Chiamata in correità e valore delle dichiarazioni rese dall’imputato al collaboratore di giustizia

La pronuncia in commento si occupa della valenza probatoria delle dichiarazioni rese in precedenza dall’imputato al collaboratore di giustizia, considerandole come confessione.

L'imputato era condannato per il delitto di omicidio, in qualità di esecutore. La difesa presentava ricorso in Cassazione, lamentando tra gli altri, la inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dai collaboratori relative alle informazioni apprese dallo stesso imputato, per l'impossibilità di esaminare la fonte primaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, sul rilievo che le dichiarazioni autoaccusatorie da essi provenienti, riferite dai collaboratori, hanno natura confessoria . Procedendo con ordine, deve rilevarsi innanzi tutto che, ai sensi dell' art. 187 c.p.p. , oggetto della prova sono i fatti che si riferiscono all'imputazione . Il thema probandum logicamente deve trovare preciso ancoraggio ai principi di rilevanza e di pertinenza , onde evitare il rischio di rendere indeterminato l'oggetto stesso dell'accertamento penale. Sotto altro aspetto, l' art. 192 c.p.p. , al comma 1 che detta la regola generale, secondo cui il giudice valuta la prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati, raccordando così, con corrispondenza biunivoca, l'aspetto valutativo all'obbligo di motivazione. Il principio in esame non è posto in crisi dalle previsioni contenute nei commi successivi dell' art. 192 c.p.p. , in cui si codifica, forse superfluamente, apparendo sufficiente la previsione contenuta nel comma 1 dello stesso articolo, un segnale didattico” per la valutazione di dati probatori che, isolatamente considerati, si rivelano di minore efficacia dimostrativa, quali - da un lato - gli indizi in genere e - dall'altro - quegli specifici indizi costituiti dai contributi dichiarativi di coimputati del medesimo reato, di imputati in procedimento connesso a norma dell' art. 12 c.p.p. e di imputati di un reato collegato ex art. 371 c.p.p., comma 2, lett. b i primi, per integrare la prova del fatto, devono essere gravi, precisi e concordanti la valutazione probatoria dei secondi è subordinata anche alla simultanea presenza di altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità. La selezione di tali linee-guida lungo le quali il giudice, nell'operazione intellettiva di valutazione di questa tipologia di prove, deve muoversi si atteggia a metodo euristico, normativamente imposto, per scrutinare prove legalmente acquisite e verificarne la conducenza rispetto all'enunciazione accusatoria si pone, almeno in apparenza, come deroga al principio del libero convincimento, senza determinarne, però, un'effettiva contrazione o addirittura il superamento sotto il profilo contenutistico non introduce, in via indiretta, un limite negativo di prova legale a tale principio e quindi una regola di esclusione probatoria lascia al decidente, in assenza di qualunque indicazione aprioristica di segno contrario, la libertà di utilizzare anche propalazioni di chiamanti in correità o in reità prive di riscontri e legittimamente acquisite, non per inferirne la sicura sussistenza del fatto a carico dell'accusato caso in cui è necessaria la conferma ab extra , ma nella prospettiva, per esempio, di evidenziare una trama di mendacio ordita in danno del medesimo soggetto, attinto da chiamate plurime. Il principio cardine del libero convincimento del giudice , ribadito anche nel nuovo codice di rito, trova un limite nella norma di cui all' art. 192 c.p.p. , comma 3, laddove prescrive che le dichiarazioni provenienti dai chiamanti in correità o in reità non possono , di per sé sole, costituire prova piena della responsabilità dell'imputato , e che le stesse assumono il valore di prova solo in presenza di riscontri probatori esterni. I riscontri devono essere indipendenti dalla chiamata, e cioè devono provenire da fonti estranee alla chiamata stessa, in modo da evitare il cosiddetto fenomeno della circolarità , da evitare, cioè, che sia la stessa chiamata a convalidare, in definitiva, se stessa. Non occorre che il riscontro esterno abbia lo spessore di una prova autosufficiente, perché, in caso contrario, la chiamata non avrebbe alcun rilievo, perché la prova si fonderebbe su tale elemento esterno e non sulla chiamata in correità. Per riscontro , si deve intendere qualsiasi elemento o dato probatorio , non predeterminato nella specie e qualità, e quindi avente qualsiasi natura , sicché può consistere in elementi di prova sia rappresentativa che logica, e può consistere anche in un'altra chiamata in correità, a condizione che la stessa sia totalmente autonoma e avulsa rispetto alla prima. Da qui la constatazione che, in ordine alla valutazione della portata del riscontro, rivive intatto, fermo restando l'obbligo della motivazione, il principio del libero convincimento del giudice. In altri termini, quanto alla tipologia e all'oggetto dei riscontri, la genericità dell'espressione altri elementi di prova utilizzata dall' art. 192 c.p.p. , comma 3, legittima l'interpretazione secondo cui, in subiecta materia , vige il principio della libertà dei riscontri , nel senso che questi, non essendo predeterminati nella specie e nella qualità, possono essere di qualsiasi tipo e natura, ricomprendere non soltanto le prove storiche dirette, ma ogni altro elemento probatorio, anche indiretto, legittimamente acquisito al processo e idoneo, anche sul piano della mera consequenzialità logica, a corroborare, nell'ambito di una valutazione probatoria unitaria, il mezzo di prova ritenuto ex lege bisognoso di conferma. Non si richiede che il riscontro integri la prova del fatto, giacché, se così fosse, perderebbe la sua funzione gregaria , sarebbe da solo sufficiente a sostenere il convincimento del giudice e verrebbe meno la necessità di far leva anche sulla prova principale, ritenuta da sola non sufficiente. Peraltro, la circostanza che il narrato extraprocessuale proveniente dalla fonte primaria non entra nel circuito dialettico, ma è veicolato nel processo attraverso i relata di coimputati o imputati in procedimento connesso o collegato, non si pone in contrasto con la Costituzione. Non si versa, infatti, nell'ipotesi in cui la persona che fornisce, per percezione diretta, la notizia si sottrae volontariamente, per libera scelta, all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore art. 111 Cost. , comma 4, e art. 526 c.p.p. , comma 1- bis . Si è di fronte, invece, all'impossibilità oggettiva di esaminare la fonte originaria, perché deceduta o perché riveste la qualità soggettiva di imputato. Soccorre, al riguardo, il comma quinto dell' art. 111 Cost. , che prevede espressamente una deroga al principio del contraddittorio nella formazione della prova, ove si verifichi una causa oggettiva esterna, normativamente regolata, che lo impedisca. L'espressione accertata impossibilità di natura oggettiva”, utilizzata nella norma costituzionale, implica che tale situazione formi oggetto di discussione tra le parti processuali, con la conseguenza che il contraddittorio viene recuperato attraverso il dibattito sull'esistenza in concreto del requisito dell'impossibilità oggettiva e la valutazione sull'attendibilità delle propalazioni de relato, considerate nel loro duplice aspetto di prova rappresentativa e di prova critica. L' art. 195 c.p.p. , comma 3, legittima l'utilizzabilità dei relata , qualora l'esame del confidente diretto risulti impossibile per le ragioni non tassative ivi indicate morte, infermità, irreperibilità o per altre, come si è detto, alle prime assimilabili fonte diretta che, rivestendo lo status di imputato, non si sottopone all'esame . La pronuncia in commento si conforma all'orientamento a mente del quale le dichiarazioni autoaccusatorie da essi provenienti, riferite dai collaboratori , hanno natura confessoria e devono essere valutate - una volta positivamente apprezzata la propalazione de relato del collaboratore alla stregua dei criteri stabiliti dall' art. 192 c.p.p. , comma 3, - secondo il regime proprio della confessione , che ne subordina l'efficacia probatoria alla sola condizione della genesi spontanea e sincera, in modo da escluderne la riconducibilità a costrizioni esterne o a possibili intenti autocalunniatori Cass. n. 43681 del 2015 Cass. n. 13085 del 2013 . Invero, secondo l' art. 195 c.p.p. , allorché la fonte diretta rivesta la qualifica di imputato di procedimento connesso o di teste assistito, ex artt. 210 e 197- bis c.p.p. Cass., Sez. un., n. 20804 del 2012 , non sussiste alcun obbligo del giudice del dibattimento di procedere all'escussione della fonte primaria allorché questa sia rappresentata dallo stesso imputato, trattandosi di soggetto processuale che non può mai essere chiamato a rendere dichiarazioni in grado di pregiudicare la sua posizione Cass. n. 29821 del 2014 e che, ai sensi dell' art. 494 c.p.p. , ha sempre la facoltà di rendere in ogni stato del dibattimento le dichiarazioni che ritiene opportune, interloquendo sulle propalazioni della fonte indiretta che lo chiamino in causa al fine di controbatterle.

Presidente Di Nicola – Relatrice Toscani Il testo integrale della sentenza verrà reso disponibile a breve.