Pa, quando la scarcerazione non basta per il reintegro

Se la misura restrittiva penale perde efficacia per decorso dei termini o vizi formali senza che le accuse vengano smentite, l'amministrazione può comunque optare per la sospensione cautelativa dal lavoro del dipendente

Se la misura restrittiva penale perde efficacia per decorso dei termini, vizi formali o per il venir meno delle esigenze cautelari senza che le accuse vengano smentite, la Pa può comunque sospendere il dipendente. A stabilirlo è stata la sesta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 4244/06 depositata lo scorso 3 luglio e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha respinto il ricorso di un lavoratore che si era visto sospendere in via facoltativa dall'Istituto nazionale della previdenza sociale nonostante fosse stato scarcerato. I giudici di piazza Capo di Ferro hanno chiarito che il datore di lavoro può sospendere cautelarmente dal servizio il dipendente in pendenza di indagini penali, qualora lo stesso sia stato sottoposto a misura restrittiva della libertà personale che ha perso efficacia e a condizione che vi siano gravi e fondati indizi di responsabilità per fatti attinenti al rapporto di servizi o tali da giustificare il licenziamento. In sostanza, hanno aggiunto i consiglieri di Stato se la misura restrittiva penale perde efficacia per ragioni meramente formali o comunque connesse alle esigenze investigative decorso dei termini, vizi formali, venir meno delle esigenze cautelari senza che risulti smentito l'impianto accusatorio, e dunque permanendo i gravi indizi di responsabilità, può essere corretto applicare al dipendente la sospensione facoltativa . Altrimenti, hanno concluso i magistrati capitolini, nel caso in cui la cessazione della misura cautelare penale sia motivata da ragioni sostanziali, quale la insussistenza di elementi di responsabilità, l'amministrazione può valutare allo stato non provati i fatti penali inerenti al rapporto di lavoro, e dunque non adottare la misura cautelare facoltativa . cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione sesta - decisione 28 aprile-3 luglio 2006, n. 4244 Presidente Giovannini - Estensore De Nictolis Ricorrente Bellia Fatto e diritto 1. Con provvedimento dell'Inps del 14 settembre 1995 il sig. Bellia Luigi, all'epoca dipendente dell'Ente, veniva sospeso obbligatoriamente dal servizio, essendo stato sottoposto a misura cautelare restrittiva della libertà personale. Con provvedimento del 27 luglio 1996, n. 261 l'Ente respingeva la domanda di riammissione in servizio proposta dal Bellia, nel frattempo scarcerato, e disponeva la sospensione cautelare facoltativa fino alla sentenza penale definitiva. Contro tale provvedimento l'interessato proponeva ricorso al Tar per la Liguria, che veniva respinto con la sentenza in epigrafe. Con l'atto di appello l'originario ricorrente contesta la sentenza con i seguenti motivi. 2. Con il primo motivo di appello si lamenta che il provvedimento di sospensione cautelare facoltativa dal servizio sarebbe tardivo, essendo intervenuto a notevole distanza di tempo dalla data di cessazione della misura cautelare penale restrittiva della libertà personale avvenuta il 17 ottobre 1995 . Ad avviso dell'appellante tale provvedimento dovrebbe essere adottato entro novanta giorni dalla cessazione della misura cautelare restrittiva della libertà personale. 2.1. La censura è infondata. Giova premettere che nel pubblico impiego la sospensione cautelare obbligatoria dal servizio è un atto dovuto da parte dell'amministrazione, in conseguenza di una misura cautelare restrittiva della libertà personale, che impedisce la prestazione dell'attività lavorativa e dunque interrompe il sinallagma. Tale sospensione cautelare obbligatoria non cessa automaticamente quando cessa la misura cautelare penale, occorrendo un provvedimento di revoca CdS, Sezione sesta, 2327/02 732/960 551/96 Sezione quarta, 53/1996 335/95 . Ciò in quanto l'amministrazione non è in grado di conoscere la data della cessazione della misura cautelare penale. È pertanto onere del dipendente che aspiri ad essere riammesso in servizio, cooperare con l'amministrazione, notiziandola del venir meno dell'impedimento alla riattivazione del rapporto di lavoro CdS, Sezione sesta, 2327/02 . Si deve perciò affermare che l'amministrazione è tenuta a revocare la sospensione cautelare obbligatoria con decorrenza dalla data in cui ha notizia della cessazione della misura cautelare penale, e dunque del venire meno dell'impedimento allo svolgimento del sinallagma. Dalla data di conoscenza della cessazione della misura cautelare penale, decorre anche il termine entro cui l'amministrazione deve valutare se riammettere il dipendente in servizio, ovvero applicare la sospensione cautelare facoltativa. Resta infatti ferma la facoltà dell'amministrazione, a seguito della revoca della sospensione cautelare obbligatoria, di valutare se debba disporsi la sospensione cautelare facoltativa, ove siano ritenute sussistenti ragioni di pubblico interesse, ostative alla ripresa del servizio CdS, Sezione sesta, 2327/02 . 2.2. Nel caso di specie, il sig. Biella ha rivolto all'Inps tre istanze di riammissione in servizio rispettivamente in date 19 gennaio 1996, 2 aprile 1996 e 11 luglio 1996. Tuttavia, nelle prime due istanze il sig. Biella si è limitato a contestare la misura dell'assegno alimentare disposto dall'amministrazione in conseguenza della sospensione cautelare obbligatoria dal servizio , e a chiedere la riammissione in servizio, senza rendere edotta l'amministrazione che nel frattempo era cessata la misura cautelare penale restrittiva della libertà personale. Solo con la terza istanza in data 11 luglio 1996 il Biella ha notiziato l'amministrazione che detta misura cautelare penale era venuta meno. Non è nemmeno dimostrato che l'amministrazione abbia potuto avere conoscenza aliunde della cessazione della misura cautelare penale nei confronti del dipendente. Infatti il provvedimento del giudice penale non risulta portato a conoscenza dell'amministrazione su iniziativa di ufficio. Pertanto, non si può imputare all'Inps di aver provveduto con ritardo a revocare la sospensione cautelare obbligatoria dal servizio, rispetto alla data di cessazione della misura cautelare penale, perché di tale cessazione l'Ente è stato reso edotto solo con nota dell'11 luglio 1996. Rispetto alla acquisita conoscenza, il provvedimento dell'Inps è tempestivo perché adottato in data 23 luglio 1996. 3. Con il secondo motivo di appello si lamenta che il provvedimento che ha disposto la sospensione cautelare facoltativa sarebbe viziato nella motivazione, e sarebbe stato disposto nonostante il mancato rinvio a giudizio del dipendente il rinvio a giudizio è infatti avvenuto circa tre mesi dopo, in data 15 ottobre 1996 . 3.1. La censura è infondata. Secondo la costante interpretazione dell'articolo 91, Tu 3/1957, interpretazione che è stata in prosieguo seguita pure nell'esegesi delle successive norme dei contratti collettivi per i dipendenti pubblici il cui contenuto è sostanzialmente riprodotto nell'articolo 13 della raccolta delle norme disciplinari dell'Inps , per la sospensione cautelare facoltativa del dipendente pubblico in pendenza di indagini penali, non è necessario che vi sia stato il rinvio a giudizio del dipendente medesimo, essendo sufficiente che siano in corso le indagini penali preliminari, e che il dipendente sia stato già sottoposto a misura cautelare restrittiva della libertà personale, successivamente cessata CdS, Sezione quinta, 3165/05 Sezione sesta, 398/03 1439/00 249/99 Sezione quarta, 959/98 953/98 Cons. reg. sic., 88/1977 CdS, Sezione seconda, 878/96 Sezione sesta, 419/95 579/95 617/95 . Le condizioni necessarie per la sospensione cautelare facoltativa prima del rinvio a giudizio sono - che siano pendenti indagini penali preliminari - che il dipendente sia stato già sottoposto a misura cautelare restrittiva della libertà personale, poi cessata - che i fatti su cui pendono le indagini penali preliminari siano direttamente attinenti al rapporto di lavoro o siano tali da comportare, se accertati, l'applicazione della sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso. 3.2. Giova riportare il testo dell'articolo 13 della raccolta disciplinare dell'Inps pressoché identico all'articolo 27, del provv. P.C.M. 3 marzo 1995, recante Autorizzazione del Governo alla sottoscrizione - ai sensi dell'articolo 51, comma 1, D.Lgs 29/1993 - degli identici testi del contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto del personale dipendente dai Ministeri e alle norme degli altri contratti collettivi per i pubblici dipendenti. 1. Il dipendente che sia colpito da misura restrittiva della libertà personale è sospeso d'ufficio dal servizio con privazione della retribuzione per la durata dello stato di detenzione o comunque dello stato restrittivo della libertà . 2. Il dipendente può essere sospeso dal servizio con privazione della retribuzione anche nel caso in cui venga sottoposto a procedimento penale che non comporti la restrizione della libertà personale quando sia stato rinviato a giudizio per fatti direttamente attinenti al rapporto di lavoro o comunque tali da comportare, se accertati, l'applicazione della sanzione disciplinare del licenziamento n.d. r. senza preavviso . 3. Cessato lo stato di restrizione della libertà personale di cui al comma 1, il periodo di sospensione del dipendente può essere prolungato fino alla sentenza definitiva, alle medesime condizioni di cui al comma 2 . Le norme in commento prevedono, anzitutto, la sospensione cautelare obbligatoria dal servizio del pubblico dipendente sottoposto in sede penale a misura restrittiva della libertà personale articolo 13, comma 1 . Viene poi prevista la sospensione facoltativa dal servizio del pubblico dipendente non sottoposto in sede penale a misura restrittiva della libertà personale, allorché il dipendente medesimo, oltre ad essere sottoposto a procedimento penale , sia stato rinviato a giudizio per fatti direttamente attinenti al rapporto di lavoro articolo 13, comma 2 . Tale previsione è univoca nel senso di non ritenere sufficiente, al fine della sospensione cautelare facoltativa, la sola pendenza di indagini penali, occorrendo invece anche il rinvio a giudizio . Infine, il comma 3 dell'articolo 13, disciplina l'ipotesi in cui la sospensione cautelare obbligatoria cessi in conseguenza del venir meno del suo presupposto, vale a dire l'adozione di una misura restrittiva della libertà personale in sede penale. In tale ipotesi, la sospensione cautelare può proseguire a titolo facoltativo e, dunque, essere convertita da obbligatoria a discrezionale alle medesime condizioni di cui al comma 2 . La questione di diritto oggetto del presente giudizio verte sull'interpretazione dell'espressione alle medesime condizioni di cui al comma 2 contenuta nell'articolo 13, comma 3. Due sono le soluzioni ipotizzabili la prima, secondo cui l'articolo 13, comma 3, rinvierebbe solo al presupposto sostanziale di cui all'articolo 27, comma 2, vale a dire l'accusa di fatti penalmente rilevanti direttamente attinenti al rapporto di lavoro, ma non anche al presupposto processuale del rinvio a giudizio la seconda, secondo cui l'articolo 13, comma 3, rinvierebbe a tutte le condizioni, sia sostanziali che processuali, di cui al comma 2 del medesimo articolo. Il Collegio ritiene di dover aderire alla prima tesi, già seguita dalla Sezione CdS, Sezione sesta, 1971/03 . Da un lato, sul piano letterale, l'articolo 13, comma 3, opera un rinvio alle condizioni del comma 2, usando una espressione che sembra fare riferimento ai presupposti sostanziali e non anche a quelli processuali. Sul piano sistematico, l'articolo 13, comma 3, sarebbe norma del tutto inutile, se avesse lo stesso identico contenuto precettivo del comma 2, in quanto se non esistesse il comma 3, già in base al comma 2 sarebbe possibile applicare la sospensione cautelare facoltativa al dipendente rinviato a giudizio, e già sottoposto in precedenza a sospensione obbligatoria. La autonoma previsione di cui all'articolo 13, comma 3, acquista invece un significato utile solo se intesa come ancorata a presupposti parzialmente diversi rispetto a quelli di cui al comma 2. Lo scopo della norma è di consentire al datore di lavoro pubblico di sospendere cautelarmente dal servizio il dipendente in pendenza di indagini penali, quando lo stesso sia stato già sottoposto a misura restrittiva della libertà personale che ha perso efficacia, se a suo carico vi sono gravi e fondati indizi di responsabilità per fatti attinenti al rapporto di servizio o tali da giustificare, se accertati, il licenziamento. Si tratta di sospensione solo facoltativa, rimessa ad una valutazione discrezionale in ordine alla gravità dei fatti penalmente rilevanti e alla loro attinenza e incidenza sul rapporto di impiego. Solo una valutazione caso per caso consentirà di stabilire se è corretto o meno disporre la prosecuzione a titolo facoltativo della pregressa sospensione obbligatoria, secondo le risultanze delle indagini penali, il loro stato, le ragioni della cessazione della misura cautelare penale. Esemplificando, se la misura restrittiva penale perde efficacia per ragioni meramente formali o comunque connesse alle esigenze investigative decorso dei termini, vizi formali, venir meno delle esigenze cautelari senza che risulti smentito l'impianto accusatorio, e dunque permanendo i gravi indizi di responsabilità, può essere corretto applicare al dipendente la sospensione facoltativa. Ove invece la cessazione della misura cautelare penale sia motivata da ragioni sostanziali, quale la insussistenza di elementi di responsabilità, l'amministrazione può valutare allo stato non provati i fatti penali inerenti al rapporto di lavoro, e dunque non adottare la misura cautelare facoltativa. 3.3. Alla luce di quanto esposto, è correttamente motivato il provvedimento impugnato in quanto i fatti per cui era penalmente indagato il dipendente erano direttamente attinenti al rapporto di impiego e tali da comportare la sanzione disciplinare del licenziamento in tronco le indagini riguardavano l'ipotesi di concussione, con manomissione dell'archivio informatico dell'Ente in giudizio il reato veniva derubricato in corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, e il dipendente riportava condanna passata in giudicato. Giova infatti ricordare che secondo consolidata giurisprudenza la valutazione dell'amministrazione, nella materia de qua, costituisce una tipica manifestazione del suo potere discrezionale, sindacabile dal giudice amministrativo solo ove risulti manifestamente irragionevole e non comporta la necessità di esporre le ragioni per le quali i fatti contestati al dipendente devono considerarsi particolarmente gravi potendo tale giudizio essere implicito nella gravità del reato a lui imputato, nella posizione d'impiego rivestita dal dipendente, nella commissione del reato in occasione o a causa del servizio, con la conseguente impossibilità di consentirne la prosecuzione cfr. CdS, Sezione quarta, 334/01 Cons. reg. sic., 487/00 CdS, Sezione quarta, 3157/00 CdS, Sezione quarta, 953/98 959/98 579/95 . 4. Con il terzo motivo di appello si lamenta che il provvedimento sarebbe viziato da eccesso di potere per disparità di trattamento, perché altro coimputato non sarebbe stato sospeso dal servizio sig. Vento . Altro coimputato sig. Rocca sarebbe stato sospeso dal servizio, ma il suo ricorso sarebbe stato accolto dal Tar Liguria. 4.1. Le censure di disparità di trattamento non sono suscettibili di apprezzamento favorevole a fronte della gravità degli addebiti penali mossi al ricorrente, e della piena legittimità dell'operato dell'amministrazione nel caso di specie. 5. Per quanto esposto l'appello va respinto. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate in euro tremila. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale sezione sesta , definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo respinge. Spese a carico dell'appellante nella misura di euro tremila. Ordina che la pubblica amministrazione dia esecuzione alla presente decisione. 6 N.R.G. 4000/2001 FF