Piano Condor: anche i “quadri intermedi” dell’apparato repressivo devono ritenersi responsabili di omicidio

Con la decisione in commento, la Corte di Cassazione ha preso in considerazione la responsabilità penale dei c.d. quadri intermedi del Piano Condor il crudele piano condiviso ed attuato da una serie di dittature sudamericane negli anni Settanta, volto a fermare ed eliminare gli oppositori politici di detti regimi [ ].

[ ] Si è, infatti, ritenuto che essendo risultata la consapevolezza di tali persone sul fatto che coloro, che erano stati arrestati e torturati, rischiavano concretamente di essere trucidati, allora a nulla varrebbe far riferimento, per invocare l’innocenza, all’ordine gerarchico, in quanto palesemente illegittimo e contrario ai principi fondamentali del diritto anche internazionale ius gentium , né alla mancanza di una prova piena in punto di dolo, poiché in effetti è sufficiente dimostrare l’accettazione di tale rischio e la consapevolezza che l’ubbidienza anche acritica e solerte può avere l’effetto di rafforzare l’intento criminoso apicale. Secondo la Corte Suprema, infatti, una volta stabilito che i quadri intermedi in qualche modo, per la loro qualifica e per la loro particolare connotazione, condividevano le finalità concrete del Piano Condor, allora il fatto che non avessero formalmente intimato l’uccisione o non l’avessero provocata materialmente non gli esime va da responsabilità penale, specie quando come nel caso di specie l’evento morte dei prigionieri era la regola e tale prospettiva assolutamente resa chiara ai prigionieri. Ma se così è, la decisione in questione, non fa altro che applicare, seppur in un contesto assai particolare e complesso, i consueti principi in termini di dolo eventuale sicché parrebbe non oltremodo particolarmente interessante, se non appunto per il contesto di applicazione delle massime enunciate. Tuttavia, è da notare che nel difendere le motivazioni e le conclusioni a cui era pervenuta la Corte d’Assise d’Appello, la Cassazione ha dovuto legittimare il fatto che si sia ribaltato il giudizio di primo grado senza procedere ad alcuna rinnovazione dibattimentale. E ciò è stato possibile perché la Corte ha ritenuto che in realtà non vi sia stata una rivalutazione di singole o specifiche dichiarazioni o una svalutazione o rivalutazione di prove dichiarative, ma una loro complessiva valutazione alla luce di prove documentali acquisite in sede d’appello. Si è così ribadito che in realtà la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale non è automatica, poiché non deve essere effettuata , qualora la reformatio in peius , sia fondata su una rivalutazione del compendio probatorio travisato dal giudice di primo grado su una prova dichiarativa il cui significato probatorio sia considerato in maniera diversa alla luce delle prove, se del caso anche documentali, nel mentre acquisite su una nuova valutazione dell’intero compendio probatorio Poiché nel caso di specie non si dubitava dell’attendibilità delle prove dichiarative né del significato lessicale da attribuire alle parole dette , allora la Corte d’Appello non era tenuta a rinnovare l’istruzione dibattimentale, ben potendo rivalutare e dare diverso significato probatorio all’intero compendio acquisito. Stando così le cose, la Corte non ha potuto che respingere tutti i ricorsi presentanti e confermare le condanne inflitte. Se non che una riflessione conviene svolgere sul punto in questione l’approccio della Cassazione in tema di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale è ragionevole e si può condividere, ma è pur vero che è necessario avere un punto di riferimento estremamente chiaro. Se è vero che per il sol fatto che si perviene ad una condanna in appello, a fronte di una assoluzione di primo grado, non deve sempre e comunque procedersi ad una rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, è pur vero che quando il contenuto probatorio delle dichiarazioni in questione viene sostanzialmente modificato nella decisione di secondo grado, allora non può che domandarsi perché mai non dovrebbe esservi una rinnovazione dell’istruzione in questione. E ciò varrebbe anche ed a maggior ragione a fronte di nuovi documenti , posto che proprio su questi ben si potrebbero assumere nuove indicazioni e chiarimenti in merito alle dichiarazioni in precedenza rilasciate. Insomma, il punto è quale valore ha preminenza, se quello della formazione della prova nel contraddittorio delle parti o quello dell’economia processuale. Si dirà sono entrambi enunciati nella Costituzione. Verissimo, ma entrambi protesi alla realizzazione di un giusto processo, ed è questo il riferimento essenziale, che trova in fondo ancor oggi così difficile ed effettivo spazio nel nostro ordinamento.

Presidente Zaza Relatore Cappuccio Il testo integrale della sentenza sarà disponibile a breve.