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FAMIGLIA e SUCCESSIONI

testamento biologico | 14 Giugno 2019

Amministrazione di sostegno e rifiuto delle cure: normativa incostituzionale?

di Giuseppe Marino - Avvocato e Dottore di ricerca in Giustizia costituzionale

Il conferimento all’amministratore di sostegno della rappresentanza esclusiva in ambito sanitario non reca con sé, anche e necessariamente, il potere di rifiutare i trattamenti sanitari necessari al mantenimento in vita: spetta al giudice tutelare attribuirglielo in occasione della nomina, laddove in concreto già ne ricorra l’esigenza, o successivamente, allorché il decorso della patologia del beneficiario lo richieda.  

(Corte Costituzionale, sentenza n. 144/19; depositata il 13 giugno)

Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 144/19, depositata il 12 giugno.

 

L’amministratore di sostegno può rifiutare le cure necessarie per l’amministrato: le censure del giudice a quo. La pronuncia in commento trae origine dalla questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, commi 4 e 5, l. n. 219/2017 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento), nella parte in cui stabilisce che l’amministratore di sostegno che abbia la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, in assenza delle disposizioni anticipate di trattamento (DAT), possa rifiutare, senza l’autorizzazione del giudice tutelare, le cure necessarie al mantenimento in vita dell’amministrato.
Secondo il giudice rimettente, le norme censurate si porrebbero in contrasto, innanzitutto, con gli artt. 2, 13 e 32 Cost., in quanto sarebbe necessario che, in assenza delle DAT, la volontà di esercitare il diritto inviolabile e personalissimo di rifiutare le cure, che troverebbe fondamento in tali norme costituzionali, sia ricostruita in modo da salvaguardare la natura soggettiva del diritto medesimo: salvaguardia che sarebbe garantita solo con l’intervento di un soggetto terzo e imparziale quale è il giudice.  Le disposizioni censurate, poi, si porrebbero in contrasto con l’art. 3 Cost. ed, in particolare, con il principio di ragionevolezza.

 

Il quadro normativo. La legge n. 219/2017 ha dato attuazione al principio del consenso informato nell’ambito della relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico. La stessa legge ha, poi, introdotto l’istituto delle DAT, prevedendo che ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di determinarsi, possa esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, a tale scopo indicando un “fiduciario”, che faccia le sue veci e la rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie.
L’art. 3 reca la disciplina applicabile nel caso in cui il paziente sia non una persona (pienamente) capace di agire, ma una persona minore di età, interdetta, inabilitata o beneficiaria di amministrazione di sostegno: le norme censurate regolano, in particolare, quest’ultimo caso.

 

L’amministrazione di sostegno si adatta al caso concreto. La pronuncia in commento ricorda che l’ambito dei poteri dell’amministratore è correlato alle caratteristiche del caso concreto (cfr. Corte Cost. n. 51/10 e n. 440/05), secondo quanto previsto dal giudice tutelare nel provvedimento di nomina, che deve contenere, tra le altre indicazioni, quelle concernenti l’oggetto dell’incarico e gli atti che l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario (art. 405, comma 5, n. 3, c.c.), nonché la periodicità con cui l’amministratore di sostegno deve riferire al giudice circa l’attività svolta e le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario (art. 405, comma 5, n. 6, c.c.).
Tale istituto, quindi, consente al giudice tutelare di adeguare la misura alla situazione concreta della persona e di variarla nel tempo, in modo tale da assicurare all’amministrato la massima tutela possibile a fronte del minor sacrificio della sua capacità di autodeterminazione (cfr., ex plurimis, Cass. Civ. n. 11536/17). L’amministrazione di sostegno è, insomma, un istituto duttile, che, proprio in ragione di ciò, può essere plasmato dal giudice sulle necessità del beneficiario, anche grazie all’agilità della relativa procedura applicativa (Cass. Civ. n. 17962/15 e n. 22332/11).
Attribuendo al giudice tutelare il compito di modellare l’amministrazione di sostegno in relazione allo stato personale e alle condizioni di vita del beneficiario, il legislatore ha inteso limitare nella minore misura possibile la capacità di agire della persona disabile: il che marca nettamente la differenza con i tradizionali istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione.
La ricostruzione del quadro normativo riguardante l’amministrazione di sostegno mette in evidenza l’erroneità del presupposto interpretativo su cui si fondano le questioni di legittimità costituzionale proposte dal rimettente. Contrariamente a quanto ritenuto dal giudice a quo, le norme censurate non attribuiscono ex lege ad ogni amministratore di sostegno che abbia la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario anche il potere di esprimere o no il consenso informato ai trattamenti sanitari di sostegno vitale.

 

L’amministratore non ha diritto di vita o di morte sull’amministrato. Nella logica dell’amministrazione di sostegno, è il giudice tutelare che, con il decreto di nomina, individua l’oggetto dell’incarico e gli atti che l’amministratore ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario. Spetta al giudice, pertanto, il compito di individuare e circoscrivere i poteri dell’amministratore, anche in ambito sanitario, nell’ottica di apprestare misure volte a garantire la migliore tutela della salute del beneficiario, tenendone pur sempre in conto la volontà, come espressamente prevede l’art. 3, comma 4, l. n. 219/2017. Tali misure di tutela, peraltro, non possono non essere dettate in base alle circostanze del caso di specie e, dunque, alla luce delle concrete condizioni di salute del beneficiario. La specifica valutazione del quadro clinico della persona, nell’ottica dell’attribuzione all’amministratore di poteri in ambito sanitario, tanto più deve essere effettuata allorché, in ragione della patologia riscontrata, potrebbe manifestarsi l’esigenza di prestare il consenso o il diniego a trattamenti sanitari di sostegno vitale: in tali casi, infatti, viene a incidersi profondamente su “diritti soggettivi personalissimi” (cfr., ex plurimis, Cass. Civ. n. 12998/19 e n. 14158/17). Pertanto, la decisione del giudice circa il conferimento o no del potere di rifiutare tali cure non può non essere presa alla luce delle circostanze concrete, con riguardo allo stato di salute del disabile in quel dato momento considerato.

 

Cure necessarie al mantenimento in vita dell’amministrato: la decisione è del giudice tutelare. L’esegesi della disciplina impugnata, tenuto conto dei principi che conformano l’amministrazione di sostegno, porta allora a negare che il conferimento della rappresentanza esclusiva in ambito sanitario rechi con sé, anche e necessariamente, il potere di rifiutare i trattamenti sanitari necessari al mantenimento in vita. Le norme censurate si limitano a disciplinare il caso in cui l’amministratore di sostegno abbia ricevuto anche tale potere: spetta al giudice tutelare, tuttavia, attribuirglielo in occasione della nomina – laddove in concreto già ne ricorra l’esigenza, perché le condizioni di salute del beneficiario sono tali da rendere necessaria una decisione sul prestare o no il consenso a trattamenti sanitari di sostegno vitale – o successivamente, allorché il decorso della patologia del beneficiario specificamente lo richieda.