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PENALE e PROCESSO

sovraffollamento carceri | 27 Marzo 2017

Detenzione inumana o degradante: profili sostanziali e processuali

di Carmelo Minnella - Avvocato penalista

L’8 gennaio 2013, la Corte europea dei diritti dell’uomo emetteva nei confronti dell’Italia (caso Torregiani più altri) una severa sentenza di violazione dell’art. 3 Cedu, evidenziando il problema cronico del sovraffollamento carcerario.
Detta pronuncia è stata adottata nelle forme della “sentenza pilota”, in base alla procedura fondata sull’art. 46, comma 1, Cedu, che consente alla Corte di Strasburgo, allorché riconosce l’esistenza di un problema strutturale, di indicare allo Stato le misure generali che esso deve adottare per porre rimedio alla situazione dell’ordinamento interno incompatibile con la Cedu. Con la sentenza Torregiani, quindi, la Corte EDU, non ha soltanto esortato l’Italia ad agire per ridurre il numero di detenuti ampliando il ricorso a misure punitive alternative a quelle carcerarie e riducendo al minimo il ricorso alla custodia cautelare in carcere (richiamando tra l’altro le Raccomandazioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa), ma le ha chiesto di provvedere ad introdurre procedure attivabili dai detenuti per porre fine e rimedio a condizioni di detenzione o trattamenti carcerari in contrasto con l’art. 3 Cedu che, a differenza di quelle al momento in vigore, fossero accessibili ed effettive. Procedure, in altri termini, idonee a produrre rapidamente il risultato concreto della cessazione della violazione del diritto a non subire trattamenti inumani o degradanti ovvero, nel caso in cui la situazione fosse già cessata, ad assicurare con altrettanta rapidità e concretezza forme di riparazione adeguate e sufficienti alla violazione subita dal detenuto.
Come ha evidenziato la Suprema Corte, un invito molto simile ad un comando di legislazione, deputato ad operare, quale obiettivo indicatore di scopo, voluntas e ratio legis, anche alla stregua di indefettibile criterio ermeneutico, ai fini della corretta applicazione della disciplina per esso introdotta. Ne consegue che, fronte di diverse opzioni interpretative, il principio da seguire è che va accolta l’interpretazione che comporta per il detenuto il massimo di facilità di accesso ai rimedi all’uopo introdotti nell’ordinamento interno e il massimo di effettività degli stessi (Sez. I, n. 876/2016).



— Il rimedio risarcitorio introdotto dall’art. 35-ter ordinamento penitenziario

— Profili sostanziali

— Profili procedimentali