POLITICA SULL'UTILIZZO DEI COOKIE - GIUFFRE' FRANCIS LEFEBVRE SPA

Questo sito utilizza cookie di profilazione di prima parte per offrirti un miglior servizio e per trasmetterti comunicazioni in linea con le attività svolte durante la navigazione. Puoi impedire l'utilizzo di tutti i Cookie del sito cliccando MAGGIORI INFORMAZIONI oppure puoi acconsentire all'archiviazione di tutti quelli previsti dal sito cliccando su ACCONSENTI.

Continuando la navigazione del sito l'utente acconsente in ogni caso all'archiviazione degli stessi.


> Maggiori informazioni

Acconsenti

Abbonamento scaduto
Abbonamento inattivo
Numero massimo utenti raggiunto
Utente non in CRM
Manutenzione
mercoledì 12 dicembre 2018
Accedi   |   Contatti   |   Newsletter   |   Abbonamenti    Feed RSS
Notizie a cura di La Stampa.it |
CIVILE e PROCESSO

spese processuali | 31 Maggio 2016

La disciplina del raddoppio del contributo unificato nel giudizio di appello è incostituzionale?

di Giuseppe Marino - Avvocato e Dottore di ricerca in Giustizia costituzionale

Nonostante il dato comune – rappresentato dalla mancata comparizione – tra l’improcedibilità di cui all’art. 348, comma 2, c.p.c., da una parte, e la cancellazione della causa dal ruolo e l’estinzione del processo ai sensi degli artt. 181 e 309 c.p.c., dall’altra, le due fattispecie non sono equiparabili: pertanto, non è ravvisabile alcuna disparità di trattamento. 

(Corte Costituzionale, sentenza n. 120/16; depositata il 30 maggio)

Lo ha confermato la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 120, depositata il 30 maggio 2016.

Il caso. La pronuncia in commento trae origine dalla questione di legittimità costituzionale dell’art. dell’art. 13, co. 1-quater, d.P.R. n. 115/2002 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia – Testo A), introdotto dall’art. 1, comma 17, l. n. 228/2012 (Legge di stabilità 2013).
La disposizione censurata prevede che, quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1-bis.
Ad avviso del giudice rimettente, tale previsione, applicabile anche nel caso in cui l’appello sia dichiarato improcedibile ai sensi dell’art. 348, comma 2, c.p.c. per mancata comparizione dell’appellante alla prima udienza ed a quella successiva di cui gli sia stata data comunicazione, realizzerebbe un’ingiustificata disparità di trattamento – in violazione dell’art. 3 Cost. – rispetto all’ipotesi di cancellazione della causa dal ruolo e conseguente estinzione del processo ai sensi degli artt. 181 e 309 c.p.c..

Estinzione ex art. 309 c.p.c. del giudizio di appello: è costituzionalmente legittimo non far pagare il doppio del contributo unificato? Secondo i giudici costituzionali, la questione di legittimità sollevata in riferimento all’art. 3 Cost. non è fondata, atteso che le situazioni messe a confronto dal rimettente non sono omogenee.

La disposizione censurata correla l’aggravio del contributo unificato all’integrale reiezione dell’impugnazione o alla sua declaratoria di inammissibilità o di improcedibilità: l’art. 348, comma 2, c.p.c. prevede un’ipotesi di improcedibilità dell’appello, comminandola nel caso in cui l’appellante costituito ometta di comparire alla prima udienza ed a quella successiva, ritualmente comunicata.
L’art. 181 c.p.c. (richiamato dall’art. 309 c.p.c. per le udienze successive alla prima) stabilisce, invece, che, se nessuna delle parti compare alla prima udienza, il giudice ne fissi una successiva a seguito della quale, se di nuovo nessuna delle parti compare, ordina la cancellazione della causa dal ruolo e dichiara l’estinzione del processo.
Nonostante il dato comune rappresentato dalla mancata comparizione – cui si correla sia l’improcedibilità di cui all’art. 348, comma 2, c.p.c., sia la cancellazione della causa dal ruolo e l’estinzione del processo ai sensi degli artt. 181 e 309 c.p.c. – le due fattispecie non sono infatti equiparabili sotto il profilo dedotto dal rimettente.
Pertanto, non può essere condiviso l’assunto del rimettente secondo cui la norma impugnata discriminerebbe ingiustificatamente le due richiamate fattispecie, sanzionando la prima con il raddoppio del contributo unificato e lasciandone esente la seconda.

Nessuna analogia tra mancata comparizione dell’appellante ed estinzione del giudizio ex art. 309 c.p.c.. In primo luogo, la Consulta sottolinea come il regime del raddoppio del contributo unificato accomuni tutti i casi di esito negativo dell’appello, essendo previsto per le ipotesi del rigetto integrale o della definizione in rito sfavorevole all’appellante: in tale categoria rientra anche l’improcedibilità comminata dall’art. 348, comma 2, c.p.c., ma non l’ipotesi di cancellazione della causa dal ruolo ed estinzione del processo.
In secondo luogo, come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., n. 13636/2015 e n. 19464/2014), la norma censurata risponde alla ratio di scoraggiare le impugnazioni dilatorie o pretestuose; tale ratio non è ravvisabile nella fattispecie di cui all’art. 181 c.p.c., la quale prescinde dall’unilaterale utilizzazione impropria del gravame, ma riguarda soltanto l’omologa condotta omissiva delle parti, con la conseguenza che la funzione deterrente riconosciuta alla norma censurata non avrebbe modo di esprimersi.

Infine, considerato che il raddoppio del contributo unificato è previsto a parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario (Cass., n. 6280/2015 e n. 10306/2014), deve sottolinearsi come tale inutile dispendio di energie processuali e di correlati costi non caratterizzi la fattispecie di cui agli artt. 181 e 309 c.p.c.. Ciò in quanto la mancata comparizione di tutte le parti alla prima udienza ed a quella successiva costituisce una tipica manifestazione di disinteresse alla prosecuzione del processo, indice di una composizione stragiudiziale della controversia: in tal caso non avrebbe quindi senso sanzionare la condotta della (sola) parte appellante, peraltro omologa a quella dell’appellato, scoraggiando un esito auspicabile sotto il profilo dell’economia processuale oltre che dell’assetto sostanziale degli interessi in conflitto.