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FAMIGLIA e SUCCESSIONI

adozioni e coppie gay | 07 Marzo 2016

Coppia di mamme può adottare le rispettive figlie, Quarato: «Risultato raggiunto, ma obiettivo è matrimonio egualitario»

di Attilio Ievolella

Decisione clamorosa del Tribunale per i minorenni di Roma. Le due donne possono adottare l’una la figlia biologica dell’altra. Entrambe le bimbe son nate in Danimarca, grazie alla fecondazione eterologa, e su decisione comune delle due donne. Il legale che ha presentato i ricorsi si mostra soddisfatta solo a metà.

Dibattito (lungo) in Parlamento. Eco enorme sui media. Scontro all’arma bianca tra partiti, movimenti, associazioni. Tutto per la famosa – o famigerata, fate voi – legge Cirinnà sulle cosiddette “unioni civili”.
Assolutamente imprevista, imprevedibile e straordinaria, però, la decisione con cui, pochi giorni fa, il Tribunale per i minorenni di Roma ha acconsentito alla richiesta di due donne, compagne da un decennio, di adottare l’una la figlia biologica dell’altra.
“È un risultato bellissimo”, riconosce Francesca Quarato, avvocato, socia dell’associazione ‘Rete Lenford – Avvocatura per i diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender’ e componente del gruppo legale di ‘Famiglie Arcobaleno – Associazione famiglie omosessuali’. Ella ha presentato i ricorsi delle due mamme, ma ora, pur avendo visto accolta la richiesta delle proprie clienti, non nasconde un pizzico di insoddisfazione: «Sia chiaro, non voglio sminuire il risultato raggiunto, ma, pur essendo il massimo che si può ottenere oggi, è ancora molto poco rispetto a quello che si dovrebbe cercare di raggiungere...».

Cosa intende dire?
«Beh, sarebbe giusto avere anche in Italia il matrimonio egualitario, così come avviene in Francia e in Spagna, ad esempio...».
Obiettivo, quindi, la possibilità di sposarsi anche per persone dello stesso sesso.
Ma, oggi come oggi, già la decisione del Tribunale di Roma appare rivoluzionaria.

Facciamo un passo indietro, avvocato Quarato. Quando comincia la battaglia per le due mamme?
«Il primo incontro avviene a ottobre 2014, subito dopo la primissima sentenza del Tribunale per i minorenni di Roma. In quell’occasione viene sì riconosciuta l’adozione ‘in casi particolari’, però per una sola delle due donne rispetto alla figlia biologica della partner.
Allora abbiamo cominciato a ragionare su cosa fare, e il ricorso congiunto sembrava la scelta più giusta. Anche perché presentare due ricorsi separati sembrava una contraddizione: nel momento in cui si deve verificare se il nucleo familiare è stabile, sano, proporre due ricorsi sembrava quasi concedere che uno potesse essere accolto e l’altro no, e invece, a mio avviso, dovevano viaggiare di pari passo. Però, una volta verificata l’impossibilità di fare un ricorso solo, ne ho presentati due, congiuntamente, e ho fatto presente quale fosse la situazione. Per questo, mi è stato assicurato che sarebbero stati trattati insieme».

Depositati i due ricorsi, ad...
«Ottobre, ottobre 2014»

…comincia la battaglia giudiziaria.
«Beh, dopo un paio di mesi, i Servizi sociali, su incarico dal Tribunale, hanno contattato la coppia per iniziare una valutazione, un percorso a cui viene sottoposto chiunque faccia domanda di adozione ‘in casi particolari’ (uomo, donna, etero o gay). Il Tribunale deve verificare che tra la persona che chiede di adottare e il minore vi sia un legame e che quel legame sia solido, sovrapponibile al legame genitoriale.
Un percorso assolutamente normale. Però, in questo caso, la particolarità è data dal fatto che, trovandosi di fronte a un percorso incrociato, si ricalca in qualche modo lo schema della adozione piena, poiché è la coppia, di fatto, che chiede di adottare, poiché l’una chiede di adottare la figlia biologica dell’altra».

Cosa ha comportato questa particolarità?
«Nei fatti si chiedeva di riconoscere l’unitarietà del nucleo familiare e l’esistenza di rapporti genitoriali incrociati e uguali. Ogni mamma spiega di avere lo stesso rapporto con la propria figlia biologica e con la figlia della compagna.
Di conseguenza, l’indagine dei Servizi sociali è stata diversa, cioè centrata non sul singolo genitore ma sull’intero nucleo familiare, non sul rapporto adulto-minore, bensì sui rapporti nella famiglia, come succede nei casi di adozione piena».

Tempi dell’indagine?
«3 mesi in tutto, con diversi incontri. Prima con la coppia, poi con le bambine, con tanto di accesso domiciliare».

E la coppia di mamme che caratteristiche ha?
«Stanno assieme da più di 10 anni. La nascita delle bambine è stato un progetto di coppia. Anche il fatto che abbia partorito prima l’una e poi l’altra, prima la donna più grande (anche per una questione di età) e poi quella più piccola. Non a caso sono andate insieme in clinica...».

Dove?
«In Danimarca, per la fecondazione eterologa».

Cosa intende con ‘progetto di coppia’?
«La scelta di diventare genitori è stata ragionata, meditata. Prima una bambina, poi, qualche anno, la seconda, e in quest’ultimo caso la prima figlia ha aspettato la seconda bambina come una sorella, anche se partorita dalla mamma non biologica.
Va tenuto presente, peraltro, che la coppia ha scelto subito visibilità totale. Le bambine hanno da sempre saputo qual è la loro origine, la loro storia, la storia delle mamme, della loro famiglia. E, sia chiaro, questa famiglia frequenta famiglie tradizionali (con mamma e papà) e famiglie monogenitoriali. Deve esserci la consapevolezza che ci sono famiglie come la loro e famiglie diverse dalla loro».

Le due donne sono sposate?
«No, non sono sposate, perché consapevoli che ciò non avrebbe avuto effetti in Italia. Ma hanno sottoscritto comunque i cosiddetti ‘patti di convivenza’ per il loro rapporto».

Perché hanno scelto l’adozione?
«Perché loro sono italiane, e vivono in Italia».

E le difficoltà?
«Per l’adozione, intende? Beh, erano consapevoli delle difficoltà, però quando si è aperta questa possibilità hanno deciso di sfruttarla, perché in effetti è l’unico modo per trovare tutela per questo legame, anche per le bambine.
Sia chiaro, questa è una coppia solida, ma conosco tante coppie di donne che hanno avuto dei figli e che poi si sono lasciate, e in quel caso c’è una parte forte, il genitore biologico, il genitore legale, che può decidere di non far vedere i figli all’ex partner, oppure può esserci un genitore non legale che decide di disinteressarsene completamente, anche se quei figli son venuti al mondo anche per sua volontà.
Ecco, le due donne volevano ottenere una tutela, e poter vivere quotidianità migliore anche per le bambine. Basti pensare, ad esempio, al fatto che a scuola entrambe le mamme possono essere inserite nell’elenco dei genitori, e credo che questo sia un riconoscimento sociale importante».

Cosa le lascia questa vicenda?
«Grande soddisfazione, ovviamente, ma anche però un po’ di amaro in bocca, perché queste coppie dovranno sempre affidarsi all’interpretazione discrezionale dei magistrati.
Il Tribunale per i minorenni di Roma ha avuto un presidente illuminato, il giudice Melita Cavallo, però non è detto che sia sempre così…
E l’amaro in bocca è legato anche alla consapevolezza che coppie omosessuali dovranno affrontare sempre un percorso ad ostacoli per arrivare a risultato dovuto, cioè la tutela di situazioni esistenti, un percorso ad ostacoli che invece non c’è per le coppie eterosessuali… E il traguardo è comunque una adozione che riconosce tutela limitata rispetto alla genitorialità piena, soprattutto per i minori».

Si è detta soddisfatta, prima, non lo sembra davvero...
«È un risultato bellissimo, sia chiaro, non voglio sminuirlo, però è il massimo che si può ottenere oggi, ma è ancora molto poco rispetto a quello che si dovrebbe cercare di raggiungere».

Qualche velato riferimento alla legge Cirinnà?
«È una enorme incompiuta. E, peraltro, se anche non fosse stata modificata, sarebbe stata comunque una incompiuta. Perché di fatto la legge Cirinnà voleva estendere a coppie omosessuali una possibilità che già esiste ed è riservata coppie eterosessuali, cioè poter adottare il figlio del coniuge. Questo tipo di adozione è comunque una adozione in casi particolari, non legittimante, quindi un’adozione che comunque avrebbe dato a tutela limitata.
Sia chiaro, sarebbe stato passo enorme, perché nel momento in cui c’è un’unione civile, la possibilità di adozione è automatica. Invece, ora, prima ancora di poter dire che c’è un legame genitoriale, bisogna anche dimostrare che quella legge è applicabile anche a questa ipotesi. Ecco la legge Cirinnà, come concepita in origine, avrebbe consentito di scavalcare l’ostacolo, ma la tutela sarebbe stata limitata. Sarebbe stato un passo avanti, seppur piccolissimo…»

Su questo tema il Paese sembra diviso...
«Guardi, noi come Paese siamo sempre indietro. Se siamo rimasti l’unico Paese in Europa occidentale che non riconosce tutele ai bambini, tra l’altro dicendo paradossalmente ‘giù le mani dai bambini’, qualche motivo ci sarà… Forse siamo noi i pazzi che vanno contromano in autostrada…».

Ma davvero è così negativa la situazione?
«La legge Cirinnà semplicemente non modifica nulla. Chiaro, riconosce diritti a delle coppie che prima non esistevano e oggi esistono, ma sono sempre coppie di ‘serie B’. Quasi quasi era meglio non esistere… Ovviamente faccio riferimento allo stralcio della possibilità di adottare il figlio del partner».

Battaglia destinata a proseguire, quindi?
«Assolutamente sì. Come ‘Rete Lenford’ e ‘Associazione Arcobaleno’ da sempre portiamo avanti una battaglia per la piena uguaglianza, per ottenere pari diritti, al 100 per cento, per le coppie omosessuali».

Qual è l’obiettivo?
«Noi chiediamo molto semplicemente l’estensione del matrimonio, il matrimonio egualitario, come c’è in Francia e in Spagna».

E la legge Cirinnà? Che ne facciamo?
«Me la prendo e me la tengo, perché è comunque un risultato. Ma è un compromesso molto al ribasso per le coppie omosessuali. Prendo e porto a casa, sia chiaro, ma continua la battaglia, ripeto, per arrivare a una uguaglianza totale».