La transazione disconosciuta e non verificata è irrilevante e inutilizzabile

La mancata proposizione dell'istanza di verificazione di una scrittura privata disconosciuta equivale ad una dichiarazione di non volersi avvalere del documento stesso come mezzo di prova, sicché il giudice non può tenerne conto ai fini della decisione e la parte che ha disconosciuto la scrittura non può trarre dalla omessa verificazione elementi di prova a sé favorevoli.

L'ordinanza in commento, avente n. 3602, è stata pubblicata in data 8 febbraio 2024 dalla seconda sezione civile della Suprema Corte, all'esito del giudizio riguardante il pagamento del saldo dovuto in forza di contratti di appalto per la ristrutturazione di alcune parrocchie . La vicenda risale all'anno 2009, quando l'Arcidiocesi proponeva atto di citazione in opposizione al decreto con il quale il Tribunale di Modena, su istanza della società appaltatrice, le aveva ingiunto il pagamento di euro 860.762,42 a titolo di saldo del prezzo pattuito per i lavori di ristrutturazione di due chiese locali. L'attrice assumeva il proprio difetto di legittimazione passiva , in quanto la committenza faceva capo alle singole parrocchie, ed eccepiva che gli importi risultavano comunque già saldati dalle dette legittimate, a seguito di un accordo transattivo intervenuto con una chiesa e di un'offerta reale effettuata in corso di causa dall'altra. La società si costituiva contestando le eccezioni e rilevando che gli accordi transattivi avevano riguardato solo parte del prezzo mentre la somma portata nel decreto costituiva il residuo dovuto per i lavori eseguiti, conteggiato in base ai rapportini delle ore di manodopera impiegate, come verificate dal direttore dei lavori. Espletata la consulenza tecnica, il Tribunale – previo riconoscimento della titolarità passiva del rapporto obbligatorio in capo all'Arcidiocesi – dichiarava che residuava un minor credito in capo alla società rispetto a quanto preteso nei confronti di una parrocchia e che, in forza della transazione intercorsa tra l'altra, il relativo pagamento aveva avuto effetti estintivi. In conseguenza, il decreto veniva revocato e l'Arcidiocesi veniva condannata al pagamento di euro 44.616,47 in favore della ditta. Interposto appello, l'impresa eccepiva la lacunosità delle risultanze della consulenza tecnica cui aveva acriticamente aderito il Giudicante e rilevava la mancata considerazione dei rilievi mossi avverso la veridicità dei contratti di appalto e dei supposti atti di transazione , con richiesta di rinnovazione della CTU e di ammissione di tutti i mezzi istruttori già dedotti. L'Arcidiocesi contestava le eccezioni, insisteva sul difetto di legittimazione passiva e chiedeva la revoca della condanna. La Corte del merito confermava la sentenza di primo grado, rilevando che la somma riportata nella transazione non poteva ritenersi accettata a titolo di acconto ma a saldo integrale del prezzo doveva escludersi che le obbligazioni oggetto di causa fossero sorte al di fuori di accordi contrattuali preventivi e, pertanto, in economia, attraverso l'emissione di rapportini le considerazioni circa la veridicità della sottoscrizione della transazione erano prive di valore, essendo in contrasto con il contenuto pattizio e con la dichiarazione di quietanza le risultanze della CTU apparivano chiare e dettagliate il riferimento al prezziario della Camera di commercio, effettuato dal CTU, era corretto, poiché i c.d. rapportini non avevano valore probatorio. Avverso la sentenza di gravame è stato interposto ricorso in Cassazione dall'impresa di costruzioni, affidato a quattro motivi di diritto. Il primo motivo ha riguardato la mancata ammissione delle prove testimoniali ed è stato dichiarato inammissibile dalla Corte atteso che, a fronte di una doppia conforme, ai sensi dell'art. 348 -ter , V comma, cpc vigente ratione temporis , il motivo rubricato sub art. 360, 1° comma, n. 5 c.p.c. non è esaminabile. Con il secondo motivo il ricorrente ha contestato l'omesso esame di fatti decisivi, per avere la Corte utilizzato la transazione, benché l'appaltatore avesse disconosciuto l' autenticità delle pretese sottoscrizioni nella comparsa di risposta del giudizio di opposizione, a fronte dell'omessa formulazione di una istanza di verificazione ad opera della controparte. Tale rilievo è stato condiviso dal Collegio. Ciò perché a fronte del rilievo della non utilizzabilità del documento oggetto di disconoscimento , reiterato in sede di gravame, la Corte di appello aveva stigmatizzato affermando che le contestazioni risultavano in contrasto con il chiaro tenore della transazione e della quietanza. Orbene, il disconoscimento della scrittura privata preclude al giudice l'utilizzo della medesima o, comunque, di prenderla in esame ai fini della formazione del proprio convincimento, finché non sia concluso il procedimento di verificazione. Laddove l'istanza di verificazione non venga proposta, come nel caso di specie, secondo la presunzione legale, essa equivale ad una dichiarazione di non volersi avvalere della scrittura stessa come mezzo di prova , sicché il giudice non deve tenerne conto e la parte che ha disconosciuto la scrittura non può trarre dalla mancata proposizione dell'istanza di verificazione elementi di prova a sé favorevoli. In conseguenza, a parere della Suprema Corte, la transazione era da considerare irrilevante e non utilizzabile da alcune delle parti in causa, oltre che dal giudice. In ragione di tale premessa, il terzo motivo di ricorso, vertente sempre sul contenuto della transazione, è stato ritenuto assorbito mentre il quarto, avente ad oggetto le risultanze della CTU , è stato dichiarato infondato. Ciò premesso, la sentenza è stata cassata, limitatamente al motivo accolto, con rinvio alla Corte di appello di Bologna affinché decida uniformandosi al principio di diritto testé enunciato e tenendo conto dei rilievi svolti.

Presidente Bertuzzi – Relatore Trapuzzano Il testo integrale dell'ordinanza sarà disponibile a breve.