La Corte europea dei diritti dell’uomo ha censurato l’Italia per i ritardi sistematici nel saldare i compensi dovuti agli avvocati per il patrocinio a spese dello Stato.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per i cronici ritardi nel pagamento dei compensi dovuti agli avvocati che prestano difesa a spese dello Stato. I giudici di Strasburgo hanno fissato un parametro chiaro: il tempo complessivo per liquidare le somme non deve eccedere un anno, al netto del termine per l’opposizione, con una scansione indicativa di sei mesi tra il deposito del decreto di liquidazione e la possibilità di emettere la fattura, e ulteriori sei mesi tra l’invio della fattura e l’effettivo pagamento. La pronuncia della Prima Sezione riguarda i ricorsi nn. 15587/10, 32536/10 e 18531/14, proposti da due avvocati italiani attivi in differenti procedimenti penali e in una causa civile. La Corte ha valorizzato la giurisprudenza nazionale che qualifica il credito per gratuito patrocinio come diritto soggettivo patrimoniale, riconosciuto da provvedimenti di liquidazione aventi natura giurisdizionale. In tale prospettiva, il credito integra un “bene” ai sensi dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 CEDU. La Corte ha rimarcato l’esigenza di particolare sollecitudine nei pagamenti, considerando il ruolo essenziale dell’avvocatura e del patrocinio pubblico nell’assicurare un accesso effettivo alla giustizia e un equo processo, soprattutto per i soggetti vulnerabili. Nel caso concreto, i ritardi—dovuti a disfunzioni delle cancellerie, smarrimenti di atti, lentezza delle comunicazioni e carenza strutturale di fondi—hanno oltrepassato il limite ragionevole, variando da poco più di 12 mesi fino a oltre 4 anni, escluso il periodo per l’opposizione. Le giustificazioni addotte dallo Stato sono state ritenute insufficienti. La Corte ha accertato la violazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1, riconoscendo un risarcimento per danno morale ai ricorrenti. La Corte ha sollecitato interventi generali , inclusa la raccolta di dati statistici, per individuare e rimuovere le disfunzioni sistemiche e prevenire nuove violazioni, in linea con l’obbligo di conformarsi alle sentenze con funzione “pilota”. L’ Unione delle Camere Penali Italiane è intervenuta sul tema accogliendo con favore la decisione della Corte EDU, evidenziandone l’importanza per la tutela dell’avvocatura e del diritto di difesa. Anche il CNF ha colto l’occasione per riaccendere i riflettori sul tema, anche in riferimento al ddl di Bilancio che condiziona il pagamento dei compensi dei liberi professionisti alla verifica della loro regolarità fiscale e contributiva: «si tratta di una misura vessatoria e discriminatoria, che lede il diritto al lavoro in una fase economica già critica per i ceti professionali, viola il principio costituzionale di eguaglianza e la direttiva europea 2011/7/UE sui ritardi di pagamento, e crea una disparità ingiustificata tra chi opera con clienti privati e chi lavora con la PA, prevedendo il blocco dei compensi anche in presenza di irregolarità solo contestate o non definitive. Ancora più grave è l’emendamento del Governo, presentato nonostante la recentissima condanna della Corte EDU all’Italia per i ritardi nei pagamenti agli avvocati nei casi di patrocinio a spese dello Stato, che estende la norma addirittura ai compensi “a carico dello Stato”: un intervento che rischia di paralizzare l’istituto , con danno diretto per i cittadini più fragili».
Cedu, affaire Diaco e Lenchi c. Italia