L’accredito sulla Postepay di una somma sottratta tramite phishing non configura frode informatica

Cade definitivamente l’accusa, a carico di una donna, per frode informatica. L’avere ricevuto l’accredito della somma di denaro sottratta in maniera truffaldina a una persona titolare di un conto corrente non è dato sufficiente per far scattare in automatico la responsabilità penale per il reato di frode informatica.

Ricevere sulla propria Postepay una somma che è stata sottratta tramite phishing al titolare di un conto corrente non basta per essere ritenuti colpevoli del reato di frode informatica. A finire sotto processo è Daria nome di fantasia ella si è ritrovata accreditata sulla Postepay a lei intestata una somma sottratta illecitamente , attraverso il cosiddetto phishing, dal conto corrente intestato a Franco nome di fantasia . Per i giudici di merito è inequivocabile la ricezione, seppur solo a livello informatico, della somma di denaro. Di conseguenza, Daria viene condannata, sia in primo che in secondo grado, per il reato di frode informatica e viene punita con sette mesi di reclusione. Col ricorso in Cassazione, però, il legale che rappresenta Daria contesta la valutazione compiuta in Appello. A suo dire, difatti, è insufficiente il richiamo alla mera presenza della somma sottratta a Franco sulla carta intestata a Daria . E, di conseguenza, è illogico, aggiunge, sostenere che Daria abbia commesso il reato che le viene contestato e non individuare chi ha inviato a Franco il link che poi ha portato all’incriminato trasferimento di denaro. Fondamentale è, rivendica il legale, identificare il soggetto che ha inviato a Franco il link fatale, prima di poter ipotizzare una responsabilità del beneficiario dell’accredito , cioè di Daria. Per i giudici di Cassazione le obiezioni proposte dal legale di Daria hanno un solido fondamento. In prima battuta viene ribadito che in Appello la responsabilità di Daria è stata desunta esclusivamente dalla titolarità , da parte sua, della Postepay che ha ricevuto l’accredito proveniente dal conto corrente intestato alla persona offesa , cioè a Franco. Ma tale circostanza non è, di per sé, sufficiente a comprovare che Daria sia il soggetto che si è intromesso abusivamente nel conto corrente di Franco e ha inviato il link attraverso cui è stata realizzata la truffa nota come phishing , concludono i giudici. Cade definitivamente, quindi, l’accusa a carico di Daria. Ciò alla luce del principio secondo cui in assenza di ulteriori elementi indiziari, la semplice titolarità della Postepay beneficiaria dell’illecito accredito non è sufficiente a dimostrare la penale responsabilità in ordine al reato di frode informatica, essendo necessario, invece, accertare se il titolare della carta sia il responsabile dell’invio della mail o del sms contenente il link che ha reso possibile l’abusiva intromissione nel sistema informatico del conto corrente della persona vittima della truffa.

Presidente Imperiali Relatore Cersosimo Il testo integrale della sentenza sarà disponibile a breve.