa , lungo i quali viene espressamente consentita la libera raccolta, possono essere senz'altro ricondotti al concetto di terreni non coltivati, per i quali il principio di libera raccolta deriva dalla norma statale. 4.- A diverse conclusioni deve invece pervenirsi quanto alle lettere b e c del medesimo articolo 2. L'articolo 2, lettera b , consente infatti la libera raccolta nei parchi e nelle oasi, con esclusione delle zone di riserva integrale come definite dalla legge regionale 9/1995, nonché nelle aree demaniali, nelle zone di ripopolamento e cattura, zone addestramento cani , mentre l'articolo 2, lettera c , la prevede anche nelle Aziende faunistico-venatorie e nelle Aziende agro-turistico-venatorie nei giorni di silenzio venatorio e nei periodi di caccia chiusa, con modalità di accesso definite dalla Giunta regionale sentite le associazioni ed il legale rappresentante dell'ente gestore o dell'azienda proprietaria . Si tratta, in entrambi i casi, di un evidente ampliamento dei limiti fissati dalla norma di principio statale, in quanto parchi, oasi, zone di ripopolamento e addestramento cani, aziende faunistico-venatorie e agro-turistico-venatorie costituiscono ambienti territoriali del tutto diversi dai boschi e terreni non coltivati cui fa riferimento l'articolo 3, primo comma, della legge 752/85. Ne deriva, perciò, la violazione dell'articolo 117, comma 3, della Costituzione e la conseguente illegittimità costituzionale della norma regionale, in parte qua. 5.- È invece infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 4 della legge regionale 8/2004, che definisce il requisito della presenza diffusa , ai fini del riconoscimento delle tartufaie controllate, delle quali stabilisce altresì limiti massimi di superficie. La legge-quadro 752/85, all'articolo 3, comma 5, si limita a definire le tartufaie controllate come tartufaie naturali migliorate e incrementate con la messa a dimora di un congruo numero di piante tartufigene . Stante l'evidente genericità di tale definizione, di per sé insuscettibile di pratica applicazione, non può che spettare alle Regioni, in base alle regole di riparto della competenza nelle materie di legislazione concorrente, la normativa di dettaglio diretta alla concreta individuazione dei requisiti per il riconoscimento di tartufaia controllata. Allo stesso modo, in mancanza di qualsiasi enunciazione di principio, nella legge statale, riguardo alla estensione delle suddette tartufaie controllate, non può certamente ritenersi precluso alle medesime Regioni di fissare limiti massimi, in relazione alle specifiche caratteristiche del territorio regionale, onde evitare una eccessiva compressione del principio fondamentale della libera raccolta nei boschi e nei terreni non coltivati. È appena il caso di osservare, infine, che la norma impugnata, specificando esclusivamente requisiti e limiti delle tartufaie controllate, non incide di per sé sulla spettanza della proprietà dei tartufi, che resta, invece, disciplinata dalle norme di principio dettate dalla legislazione statale ed in particolare dall'articolo 3 della legge 752/85. Ciò che vale ad escludere la violazione, nella specie, del limite dell'ordinamento civile posto al legislatore regionale dall'articolo 117, comma 2, della Costituzione. PQM La Corte costituzionale dichiara l'illegittimità costituzionale dell'articolo 2, lettere b e c , della legge della Regione Umbria 26 maggio 2004, n. 8 Ulteriori modificazioni ed integrazioni della legge regionale 28 febbraio 1994, n. 6 - Disciplina della raccolta, coltivazione, conservazione e commercio dei tartufi dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 2, lettera a , e 4 della medesima legge, sollevate dal Presidente del Consiglio dei ministri, in riferimento all'articolo 117, commi secondo, lettere l e s , e terzo, della Costituzione, con il ricorso in epigrafe.