Niente ingiusta detenzione per chi è stato sottoposto a misure di prevenzione

E il giudice che decide sulla riparazione può utilizzare le sentenze di merito di condanna anche se annullate dalla Cassazione

E'ostativo alla riparazione dell'ingiusta custodia cautelare l'essere stati raggiunti da misura di prevenzione personale e patrimoniale ai sensi della legislazione antimafia per gli stessi fatti per i quali era stata emessa l'ordinanza di custodia cautelare seguita da assoluzione. Il giudice della riparazione può legittimamente fondare il giudizio di colpa grave che esclude il diritto alla riparazione sugli elementi di prova valorizzati nelle sentenze di merito nonostante la sentenza di condanna per associazione mafiosa sia stata annullata senza rinvio dalla Suprema Corte. Tali sentenze e le prove da esse richiamate costituiscono elementi storico-documentali idonei ad accertare e qualificare il fatto concorrente del prosciolto I fatti accertati nel giudizio penale per associazione mafiosa possono costituire elementi di colpa grave ai sensi dell'ultima parte del primo comma dell'art. 314 cpp Avere tenuto condotte tali da giustificare un giudizio di pericolosità sociale ai sensi della normativa antimafia costituisce colpa grave per violazione di norma di legge.

Corte d'appello di Caltanissetta - sezione seconda penale - ordinanza depositata il 23 giugno 2005 Presidente ed estensore Caruso Castoro contro Ministero dell'Economia ORDINANZA Castoro Giuseppe Luigi ha avanzato domanda per la liquidazione di un equo indennizzo per l'ingiusta custodia cautelare subita nel corso di un procedimento penale nel quale era stato coinvolto con l'imputazione di partecipazione all'associazione mafiosa Cosa nostra, operante nella provincia di Enna. Riferiva di essere stato tratto in arresto il 12 maggio 1993 nell'ambito del processo Leopardo scaturito dalle dichiarazioni auto ed etero accusatorie del noto e ormai storico collaboratore di giustizia Leonardo Messina, concernenti la struttura di Cosa nostra nella provincia di Enna e Caltanissetta fino al 1992 e di essere stato rimesso in libertà il 25 ottobre 1993. Il 16 dicembre 1995 era stato assolto dal tribunale di Caltanissetta dall'accusa di associazione mafiosa. Il 15 aprile 1999, all'esito del giudizio, la Corte di appello di Caltanissetta disponeva ancora la custodia cautelare in carcere, ove il Castoro permaneva sino al 15 luglio 2000. Ad integrazione della narrativa del ricorso va sin d'ora chiarito che nel giudizio di appello il Castoro era condannato per associazione mafiosa alla pena di sei anni di reclusione. In accoglimento del ricorso che al primo motivo deduceva la mancata declaratoria di inammissibilità dell'appello del P.G. e del procuratore della Repubblica, la Corte di cassazione con sentenza n. 935 del 26 maggio 2001 cassava senza rinvio la sentenza del giudice di appello. Per effetto della vicenda processuale risultava quindi che il Castoro aveva sofferto ingiusta detenzione per un anno otto mesi e tredici giorni. Detta custodia era stata sofferta senza che al Castoro fossero imputabili comportamenti connotati da dolo o colpa grave rilevanti sotto il profilo causale nell'emissione dei provvedimenti. Dalla sofferta carcerazione erano scaturiti danni di carattere morale, fisico e psichico con gravi sofferenze per la gravità dell'imputazione ed il discredito sociale che ne era scaturito in considerazione della risonanza che la vicenda aveva avuto nell'opinione pubblica. Il tutto aggravato dalla condizione di incensuratezza nella quale versava al tempo che aveva aggravato l'afflittività della privazione della libertà personale. Il danno era da valutare anche in considerazione della carica di vicesindaco e di assessore ai lavori pubblici del comune di Valguarnera Caropepe, rivestita all'epoca dei fatti e delle attività imprenditoriali svolte, essendo l'istante titolare di un'impresa di produzione del calcestruzzo e di un'azienda agricola con cospicuo allevamento di bestiame. Danni economici erano derivati dalla cessazine delle cariche amministrative e politiche e dall'impossibilità di occuparsi dell'impresa di famiglia. Come voce di danno, correlata alla misura cautelare sofferta, l'istante fa inoltre riferimento all'adozione nei suoi confronti di una misura di prevenzione personale e di una successiva misura di prevenzione patrimoniale che aveva dato luogo alla confisca dell'impianto di calcestruzzi con ulteriori danni quantificati nella misura del massimo dell'indennizzo liquidabile. L'avvocatura distrettuale dello Stato, costituendosi in giudizio per il Ministero, si rimetteva all'equo apprezzamento della Corte sia per l'an che per il quantum, sollecitando la verifica dell'insussistenza di cause ostative alla liquidazione dell'indennizzo. L'avvocatura osservava, in particolare, che la natura meramente processuale della sentenza di annullamento pronunciata dalla Suprema Corte lasciava integre le ragioni sostanziali che avevano portato alla condanna dell'imputato nel giudizio di appello. Gli accertamenti ivi contenuti dovevano valutarsi quali fattori di concorso causale del richiedente all'emissione della misura cautelare. Non potevano, in ogni caso, valutarsi in sede di riparazione per l'ingiusta detenzione pregiudizi di natura diversa da quelli strettamente inerenti la custodia cautelare. Nessuna indennizzo doveva essere quindi riconosciuto per la misura di prevenzione personale e per quella patrimoniale che non trovavano causa nella sofferta custodia cautelare. Sulla base di dette premesse, l'avvocatura ha chiesto il rigetto della domanda o comunque l'accoglimento di essa in misura minima con ogni consequenziale statuizione in ordine alle spese. La causa è stata istruita da questa Corte con l'acquisizione degli atti e dei documenti ritenuti necessari per la decisione. Ciò premesso, osserva la Corte che Castoro Giuseppe Luigi ha fornito prova del primo presupposto della domanda avere subito per un determinato tempo una privazione della libertà personale nell'ambito di un processo conclusosi con sentenza di proscioglimento con una delle formule indicate nel primo comma dell'art 314 c.p.p. L'accoglimento della domanda è tuttavia subordinata anche ad un presupposto negativo non avere l'istante dato o concorso a dare causa alla custodia cautelare per dolo o colpa grave. Compete al giudice della riparazione verificare ex officio l'inesistenza della causa ostativa, consistente nell'avere il prosciolto dato causa per dolo o colpa grave alla privazione della libertà personale. La colpa grave o il dolo costituiscono, infatti, elementi negativi della fattispecie riparatoria che il giudice deve positivamente escludere per poter accogliere la domanda e condannare l'Amministrazione convenuta. Il giudizio sulla domanda di riparazione comporta non solo la verifica, semplice e meramente cartolare, che in un determinato procedimento l'imputato abbia patito custodia seguita da assoluzione ma un accertamento ben più complesso dell'effettiva ingiustizia della custodia che, a tenore della norma, non coincide con il mero esito del processo. Pur dopo una sentenza di assoluzione con una delle formule che negano la responsabilità penale dell'imputato, la custodia non può considerarsi ingiusta qualora al prosciolto possano ascriversi condotte gravemente colpose, tali da rendere prevedibile che sulla base di esse, se conosciute, sarebbe stato avviato un procedimento penale e l'autorità giudiziaria legittimamente obbligata ad adottare la misura stessa. Va ricordato che in presenza di accertati gravi indizi di colpevolezza per un reato che legittima l'adozione di una misura custodiale e di accertate esigenze cautelari, sulla domanda del p.m. il giudice deve e non semplicemente può adottare la misura che ritiene adeguata alla natura del reato e al grado delle esigenze cautelari. Per compiere l'obbligatoria indagine sul concorso di colpa grave ostativo, il giudice della riparazione deve rivalutare tutti i dati di fatto emersi nel corso del giudizio di merito ed eventualmente in altri procedimenti coevi e collegati a quello nel quale fu adottata la misura onde rilevare se l'imputato abbia dato causa all'adozione della misura cautelare, tenendo un insieme di condotte imprudenti o macroscopicamente negligenti ed in violazione di leggi, tali da creare una consistente apparenza di violazione della norma penale. Sul punto si è di recente pronunciata la Suprema Corte con sentenza 26 giugno 2002, De Benedictis, in Cass. Pen. n. 1, 2003, p. 57, dalla quale è stata estratta la seguente massima In tema di riparazione per l'ingiusta detenzione, il giudice di merito per valutare se chi l'ha patita vi abbia dato o concorso a darvi causa con dolo o colpa grave, deve apprezzare, in modo autonomo e complet, tutti gli elementi probatori disponibili, con particolare riferimento alla sussistenza di condotte che rivelino eclatante o macroscopica negligenza, imprudenzao violazione di leggi o regolamenti Nell'occasione, la Corte ha affermato che il giudice deve fondare la deliberazione conclusiva su fatti concreti e precisi e non su mere supposizioni, esaminando la condotta tenuta dal richiedente sia prima, sia dopo la perdita della libertà personale, indipendentemente dall'eventuale conoscenza, che quest'ultimo abbia avuto, dell'inizio dell'attività di indagine, al fine di stabilire, con valutazione ex ante, non se tale condotta integri estremi di reato, ma solo se sia stata il presupposto che abbia ingenerato, ancorchè in presenza di errore dell'autorità procedente, la falsa apparenza della sua configurabilità come illecito penale, dando luogo alla detenzione con rapporto di causa ad effetto . Nel caso in esame può affermarsi che al momento dell'adozione della misura custodiale sussistevano a carico del Castoro gravi indizi di colpevolezza per il reato di partecipazione ad associazione mafiosa. E va ricordato che la seconda ordinanza di custodia cautelare, in forza della quale fu scontato il più lungo periodo di carcerazione, fu emessa a seguito di un giudizio di condanna pronunciato da una Corte di appello. Va ancora ricordato che non sono stati prodotti in causa, benché richiesti, atti relativi a reclami contro la legittimità dell'ordinanza cautelare. L'imputato ha ammesso di non avere presentato istanza di riesame contro l'ordinanza. Ha spiegato di non averlo potuto fare perché nel momento in cui vi si accingeva la stampa riportò la falsa notizia, attribuita ai collaboratori Severino e Messina, secondo cui nella sua tenuta agricola si era svolto il summit della Commissione regionale di Cosa nostra nel quale si sarebbero decise le stragi contro i giudici Falcone e Borsellino. Apparve inopportuno nel momento in cui sul suo conto si costruiva artatamente un clima colpevolista, sostenuto da una campagna giornalistica che lo indicava come soggetto ai massimi livelli dell'organizzazione mafiosa, chiedere la revoca o l'annullamento dell'ordinanza appena emessa nei suoi confronti. Ritiene la Corte che la spiegazione addotta non abbia giuridico fondamento, posto che non sembra potersi ravvisare alcuna ragione di opportunità che possa indurre l'innocente a rinunciare in tutto o in parte ai mezzi di difesa che l'ordinamento mette a sua disposizione per consentirgli di fare emergere l'errore giudiziario che si sta consumando in suo danno. Il diritto di difesa è ovviamente interesse fondamentale del cittadino ma è anche un dovere collaborare con la giustizia, difendendosi, onde prevenire errori giudiziari che non si ripercuotono solo sulla vittima direttamente colpita ma anche sull'ordinamento nel suo complesso, essendo l'osservanza delle leggi anche funzione del grado di accettazione di esse, a sua volta dipendente dalla fiducia che il sistema nel suo complesso ispira nei cittadini, fiducia che si rafforza con la dimostrazione della capacità dell'ordinamento di autoemendarsi grazie anche all'esercizio puntuale dei diritti civili. L' acquiescenza alla misura cautelare, non giustificabile con le ragioni addotte dall'interessato, posto che tanto più grave era l'accusa tanto più necessario era il pieno dispiegamento del diritto-dovere di difesa è di per sé causa di un concorso di colpa dell'imputato che con la sua inerzia potrebbe avere prolungato il protrarsi di una custodia che, ove riesaminata dai competenti organi giurisdizionali, avrebbe potuto avere minor durata. Ma a parte quanto si è ora osservato, si tratta di verificare se gli indizi di colpevolezza che portarono all'esecuzione della misura custodiale scaturirono da condotte censurabili dell'istante, in rapporto di causa ed effetto con l'adozione della misura cautelare. L'illiceità della condotta, ostativa al riconoscimento dell'indennizzo in quanto causa dell'adozione della misura cautelare, emerge dagli accertamenti compiuti in sede penale e dal contemporaneo procedimento di prevenzione che, in parallelo a quello penale, portò all'adozione nei confronti del Castoro della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno vedasi decreto 3 febbraio 2000 di questa Corte di appello di conferma di quello del tribunale di Enna dell'11 novembre 1997, divenuto irrevocabile il 19 marzo 2000, per mancata impugnazione . Si veda a questo proposito il certificato penale in atti dal quale risulta che al Castoro venne applicata la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per anni quattro e dal quale non risulta il provvedimento di revoca del quale si fa menzione in domanda. Il Castoro quindi, sulla base degli stessi elementi che avevano portato il Giudice delle indagini preliminari prima e la Corte di appello poi ad emettere nei suoi confronti l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, è stato valutato soggetto socialmente pericoloso siccome gravemente indiziato, in ragione di puntuali e riscontrati elementi di prova orali, documentali e scaturenti da complesse investigazioni di polizia, di appartenenza a Cosa nostra con la qualità di uomo d'onore . E' questa la conclusione alla quale è poi pervenuta la Corte di appello di Caltanissetta nella sentenza di appello del processo di merito, sentenza annullata esclusivamente per ragioni processuali, per avere ritenuto la Corte di cassazione inammissibile l'appello, in ragione del quale la Corte nissena aveva proceduto a rinnovazione dell'istruzione dibattimentale e a pronunciare nei confronto del Castoro un pieno giudizio di penale responsabilità per associazione mafiosa, non smentito sotto il profilo fattuale e della concludenza del giudizio da alcuna altra pronuncia di merito e tanto meno di legittimità. Il che significa debba ritenersi provato che il Castoro al tempo in cui furono emesse le ordinanze di custodia cautelare aveva dato causa a condotte - puntualmente definite nelle sentenze di merito, inclusa quella di primo grado, conclusosi con giudizio di insufficienza della prova, superato dalla Corte di appello con le sue nuove iniziative istruttorie - che lo indicavano quale persona socialmente pericolosa siccome indiziato di appartenenza ad organizzazione mafiosa e che lo esposero ad indagini penali concluse da una qualificata valutazione di soggetto appartenente a Cosa nostra da parte di una Corte di appello di merito. Giudizio non definito da una sentenza di condanna irrevocabile ma nell'ambito del quale sono emerse acquisizioni rilevanti e utilizzabili per gli scopi dei quali qui ci si occupa. Ciò detto, conviene osservare in via preliminare che sull'interpretazione della clausola ostativa alla riparazione si è concentrato, in prevalenza, il dibattito di dottrina e giurisprudenza sull'istituto e le soluzioni offerte sono state inizialmente contrastanti. La giurisprudenza di legittimità, con riferimento ai fatti qualificati del soggetto passivo, ostativi al riconoscimento del diritto alla riparazione, è stata percorsa da un contrasto interpretativo, risolto con sentenza delle sezioni unite della Cassazione del 20 dicembre 1995, Sarnataro. Fino a quel momento giurisprudenza e dottrina erano divise sulla nozione di dolo e di colpa grave, rilevanti ai sensi dell'art 314 c.p.p. e sulle condotte temporalmente rilevanti quali concause del provvedimento restrittivo. La cosiddetta concezione processualistica della colpa grave sottolineava l'esistenza di una considerevole sfasatura tra il momento a partire dal quale avrebbe potuto manifestarsi la condotta colposa, individuato nella acquisita conoscenza del procedimento penale a carico, e quello, sensibilmente anteriore, nel quale possono collocarsi eventuali condotte dolose ostative, che possono attuarsi anche prima dello stesso inizio dell'investigazione penale ed essere comunque determinanti per la genesi della misura cautelare, indipendentemente dalla conoscenza che il soggetto abbia avuto del procedimento avviato nei suoi confronti. Secondo questa concezione, dovrebbero considerarsi ininfluenti se non sotto il profilo del dolo, quei comportamenti in sé e per sé leciti o comunque giudicati ex post non penalmente qualificabili, dai quali l'autorità procedente abbia potuto più o meno fondatamente trarre elementi indizianti a carico dell'inquisito poiché - si afferma, e l'idea costituisce il nucleo ideologico della posizione - la norma penale, vietando la commissione di fatti illeciti tassativamente determinati, non impone ai consociati alcun particolare dovere di diligenza nell'evitare che detti comportamenti possano essere assunti dagli organi di polizia o dalla magistratura come indicativi della avvenuta commissione di reati, tranne che per i soggetti sottoposti a misure di prevenzione, destinatari di un positivo obbligo di non dare luogo a sospetti. Come si vede, anche in questa più restrittiva visione il soggetto che con il suo comportamento abbia creato le condizioni per essere giudicato soggetto socialmente pericoloso si è parimenti esposto colpevolmente al rischio di essere sottoposto a misura cautelare ogni qual volta la gravità degli indizi a suo carico abbia attinto la soglia che giustifica l'adozione della misura. E che detti indizi siano stati nella specie gravi risulta incontestato, stante il giudicato cautelare formatosi sul punto. L' indirizzo delle sezioni unite in materia di riparazione per ingiusta custodia cautelare, elimina ogni discussione con un richiamo indiscutibile alla lettera dell'art. 314\1 la formula qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa causa chiarisce come sia il dolo che la colpa grave debbano essere valutati come possibili cause esclusive o concorrenti del provvedimento del giudice che dispose la custodia. La lettera della norma rifiuta ogni distinzione quanto all'ambito di riferimento tra condotta dolosa e condotta colposa. Entrambi tali profili debbono essere valutati in relazione a condotte anche anteriori all'inizio dell'indagine o alla conoscenza che ne abbia avuto l'interessato, purchè il fatto dell'imputato sia stato, quantomeno, sinergico all'adozione del provvedimento restrittivo. Questa prospettiva interpretativa si fa apprezzare soprattutto per l'ampiezza dell'argomentazione e per il reciproco sostegno tra dato letterale e dato sistematico. Da un lato, si postula la necessità di un nesso di causalità materiale tra comportamento cosciente e volontario del soggetto e la misura cautelare, applicata nei suoi confronti, che logicamente rimanda al momento genetico della cautela stessa. Dall'altro, si ritiene debba sussistere una correlazione tra la condotta del singolo, rispettosa dei doveri sui quali si regge l'organizzazione socio-statuale e il diritto all'indennizzo. Va ricordato che la Corte costituzionale, sollecitata da una ordinanza di non manifesta infondatezza della questione di legittimità dell'art. 314 c.p.p., nella parte in cui non dispone che la colpa grave dell'agente possa consistere anche nella condotta antecedente all'assunzione della qualità di imputato o indiziato ovvero in generale in condotte diverse dall'attività processuale dell'imputato, ha dichiarato non fondata la questione, sul presupposto che la genericità del dato normativo autorizzi di fatto entrambe le letture proposte dalla giurisprudenza, con riferimento alla determinazione dei criteri identificativi delle condotte atte ad escludere la riparazione, ribadendo che compete solo al legislatore, nell'esercizio della sua sfera di discrezionalità, individuare i doveri inderogabili di solidarietà cui i cittadini sono tenuti nonché i modi e i limiti al loro adempimento. La sentenza fornisce un contributo chiarificatore sulla questione, connessa alla precedente ed egualmente controversa, concernente i rapporti tra l'accertamento operato nel giudizio penale e quello da effettuarsi nella procedura riparatoria e ciò sia in chiave di canoni di interpretazione che di concreta indicazione dei materiali utilizzabili nell'una e nell'altra sede nonché di rapporto tra le due concorrenti valutazioni, quella del processo penale e quella della procedura riparatoria. In questo senso la Corte individua specifiche regole di giudizio per il giudice penale e per il giudice della riparazione, sgombrando il campo da formule quali il divieto di rivalutazione dei fatti oggetto del processo penale, quasi che l'apporto conoscitivo del processo nella materia della riparazione fosse cristallizzato nella formula assolutoria, in aperto contrasto con la formula normativa che impone un'indagine che superi la formula del giudicato penale, di per sé insufficiente a garantire il diritto alla riparazione. Le sezioni unite, legittimando un indirizzo che può ritenersi ormai consolidato v. supra ribadiscono i limiti imposti dal giudicato penale ad altri accertamenti ma pure la diversità e l'autonomia del giudizio penale rispetto al giudizio riparatorio. La regola del giudice penale nella valutazione dell'ipotesi accusatoria è tutto ciò che non è vietato è consentito. Se il fatto accertato non corrisponde allo schema di un divieto penalmente sanzionato, l'imputato deve essere assolto. La regola del giudice della riparazione parte dalla premessa di metodo secondo cui non tutto ciò che sia giudicato penalmente irrilevante debba ritenersi legittimo con riferimento ad altri parametri. Il giudice della riparazione deve accertare se comportamenti di per sé leciti o penalmente non sanzionabili o in concreto non sanzionati e quindi, per meglio dire, neutri, accertati o non negati, coscienti e volontari possono avere svolto un ruolo sinergico nel trarre in errore l'autorità giudiziaria. Nel caso di specie è peraltro discutibile che sul piano epistemologico si possa parlare di errore, sussistendo un'evidente discrasia all'interno del processo stesso che finisce con l'avallare una doppia confliggente verità processuale, una di tipo strettamente processuale costituente la verità legale del processo penale, l'altra di merito, confliggente con la verità legale sul piano gnoseologico, che per sua natura e per le ragioni che la sostengono deve ritenersi assolutamente egemone nel giudizio di responsabilità proprio del giudice della riparazione. Il giudice di merito con le regole del processo deve stabilire se determinate condotte costituiscano reato ovvero se la verità emersa nel processo imponga il proscioglimento con determinate formule il giudice della riparazione deve stabilire se una determinata condotta dell'imputato, contraria ad altri doveri giuridici, possa essere considerata fattore condizionante l'evento detenzione, ponendosi quale causa del doveroso intervento del giudice. In questa decisione tutte le emergenze del giudizio di merito possono e debbono rivalutarsi in funzione dei quesiti cui deve dare risposta e dello scopo cui attende il giudizio riparatorio. La decisione in tema di riparazione può dunque basarsi sullo stesso materiale acquisito ed esaminato nel processo penale concluso, non per rivalutarlo rispetto al giudicato di proscioglimento, ma semplicemente per controllare la ricorrenza delle condizioni ostative al riconoscimento del diritto alla riparazione. Un tale controllo può legittimamente dare luogo ad un giudizio non coerente con quello di merito. Per escludere il diritto alla riparazione non basta tuttavia il solo fatto di avere posto in essere condotte illecite o determinanti colpevolmente un rilevante quadro indiziario, tale da provocare la custodia, ma sarà necessario accertare, secondo un iter logico autonomo e sulla base di fatti certi, il rapporto di dette condotte con la privazione della libertà. Il giudizio sulla prevedibilità dell'emissione del provvedimento deve essere riferito alle qualità del soggetto che abbia particolari conoscenze della realtà di fatto per le sue proprie condizioni, esperienze e\o professione. Una medesima condotta può essere considerata idoneo contributo causale alla custodia cautelare applicata ma non, in sede di merito, prova sufficiente di responsabilità penale. L'apporto causale sinergico deve essere accertato in concreto sulla base dei provvedimenti cautelari ma anche delle motivazioni delle sentenze e degli stessi elementi dell'istruzione probatoria. Un tale orientamento avrebbe giustificato, ad avviso di questa Corte, l'acquisizione in questo procedimento del fascicolo concernente l'applicazione della misura di prevenzione, risultante dal certificato penale in atti. Tuttavia ai fini della decisione è sufficiente la semplice esistenza del precedente poiché gli elementi che si ricavano dalle sentenze acquisite in questo giudizio appaiono più che sufficienti ad integrare la colpa grave dell'attore, obbiettivamente consolidata nel dispositivo del decreto applicativo della misura di prevenzione ma soprattutto nel dispositivo della sentenza della Corte di appello di Caltanissetta. Quest'ultima, improduttiva di qualsiasi effetto sul piano giuridico penale per essere stata annullata, conserva efficacia sul piano storico-documentale e sotto questo profilo è elemento di giudizio assolutamente rilevante per la decisione che occorre in questa sede adottare. L'orientamento affermatosi con la sentenza delle sezioni unite è, come detto, consolidato ed è stato sviluppato in una successiva decisione della Suprema Corte nei seguenti termini In materia di riparazione per l'ingiusta detenzione, il dolo o la colpa grave idonei ad escludere l'indennizzo devono sostanziarsi in comportamenti specifici che abbiano dato o abbiano concorso a dare causa all'instaurazione dello stato privativo della libertà, sicché è necessario l'accertamento del rapporto tra tali condotte ed il provvedimento restrittivo della libertà personale, ancorato a dati certi e non congetturali. Sotto questo profilo, la valutazione del giudice della riparazione si svolge su un piano diverso, autonomo, rispetto a quello del giudice del processo penale, pur dovendo eventualmente operare sullo stesso materiale tale ultimo giudice deve valutare la sussistenza o meno di una ipotesi di reato ed eventualmente la sua riconducibilità all'imputato il primo, invece, deve valutare non se determinate condotte costituiscano mero reato, ma se esse si posero come fattore condizionante anche nel concorso dell'altrui errore alla produzione dell'evento detenzione. Il mancato assolvimento di tale obbligo in termini di adeguatezza, congruità e logicità della motivazione è censurabile in Cassazione, ai sensi dell'art. 606 comma 1 lett. e c.p.p. Cassazione penale, sez. IV, 12 aprile 2000, n. 2365 La sentenza delle sezioni unite, in precedenza richiamata, è importante per l'interpretazione sistematica dell'istituto e per la rilevanza che attribuisce alla clausola dell'art. 2 della Costituzione, nella parte in cui richiede a tutti i cittadini l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale. Un tale fondamento costituzionale può rinvenirsi nel sistema delle misure di prevenzione ed in particolare nella norma che fa divieto di tenere condotte valutabili come indizi di una condotta qualificabile in termini di pericolosità sociale, ai sensi delle diverse disposizioni che prevedono a quali condizioni debba essere applicata la misura. Se, infatti, determinate condotte e modi di essere del soggetto possono per la legge essere considerati indizi di appartenenza ad una associazione mafiosa, tanto da giustificare l'adozione di una misura di prevenzione, a prescindere ed indipendentemente dall'esistenza di prove o di indizi gravi precisi e concordanti dell'effettiva commissione di delitti, si può con argomento a fortiori ricavare l'esistenza di un divieto legale di porre in essere condotte indizianti, nel senso debole anzidetto, di uno stato di soggetto socialmente pericoloso, condotte contrarie ai doveri di solidarietà, solo sul rispetto dei quali può fondarsi il diritto alla riparazione per un danno da custodia cautelare di per sé non costituente illecito risarcibile. La Corte di cassazione individua nella clausola dell'art. 314 c.p.p. sull'obbligo dei cittadini di non dare causa con il proprio comportamento doloso o gravemente colposo all'adozione di provvedimenti cautelari che ex post si riveleranno ingiusti, un momento di positiva attuazione del dovere costituzionale fissato dall'art. 2. La Corte ripudia la concezione secondo cui non vi sarebbe obbligo per i cittadini di non dare adito a sospetti e di non collaborare con le autorità preposte alla repressione del crimine, obbligo, oltretutto, positivamente imposto dal sistema delle misure di prevenzione dal quale può ricavarsi non solo la necessità per l'ordinamento di prevenire la commissione di gravi reati mediante l'adozione di misure di controllo atte a prevenirli ma anche l'obbligo di non tenere comportamenti opachi, ambigui, collusivi, illeciti per il collegamento diretto o indiretto con gruppi malavitosi, da ritenersi antigiuridici e antisociali, tanto da richiedere speciali misure di controllo incidenti su libertà assai vicine, quanto al valore, alla libertà personale. Si deve ribadire dunque la validità del filone interpretativo che, partendo dalla natura di diritto pubblico della pretesa riparatoria, valuta la condotta del cittadino non soltanto sotto il profilo della conformità o meno alla norma penale ma anche sotto il profilo del rispetto del sinallagma politico-costituzionale, in base al quale è stabilita una correlazione tra la condotta del singolo, rispettosa dei doveri sui quali si regge l'organizzazione socio-statuale e il diritto all'indennizzo diritto che non troverebbe radice in un fatto, latamente inteso, illecito o illegittimo, ma nel corretto esercizio della giurisdizione secondo le leggi e nell'interesse di tutti. In materia penale non sembrano, quindi, giuridicamente irrilevanti condotte e stili di vita dal significato ambiguo e indiziante di un contributo a fatti penalmente illeciti non sembra, in sostanza, che condotte al limite della rilevanza penale, se interagenti con altri fattori indizianti esterni al comportamento del soggetto, possano considerarsi ininfluenti nella valutazione dei fattori causali dell'errato provvedimento del giudice. Secondo la Cassazione Non può aver rilievo la riflessione peraltro neppure condivisibile in quanto contraria ai doveri di lealtà civica e di solidarietà enunciati dalla Costituzione all'art. 2 che ciascuno può liberamente vivere anche ai margini della legge penale, dato che chi vive in tal modo non può essere condannato e infatti non viene condannato la condotta dell'agente, invero, non può ritenersi sottratta a qualsiasi valutazione nel momento in cui lo Stato materializza , tramite l'equo indennizzo, il dovere di solidarietà, che non può estendersi anche a colui che ai suoi doveri sia, in qualche modo, venuto meno. Già secondo quanto accertato dalla sentenza del tribunale di Caltanissetta del 16 dicembre 1995, il Castoro risultava credibilmente indicato da Leonardo Messina quale uomo d'onore di Valguarnera Caropepe. La sentenza del tribunale aveva risolto il problema di contesto concernente la possibilità che nel centro di Valguarnera esistessero uomini d'onore , dediti alle attività e alle dinamiche proprie dell'organizzazione, senza la presenza di una vera e propria famiglia mafiosa. E proprio con riferimento al Castoro aveva ammesso che la prova dell'esistenza di una famiglia locale non fosse presupposto indefettibile per accertare responsabilità associative di singoli. In tali casi singoli uomini d'onore erano aggregati ai nuclei territorialmente più vicini o venivano inseriti nella famiglia con la quale il singolo aveva un rapporto direttamente operativo. Leonardo Messina aveva univocamente indicato, già secondo il Giudice di primo grado la questione verrà risolta in modo esplicito e diretto nella sentenza di secondo grado il Castoro come uomo d'onore di Valguarnera, a lui presentato ritualmente dal capo della famiglia di Pietraperzia Borino Miccichè, soggetto qualificato in innumerevoli sentenze come capo mafia, poi ucciso nella piazza principale del paese nell'aprile 1992. Emergono fin d'ora due dati significativi ai fini che qui interessano 1. Il Castoro, per sua precisa scelta, ha frequentato, in base alla credibile dichiarazione di Leonardo Messina, uomini d'onore del calibro del Messina stesso e del Miccichè oltre ai rispettivi accompagnatori e guardaspalle. 2. Il Castoro nel corso di questi incontri che ebbero anche carattere conviviale, a quanto risulta dalla sentenza del tribunale, mantenne atteggiamenti e manifestò una familiarità tale con i mafiosi o comunque nulla fece per contraddire la familiarità con la quale gli astanti gli si accostavano da indurre quanto meno il Messina a credere che egli fosse un uomo d'onore , combinato nella famiglia di Borino Miccichè a tutti gli effetti. Sarebbe già sufficiente per confermare che la condotta complessiva di vita di Castoro fu assolutamente contraria ai canoni di prudenza e correttezza e alle norme che impongono di evitare di disseminare indizi di collusione, vicinanza, contiguità con esponenti di organizzazioni mafiose vedi normativa sulle misure di prevenzione personali . Ma nella specie vi è molto di più. Esiste tutta la storia dei rapporti assolutamente intimi, familiari e fiduciari che il Castoro intrattenne con il Miccichè, tanto da costituire sia per la sentenza di primo che per quella di secondo grado un vero e proprio alter ego del Miccichè. A nulla vale il rilievo che tale amicizia si era formata in anni lontani di comune frequentazione scolastica. Non vi è amicizia nata sui banchi di scuola che possa spiegare rapporti quali quelli intercorsi tra il Castoro ed il Miccichè. Non vi è frequentazione antica che possa giustificare persistenti rapporti d'amicizia, solidarietà, lavoro ed affari comuni tra un onest'uomo ed un noto mafioso del calibro del Miccichè. Già la sentenza del tribunale definisce il Castoro uomo di fiducia del Miccichè. E a giusta ragione se si considera che era il Castoro, nella sua qualità di vicepresidente, a dirigere le due cooperative di produzione e lavoro operanti all'interno della miniera di Pasquasia la COPEL PIETRINA e LA PIETRINA nelle quali trovavano posto un gran numero di affiliati alla famiglia di Miccichè Monachino, Anzallo Potente e così via, secondo la sentenza di secondo grado che in tal modo assicurava ai propri uomini uno stipendio di base. Anche il collaboratore di giustizia Paolo Severino aveva riferito sulle relazioni pericolose del Castoro con esponenti mafiosi della famiglia di Enna e l'aveva descritto come soggetto ben conosciuto da esponenti del calibro di Mingrino e Leonardo Gaetano, vicino a quest'ultimo e a tale Timpanaro, anch'egli uomo d'onore . I giudici del tribunale avevano finito con lo svalutare le indicazioni del Severino per non essere stato costui in grado di chiarire se il Castoro di cui parlava si chiamasse Antonino o Giuseppe. Il punto verrà risolto dai giudici di secondo grado che svolgendo una formale ricognizione in sede di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale appureranno che il Severino si riferiva proprio a Castoro Giuseppe. Il tribunale, quindi, pur disponendo delle dichiarazioni di Messina e pur avendo accertato che il Castoro era inserito nelle società capeggiate dal Miccichè, operanti all'interno della miniera, e ciò nonostante la sua attività ufficiale fosse quella di allevatore di bestiame, aveva valutato altri elementi forniti dagli investigatori 1. L'anomala acquisizione di un impianto di calcestruzzo erroneamente indicata dal capitano Rizzo come acquisita dai mafiosi Seggio il giudice di secondo grado appurerà che l'acquisizione era avvenuta in realtà da tale Calcagno ma resta il fatto che si trattava di un'azienda di provenienza illecita, se è vero che risulta confiscata al Castoro nell'ambito del procedimento di prevenzione patrimoniale seguito all'applicazione della sorveglianza speciale . 2. La presenza di Castoro in casa di Miccichè appena mezz'ora dopo l'attentato che gli era costato la vita, una presenza solidale che va ben oltre l'amicizia, trattandosi appunto di amicizia con un noto mafioso, oggetto di un attentato mortale e comunque di un contegno che oggettivamente si prestava ad un'interpretazione indicativa di una comunanza di interessi assai più profonda di quanto il Castoro abbia ex post cercato di far credere. Anche qui si tratta di condotte precluse dalla normativa antimafia, consapevolmente violata dal Castoro al quale doveva essere chiaro che quella presenza avrebbe addensato su di lui ulteriori elementi di valutazione in ordine alla sua vicinanza all'organizzazione mafiosa. Si legge nella sentenza di assoluzione un passaggio che da solo è sufficiente a qualificare come gravemente colposo il contegno tenuto dal Castoro nella fase preprocessuale Destò, giustamente, sospetti e meraviglie tra gli investigatori la circostanza che fosse rilevata l'azienda di produzione del calcestruzzo da parte di un soggetto, il Castoro, che fino ad allora aveva esercitato tutt'altra attività e che, nello stesso tempo, era in rapporti di salda amicizia con altri personaggi, quali il Miccichè, anch'essi in odore di mafia . Il successivo confronto dibattimentale tra l'imputato ed il Messina addusse all'accusa ulteriori elementi di conferma perché non solo il Messina confermò ogni accusa ma colse l'occasione del confronto per ricordare di avere saputo dal Miccichè che il Castoro gli aveva fornito una carta d'identità in bianco per farne un falso documento d'identità per un uomo d'onore della famiglia di Miccichè. La sentenza di primo grado considera non incredibile la dichiarazione di Messina, riscontrata dalla accertata ma generalmente ignorata scomparsa dagli uffici di Valguarnera di tre moduli per carte d'identità e dalla qualità di vicesindaco del comune rivestita al tempo dal Castoro, come tale in grado di muoversi liberamente negli uffici comunali. Il punto, considerato comunque non idoneo a fungere da riscontro dai primi giudici, viene ampiamente valorizzato dalla Corte di appello che mette in evidenza come la scomparsa dei moduli apparve sin dall'inizio come un fatto interno, in assenza di qualsiasi segno di forzatura. Non sorprende in un siffatto quadro che la Corte di appello di Caltanissetta abbia ribaltato le conclusioni cui erano giunte i giudici di primo grado, condannando l'imputato per associazione mafiosa, dopo avere ottenuto nuova puntuale conferma della riferibilità a Castoro Giuseppe della chiamata di correo di Severino Paolo che aveva riferito come il Leonardo ed il Mingrino lo indicassero come punto di riferimento dei mafiosi di Enna per certe cose . Con costoro egli si incontrava quasi ogni giorno . Va ribadito che non rilevano i significati penalistici tratti dalla Corte di secondo grado dagli elementi di prova oggetto di valutazione. I dati ricavabili da quella sentenza sono invece assolutamente utili per delineare un contesto comportamentale gravemente imprudente e inosservante di fondamentali regole giuridiche che impongono un rigoroso controllo delle persone frequentate e con le quali si instaurano rapporti di amicizia, solidarietà e d'affari per non porre in essere un quadro di relazioni sul piano indiziario più o meno intensamente e univocamente rilevanti per l'affermazione di adesione all'organizzazione mafiosa, apprezzabili sia sul piano della prevenzione che ex post sul piano della rimproverabilità preclusiva del diritto alla riparazione di una custodia cautelare eventualmente sofferta in conseguenza di una qualificata valutazione indiziaria di dette condotte. In tale limitata prospettiva questa Corte intende valorizzare le conclusioni della corte di appello di Caltanissetta che alla stregua delle convergenti dichiarazioni di Messina e Severino aveva giudicato sussistente la prova dell'adesione di Castoro a Cosa nostra, affermazione che sul piano fattuale non ha trovato smentita. La frequentazione di esponenti mafiosi quali Leonardo - rappresentante provinciale di Cosa nostra ennese - e Timpanaro emergeva d'altra parte da altre deposizioni testimoniali pienamente affidabili e da parziali ammissioni dell'interessato p. 1861 sentenza appello . Condivisibile è poi l'analisi che la Corte d'appello di Caltanissetta aveva svolto per dimostrare come le relazioni tra il Castoro ed il Miccichè fossero tutt'altro che connotate da vincoli di antica amicizia ma erano intrinsecamente impregnate del comune coinvolgimento in affari di possibile rilevanza mafiosa, conclusione supportata dagli esiti di intercettazioni telefoniche p. 1865 e ss. sentenza, con specifico riferimento all'interesse manifestato dal Miccichè perché fosse avvertito Farruggia Calogero del decesso della madre del Miccichè affinché potesse tempestivamente comunicare le condoglianze Farruggia Calogero è indicato in sentenza quale mafioso di Valguarnera trapiantato e Milano. Era il destinatario della carta d'identità falsa della quale ha riferito Messina ed era imputato nel processo Leopardo. Tutto ciò a conferma dell'ampiezza delle relazioni con mafiosi nelle quali il Castoro era coinvolto . La Corte di appello di Caltanissetta nel concludere per l'affermazione di responsabilità di Castoro per associazione mafiosa affermava In conclusione, in merito al compendio probatorio acquisito, va osservato che la chiamata in correità di Messina Leonardo, intrinsecamente assai attendibile è stata riscontrata ai sensi ell'art. 192 comma III cpp dalle dichiarazioni rese da Severino Paolo che, alla luce della ricognizione personale effettuata in questo grado di giudizio , si riferiscono certamente alla persona dell'imputato. Ad ulteriore riscontro delle dichiarazioni incrociate dei collaboratori, sussistono le frequentazioni dell'imputato con diversi esponenti di primo piano di Cosa nostra a parte il Miccichè , a parte il Miccichè con il quale erano fraterni amici, quali il Leonardo Gaetano rappresentante provinciale di Cosa nostra ennese. Le cointeressenze economiche che legavano il Castoro con il Miccichè non possono spiegarsi con la semplice amicizia ma vanno ben oltre e l'imputato, che non era certo uno sprovveduto ma, al contrario, un esponente importante della comunità di Valguarnera, aveva accettato di entrare in affari con noti mafiosi, quali Monachino Giovanni, Anzallo Giuseppe, Potente Mario e molti altri che facevano parte delle cooperative di cui era vicepresidente p. 1876 La sentenza, come si è detto è stata annullata dalla Suprema Corte perché gli atti d'appello furono ritenuti inammissibili per difetto di specificità. Nondimeno quelle conclusioni e gli elementi sui quali si fondano possono essere poste a giustificazione di un giudizio di colpa grave dell'imputato per avere egli tenuto comportamenti comunque vietati perché indici di appartenenza mafiosa ai sensi degli art. 1 e 2 della legge 575\65, tanto è vero che il Castoro in base agli stessi elementi è stato raggiunto da misura di prevenzione per anni quattro nessuna prova contraria alle risultanze del certificato penale è stata fornita . E' evidente infatti che nella specifica materia della prevenzione contro gli effetti dell'operare di un'associazione di stampo mafioso è fatto obbligo ai consociati di astenersi da qualsiasi contegno oggettivamente indiziante di appartenenza al crimine organizzato e ciò allo scopo non solo di indebolire le suddette organizzazioni, che nel loro operare si avvalgono con finalità di mimetizzazione di un vasto sistema di complicità ed alleanze, la cui esatta qualificazione giuridica come di appartenenza risulta assolutamente difficile se non impossibile, ma anche allo scopo di isolare e fare risaltare quelle condotte che, depurate dall'area grigia e ambigua della collusione, del favoreggiamento, del sostegno morale, della complicità occhieggiata, siano univocamente indicative di partecipazione all'associazione e quindi più agevolmente individuabili ai fini della repressione del delitto. Per tale insieme di ragioni la domanda del Castoro deve essere respinta e lo stesso va consequenzialmente condannato alle spese del processo, attesa la temerarietà della domanda. Tali spese vanno equitativamente liquidate in favore della parte convenuta nella misura di Euro millecinquecento, tenuto conto della quantum oggetto della domanda P.T.M. La Corte di appello Visti gli art 314 e ss. cpp Respinge la domanda di liquidazione di indennizzo per ingiusta riparazione proposta da Castoro Giuseppe con atto del 21 maggio 2003. Condanna il Castoro al pagamento delle spese processuali in favore del convenuto Ministero dell'Economia che liquida in complessivi Euro 1500.