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CIVILE e PROCESSO

PCT | 18 Febbraio 2015

Processo civile telematico e copia di cortesia. Quali sono le conseguenze della scortesia?

di Nicola Gargano

Quanto può costare una scortesia? Per il Tribunale di Milano  molto cara se la “scortesia” consiste nel non depositare la copia cartacea di una comparsa conclusionale, depositata esclusivamente in via telematica.

(Tribunale di Milano, sez. II Civile, decreto n. 534/15; depositato il 15 gennaio)

Non entrando nel merito della sentenza in commento, basterà esaminare ai nostri fini le poche righe che condannano la parte che aveva presentato opposizione allo stato passivo di un fallimento al pagamento di 5mila euro ex art. 96, comma 3, c.p.c..
Le poche righe dicono questo: «Va osservato come parte opponente abbia depositato la memoria conclusiva autorizzata solo in forma telematica, senza la predisposizione delle copie di “cortesia” di cui al Protocollo d’Intesa tra il Tribunale di Milano e l’Ordine degli Avvocati di Milano del 26.6.2014 rendendo più gravoso per il Collegio esaminare le difese. Tale circostanza comporta l’applicazione dell’art. 96, comma 3, c.p.c. come da dispositivo».
Una “scortesia” che costa ... Ebbene si. Chi mi legge ha capito bene. Per i giudici della seconda sezione del Tribunale di Milano e nella specie per il Collegio composto dalla dott.sa Bruno, Mammone e dr. D’Aquino relatore, la scortesia si paga cara e costa ben 5mila euro!
Non si può dunque non rimanere impietriti e basiti di fronte ad una condanna che non trova giustificazione in alcuna norma di legge e, lo stesso protocollo di intesa citato nella sentenza, non pone alcuna sanzione per l’omesso successivo deposito cartaceo a carico dell’avvocato che deposita telematicamente un proprio scritto difensivo.
Invece i magistrati milanesi richiamano l’art. 96 c.p.c, - e nella specie, il terzo comma, applicabile d’ufficio, ma sempre relativamente alle ipotesi che ricadono nel primo e secondo comma - , che qui si riporta affinché non possa sfuggire al lettore l’assoluta inconferenza del dettato normativo con la fattispecie in esame:
«Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza.
Il giudice che accerta l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, o trascritta domanda giudiziale o iscritta ipoteca giudiziale, oppure iniziata o compiuta l’esecuzione forzata, su istanza della parte danneggiata condanna al risarcimento dei danni l’attore o il creditore procedente, che ha agito senza la normale prudenza. La liquidazione dei danni è fatta a norma del comma precedente.
In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata».

Non si vede infatti come si possa anche solo lontanamente pensare di scomodare l’art. 96 c.p.c., norma di legge a mio avviso fondamentale per evitare un abuso del processo civile soprattutto a tutela della parte che subisce l’onere del processo, per tutelare un esclusivo interesse del giudicante che, peraltro è obbligato da una norma di legge a prendere visione degli atti processuali depositati dagli avvocati mediante strumenti telematici.
Mi si potrà obbiettare che, l’obbligo del processo civile telematico sussiste esclusivamente per gli avvocati e i consulenti tecnici d’ufficio, ma non per i magistrati che, al momento in cui si scrive, sono ancora esonerati dall’obbligo di redigere i propri provvedimenti in forma telematica attraverso l’utilizzo di quello strumento denominato “consolle del magistrato”.
Tuttavia, non si può non riscontrare nelle norme di legge, che impongono all’avvocato il deposito telematico dell’atto, - nella specie l’art. 16 bis, d.l. n. 179/2012 -, che l’obbligo di deposito telematico degli atti processuali e dei documenti da parte dei difensori delle parti precedentemente costituite ha luogo esclusivamente con modalità telematiche, e che il deposito si ha per avvenuto al momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore di posta elettronica certificata del Ministero della Giustizia.
E ancora! L’art. 44, d.l. n. 90/2014 dispone che per i procedimenti  iniziati  prima  del  30   giugno   2014,   le   predette disposizioni (obbligo di deposito telematico) si applicano a decorrere dal 31 dicembre  2014;  disponendosi altresì che fino  a quest'ultima data, nei casi previsti dai commi 1, 2 e 3 dell'art. 16-bis, d.l. n.  179/2012,  convertito,  con modificazioni, dalla  legge  n.  221/2012,  gli  atti processuali ed i documenti possono essere  depositati  con  modalità telematiche e in tal caso il deposito  si  perfeziona  esclusivamente con tali modalità.
L’avverbio “esclusivamente” esclude la necessità di un ulteriore deposito cartaceo.
E’ evidente dunque che, l’utilizzo dell’avverbio esclusivamente da parte del nostro legislatore, è sufficiente di per sé ad escludere la necessità di un ulteriore deposito cartaceo, che è evidentemente rimesso alla “cortesia” del difensore per agevolare il magistrato “poco telematico” all’esame dei propri scritti difensivi. Pertanto, la domanda a cui  dovrebbe fornirsi risposta è come si possa riscontrare la “mala fede” richiesta per l’applicazione dell’art. 96 c.p.c. nell’ipotesi in cui l’avvocato non sia “cortese” nei confronti del giudice.
Un interrogativo quest’ultimo che non può certo trovare risposta invocando un “protocollo di intesa", tra Tribunale e Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano ove si prevede il “deposito di cortesia".
Quale può essere infatti l’efficacia giuridica di un protocollo? Occorre purtroppo porsi anche questa domanda allorquando, una normativa confusa e frammentata come quella sul Processo Civile Telematico viene interpretata in maniera diversa da tribunale a tribunale e spesso addirittura contraddetta e disapplicata dai numerosi protocolli.
Il protocollo del processo civile telematico di un tribunale, dunque, non  sarebbe più solo uno strumento per fornire una guida all’avvocato, magistrato o cancelliere in caso di difficoltà, ma rischia di diventare una fonte di diritto autonoma idonea a giustificare pronunce assolutamente censurabili come lo è quella in commento; pronunce degne di cancellare e porre nel dubbio capisaldi come quello imparato il primo giorno di università e riportato nell’art. 1 delle preleggi, secondo cui gli usi (come può definirsi un protocollo) si posizionano nel gradino più basso delle fonti del diritto.
A ciò si aggiunga che, il protocollo del Tribunale di Milano, contiene delle modalità assolutamente vaghe di deposito della “copia di cortesia”, non prevedendo altresì alcuna “certificazione” della procedura di deposito, che avviene in maniera assolutamente informale e non documentata da timbri.
Il punto A-3 del predetto protocollo prevede infatti che «i difensori consegnino in cancelleria, entro i 2 giorni successivi la scadenza dell’ultimo termine di cui agli art. 183, comma 6, e 190 c.p.c. copia cartacea di dette memorie ad uso esclusivo del giudice, raccolte in unico plico, avendo cura di inserire sempre negli atti il numero di ruolo del procedimento e la parte rappresentata». Infine sulle modalità del predetto deposito viene previsto «un mero inserimento su un tavolo/scaffale all’uopo predisposto dalla cancelleria, in sezione distinta per ogni giudice, senza attendere l’intervento dell’operatore».

Una procedura dunque priva di ogni attestazione da parte del cancelliere e come si legge al successivo punto 6, rimessa alla diligenza delle parti e dell’ufficio che dovrà evidentemente avere cura di smistare le predette copie tra i magistrati, con una tempistica che, si legge nel protocollo, verrà stabilita di concerto con i giudici della sezione.
Dalla lettura di queste parole, emerge come la condanna sancita dai giudici meneghini assuma sempre più i caratteri dell’illogicità e dell’assurdità con la ciliegina sulla torta di aver applicato una norma, come l’art. 96 c.p.c., posta a protezione del cittadino dalle temerarie richieste di giustizia e non a tutela di un magistrato che si rifiuti di utilizzare uno strumento informatico o di stampare su carta gli atti depositati telematicamente dall’avvocato.
Non si può dunque non censurare la condanna inflitta dal Tribunale di Milano – seppur indirettamente - all’avvocato che, - probabilmente neanche con colpa o dolo - , non è riuscito a recapitare sul tavolo dei giudicanti una copia della propria comparsa conclusionale fatta di inchiostro e carta piuttosto che di bit ed elettroni. E’ evidente poi che non si possa ribaltare sugli avvocati e, soprattutto sui loro clienti, una nuova figura giurisprudenziale di danno punitivo da mancato deposito di copia di cortesia, atteso che non possono certo essere gli utenti del servizio giustizia a pagare le conseguenze della mancata evoluzione tecnologica o della penuria di toner e carta negli uffici giudiziari italiani. Ci si deve chiedere invece come mai dal lato del Ministero della Giustizia, non sia portata avanti una adeguata formazione dei magistrati sulla consolle a loro dedicata o non si sia investito per implementare quell’ufficio per il processo previsto dall’art. 50, d.l. n. 90/2014, un ufficio che, se istituito dovrebbe coadiuvare il magistrato poco telematico nell’utilizzo dello strumento informatico. Ci si deve chiedere come mai, invece di siglare protocolli di intesa contenenti modalità di deposito innovative e avulse da qualsiasi codice o legge, non si è pensato ad istituire nei tribunali dei veri e propri centri di stampa dove i magistrati o i funzionari che lo desiderano possano stampare copie di cortesia cartacee senza obbligare l’avvocato a recarsi in cancelleria per depositare quella carta che con tanta fatica si sta cercando di eliminare.
La propaganda governativa dinanzi alla costante sollecitazione ad attuare riforme sostanziali della Giustizia non fa che vantarsi della introduzione del processo telematico adducendone la riduzione della presenza fisica degli avvocati nelle cancellerie, di contro poi si imporrebbe il deposito di cortesia che annullerebbe detti vantaggi, ancor più per i difensori che – legittimamente fruendo delle norme vigenti – siano domiciliati solo “telematicamente”.
Condanna di 5mila euro. Ed ancora, se proprio si debba tirare in ballo la “cortesia”, ugualmente sarebbe stato cortese avvertire il difensore della omissione, invitandolo al deposito cartaceo!
Tra le tante soluzioni invece, una giurisprudenza tanto innovativa quanto deflattiva, sembra avviarsi lentamente verso la strada più accidentata e impopolare, costringendo un malcapitato collega a dover spiegare al proprio cliente che una “scortesia” può portare ad una condanna di 5mila euro. Una condanna che, per quanto ingiusta e impopolare, potrà essere riformata, se va bene, solo da una Corte di Appello o dalla Cassazione, nella speranza che i giudicanti si riconoscano nella illustre citazione che continuo ad utilizzare spesso come ultima slide nei miei convegni ed in cui nonostante tutto continuo a credere: «... il flusso degli elettroni è il nuovo inchiostro di cui è possibile servirsi; le memorie elettriche o elettroniche (quali che siano i supporti dai quali sono costituiti: interruttori aperti o chiusi, transistors, chips, circuiti integrati, nastri magnetici eco...) sono la nuova carta; i bit (nella combinazione necessaria per rappresentare ogni carattere alfanumerico) sono il nuovo alfabeto» (G. VERDE, Per la chiarezza di idee in tema di documentazione informatica).