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FAMIGLIA e SUCCESSIONI

diritti dei minori | 22 Dicembre 2016

Automatica attribuzione del cognome paterno al figlio: norma incostituzionale

di Giuseppe Marino - Avvocato e Dottore di ricerca in Giustizia costituzionale

La norma sull’attribuzione del cognome paterno è incostituzionale nella sola parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno. 

(Corte Costituzionale, sentenza n. 286/16; depositata il 21 dicembre)

Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 286, pubblicata il 21 dicembre 2016.

Le censure del giudice rimettente. La pronuncia in commento trae origine dalla questione di legittimità costituzionale della norma, desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 c.c., 72, comma 1, r.d. n. 1238/1939 e 33 e 34, d.P.R. n. 396/2000, che prevede l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio nato in costanza di matrimonio, in presenza di una diversa volontà contraria dei genitori.
Il giudice a quo denuncia il contrasto di tale norma con: l’art. 2 Cost., per lesione del diritto all’identità personale, comportante il diritto del singolo individuo di vedersi riconoscere i segni di identificazione di entrambi i rami genitoriali; gli artt. 3 e 29,comma 2, Cost., poiché sarebbe leso il diritto di uguaglianza e pari dignità dei genitori nei confronti dei figli e dei coniugi tra di loro; l’art. 117,comma 1, Cost., in riferimento all’art. 16,comma 1, lett. g), della Convenzione sulla eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, alle raccomandazioni del Consiglio d’Europa n. 1271/1995 e n. 1362/1998, nonché alla risoluzione n. 37/1978, relative alla piena realizzazione dell’uguaglianza dei genitori nell’attribuzione del cognome dei figli.

Esiste una norma che prevede l’attribuzione automatica del cognome paterno? L’esistenza della norma impugnata è stata già riconosciuta dalla giurisprudenza costituzionale, essendo presupposta dalle medesime disposizioni, regolatrici di fattispecie diverse, individuate dal giudice rimettente: artt. 237, 262 e 299 c.c., nonché artt. 33 e 34, d.P.R. n. 396/2000 (cfr., ad esempio, Corte Cost. n. 61/06 e n. 176/88). Pertanto, sebbene essa non sia consacrata in una disposizione espressa, non vi è ragione di dubitare dell’attuale vigenza e forza imperativa della norma, in base alla quale il cognome del padre si estende ipso iure al figlio.
Nello stesso senso si è espressa anche la giurisprudenza di legittimità, laddove ha riconosciuto che – da tali pur eterogenee previsioni – si desume l’esistenza di una norma che, sebbene non prevista testualmente nell’ambito di alcuna disposizione, è ugualmente presente nel sistema, configurandosi come traduzione in regola dello Stato di un’usanza consolidata nel tempo (cfr. Cass. n. 13298/04 e n. 23934/08).

Attribuzione del cognome materno: la Corte Costituzionale è “più avanti” del legislatore. Con precedenti pronunce, la Consulta, dopo aver riconosciuto la possibilità di sostituire la regola vigente in tema di attribuzione del cognome con un criterio diverso, più rispettoso dell’autonomia dei coniugi (Corte Cost. n. 176/88), ha espressamente rilevato l’incompatibilità della norma in esame con i valori costituzionali dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi: tale sistema di attribuzione del cognome, infatti, è stato definito come il retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna (così Corte Cost. n. 61/06).
A distanza di diversi anni da tali pronunce, un diverso criterio, più rispettoso dell’autonomia dei coniugi, non è ancora stato introdotto dal legislatore, neppure con il d.lgs. n. 154/2013, che ha modificato la disciplina del cambiamento di cognome. Nonostante un’intensa attività preparatoria di interventi legislativi, nella famiglia fondata sul matrimonio rimane tuttora preclusa la possibilità per la madre di attribuire al figlio, sin dalla nascita, il proprio cognome, nonché la possibilità per il figlio di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome della madre.

Mancata attribuzione del cognome materno: violato il diritto all’identità personale del minore. Con la pronuncia in commento, il Giudice delle Leggi ritiene che una simile preclusione pregiudichi il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, costituisca un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare.
Quanto al primo profilo di illegittimità, secondo la Consulta, la distonia di tale norma rispetto alla garanzia della piena realizzazione del diritto all’identità personale, avente copertura costituzionale assoluta, ai sensi dell’art. 2 Cost., risulta avvalorata nell’attuale quadro ordinamentale. Il valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e la consapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale, ai sensi dell’art. 2 Cost.: il cognome si qualifica, infatti, come autonomo segno distintivo dell’identità personale del minore (Corte Cost. n. 297/96), nonché tratto essenziale della sua personalità (Corte Cost. n. 268/02).
La previsione dell’inderogabile prevalenza del cognome paterno sacrifica, quindi, il diritto all’identità del minore, negandogli la possibilità di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno.

Sulla stessa linea anche la Corte EDU. In questa stessa cornice si inserisce anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha ricondotto il diritto al nome nell’ambito della tutela offerta dall’art. 8 CEDU. In particolare, nella sentenza Cusan Fazzo contro Italia, del 7 gennaio 2014, la Corte di Strasburgo ha affermato che l’impossibilità per i genitori di attribuire al figlio, alla nascita, il cognome della madre, anziché quello del padre, integra violazione dell’art. 14 (divieto di discriminazione), in combinato disposto con l’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della CEDU, e deriva da una lacuna del sistema giuridico italiano, per superare la quale dovrebbero essere adottate riforme nella legislazione e/o nelle prassi italiane.

Attribuzione esclusiva del cognome paterno: ingiustificata disparità di trattamento tra coniugi. Quanto al secondo profilo di illegittimità, consistente nella violazione del principio di uguaglianza dei coniugi, la Consulta rileva che il criterio della prevalenza del cognome paterno e la conseguente disparità di trattamento dei coniugi non trovano alcuna giustificazione né nell’art. 3 Cost., né nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare, di cui all’art. 29, comma 2, Cost.: anzi, è proprio l’eguaglianza che garantisce quella unità e, viceversa, è la diseguaglianza a metterla in pericolo, poiché l’unità si rafforza nella misura in cui i reciproci rapporti fra i coniugi sono governati dalla solidarietà e dalla parità (così Corte Cost. n. 133/70).
La perdurante violazione del principio di uguaglianza “morale e giuridica” dei coniugi, realizzata attraverso la mortificazione del diritto della madre a che il figlio acquisti anche il suo cognome, contraddice quella finalità di garanzia dell’unità familiare, individuata quale ratio giustificatrice, in generale, di eventuali deroghe alla parità dei coniugi, ed in particolare, della norma sulla prevalenza del cognome paterno: tale diversità di trattamento dei coniugi nell’attribuzione del cognome ai figli, in quanto espressione di una superata concezione patriarcale della famiglia e dei rapporti fra coniugi, non è compatibile né con il principio di uguaglianza, né con il principio della loro pari dignità morale e giuridica.

La Consulta boccia anche le altre disposizioni ispirate alla stessa ratio. Dovendo essere espunta dall’ordinamento la norma che attribuisce al figlio il cognome paterno, alla nascita, in presenza di una diversa volontà contraria dei genitori, non possono che essere dichiarate incostituzionali, in via consequenziale, anche le altre disposizioni che ne condividono la medesima ratio.
La declaratoria di incostituzionalità, pertanto, si estende, per le medesime ragioni, anche all’art. 262, comma 1, c.c., nella parte in cui non consente ai genitori, di comune accordo, di trasmettere al figlio naturale, al momento del riconoscimento effettuato contemporaneamente da entrambi, anche il cognome materno, ed all’art. 299,comma 3, c.c., nella parte in cui non consente ai coniugi, in caso di adozione compiuta da entrambi, di attribuire, di comune accordo, anche il cognome materno al momento dell’adozione.