Se non vi è un reciproco scambio di vantaggi, l’imprenditore non può dirsi colluso con il clan mafioso

L’ordinario svolgimento di attività imprenditoriale o lavorativa può dar luogo al concorso esterno nel solo caso in cui ne consegua l’instaurazione con l’associazione – e non già con un suo appartenente, anche se in posizione di vertice – di un rapporto collaborativo di sostanziale parità, nell’ambito del quale il concorrente tragga vantaggi personali e, al contempo, fornisca un contributo causale al perseguimento delle finalità dell’associazione e non dei singoli appartenenti .

Il suesposto principio di diritto è stato pronunciato dalla Corte di Cassazione in occasione di una vicenda che riguardava un imprenditore ritenuto dai giudici del merito colluso con un esponente mafioso. Nel presentare ricorso per cassazione, l'avvocato difensore propone due diversi motivi Violazione di legge e vizio di motivazione in ordine all'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza per il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso . Veniva rilevato come i giudici avessero dato rilevanza a intercettazioni dalle quali non emergeva nulla a carico dell'imputato, mentre non aveva dato rilevanza alle quelle indicate nella memoria difensiva che, di contro, erano favorevoli. Inoltre, si evidenziava come il ricorrente avesse intrattenuto rapporti con i titolari del ristorante, tra i quali non vi era alcun esponente del clan mafioso Violazione di legge e vizio di motivazione con riguardo l' esistenza delle esigenze cautelari . I Giudici ritengono il ricorso fondato. Argomentano affermando che la motivazione è quasi apparente, poiché trae categoriche conclusioni, nel senso di ritenere che il ricorrente sarebbe un imprenditore colluso”, incaricato della gestione del ristorante in nome e per conto del sodalizio, al quale l'intera attività imprenditoriale doveva essere riferita . Sul punto secondo i Giudici occorre effettuare un approfondimento anche per comprendere se ricorrono quegli elementi specifici e concreti sulla base dei quali definire l'attività svolta dall'imputato come agevolatrice non già per i singoli soggetti eventualmente parte del sodalizio criminoso, quanto per il sodalizio in sé. Dalla giurisprudenza consolidata in materia, è definito concorrente esterno in mafia il soggetto che, non inserito stabilmente nella struttura organizzativa dell'associazione e privo dell' affectio societatis , fornisce un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo, sempre che questo esplichi un'effettiva rilevanza causale e, quindi, si configuri come condizione necessaria per la conservazione o il rafforzamento delle capacità operative dell'associazione […] e sia diretto alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso della medesima cfr. Cass. pen., sez. VI, n. 33885 del 2014 . Inoltre, dal punto di vista dell' elemento soggettivo , il dolo diretto deve investire sia il fatto tipico oggetto della previsione criminosa, sia il contributo causale recato dalla condotta dell'agente alla conservazione o al rafforzamento dell'associazione mafiosa, per cui il soggetto ha la consapevolezza e volontà di agevolare anche solo parzialmente il sodalizio criminoso. A fronte di queste precisazioni giurisprudenziali, il Collegio afferma che nella sentenza emessa dalla Corte di Appello non ci sono elementi idonei a sostenere che l'interesse del ricorrente fosse diretto ad agevolare l'associazione mafiosa e non mosso da meri fini economici. Inoltre, dal punto di vista soggettivo, risulta sfumata la consapevolezza dell'imputato quanto all'apportare un contributo partecipativo all'attività mafiosa perché anche se l'imputato conosceva l'effettiva titolarità del ristorante in capo a [ omissis ] - ciò non comporta, per una sorta di automatismo, che qualunque collaborazione nella gestione del compendio aziendale si traduca in un'agevolazione all'attività dell'associazione . Sul punto il Collegio, prima di esprimere il principio di diritto sopra riportato, ribadisce che un imprenditore per poter essere ritenuto un compartecipe esterno a una associazione di stampo mafioso, deve instaurare con la stessa un reciproco rapporto di vantaggi che si sostanziano sia nell'imporsi sul territorio in una posizione dominante sia nel far percepire all'associazione risorse, servizi e utilità . Quanto al secondo motivo di ricorso, anche questo è fondato tanto perché la motivazione è carente dal momento che il ricorrente è sostanzialmente incensurato, quanto perché manca la prova del collegamento diretto con il sodalizio criminoso. Su tali basi, i Giudici annullano la sentenza impugnata e rinviano per un nuovo giudizio.

Presidente Villoni – Relatore Di Geronimo Ritenuto in fatto 1. Il Tribunale del riesame di Catanzaro, riformando parzialmente l'ordinanza cautelare, confermava la misura cautelare dell'obbligo di dimora disposta a carico di T. S. con riguardo al solo reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso, contestato al capo 42 , annullando la misura in relazione al capo 43 . Nell'ordinanza impugnata, il Tribunale riteneva che fossero stati acquisiti plurimi elementi - tutti dedotti dalle intercettazioni telefoniche - idonei a suffragare la tesi secondo cui T. S. dovesse considerarsi un imprenditore colluso, avendo partecipato alla gestione del ristorante omissis , di fatto riconducibile al clan capeggiato da D. M. e materialmente gestito dalla figlia R. M., oltre che dai coniugi A.-L 2. Nell'interesse del ricorrente sono stati formulati due motivi di impugnazione. 2.1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso. Si sottolinea, in particolare, come il Tribunale da un lato aveva valorizzato intercettazioni dalle quali nulla emergeva a carico dell'indagato e, dall'altro, non aveva analizzato le intercettazioni indicate nella memoria difensiva e favorevoli al ricorrente. Complessivamente, dal quadro probatorio non emergevano elementi diversi ed ulteriori rispetto al dato noto dello svolgimento di attività lavorativa del ricorrente all'interno del ristorante omissis , circostanza inidonea a dimostrare che tale condotta fosse strumentale rispetto alla consorteria criminale, tanto più in considerazione del fatto che T. S. non aveva frequentazione con i sodali. Il ricorrente, in buona sostanza, aveva intrattenuto rapporti con i soli titolari - formali e di fatto - del ristorante, tra i quali non figurava alcun appartenente alla associazione, sicché l'unico indiretto collegamento era da individuarsi in R. M., figlia di D. M È pur vero che quest'ultimo aveva dimostrato, nelle conversazioni riportate dal Tribunale, un diretto interessamento alla gestione del ristorante, ma ciò non poteva costituire elemento sufficiente a far ritenere che i soggetti che avevano prestato attività lavorativa all'interno del ristorante fossero per ciò solo da considerarsi concorrenti esterni nell'associazione capeggiata da D. M 2.2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari, sostanzialmente motivata mediante formule di stile e senza valutare, in concreto, quale sarebbe stato il rischio di reiterazione di condotte criminose. Considerato in diritto 1. Il ricorso è fondato. 2. Occorre premettere che la motivazione resa dal Tribunale del riesame è essenzialmente incentrata nel ricostruire il ruolo che aveva D. M. nella gestione del ristorante omissis , facendo emergere come questo fosse solo formalmente intestato a V. M., ma in concreto era gestito da R. M., con l'ausilio dei coniugi A.-L. e, in un secondo momento, di T. S A fronte di tale ricostruzione, nulla è dato sapere in merito alla concreta attività svolta dal T. S., non risultando dall'ordinanza il momento in cui il ricorrente avrebbe iniziato a partecipare alla gestione del ristorante e, soprattutto, non si espone chiaramente il ruolo dal predetto svolto. Le stesse intercettazioni richiamate nell'ordinanza fanno essenzialmente riferimento ad altri soggetti e solo in isolati e sporadici passaggi emerge la figura di omissis , da individuarsi nell'indagato. Il Tribunale del riesame sottolinea l'ingerenza di D. M., nonché l'interessamento di altro sodale - R. G. - rispetto alla gestione del ristorante, ma le conversazioni in questione non vedono mai direttamente partecipe il ricorrente, al quale gli interlocutori sembrano riferirsi in termini essenzialmente critici in merito all'andamento degli affari. L'ordinanza - fornendo una argomentazione che si pone ai limiti della motivazione apparente - trae categoriche conclusioni, nel senso di ritenere che il ricorrente sarebbe un imprenditore colluso , incaricato della gestione del ristorante in nome e per conto del sodalizio, al quale l'intera attività imprenditoriale doveva essere riferita. Si tratta di una conclusione che, per le ragioni esposte nel ricorso, merita un adeguato approfondimento, posto che per potersi addivenire, sia pur in sede cautelare, alla qualificazione della condotta in termini di concorso esterno in associazione di stampo mafioso, occorre l'acquisizione di elementi, specifici e concreti, sulla base dei quali affermare che l'attività agevolativa è stata svolta non già in favore di singoli soggetti, eventualmente appartenenti all'associazione, bensì del sodalizio in quanto tale. Per consolidata giurisprudenza, in tema di associazione di tipo mafioso, assume il ruolo di concorrente esterno il soggetto che, non inserito stabilmente nella struttura organizzativa dell'associazione e privo dell'affectio societatis, fornisce un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo, sempre che questo esplichi un'effettiva rilevanza causale e, quindi, si configuri come condizione necessaria per la conservazione o il rafforzamento delle capacità operative dell'associazione o, per quelle operanti su larga scala come Cosa nostra , di un suo particolare settore e ramo di attività o articolazione territoriale e sia diretto alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso della medesima Sez.6, n. 33885 del 18/6/2014, Marcello, Rv. 260178 Al contempo, sotto il profilo dell'elemento soggettivo, si afferma che ai fini della configurabilità del concorso esterno, occorre che il dolo diretto investa sia il fatto tipico oggetto della previsione incriminatrice, sia il contributo causale recato dalla condotta dell'agente alla conservazione o al rafforzamento dell'associazione, agendo l'interessato nella consapevolezza e volontà di recare un contributo alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso del sodalizio Sez.5, n. 18256 del 10/1/2019, Rv.276768 . Nel caso di specie, il Tribunale del riesame non ha fornito elementi a supporto della sussistenza della gravità indiziaria, limitandosi ad affermare - peraltro richiamando intercettazioni telefoniche non evidentemente concludenti in tal senso - che T. S. gestiva il ristorante omissis per conto dell'associazione. A fronte di tale tranciante affermazione, non è stata fornita adeguata motivazione per far ritenere che l'attività di ristorazione fosse riconducibile agli interessi dell'intera associazione e che non si trattasse della mera attività economica, eventualmente avviata con fondi proventi da reato, riconducibile a D. M. ed alla figlia R. M Ancor più sfumata è la motivazione in ordine all'effettiva consapevolezza da parte di T. S. di fornire un contributo partecipativo all'attività della consorteria criminosa, posto che - ove pure si ritenga provato che T. S. conosceva l'effettiva titolarità del ristorante in capo a D. M. - ciò non comporta, per una sorta di automatismo, che qualunque collaborazione nella gestione del compendio aziendale si traduca in un'agevolazione all'attività dell'associazione. A tal fine, è opportuno richiamare il consolidato orientamento secondo cui integra il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso la condotta dell'imprenditore colluso che, senza essere inserito nella struttura organizzativa del sodalizio criminale, instauri con questo un rapporto di reciproci vantaggi, consistenti nell'imporsi sul territorio in posizione dominante e nel far ottenere all'organizzazione risorse, servizi o utilità Sez. 6 , n. 25261 del 19/4/2018, La Valle, Rv. 273390 . Il principio che se ne evince è che l'ordinario svolgimento di attività imprenditoriale o lavorativa può dar luogo a concorso esterno nel solo caso in cui ne consegua l'instaurazione con l'associazione - e non già con un suo appartenente, anche se in posizione di vertice - di un rapporto collaborativo di sostanziale parità, nell'ambito del quale il concorrente tragga vantaggi personali e, al contempo, fornisca un contributo causale al perseguimento delle finalità dell'associazione e non dei singoli appartenenti. 3. Pur se l'accoglimento del primo motivo è di per sé sufficiente all'annullamento dell'ordinanza impugnata, è opportuno sottolineare come anche il secondo motivo, volto a censurare la sussistenza delle esigenze cautelari, è fondato. La motivazione, sul punto, è obiettivamente carente nella misura in cui da un lato si dà atto che T. S. è un soggetto sostanzialmente incensurato risultando un lontano precedente per reato di minima gravità risalente al 2007 , ma al contempo si afferma la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, desumendolo dalla peculiarità del reato ipotizzato e dalla accertata stabile contiguità con ambienti mafiosi. Invero, per le ragioni in precedenza esposte, è proprio il rapporto diretto con il sodalizio che non ha trovato riscontro, data la mancanza di elementi - specifici e concreti - idonei a dimostrare che il ricorrente non si relazionasse solo con i soggetti interessati alla gestione del ristorante, ma anche con esponenti della associazione diversi da D. M In sostanza, il Tribunale asserisce l'esistenza della contiguità del ricorrente con ambienti mafiosi ma, in concreto, non individua i contatti concretamente intrattenuti. 4. Alla luce di tali considerazioni, l'ordinanza deve essere annullata con rinvio per nuovo giudizio al Tribunale di Catanzaro che, nel riesaminare i motivi di impugnazione, dovrà adeguarsi ai principi espositi in motivazione. P.Q.M., Annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo giudizio al Tribunale di Catanzaro competente ai sensi dell'art. D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 30 9, co.7, c.p.p.