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Notizie a cura di La Stampa.it |
PROFESSIONE

decreto coronavirus | 18 Marzo 2020

Il trattamento dei dati sanitari dei lavoratori all’epoca dell’emergenza COVID-19

Un caso pratico tra norme emergenziali e applicazione del Regolamento 679/2016 sulla protezione dei dati personali

di Alessandro Del Ninno - Prof. Avvocato, Studio Legale Tonucci & Partners

Le norme emergenziali sul trattamento dei dati personali finalizzato al contenimento e al contrasto dell’epidemia di COVID-19. Tutela della privacy vs. necessità emergenziali: quale equilibrio?  

Come è noto, nei giorni scorsi l’introduzione di norme emergenziali per il contenimento e il contrasto della grave epidemia in corso di COVID-19 ha interessato anche la normativa data protection, che ovviamente viene primariamente in considerazione in un momento così grave (si pensi alla tracciatura dei dati sanitari tra tamponi e contagi, agli incroci delle informazioni a scopo di studio epidemiologico, alle comunicazioni tra enti pubblici e privati dei dati dei cittadini positivi al COVID-19 che necessitano di ospedalizzazione ai fini della gestione dei posti, anche di terapia intensiva, etc).
 

Tutti si fanno la stessa domanda: ha senso in questo momento la protezione dei dati personali in un contesto emergenziale, dove la “privacy” potrebbe essere sentita come – oppure potrebbe costituire oggettivamente – un ostacolo alla gestione dell’emergenza? La domanda in realtà reca in sé una trappola “emotiva”, possibile fonte di risposte e reazioni istintive che effettivamente sembrano spingere verso la direzione di considerare la “privacy”, in questo momento, un qualcosa di cui fare volentieri a meno: ad esempio in Corea del Sud, che era il secondo Paese al mondo per numero di contagi fino a qualche giorno fa, sono riusciti attualmente a fermare l’epidemia (oramai sotto controllo) anche attraverso una app di geolocalizzazione degli spostamenti dei cittadini, in grado di ricostruire compiutamente la cosiddetta “catena dei contatti” in caso di positività al virus, con il pronto isolamento degli interessati. Alcuni studi sostengono che questo controllo capillare via cellulare (in Europa non praticabile in base alle attuali regole data protection, anche emergenziali) abbia contribuito in maniera addirittura decisiva (unitamente ai tamponi effettuati su tutta la popolazione asintomatica) al controllo ormai in atto dell’epidemia in quale Paese.
In realtà non dobbiamo e possiamo correre il rischio (grave quanto quello epidemico in corso) di rinunciare alla privacy: la tenuta democratica delle istituzioni e la tenuta anche dell’insieme delle garanzie e tutele democratiche e normative in favore della cittadinanza passa anche attraverso il mantenimento (non la rinuncia) delle ordinarie prescrizioni sulla protezione dei dati personali, da gestire con freddezza che eviti scelte istintive e dannose anche nel medio termine.
D’altera parte, tanto il Regolamento Generale UE 679/2016 (“RGPD”) sulla protezione dei dati personali quanto la stessa logica che da sempre permea la disciplina sulla protezione dei dati personali (e cioè quella del contemperamento di opposte esigenze come la libera circolazione delle informazioni e il diritto alla protezione dei dati personali), contengono in sé dei meccanismi atti a rendere applicabile – senza snaturarla – la protezione dei dati anche in contesti emergenziali come quello che stiamo vivendo. Senza che sia cioè necessario rinunciare in toto alle tutele (e alle corrispondenti prescrizioni obbligatorie in capo a chi tratta i dati) come molti vorrebbero fare (istintivamente) in questo momento.

 



— Il Comunicato 16 Marzo 2020 del Presidente del Comitato Europeo per la protezione dei dati personali

— Il quadro di insieme delle misure emergenziali – normative o di altro tipo - ad oggi adottate in Italia: le regole specifiche in materia di trattamento e protezione dei dati personali

— La Circolare del Ministero dell’Interno 17 Marzo 2020 e il nuovo modello di autocertificazione per gli spostamenti in deroga al divieto di circolazione: i problemi data protection

— Un caso pratico: se il dipendente di un’azienda risulta positivo al COVID-19, si può effettuare una comunicazione a tutti i dipendenti dell’azienda mettendoli a conoscenza della circostanza (e identificando il collega positivo)?

— La comunicazione ai colleghi dei dati sanitari (affezione da COVID-19) del lavoratore in stato di incoscienza (terapia intensiva)

— La comunicazione ai colleghi dei dati sanitari (affezione da COVID-19) del lavoratore cosciente

— La comunicazione ai colleghi dei dati sanitari (affezione da COVID-19) del lavoratore nella prospettiva dei “motivi di interesse pubblico rilevante”

— La comunicazione ai colleghi dei dati sanitari (affezione da COVID-19) del lavoratore nella prospettiva del Protocollo