La pericolosità generica reinterpretata dal diritto vivente opera in via retroattiva

La lettura tipizzante della categoria di pericolosità generica affermata nella sentenza 24/2019 dalla Corte Costituzionale, alla luce delle direttive ermeneutiche delineate dalla sentenza della Corte EDU De Tomaso c/to Italia, trova applicazione retroattiva.

Ciò in quanto la Corte Costituzionale, con la sentenza 24/2019, operando un’interpretazione riduttiva della norma, si è limitata a ricondurre nei contorni della determinatezza solo condotte palesemente sintomatiche di pericolosità generica. Dunque, non sussiste violazione dell’art. 7 CEDU atteso che, in questi termini, l’interpretazione fornita dalla Corte non è sfavorevole al reo ma, al contrario, più favorevole rispetto alla lettera della norma, restringendone così il campo applicativo. La Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 44414/2022, depositata il 22 novembre u.s., si pronuncia in tema di confisca di prevenzione, con particolare riguardo alla necessaria tassatività delle disposizioni di prevenzione idonee a fondare la pericolosità sociale. Il fatto. La Corte d'Appello di Messina, seppur in parziale riforma, confermava le statuizioni del decreto del Tribunale territoriale con cui veniva rigettata la richiesta di applicazione della sorveglianza speciale a carico di un soggetto, ma al contempo veniva disposta nei suoi medesimi riguardi la confisca di prevenzione di ingenti quantitativi di beni. La decisione del Tribunale si fondava sul positivo apprezzamento di una pregressa pericolosità sociale del proposto, in un arco temporale intercorrente tra il 1998 e il 2010, ove venivano rilevate attività illecite di tipo usurario accertate con condanna passata in giudicato, da dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e da altre indagini in corso. Quindi, la pericolosità veniva individuata nella figura del soggetto che vive abitualmente dei proventi di attività delittuose ex articolo , comma 1, lett. b e art. 4, comma 1, lett.c D.lgs.159/2011 . Avverso tale provvedimento viene proposto ricorso per Cassazione, mediante l'articolazione di una serie di motivi di doglianza, tra i quali quello della violazione di legge con riguardo alla succitata norma incriminatrice così come reinterpretata alla luce dell'evoluzione pretoria nazionale ed europea. Secondo il ricorrente, infatti, poiché le condotte da cui è stata desunta la sua pericolosità sociale si collocano in epoca anteriore alla esegesi tassativizzante e tipizzante attuata dal diritto vivente dell' articolo , comma 1, lett. b D.Lgs.159/2011 , quando vi era un deficit di prevedibilità. Tale interpretazione, parallelamente a quanto avvenuto nel caso Contrada rispetto alla fattispecie del concorso esterno in associazione mafiosa, dovrebbe precludere l'operatività retroattiva delle norme oggetto di nuova lettura ermeneutica. Il ricorso è infondato. Le censure sollevate non meritano accoglimento. La Corte di Cassazione, con specifico riguardo alle questioni inerenti all'impossibilità applicativa dei criteri di individuazione della pericolosità sociale per i fatti precedenti alla giurisprudenza derivata dalla sentenza della Corte EDU del 2017 De Tomaso contro Italia, non condivide le argomentazioni difensive. Più segnatamente, i Giudici del Palazzaccio evidenziano che non è del tutto chiaro se l' applicazione retroattiva dell' articolo , comma 1, lett. b D.Lgs.159/2011 a condotte antecedenti all'intervento tassativizzante della Corte Costituzionale con la sentenza 24 del 2019 integri una violazione di legge oppure no. Tuttavia, la Corte Decidente avalla l'orientamento prevalente che ritiene non applicabile il principio di irretroattività sfavorevole ai criteri di individuazione della pericolosità sociale in materia di prevenzione. Difatti, si è affermato che in tale ambito la lettura tassativizzante della categoria di pericolosità generica affermata nella sentenza 24/2019 della Corte Costituzionale , alla luce delle direttive ermeneutiche delineate dalla sentenza della Corte EDU De Tomaso c/to Italia, trova applicazione anche con riferimento alle condotte antecedenti a siffatte pronunce. Tanto perché la Corte Costituzionale, con la sentenza 24/2019, operando un'interpretazione riduttiva della norma, si è limitata a ricondurre nei contorni della determinatezza solo condotte palesemente sintomatiche di pericolosità generica. Dunque, non sussiste violazione dell'articolo CEDU atteso che, in questi termini, l'interpretazione fornita dalla Corte non è sfavorevole al reo ma, al contrario più favorevole rispetto alla lettera della norma, restringendone il campo applicativo. Pertanto, la Corte di Cassazione, alla luce del percorso argomentativo sviluppato sui confini applicativi della confisca di prevenzione, rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Presidente Palla Relatore Brancaccio Il testo integrale della sentenza sarà disponibile a breve.