È possibile l’autonoma azione di rivendica di un bene pignorato? Sì, ma rispettando alcune condizioni

Il decreto di trasferimento in favore dell'aggiudicatario, pur costituendo titolo d'acquisto, non lo rende immune da pretese di terzi e dal rischio di evizione, indipendentemente dalla sua stessa buona fede.

Una donna agiva in giudizio per rivendicare l'area di sedime di un fabbricato assumendo di esserne la legittima comproprietaria. In particolare, l'attrice contestava l'acquisto di detta area intervenuto con decreto di trasferimento emesso in favore della controparte nell'ambito di un procedimento esecutivo immobiliare , affermando che il predetto terreno costituiva corte comune dei fabbricati della richiedente e del coniuge, entrambi esecutati nella menzionata procedura espropriativa. Il convenuto, ovviamente, contestava la pretesa attorea rilevando che la menzionata area era stato oggetto di esplicita considerazione nell'elaborato peritale e, in via riconvenzionale, domandava la demolizione dei manufatti eseguiti dall'attrice nella zona contesa oltre al risarcimento dei danni procuratigli in ragione del tardivo rilascio del cespite aggiudicato. Il Tribunale accoglieva parzialmente la domanda attorea condannando la controparte a ripristinare lo status quo ante, alterato dalle opere realizzate dal medesimo su area di proprietà comune non esclusiva e rigettava le domande riconvenzionali, condannando l'uomo al pagamento delle spese di lite. Il giudice di prime cure rilevava che nel processo di esecuzione forzata l'immobile era stato suddiviso in diversi lotti, il primo attribuito al convenuto ed il quarto all'attrice, ai quali era, comunque, comune la pertinenziale area oggetto di contesa. Nel proporre appello, l'uomo chiedeva la riforma della decisione per avere inciso la stabilità e definitività del decreto di trasferimento del bene, atto traslativo a suo favore della proprietà esclusiva del terreno, non impugnato con opposizione ex art. 617 c.p.c. dalla donna, pur essendo quest'ultima parte del processo esecutivo. La Corte di appello, in parziale riforma del provvedimento impugnato, condannava l'originaria attrice al risarcimento del danno per ritardato rilascio del bene e alla rimozione di una tettoia, mentre respingeva per il resto il gravame, condannando l'appellante al rimborso di una parte delle spese del giudizio. Avverso la decisione veniva proposto ricorso per cassazione. Quid iuris ? La Suprema Corte rileva che, per come compiutamente osservato dalla Corte territoriale, risultano smentite le asserzioni dell'uomo riguardanti la ricomprensione dell'intera area oggetto di contesa nel primo lotto, aggiudicato dallo stesso. Se è vero, infatti, che, nell'ambito di formazione dei lotti, il giudice dell'esecuzione ha facoltà di accorpare e scorporare i cespiti per conseguire il risultato di una migliore vendita dei beni staggiti, la Corte di appello ha chiaramente escluso che ciò sia avvenuto nella fattispecie in esame e con riguardo all'area cortiliva rivendicata dalla comproprietaria peraltro, come risulta dalla stessa trascrizione, nella motivazione della sentenza sono esplicitati gli elementi istruttori considerati e il percorso logico per addivenire a tale conclusione. Invece, ciò che per la Suprema Corte assume rilievo nel caso di specie è il fatto che il decreto di trasferimento in favore dell'uomo, e contro gli esecutati, contenga la menzione dell'intera area, successivamente in comproprietà con autonoma azione dall'esecutata. Con le sue censure -argomentano gli Ermelliniil ricorrente ha posto diverse questioni da un lato, la proponibilità di un'azione di rivendica da parte della co-esecutata dall'altra, l'irrilevanza ex art. 2929 c.c. per l'aggiudicatario di eventuali vizi, oltretutto non denunciati con tempestiva opposizione ex art. 617 c.p.c. , afferente agli atti esecutivi e, segnatamente, al decreto di trasferimento che all'uomo ha espressamente trasferito anche l'area oggetto di rivendica. In proposito la Suprema Corte ricorda la natura derivativa dell'acquisto in executivis e così il principio secondo cui nemo plus iuris quam ipse habet transferre potest . Da tale riconoscimento deriva che nemmeno il giudice dell'esecuzione forzata può trasmettere un diritto reale maggiore, per qualità o estensione, rispetto a quello che è stato oggetto di pignoramento e, conseguentemente che il decreto di trasferimento in favore dell'aggiudicatario, pur costituendo titolo d'acquisto, non lo rende immune da pretese di terzi e dal rischio di evizione . Tuttavia, gli Ermellini rilevano che, nel caso in esame, non solo non risulta che il giudice dell'esecuzione abbia trasferito un bene non precedentemente pignorato ma occorre stabilire se al trasferimento di un immobile, oggetto di pignoramento, qualora avvenuto in difformità rispetto alle regole della vendita, si attagli il predetto principio. Dunque, se e in quale modo l'atto traslativo possa essere contestato. Ricorda la Suprema Corte che, con riguardo ai soggetti qualificabili in senso tecnico come terzi, cioè estranei al processo esecutivo, che siano stati lesi dal trasferimento coattivo di un loro diritto reale, è indubbio che gli stessi possano far valere le loro ragioni anche nei confronti dell'aggiudicatario, indipendentemente dalla sua buona fede. Infatti, è indubbio che nell'esecuzione immobiliare i terzi titolari di diritti reali sulla cosa possono far valere le loro pretese anche nei confronti dell'acquirente in buona fede. Rispetto ai terzi, poi, non assume sicuramente rilievo la regola che preserva l'aggiudicatario da eventuali vizi del processo esecutivo, purché non attinenti alla vendita stessa, ma diversa è la posizione dell'esecutato o, comunque, del soggetto coinvolto nella procedura esecutiva. Ecco perché, pur confermando nel merito e in linea generale le richieste della donna, in conclusione la Corte ha rilevato l'inammissibilità originaria della sua azione in applicazione del seguente principio di diritto, secondo cui le parti del processo esecutivo hanno l'onere di denunciare con l'opposizione ex art. 617 c.p.c. l'errore nel trasferimento all'aggiudicatario di un cespite che è oggetto di pignoramento, essendo inammissibile un'azione nella specie di rivendica autonoma, cioè distinta da rimedi tipici dell'esecuzione forzata e proposta per contrastare gli effetti dell'esecuzione, ponendoli nel nulla o limitandoli. Come già anticipato, la Suprema Corte precisa che quanto esposto non vale nei confronti dei soggetti terzi, rimasti estranei al processo esecutivo perché, in quanto tali, essi non sono legittimati alla proposizione dell'opposizione ex art. 617 c.p.c. ma devono riconoscersi dotati della legittimazione ad agire a tutela delle proprie ragioni con autonome azioni di accertamento della proprietà, oltreché, se ancora pendente l'espropriazione, con l'opposizione di terzo ex art. 619 c.p.c. In ragione della descritta situazione processuale, perciò, la donna ha comunque partecipato al procedimento di esecuzione forzata e non può essere considerata alla stregua di un terzo estraneo alla procedura, con la conseguenza che l'unico strumento a sua disposizione era costituito dalla opposizione agli atti esecutivi.

Presidente De Stefano Relatore Fanticini Il testo integrale della sentenza sarà disponibile a breve.