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PENALE e PROCESSO

reati tributari | 15 Marzo 2018

Doppio binario sanzionatorio in materia tributaria

di Carmelo Minnella - Avvocato penalista

Ne bis in idem nella giurisprudenza della Corte EDU e sue ricadute nell’ordinamento italiano.  

Sono numerosi i procedimenti penali instaurati per fatti di omesso pagamento dell’IVA (ex art. 10-ter d.lgs. n. 74/2000), in relazione ai quali, tuttavia, si è già concluso il procedimento di accertamento dell’illecito tributario (ai sensi dell’art. 13, comma 1, d.lgs. n. 471/1997), all’esito del quale l’amministrazione finanziaria dello Stato, oltre a liquidare il debito erariale non versato, irroga una sanzione amministrativa pari al 30% dell’imposta evasa (c.d. ‘sovrattassa’). Oppure ai processi per il delitto previsto dall’art. 5, comma 1, del d.lgs. n. 74/2000 per avere omesso di presentare la dichiarazione relativa all’IRPEF e all’IVA, al fine di evadere tali imposte per un importo superiore alla soglia di punibilità, laddove il medesimo fatto storico abbia già integrato anche gli estremi degli illeciti amministrativi (previsti dagli artt. 1, comma 1, quanto all’IRPEF, e dall’art. 5, comma 1, del medesimo decreto, quanto all’IVA).
La sentenza Grande Stevens della Corte EDU, del 4 marzo 2014, ha aperto una breccia nel versante del doppio binario sanzionatorio, con ricadute anche sul versante dell’accertamento degli illeciti in materia tributaria (amministrativo e penale), per le possibili conseguenze che la pronuncia europea e, più in generale, la giurisprudenza di Strasburgo sul ne bis in idem che in materia poteva avere.
La tematica si interseca imprescindibilmente con l’altra annosa questione che riguarda le Carte fondamentali (Costituzione, Convenzione EDU, Trattati UE) e la Corti (Costituzionale, EDU e di Giustizia UE), con particolare riferimento alla compatibilità del doppio binario in ambito tributario: 1) con la CEDU (e soprattutto  all’applicazione della giurisprudenza della Corte di Strasburgo nell’ordinamento interno); 2) al diritto euro-unitario, in particolare con l’art. 50 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che sancisce il principio di ne bis in idem in materia fiscale (sulla quale la sentenza 5 aprile 2017, la IV Sezione della Corte di Giustizia UE, nelle cause Orsi e Baldetti, ha posto un primo punto fermo in relazione alla legittimità dell’articolazione normativa del “doppio binario” punitivo nel nostro ordinamento: è legittimo sanzionare la società e punire il rappresentante legale per lo stesso fatto).
L’annosa questione (che sembra essere lontana dalla sua risoluzione definitiva) si è arricchita da ultimo di 2 importanti capitoli: il revirement in argomento della Corte EDU (che, a partite dalla sentenza A e B contro Norvegia 15 novembre 2016, ha mitigato il precedente orientamento sul ne bis in idem attraverso l’introduzione del criterio della «connessione sostanziale e temporale sufficientemente stretta»), e la sentenza della Corte Costituzionale n. 43 depositata il 2 marzo 2018 che, alla luce del mutamento del diritto vivente europeo, ha disposto la restituzione degli atti al giudice a quo (il Tribunale di Monza) che aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 649 c.p.p. «nella parte in cui non prevede l’applicabilità della disciplina del divieto di un secondo giudizio nei confronti dell’imputato al quale, con riguardo agli stessi fatti, sia già stata irrogata in via definitiva, nell’ambito di un procedimento amministrativo, una sanzione di carattere sostanzialmente penale ai sensi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dei relativi Protocolli».

 



— La sentenza n. 49/2015 della Corte Costituzionale e la sua successiva giurisprudenza

— Grande Stevens e giurisprudenza “consolidata” della Corte EDU

— Il rinvio pregiudiziale del doppio binario punitivo tributario alla Corte di Giustizia UE

— La questione di legittimità costituzionale dell’art. 649 c.p.p. e la sentenza n. 43/2018

— Il revirement della Corte EDU sul ne bis in idem e la restituzione degli atti al giudice a quo

— Scenari futuri